14.12.09

1989. Il cambiamento in peggio. (Un libro di Angelo D'Orsi)


Non ho ancora preso mesata e tredicesima e sono costretto a spaccare il centesimo. Ma dopo il 16 voglio comprare il libro di D'Orsi, 1989. Del come la Storia è cambiata, ma in peggio, Ponte alle Grazie. Costa 16 euri ma il mio libraio mi fa lo sconto. Eccone qui due recensioni. La prima di Gianfranco Pagliarulo da "Aprile online" del 6 novembre, la seconda di Mattia Feltri da "La Stampa" dell'8 novembre.

1. Deregulation e connessioni mafiose (G. Pagliarulo)
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Presumo che Angelo d'Orsi, professore di storia del pensiero politico a Torino, abbia titolato il suo ultimo lavoro, "1989", alludendo al romanzo di Orwell. Gli angoscianti ossimori di "1984" - la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza - si ritrovano nella sostanza (e spesso nella forma; basti pensare alla "guerra umanitaria") nelle pagine di d'Orsi. La differenza è che, mentre Orwell immaginava un futuro di spaventosa alienazione incardinato su nuove forme di dispotismo globale, d'Orsi si limita a registrare l'infinito campionario di orrori che ci è passato davanti in questi vent'anni ed ancora continua a passare.
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"1989 - Del come la storia è cambiata, ma in peggio" (Ponte delle Grazie) è un riepilogo ragionato degli eventi essenziali dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, a partire dall'amara delusione di chi, dopo quella caduta, si attendeva un mondo migliore. Il post-Ottantanove "fu il trionfo del capitalismo, nella sua variante più selvaggia: fra assoluta deregulation e connessioni mafiose, che in alcuni Stati giunsero a vertici assoluti".
Un mondo caratterizzato dalle ‘neoguerre' dove l'incommensurabilmente più forte annichilisce l'incommensurabilmente più debole. Salvo poi ritrovarsi con un dominio senza egemonia, e con un odio globale che cova sotto la cenere di migliaia di bombardamenti: "Gli Stati Uniti hanno conquistato il dominio, ossia una supremazia militare, peraltro sfidata in varie plaghe della terra, ma non sono riusciti affatto a costruire un'egemonia". D'Orsi ripercorre con puntigliosità le due guerre irachene, la catastrofe iugoslava corredata dall'assalto finale alla Serbia, "l'ultima questione coloniale", cioè la vicenda israeliana e palestinese fino ai massacri di Gaza, "la guerra contro i bambini", l'ininterrotto dramma dell'Afghanistan. E ne cerca, trovandoli, molti fili conduttori, "cose che voi umani non potete nemmeno immaginare", afferma citando il cyborg di Blade Runner.
Quali cose? La "disumanizzazione del nemico", non nuova, ma che "mai era giunta a tali abissi", il "negare a certi individui il loro statuto di esseri umani", da Camp Delta a Abu Graib, ma anche nelle modalità delle guerre, condotte con ferocia e cinismo senza pari (armi di sterminio di massa, torture, stragi efferate, inutili e immotivate di militari e di civili, distinzione insignificante e per qualche aspetto impossibile nelle neoguerre). L'uso reiterato e consapevole della menzogna, al punto che le notizie erano (o sono?) svuotate dei fatti, cioè di ciò che realmente è accaduto. Assieme alla menzogna, il "memoricidio", cioè la negazione dell'evidenza del passato e la sua trasformazione in un passato virtuale, mai avvenuto. Il "diritto assoluto", nel senso letterale, cioè "sciolto" dal controllo della legge. La legge si identifica nella forza?. La "dittatura del capitalismo", che si manifesta anche nel prospero Occidente, come drammaticamente testimoniato dal rogo della Thyssen-Krupp, e di conseguenza il dominio dell'economia sulla politica. La "postdemocrazia": "la democrazia dei sondaggi, che inesorabilmente si sposa con il populismo, prevalentemente mediatico, è una depravazione del sistema, che alla lunga conduce al di fuori di esso". La "guerra dei mondi", contro il subdolo nemico che oggi è visto come un impasto strano di comunismo, fondamentalismo, terrorismo, islamismo. Si potrebbe continuare a lungo.
D'Orsi si sofferma sul ruolo e la responsabilità degli intellettuali che troppo spesso oscillano fra "il machiavellismo degli stenterelli" e "l'esiziale interventismo democratico" che ha reclutato uomini di cultura nelle file dei persuasori, dei giustificatori, degli inventori di slogan, dei costruttori di ‘verità' insomma, sulla base di un ricorso disinvolto al supermercato della storia, in nome della superiorità dell'Occidente ed il suo diritto-dovere di esportare il proprio modello politico, economico, culturale. E del suo ‘diritto' ad imporre la legge della forza, non potendo avere dalla sua la forza della legge.
La lezione che trae d'Orsi da questo orrendo ventennio si rifà alle parole di Miguel de Unamuno verso uno dei capi della sedizione militare contro la Repubblica spagnola: "Vincerete, ma non convincerete. Vincerete, poiché avete gran quantità di forza bruta. Ma non convincerete, perché convincere significa persuadere,e per persuadere occorre qualcosa che vi manca: ragione e diritto nella lotta". Il messaggio di d'Orsi è di un pessimismo devastante: "Il mondo va a gran velocità verso il suo iceberg, tranquillo, in una notte senza luna e senza stelle".
Si dirà che in questo lavoro manca la politica, la diplomazia, l'analisi dei lati potenzialmente positivi, la proposta. Credo che effettivamente tutto ciò manchi. Ma d'Orsi si limita a fare il suo mestiere, e cioè lo storico, e a dedurre dalle dure repliche della storia le possibili tendenze. L'analista ci sbatte in faccia la realtà per quella che è e non per come viene manipolata, secondo lo slogan di "1984": "chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato". E l'Autore fa giustizia dei luoghi comuni sulla necessità di dimenticare il 900, secolo di totalitarismi, di guerre, di massacri. Tutto vero, ma la plumbea alba del nuovo secolo annuncia maggiori catastrofi: all'equilibrio del terrore, che ha caratterizzato il dopoguerra, è succeduto un terrore senza alcun equilibrio. Nessuna speranza dunque? Quasi: "Dopo l'Ottantanove, se altