26.4.19

La signora e i baci. Una poesia di Vivian Lamarque



Una signora voleva tanto dargli dei baci,
non dico troppi, anche solo sette, otto mila.
Invece era proibito, perciò non glieli dava.
Se però non fosse stato proibito
glieli avrebbe dati tutti,
dal primo all’ultimo.
A cosa servono i baci se non si danno?

da Poesia d’amore del Novecento, Milano, Crocetti Editore, 1996.


25.4.19

brama. Una poesia di Erich Fried



mi auguro talvolta
di poter
saziarmi di baci con te
ma poi dovrei morire
per la fame che ho di te
perché più ti bacio
e più devo baciarti:
I baci non nutrono me
solo la mia fame

"Poesia" n. 300 gennaio 2015 - Traduzione di Andrea Casalegno

Allegria. Una haikizzazione da Pedro Calderón de la Barca (S.L.L.)

L'haikizzazione è un metodo seguito dall'OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle, ovvero "officina di letteratura potenziale") di Queneau, Perec e Calvino per ricavare da un testo poetico preesistente un nuovo testo poetico. Consiste nel collegare in una nuova struttura metrica e sintattica, ma nell'ordine originario, sezioni finali più o meno lunghe (mai l'intero) dei versi della matrice. Non ne viene fuori un "haiku", il classico componimento giapponese di tre brevi versi (di cui peraltro esistono sperimentazioni italiane di qualità), ma un testo lirico che dello "haiku" imita l'essenzialità e la rapidità.
Il testo originario in questo caso è un sonetto, meritamente celebre, di Pedro Calderón de la Barca (1600-1681), l'autore de La vita è sogno, uno dei capolavori della drammaturgia spagnola nel suo "Siglo de Oro". Dopo il testo che ne ho ricavato attraverso l'haikizzazione in spagnolo e in traduzione italiana, ho "postato" integro - a mo' di appendice - il sonetto di Calderon e la traduzione da me curata. (S.L.L.)




Alegría
Alegría de la mañana, lástima
vana de la noche fría
que al cielo desafía de oro, nieve y grana.

La vida humana en término de un día.

Madrugaron,
florecieron,
hallaron.

Vieron,
expiraron,
furon.

------

Allegria
Allegria del mattino, compassione
vana della notte fredda
che il cielo sfida d'oro, neve e grana.

La vita umana nel giro di un giorno.

Si alzaron presto,
fiorirono,
trovarono.

Videro,
spirarono,
furono.


"Éstas que fueron pompa y alegría"

Éstas que fueron pompa y alegría
Despertando al albor de la mañana,
A la tarde serán lástima vana
Durmiendo en brazos de la noche fría.

Este matiz que al cielo desafía,
Iris listado de oro, nieve y grana,
Será escarmiento de la vida humana:
¡Tanto se emprende en término de un día!

A florecer las rosas madrugaron,
Y para envejecerse florecieron:
Cuna y sepulcro en un botón hallaron.

Tales los hombres sus fortunas vieron:
En un día nacieron y expiraron;
Que pasados los siglos, horas fueron.

---

“Queste che furon pompa e allegria”

Queste che furon pompa e allegria
destandosi all'albore del mattino,
a sera desteranno vana pena,
dormendo in braccio alla notte fredda.

Questa tonalità che sfida il cielo,
iride d'oro, di neve e granato,
sarà lezione per la vita umana:
tanto accade nel termine d’un giorno!

Le rose albeggiarono a fiorire
e per invecchiare son fiorite:
trovando culla e sepolcro nel bocciolo.

Così gli uomini e la loro sorte:
in un giorno nacquero e spirarono,
e i secoli trascorsi ore furon ore.

24.4.19

Guttuso, il 68 e che Guevara. Omissioni e unilateralismi sul Pci in un malizioso articolo di Marcello Sorgi



Leggo con ritardo i pezzi che ho ritagliato, invogliato dai titoli, dalle immagini o dai sommari; li leggo anche dopo mesi o dopo anni, quando ho tempo e voglia. Questo articolo di Sorgi, pieno di destrismo (comunista e anticomunista insieme – da stalinisti insomma) e di livore antisessantottino, lo leggo solo ora e ne soffro. Contiene notizie interessanti, che in parte non conoscevo e non trovo inutile depositare nel blog, ma la lettura degli eventi è falsata da una manifesta unilateralità e si giova di numerose, colpevoli omissioni. Una di queste omissioni gli serve a costruire un falso: quello di una sorta di generalizzata ostilità del Pci contro Guevara, le sue idee, il suo esempio.
È vero che, senza repliche troppo dure, almeno al vertice del partito, Giorgio Amendola già nel '66 aveva attaccato “gli strateghi da farmacia” che auspicavano molti Vietnam, con una evidente allusione al “pamphlet” Creare due, tre, molti Vietnam, da molti a ragione giudicato il testamento politico del Che; ma è altrettanto vero che reazioni nei dibattiti nei Comitati federali non mancarono e non solo da parte della Fgci, che di ammiratori di Guevara era piena zeppa. Non sempre peraltro la base del partito disponeva di informazioni sull'uomo, la sua storia, la sua battaglia: so di segretari di sezione a cui il nome del grande rivoluzionario latino-americano era ignoto.
È letteralmente falsa la freddezza delle reazioni del Pci, dopo l'assassinio del Che in Bolivia. La reazione fu lenta per l'iniziale incertezza delle notizie, ma non si limitò di certo all'articolo di Petruccioli. Come “l'Unità” di quei giorni documenta, Ernesto Che Guevara venne commemorato in centinaia di riunioni a tutti i livelli e in alcune città furono organizzate dal PCI manifestazioni di massa, riparando così anche ai precedenti difetti di informazione. Come avveniva solo nelle occasioni più solenni un documento ufficiale di cordoglio venne diffuso a firma del Comitato Centrale e venne fatto affiggere anche nei più sperduti paesini – cosa che non veniva fatta dal tempo della morte di Togliatti – un manifesto di lutto che piangeva il rivoluzionario, combattente per la libertà e medico dei lebbrosi (S.L.L.)
Renato Guttuso nel suo studio con Giorgio Amendola

Renato Guttuso s’era preso una sbandata per il ’68. Sembra incredibile, pensando all’austerità del pittore ufficiale del Pci scomparso nel 1987. Guttuso, notoriamente filosovietico, era stato officiato del Premio Lenin, veniva ricevuto a Mosca come un’autorità, considerato un esempio tra i maggiori del «realismo socialista». Eppure, come emerge dai documenti della mostra che si aprirà domani alla Gam di Torino, con alcuni dei suoi più importanti dipinti politici, nella primavera del Maggio francese il pittore visse una sorta di tormento e un completo rivolgimento, personale ed esistenziale, prima che politico. Qualcosa che lo portò in rotta di collisione con uno dei suoi più grandi amici nel partito, il leader storico della destra comunista Giorgio Amendola (immortalato, tra l’altro, in un memorabile ritratto a olio). In uno scritto riservato ma assai esplicito, espresse al «caro Giorgio» dubbi, perplessità e riserve sulla linea di contrapposizione che il Pci aveva assunto verso il Movimento studentesco.
La lettera è datata 14 giugno 1968. Meno di un mese prima, alle elezioni del 19 maggio, il Pci aveva guadagnato quasi un milione di voti. Due mesi prima, il 19 aprile, Luigi Longo, il leggendario comandante partigiano «Gallo» e allora segretario comunista, aveva ricevuto a Botteghe Oscure una delegazione di studenti romani guidata da Oreste Scalzone (poi coinvolto in indagini sui fiancheggiatori del terrorismo e latitante a Parigi con Toni Negri per molti anni). Amendola, fiero oppositore del movimento, di cui contestava quelli che ai suoi occhi apparivano evidenti limiti, come l’approssimazione culturale, il marxismo superficiale e i primi cedimenti alla violenza, per un po’ s’era tenuto, trincerandosi in un silenzio che decise di rompere all’improvviso il 7 giugno, con un fiammeggiante articolo su Rinascita.
Fin dal titolo, «Necessità della lotta su due fronti», il testo si presentava come drastico raddrizzamento di una linea valutata troppo cedevole: dovere del Pci, a suo giudizio, era condurre una battaglia parallela senza esclusione di colpi contro «l’opportunismo socialdemocratico» e «l’estremismo settario». Un estremismo, quello del Movimento, del tutto inaccettabile, dagli attacchi al Pci all’assemblearismo, agli slogan delle manifestazioni inneggianti alla violenza, ai non chiari rapporti economici con la Cina, agli striscioni con la faccia di Che Guevara – repulsione, quest’ultima, condivisa con il resto del partito. 
Si pensi che quando il Che era stato assassinato in Bolivia, il 9 ottobre ‘67, non si trovò un solo dirigente comunista di livello disposto a commemorarlo, e dovendosi pur pubblicare qualcosa sull’Unità, fu precettato l’allora segretario della Fgci Claudio Petruccioli. Che lo criticò garbatamente, come si fa con i morti, ma fu egualmente stigmatizzato con una nota di rammarico dell’ambasciata dell’Avana a Roma.
L’articolo di Amendola aveva sollevato reazioni nella sinistra del partito, da Lucio Lombardo Radice a Rossana Rossanda a Davide Lajolo. Ma una replica di Guttuso, da sempre annoverato tra gli amendoliani e amico personale del compagno Giorgio, non era immaginabile. Invece, a una settimana dall’uscita di Rinascita, la busta vergata a mano con la caratteristica grafia del pittore era stata recapitata a destinazione.
Scusandosi per non poter intervenire al dibattito sulla vittoria elettorale in Comitato centrale, Guttuso contestava subito «la critica nei confronti del Movimento studentesco» perché «non accompagnata da sufficiente autocritica sulle esitazioni, i ritardi, i distinguo» del partito, forse condizionato da «irrigidimenti postumi, specie da parte sovietica», e non in grado di cogliere «i motivi profondi di rivolta» sviluppatisi «senza attivo intervento dei comunisti, ai quali è toccato spesso di far da freno».
Di qui il fendente più vigoroso: «Noi abbiamo discusso sull’opportunità di portare in giro la faccia, ma non sulla sballata ideologia di Guevara, Debré e del loro maestro Althusser. Credi che la faccia di Garibaldi abbia contato poco, ai suoi giorni?». Seguiva una presa in giro di intellettuali come Adorno e Marcuse, del «vecchio Lukács», e delle loro strane teorie, genere «oggi è l’Eros il fantasma che percorre l’Europa», che si affermavano liberamente, perché chi avrebbe dovuto contrastarle, come ad esempio il filosofo Cesare Luporini, le condivideva dichiaratamente. La conclusione era che il Pci si sarebbe dovuto aprire e confrontare con gli studenti. Come appunto per la prima volta Guttuso confessava apertamente di aver fatto.
All’epoca della lettera, infatti, il pittore aveva pienamente maturato la sua sbandata, tra Parigi e Roma. Imbevuto dell’atmosfera del Maggio e della «Rive gauche», sentendosi ringiovanito, era entrato in contatto con il gruppo situazionista degli «Uccelli», in cui militava l’attuale direttore del Tgcom24 Paolo Liguori. Aveva partecipato all’occupazione di Architettura a Valle Giulia, illustrandone con un graffito la facciata, condividendo il progetto di trasformarla in una comune agricola e finanziando personalmente l’acquisto di un gregge di pecore, che vennero messe a pascolare nel parco della facoltà, fino al duro intervento della forza pubblica per liberare l’edificio, che ispirò a Pasolini la famosa poesia a favore dei poliziotti e contro gli studenti.
Amendola, che rispose blandamente alla lettera, forse consapevole del carattere ombroso dei siciliani, la sua rivincita se la prese nel 1978. Celebrando il decennale del ’68 in una lunga intervista sull’Unità, ripropose pari pari le sue posizioni (peraltro oggettivate dall’escalation del terrorismo) e concluse che anche Longo, ormai fuori gioco, sotto sotto era d’accordo con lui: quegli studenti a Botteghe Oscure li aveva ricevuti solo a scopo elettorale.

La Stampa, 22 febbraio 2018

L'inquieta senescenza di Barbra Streisand. Il cane clonato, il disco antiTrump, la gaffe su Jackson

Barbra Streisand con Sammi-Samantha, il cane clonato


Da “la Repubblica” del 28 febbraio 2018 riprendo una curiosa notizia che riguarda una cantante, attrice, regista di grandissimo talento, Barbra Streisand.
L'amatissimo cane Samantha, morto nel maggio del 2017 lasciando un vuoto incolmabile che ha condiviso sui social network, in realtà è ancora con lei. Almeno in parte. Lo ha confessato Barbra Streisand confessando in un'intervista a “Variety” che due dei Coton de Tulear al suo fianco, Miss Violet e Miss Scarlett, sono il frutto della clonazione.
Le due cagnoline, racconta la star (attrice, cantante, produttrice e regista) settantacinquenne, sono state clonate da cellule prelevate dalla bocca e dallo stomaco dell'amatissimo cane Samantha, morto all'età di 14 anni nel maggio dell'anno scorso. I due cuccioli sono fisicamente simili a Samantha, ma ancora è presto per capire se ne hanno ereditato anche il carattere: "Hanno personalità diverse. Sto aspettando che invecchino così posso vedere se hanno i suoi occhi marroni e la sua serietà" racconta Streisand riferendosi al compianto amico a quattro zampe.
La rivelazione non è passata inosservata. Quindi, si possono clonare i propri animali domestici, la pratica non è confinata al campo della ricerca e ai laboratori? La risposta è sì, ma farlo non è certo alla portata di tutti. Può costare fino a 100mila dollari.
Per clonare un cane, i proprietari devono inviare un campione di tessuto, contenente il materiale genetico dell'animale domestico, al laboratorio. Il campione può essere prelevato da un veterinario, anche fino a pochi giorni dopo la morte. Nel processo di clonazione - definita in questo caso riproduttiva - vengono recuperate le cellule viventi dal campione di tessuto e fatte crescere per un paio di settimane. Dalla cellula somatica del donatore, viene rimosso il nucleo e sostituito con quello del cane da clonare. L’ovulo, per essere fecondato, non ha bisogno dello sperma, perché riceve tutte le informazioni genetiche da un singolo organismo. La divisione cellulare viene stimolata artificialmente attraverso uno shock elettrico. L'ovocita è quindi inserito nell'utero di un cane surrogato, dove la divisione cellulare continua e si forma il feto. Secondo Business Insider, circa un embrione su tre si sviluppa e diventa un cucciolo sano.
Dopo la rivelazione della Streisand, non si sono fatte attendere le reazioni degli animalisti. La Peta (People for the Ethical Treatment of Animals) ha espresso i suoi dubbi attraverso una dichiarazione della presidentessa Ingrid Newkirk: "Vogliamo tutti che i nostri amati cani vivano per sempre, anche se può sembrare una buona idea, la clonazione non porta a questo – ha detto la rappresentante dell'organizzazione non-profit per i diritti degli animali - ma crea un nuovo e diverso cane che ha solo le caratteristiche fisiche dell'originale. Le personalità degli animali, i loro capricci e la loro "essenza" semplicemente non possono essere replicate". Il consiglio dell’associazione, se si desidera un cane, è quello di percorrere la strada dell’adozione, considerati i tanti animali abbandonati nei canili e bisognosi di cure e affetto.
Pioniera della clonazione canina è la Corea del Sud: il primo cane clonato, Snuppy, un maschio di levriero afgano, è nato lì nel 2005. Da allora il Paese ha fatto da apripista con la Sooam Biotech Research Foundation che, riporta Business Insider, è il leader mondiale nella clonazione di cani commerciali: a oggi ha clonato più di 600 cuccioli, molti dei quali inviati negli Usa. Vista la crescita delle richieste, la clonazione commerciale per gli animali domestici di recente si sta diffondendo anche negli Stati Uniti, ad esempio con ViaGen in Texas che offre servizi commerciali di conservazione e clonazione non solo di animali domestici, ma anche di bovini, equini e suini.
Ma sui dettagli dell'operazione Barbra Streisand non ha indugiato, preferendo parlare di Trump e del libro che sta scrivendo, sempre con gli amati cagnolini al suo fianco”.
Dopo questa notizia si deve attendere l'autunno per trovare nuove interessanti su Streisand, che ha intanto compiuto 74 anni. In settembre escono infatti anticipazioni sul suo nuovo disco: si intitola Walls e uscirà il 2 novembre e contiene la canzone Don’t Lie to Me (“Non mentirmi”), che è chiaramente contro Donald Trump, mentre del libro non si sa ancora nulla. Il disco, regolarmente uscito non otterrà il successo sperato, ma i concerti di Streisand in molte importanti città degli States, sono sempre affollati.
Di lei si riparlerà tra il febbraio e il marzo 2019 per una dichiarazione che sembra difendere la memoria di Michael Jackson, accusato post mortem di violenze su minori, rovesciando l'accusa sugli stessi minori e sulle loro famiglie. Si correggerà dicendo di essere stata fraintesa.
Sul libro contro l'attuale presidente USA che sta scrivendo con la solidarietà dei cagnolini non trovo in rete nessuna novità. Io spero che non conduca campagne politiche in prima linea: ho il sospetto che la sua opposizione giovi a Trump piuttosto che danneggiarlo.

23.4.19

Feste Nazionali. Mi ricordo... (S.L.L.)

!915 - 1918 "I caduti nei campi della gloria"

Per lungo tempo, nella Repubblica Italiana nata dalla Resistenza antifascista, specialmente al Sud, si celebrò come principale Festa Nazionale il 4 Novembre. La ricorrenza civile, che concludeva le festività religiose di inizio novembre, era vacanza nelle scuole e nei pubblici uffici e non era ancora diventata, come adesso è, Festa delle Forze Armate. Celebrava invece la Vittoria, benché conseguita in una guerra cui si erano opposti la Chiesa cattolica e i socialisti e cui i ceti popolari si erano piegati loro malgrado.
Ma - nonostante la caduta del Fascismo, che quella ricorrenza aveva esaltato come compimento della Nazione - la celebrazione era ancora in vigore e per l'occasione si visitavano i parchi delle Rimembranze e si deponevano corone di fiori davanti ai monumenti ai Caduti in quella Grande Guerra (tanti in ogni paese) che era stata un'enorme carneficina.
Dalle mie parti la celebrazione, quasi sempre preceduta da cortei militaristi e bande che suonavano la Canzone del Piave del fascistissimo E.A.Mario, era conclusa da discorsi delle autorità civili (e nelle città anche militari) non senza la presenza di un qualche reduce munito di decorazioni. Nei centri maggiori e nei paesi più fortunati poteva annoverarsi la presenza di qualche Cavaliere di Vittorio Veneto. Il prete a volte c'era e a volte no.
Ad organizzare la sfilata erano generalmente i Municipi e la cosa creava qualche problema.
I sindaci rossi in genere non amavano quella ricorrenza, ma non seguivano una comune linea di comportamento. I vecchi socialisti il più delle volte non andavano: mandavano le Guardie municipali e lasciavano che parlassero i rappresentanti delle associazioni combattentistiche. Così rinverdivano l'antico motto "né aderire né sabotare". Per i comunisti era più difficile: dovevano dimostrare d'essere – così voleva Togliatti – un partito nazionale, patriottico perfino. Così finivano per subire la retorica della quarta guerra d'indipendenza, dell'italianità di Trento e Trieste ecc. Al mio paese, Giovanni Riggeri, che fu sindaco dal 1953 al 1960, in verità tagliava corto e rendeva omaggio ai caduti per la patria senza tante chiacchiere. Quando fu eletto sindaco Lillo Gueli, che nella discussione interna del Pci a quel tempo simpatizzava per Ingrao, nei suoi discorsi si ascoltavano tortuose argomentazioni: mentre diceva con franchezza che operai e contadini erano andati malvolentieri a quella guerra, sottolineava che l'avevano vinta soprattutto loro e che era cresciuta nelle trincee la solidarietà di classe a scapito delle differenze regionali (una lettura che ricordava il celebre film di Monicelli).
1940 - 1945 - "Comprendere è impossibile". A  maggior ragione se si mescolano i morti nelle guerre
di aggressione in Africa, in Grecia o in Russia, con i partigiani caduti nel corso della Resistenza
Era comunque questa la festa nazionale più celebrata. Fino al 68, in Sicilia, il 25 aprile della Liberazione e il 1° maggio del Lavoro furono soprattutto le feste dei socialcomunisti: solo nei primi anni Sessanta i sindacati della CISL diedero vita a un loro piccolo Primo Maggio, con il prete benedicente e la statua di San Giuseppe lavoratore. Le altre due feste nazionali, il 2 giugno, della Repubblica, e l'11 febbraio della Conciliazione, poi declassata a solennità civile, erano solo un'occasione di vacanza a scuola e negli uffici pubblici.

La cintola di Ermione. Un epigramma di Asclepiade


Mi divertivo un tempo con Ermione
sempre così arrendevole.
Una cintola aveva, o dea di Pafo,
ricamata di fiori e lettere d'oro.
"Amani - vi leggevo - amami tutta
e non esser crucciato
se anche un altro mi possiede".

Epigrammi, Einaudi, 1970 - Traduzione di Alceste Angelini

Morire di gelato. L'Omnibus, Savinio e Giacomo Leopardi (Giuseppe Marcenaro)



Durante un’epidemia di colera, morì di quella “scomodità” che i napoletani chiamano “’a cacarella”. Questo è risaputo e oggi non fa più effetto svelare che Giacomo Leopardi spirasse andando incontro al "suo infinito" seduto sul vaso. Ma quando con impertinente poesia e complicità di goloso, il 28 gennaio 1939, Alberto Savinio lo diffuse con un articolo intitolato Il sorbetto di Leopardi, “lo svelamento” costò la vita al settimanale “Omnibus” su cui era pubblicato.
«Chi di noi non ha pianto sulle miserie fisiche di Giacomo Leopardi? Tanto più profondamente ferisce la nostra poetica compassione la notizia che parte di quelle miserie era dovuta alla irrefrenabile ingordigia del contino. Leopardi era grande amatore di gelati, sorbetti, mantecati, spumoni, cassate e cremolati».
Per questa sonora marachella uno dei più bei settimanali ideati da Longanesi uscì dalla comune. Al regime d’allora dava fastidio che vi fosse un periodico fatto da gente intelligente, capace di pensare con la propria testa, che sapeva scrivere e giocare con miti: tipacci come Barilli, Missiroli, Landolfi, Brancati, Moravia, Patti, Vittorini; inoltre Pannunzio, il futuro e mitico direttore del «Mondo»; e Benedetti anch’egli futuro direttore di alcuni tra i più importanti settimanali politico-culturali del dopoguerra. Giornalisti e scrittori che alla traumatica infungibilità di “Omnibus” si convinsero che dovesse “passare la nottata”. Bisognava aspettare con pazienza che non soltanto si dissolvesse il “regime politico”, ma sbollisse la canea della marmaglia di scemi, analfabeti, illetterati, stelline e vedettes che aveva occupato la scena con fastidiosa caciara. Le storie ogni qualche tempo si ripetono e occorre pazientare con fede.
Quando “Omnibus” nel lontano gennaio 1939 fu chiuso per irrispettosità nei riguardi d’una gloria italiana, l’arguto Savinio e il volitivo Longanesi chinarono la testa di fronte all’ineluttabile. Savinio però volendo difendere l’onore della facezia, avrebbe potuto dimostrare filologicamente, carta alla mano, che già il contino, con nel cuore la «ginestra», si dilettava di «critica gastronomia». Insomma che non era il cupastro imbalsamato dalle accademie, ma un delizioso e scatenato goloso. Sarebbe bastato recarsi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. In quel sublime e babelico universo cartaceo partenopeo i manoscritti di Leopardi erano stati depositati dagli eredi di Antonio Ranieri il quale doveva la sua fama al fatto d’aver sostenuto ampia fronte di Giacomo durane i tremblor di stomaco successivi a qualche augusta gavazzata; ed essersene fatto vanto in un memoriale.
Una fama di badante, quella di Ranieri.
Ebbene tra le carte da lui raccolte e affidate alla magnanima cura dei posteri, tra i manoscritti eccelsi di Leopardi – dall’Infinito a Silvia, dallo Zibaldone alle Operette Morali – un foglietto di 159 millimetri per 58, con l’elegantissima e ineffabilmente chiara grafia del contino, sotto il titolo Lista di cibi, elenca le prelibatezze che facevano percepire a Giacomo gli infiniti piaceri del palato: numerati con ostinata goduria bodin di latte, frittelle di mele e pere, bignés, raviolini, pan dorato, carciofi fritti al burro, con salsa d’uova, eccetera eccetera segnalati al cuoco, nel pieno dell’infuriare dell’epidemia di colera che aveva investito Napoli, quando Leopardi era ospite della sorella di Ranieri, Enrichetta e del marito di lei Amerigo, alla villa De Gennaro Ferrigni di Torre del Greco. Uno strepitoso sibaritismo per il cibo confermato nello Zibaldone: «... voglio mangiare a grand’agio, e con lunghezza di tempo (non parendomi anche che il tempo sia male impegnato in questo, come par che stimino molti, che si affrettano d’ingoiar ogni cosa, e di levarsi su, quasi che questo momento fosse il più bello del desinare)...».

La Stampa, 10 luglio 2004

Gramsci sul multiculturalismo. Da una lettera alla cognata Tatiana (Tania) Schucht, 27 febbraio 1928

Foto segnaletica di Antonio Gramsci nei registri carcerari


Dal Carcere di San Vittore, Milano
Carissima Tania,
[….]
Tu hai letto bene e studiato le idee di Tolstoi? Dovresti confermarmi il significato preciso che Tolstoi dà alla nozione evangelica di «prossimo». Mi pare che egli si attenga al significato letterale, etimologico della parola: «chi ti è piú vicino, quelli della tua famiglia, cioè, e, al massimo, quelli del tuo villaggio»). Insomma, non sei riuscita a cambiarmi le carte in tavola, mettendomi innanzi dimostrativamente la tua bravura di medico, per farmi riflettere meno alle tue condizioni di paziente. Sulla flebite, poi, io mi sono formato una cultura speciale, perché negli ultimi quindici giorni di residenza ad Ustica, ho dovuto ascoltare le lunghe disquisizioni di un vecchio avvocato perugino che ne soffriva e si era fatto arrivare quattro o cinque pubblicazioni in proposito. So che si tratta di un male abbastanza grave e molto doloroso; tu avrai veramente la pazienza necessaria per curarti bene senza fretta? Spero di sí. Io posso contribuire a farti aver pazienza, scrivendoti lettere piú lunghe del solito. È un piccolo sforzo che non mi costerà gran che, se tu ti accontenterai del mio chiacchiericcio. Eppoi, eppoi, sono molto piú sollevato di prima.
La lettera di Giulia ha determinato in me uno stato d'animo piú tranquillo. Le scriverò a parte, un po' a lungo, se mi sarà possibile, perché non voglio farle dei rimproveri e non vedo ancora come potrò scriverle a lungo, senza farle dei rimproveri. Ti pare giusto, infatti, che ella non mi scriva quando sta male o è angosciata? Io penso che, proprio in tali circostanze, dovrebbe scrivermi di piú e piú lungamente. Ma non voglio fare di questa lettera la sezione-rimproveri.
Per farti passare il tempo ti riferirò una piccola discussione «carceraria» svoltasi a pezzi e bocconi. Un tale, che credo sia evangelista o metodista o presbiteriano (mi sono ricordato di lui a proposito del suaccennato «prossimo») era molto indignato perché si lasciavano ancora circolare per le nostre città quei poveri cinesi che vendono oggettini certamente fabbricati in serie in Germania, ma che dànno l'impressione ai compatrioti di annettersi almeno un pezzettino del folklore cataico. Secondo il nostro evangelista, il pericolo era grande per la omogeneità delle credenze e dei modi di pensare della civiltà occidentale: si tratta, secondo lui, di un innesto dell'idolatria asiatica nel ceppo del cristianesimo europeo. Le piccole immagini del Budda finirebbero con l'esercitare uno speciale fascino che potrebbe essere come un reagente sulla psicologia europea ed esercitare una spinta verso neoformazioni ideologiche totalmente diverse da quella tradizionale. Che un elemento sociale come l'evangelista in parola avesse simili preoccupazioni, era certo molto interessante, anche se tali preoccupazioni avessero origine molto lontana. Non fu difficile però cacciarlo in un ginepraio di idee, senza uscita per lui, facendogli osservare:
1°. Che l'influenza del buddismo sulla civiltà occidentale ha radici molto piú profonde di quanto sembri, perché durante tutto il Medio Evo, dall'invasione degli arabi fino al 1200 circa, la vita di Budda circolò in Europa come la vita di un martire cristiano, santificato dalla Chiesa, la quale solo dopo parecchi secoli si accorse dell'errore commesso e sconsacrò il pseudosanto. L'influenza che un tale episodio può avere esercitato in quei tempi, quando l'ideologia religiosa era vivacissima e costituiva il solo modo di pensare delle moltitudini, è incalcolabile.
2°. Il buddismo non è una idolatria. Da questo punto di vista, se un pericolo c'è, è costituito piuttosto dalla musica e dalla danza importata in Europa dai negri. Questa musica ha veramente conquistato tutto uno strato della popolazione europea colta, ha creato anzi un vero fanatismo. Ora è impossibile immaginare che la ripetizione continuata dei gesti fisici che i negri fanno intorno ai loro feticci danzando, che l'avere sempre nelle orecchie il ritmo sincopato degli jazz-bands, rimangano senza risultati ideologici; a) Si tratta di un fenomeno enormemente diffuso, che tocca milioni e milioni di persone, specialmente giovani; b) si tratta di impressioni molto energiche e violente, cioè che lasciano traccie profonde e durature; c) si tratta di fenomeni musicali, cioè di manifestazioni che si esprimono nel linguaggio piú universale oggi esistente, nel linguaggio che piú rapidamente comunica immagini e impressioni totali di una civiltà non solo estranea alla nostra, ma certamente meno complessa di quella asiatica, primitiva ed elementare, cioè facilmente assimilabile e generalizzabile dalla musica e dalla danza a tutto il mondo psichico. Insomma il povero evangelista fu convinto, che mentre aveva paura di diventare un asiatico, in realtà egli, senza accorgersene, stava diventando un negro e che tale processo era terribilmente avanzato, almeno fino alla fase di meticcio. Non so quali risultati siano stati ottenuti: penso però che non sia piú capace di rinunziare al caffè con contorno di jazz e che d'ora innanzi si guarderà piú attentamente nello specchio per sorprendere i pigmenti di colore nel suo sangue.
Cara Tania, ti auguro di ristabilirti bene e presto: ti abbraccio.
Antonio

Febbraio 2018, Barzizza (Bg). La morte del sagrestano

Barzizza, Chiesa di San Nicola
Valle Seriana, 23 febbraio 2018
"Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile: all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile".
Avevano scelto, nel 2014, una citazione di San Francesco d'Assisi i parrocchiani di Barzizza per ringraziare Francesco Loglio, storico sacrista della parrocchia di San Nicola.
Mercoledí 21 febbraio purtroppo i rintocchi delle sue amate campane ne hanno annunciato la morte, all'età di 89 anni. Per tutti era semplicemente Cisco, una vera e propria istituzione della frazione di Gandino, posta ai piedi del Monte Farno. Nell'ambito dell'Associazione San Guido di Anderlecht che riunisce i sacristi, era certamente fra i piú anziani della Diocesi.
"Ha dedicato una vita alla sua parrocchia - ricordano i sacerdoti don Innocente Chiodi e don Giovanni Mongodi - vivendo la chiesa come una seconda casa, prezioso e discreto custode dei beni artistici, della devozione e della cultura popolare locali. Sino a poco tempo fa, prima della malattia da cui purtroppo non si è ripreso, ha partecipato alle messe, impegnandosi spesso anche nell'intonazione dei canti. La comunitá gli deve sincera e affettuosa gratitudine".

Da “Montagne, interValli e Paesi news”, quotidiano on line

Fotografia. Quel genio di Irving Penn (Eleonora Attolico)



«Fotografare un dolce può essere una forma d’arte», diceva Irving Penn. Nella foto After Dinner Games (“giochi da dopocena”), il cavallo degli scacchi, i dadi e le carte intorno alla tazzina da caffè diventano una natura morta. Quello scatto non ha nulla da invidiare a una tela di Picasso. E non a caso si parla di lui visto che Irving Penn lo immortalò nel 1957, a Cannes, nella sua villa La Californie. I due erano
Aggiungi didascalia
amici. Il ritratto in bianco e nero del pittore spagnolo fa parte della retrospettiva allestita al Metropolitan Museum di New York. Si intitola Irving Penn: Centennial e celebra il centenario della nascita del maestro americano (1917- 2009). Sarà aperta dal 24 aprile al 30 luglio per poi approdare a Parigi al Grand Palais (da settembre di quest’anno a gennaio 2018) e successivamente in Brasile a San Paolo.
Il motivo dell’esposizione non è solo anagrafico. Il curatore, responsabile del dipartimento di fotografia del Met, Jeff L. Rosenheim, ha messo in luce la recente donazione di centocinquanta immagini da parte della Irving Penn Foundation. In mostra ne sono esposte circa duecento. Il Metropolitan, già dal 1959, ha cominciato a raccogliere gli scatti di Irving Penn anche grazie all’impegno di Maria Morris Hambourg che racconta, in un testo del catalogo, diversi aneddoti sul fotografo. L’esposizione ripercorre la carriera di questo poliedrico artista che, con i suoi clic, svela un’epoca e un mondo. Non solo quello patinato della moda e delle campagne pubblicitarie. In mostra anche immagini etnografiche come quelle dei quechua di Cuzco, in Perù: una popolazione che, pur appartenendo a diversi gruppi etnici, ha in comune la stessa lingua, il quechua per l’appunto. Penn, da sempre attratto dall’esotismo, li andò a cercare alla fine degli anni Quaranta. Tempo dopo, negli anni Settanta, si recò anche in Benin, Nuova Guinea e Marocco per raccontare, attraversare le immagini, usi e costumi di varie tribù.
Audrey Hepburn
Colpisce la meticolosità di Penn qualunque fosse il soggetto. E la varietà. Gli occhi del visitatore si accendono di curiosità davanti ai personaggi famosi. In particolare Truman Capote, Peter Ustinov, Spencer Tracy, Jean Cocteau, Colette, Francis Bacon, Audrey Hepburn. Chiuse la bocca a Marlene Dietrich, che pretendeva di dirgli come posizionare le luci: «Tu, per favore, fai la Dietrich, io il fotografo». Impiegava in media tre ore per realizzare un ritratto. Tra gli stilisti immortalò anche Elsa Schiaparelli (1948), un giovanissimo Yves Saint Laurent (a Parigi nel 1957) e Gianni Versace all’apice della carriera (a New York nel 1987). Splendide anche le modelle avvolte negli abiti di Christian Dior, Cristobal Balenciaga, Christian Lacroix e Issey Miyake. 
Spicca la bionda indossatrice svedese, conosciuta nel 1947 su un set fotografico e diventata sua moglie: si chiamava Lisa Fonssagrives (scomparsa nel 1992); la sua foto in un abito lungo di Rochas a sirena è un’icona della fotografia di moda mondiale e fu scattata a Parigi nel 1950. Gli diede un figlio, Tom. Ricordando la famiglia, va ricordato il fratello minore, Arthur, regista e produttore (tra i suoi film più noti, Gangster Story con Warren Beatty e Faye Dunaway e Il piccolo grande uomo con Dustin Hoffman).
Tornando a Irving, va detto che, pur avendo lavorato da Vogue, era capace anche di raccontare il popolo. Ecco allora i pasticceri di Parigi, i macellai di Londra, i trasportatori e i pescivendoli. Poteva passare dal racconto della vita quotidiana all’estetica pura. Prova ne sono gli still life di fiori con i papaveri in movimento, le prove sulle sigarette degli anni Settanta, ma anche gli artistici nudi realizzati nel biennio ’49-’50.
Nato nel 1917 a Plainfield, New Jersey, da una famiglia ebrea russa, studiò a Filadelfia a quella che oggi si chiama University of the Arts. Scelse prima la pittura ma si rese conto, a un certo punto, di non essere così portato. Si specializzò, negli anni universitari, in disegno pubblicitario con Alexey Brodovitch, allora caporedattore di Harper’s Bazaar, che gli pubblicò diversi bozzetti. Per un periodo lavorò nel grande magazzino Saks Fifth Avenue occupandosi di art direction e pubblicità: fu il primo approccio con il mondo della moda. Poi, in pieno conflitto mondiale, partì per un viaggio attraverso gli Stati Uniti e il Messico, stabilendosi per un periodo a Coyoacàn. Il Messico era, a quel tempo, terra di artisti e fotografi come Tina Modotti ed Henri Cartier-Bresson, per non parlare di Diego Rivera e Frida Kahlo. Piacque anche a tutta la cricca dei surrealisti di André Breton.
Al rientro dal Messico, nel 1943, distrusse i dipinti che aveva fatto, ma non le foto: anzi, le fece vedere all’art director di Vogue America, Alexander Liberman, che dopo una rapida occhiata capì subito che il ragazzo aveva occhio e talento; gli propose, quindi, di entrare a far parte del magazine. 
Da allora, Irving Penn ha sempre pubblicato copertine e servizi fotografici per questa rivista, sperimentando quanto più poteva. La moda come gioco, esaltazione, esercizio di stile. Studiava la piega di ogni abito di alta moda, e in particolare amava quelli di Cristobal Balenciaga che considerava sculture di stoffe. Se si vuole parlare d’arte e delle fonti di ispirazione, le donne immortalate con questi abiti ricordano quelle di pittori come Giovanni Boldini, John Singer Sargent e Franz Xaver Winterhalter. Bellezza e dramma.
Penn ha anche conosciuto la guerra da vicino: verso la fine del conflitto scattò le foto e guidò le ambulanze per l’American Field Service in Italia, a Napoli e nei dintorni, e percorse parte dell’ex Jugoslavia.
Il fotografo statunitense ha sempre alternato soggetti forti a situazioni più frivole e ben remunerate. A partire dagli anni Cinquanta si lanciò nelle campagne pubblicitarie: tra i clienti, General Foods, De Beers e le grandi case di cosmetica come Clinique e L’Oréal. In mostra è presente la magnifica bocca piena di rossetti realizzata nel 1986, una foto attualissima.
Truman Capote
Ci sono aspetti di grande modernità nel modo di fotografare di Penn. Ad esempio fu tra i primi a epurare, cioè a scegliere semplici fondali bianchi o grigi per far risaltare il soggetto, che spesso posizionava davanti a due fondali disposti ad angolo: lo fece con Georgia O’Keeffe, Martha Graham, Marcel Duchamp e Igor Stravinskij. Inoltre, è stato uno sperimentatore anche nel modo di stampare utilizzando varie tecniche.
Durante la mostra ci sono in programma anche alcuni incontri pubblici: uno dei più interessanti, per chi capita a New York il 25 aprile, è quello con con Leonard Lauder, l’ex presidente della Estée Lauder. Il magnate dei cosmetici racconterà il rapporto di amicizia e lavoro con il fotografo; per assistere alla conferenza si pagherà un biglietto di 45 dollari, un modo per aiutare il Metropolitan. Il museo fu molto amato da Irving Penn, che morì otto anni fa, ultranovantenne, a pochi isolati da qui.

Pagina 99, 21 aprile 2017

22.4.19

Non è dito. Un epigramma di Marziale



O Lesbia, tu pretendi che sia dritto
per te sempre il mio pene;
ma, credimi, la minchia non è dito.

Tu lo incalzi con mani delicate
e dolci paroline,
ma la faccia imperiosa non aiuta.

Stare iubes semper nostrum tibi, Lesbia, penem:
crede mihi, non est mentula quod digitus.
Tu licet et manibus blandis et vocibus instes,
te contra facies imperiosa tua est.

Marziale, Epigrammi, VI, 23 – Trad. Salvatore Lo Leggio

In morte di un giovanissimo barbiere. Un epigramma di Marziale



In questa tomba Pantagato giace,
portato via ch'era ancora ragazzo,
cura e dolore per il suo padrone,
abile nel tagliare i suoi capelli
toccando appena le forbici, bravo
nel radere le sue guance pelose.
Terra, tu sii per lui mite e leggera:
è tuo dovere; ma non riuscirai
ad esser più leggera della mano
di quell'artista.

Hoc iacet in tumulo raptus puerilibus annis
Pantagathus, domini cura dolorque sui,
Vix tangente vagos ferro resecare capillos
Doctus et hirsutas excoluisse genas.
Sis licet, ut debes, tellus, placata levisque,
Artificis levior non potes esse manu.

Marziale, Epigrammi, V, 52 - Traduzione S.L.L.

La poesia del lunedì. Octavio Paz (Città del Messico 1914-1998)



Invio
Come sul muro unghie spezzate incidono
un nome, una speranza, una bestemmia,
sulla carta, sopra la sabbia scrivo
queste parole male incatenate.
Tra le loro aride sillabe un giorno
forse t’arresterai: premi la polvere,
spargi la cenere, sii loro lieve
come la luce immemore e leggera
che brilla su ogni foglia, su ogni pietra,
dora la tomba e dora la collina
e nulla la trattiene né l’affretta.

in Poeti ispanoamericani del '900, a cura di Francesco Tentori Montalto, Iascabili Bompiani, 1987

18.4.19

Politica e teatro (Karl Kraus)



La politica è effetto di scena.
Quando Shakespeare traversava il palcoscenico, per qualsiasi pubblico il rumore delle armi copriva i pensieri. La grandezza di Bismarck, che sapeva dar forma creativamente al materiale politico — e perché mai, per un artista, anche l’esperienza più terrestre non dovrebbe svilupparsi e diventare creazione? —, si misura col metro dell’azione teatrale, sull’effetto delle entrate e delle uscite. E se noi Tedeschi temiamo Dio e null’altro al mondo, perfino lui non lo riveriamo certo per la sua personalità ma per il rumore dei suoi tuoni.
Politica e teatro: il ritmo è tutto, niente il significato.

Detti e contradetti, Adelphi, 1972

Una splendida dama. Elsa De Giorgi interpreta Desdemona

Otello con Desdemona addormentata, Christian Köhler, 1859

La mia Desdemona non era una vittima predestinata dalla propria mitezza a un despota barbaro e geloso, ma una splendida dama del Rinascimento veneto, seni al vento tra i broccati che scambiava arguti madrigali con Cassio nel linguaggio estetico di una comune cultura la quale poteva ben giustificare la gelosia del fazzoletto e la sordida trama ordita da Jago. D’altronde il contrasto tra la visione luminosa della Rinascenza veneta e quella abbuiata di razze umiliate, Shakespeare l'ha ribadita con Porzia, nella crudeltà del castigo cristiano ritorto contro Shylock nel Mercante di Venezia. Otello come Shylock sono le vere vittime delle due opere.

Da Elsa De Giorgi, Ho visto partire il tuo treno, Universale Feltrinelli, 2017 (I ed. 1992)

A Nina che ha paura. Una poesia di Fabio Pusterla (Mendrisio 1957)



Gli scricchiolii notturni e quel silenzio
irreale: foglie, voci lontane, uno sciacquío
forse di grossi pesci nel lago. Anche la luna
che passa ha la sua voce
lunare, di capra gialla. Ed è il tuo turno,
stavolta, di vegliare
su me, sul mio respiro
che ogni poco svanisce nel buio.
Ma non pensarci, se puoi,
non preoccupartene;
so troppo bene cos’è svegliarsi di notte,
tendere invano l’orecchio, maledire
il nulla che ti attornia,
un muro inerte.



da Pietra sangue, Marcos y Marcos, 1999

16.4.19

Intervista a Joan Baez: «Addio alle scene, non controllo più la voce» (Andrea Laffranchi)



Abituiamoci all’idea di non avere più le star della musica al nostro fianco. Che sia per cause naturali, per morti violente o per scelte consapevoli, i miti che hanno costruito la storia del rock stanno lasciando un vuoto. Solo Jagger e gli Stones sembrano eterni. Il 2016 è stato l’anno delle morti, da Bowie a Prince, da George Michael a Leonard Cohen. Quello appena iniziato si annuncia come l’anno degli addii. Prima che sia troppo tardi. Prima che sia il corpo a dire basta.
In questi mesi hanno annunciato il loro ritiro dalle scene Paul Simon, Elton John, Ozzy Osbourne e Neil Diamond. Basta concerti. Nella lista c’è anche Joan Baez, 77 anni, l’usignolo folk, amante e musa di Dylan, uno dei simboli della canzone di protesta degli anni Sessanta. Che pubblica venerdì il nuovo album Whistle Down the Wind, raccolta di cover e brani inediti, e che ha annunciato un tour di addio di passaggio in Italia la prossima estate (5 agosto Verona, 6 Roma, 8 Udine e 9 Bra)

Ci dobbiamo abituare a perdervi?
«Non possiamo cantare fino alla morte (ride). Per me è una questione di corde vocali: sono diventate più difficili da governare e questo rende il canto faticoso. Ci vuole più allenamento prima e sul palco devo prestare più attenzione. Quando ho iniziato non dovevo fare nulla di tutto questo».

Questo album riflette la scelta?
«In queste canzoni guardo alla mia età, a quello che mi sta attorno, al passato e a quello che faccio ora come donna. Voglio dipingere e smetterla con questi tour che ti portano in giro per 6 settimane su un bus. Non ho più 45 anni, non sono più obbligata a farlo».

Visto che il disco precedente è di 10 anni fa è un addio anche all’attività discografica?
«Credo che sarà il mio ultimo disco ufficiale, anche se magari troverò ispirazione per altro».

Ritiro totale quindi?
«Magari mi vedrete per 25 minuti a un festival folk se mai sentirò l’esigenza di sostenere una causa politica. E mi sembra che in questo momento ce ne sia bisogno, non solo in America».

Nella cover di Last Leaf di Tom Waits si paragona all’ultima foglia...
«Alla mia età sto diventando una delle ultime foglie sull’albero, come Elton John o Neil Diamond… E diamo il mio benvenuto ai nuovi. Ma è da leggere in chiave ironica».

Another World, cover di Anohni, la vede alla ricerca di un mondo diverso…
«Non sono ottimista su come vanno le cose nel mondo. Sono realistica».

Era più ottimista negli anni 60, quando sembrava che si potesse cambiare il mondo con una canzone?
«Grazie a We Shall Overcome (canzone di Pete Seeger, inno del movimento per i diritti civili ndr) qualcosa abbiamo ottenuto. Però non ho mai avuto l’illusione che quella canzone potesse portare la pace nel mondo».

Nella musica di oggi l’impegno è evaporato...
«Il decennio che ha prodotto me, Dylan, Joni Mitchell e Jimi Hendrix e che è proseguito con Beatles e Rolling Stones, ha visto talenti che non si possono paragonare a quelli di oggi. Non si può pensare di replicare. Ci sono molte belle canzoni ma non una come Blowin’ in the Wind di Dylan. Fino a che nessuno la scriverà ci sarà un buco da riempire».

Trump non sveglia le coscienze dei musicisti?
«Non mi sarei mai immaginata uno scenario così folle e ogni giorno ci chiediamo quale sarà la prossima terribile idea che verrà fuori da questo governo. Se anche morisse oggi avremmo gli stessi problemi ma non uno così schifoso come presidente».

Torniamo all’album dei ricordi. Il primo concerto?
«A 15 anni, alla festa del liceo. A un certo punto mi hanno passato una chitarra così grande che mi arrivava alle ginocchia e non avevo idea di come regolarla per poterla suonare più comodamente. Ho ancora la foto. La prima volta in maniera professionale direi invece il Festival di Newport del 1959».

Quello in cui venne soprannominata la Madonna scalza… Si sta preparando all’ultimo concerto, al momento in cui si spegneranno le luci?
«Non la vivo in maniera così drammatica. Sarà certamente un momento importante per me. E anche per i musicisti e per tutto lo staff. Immagino che ci sarà dello champagne per festeggiare. E poi andrò avanti. Credo che in un secondo momento arriverà la nostalgia, ma adesso penso proprio che sia la scelta giusta».

Champagne e lacrime?
«Penso proprio di sì».

Corriere della sera, 26 febbraio 2018

statistiche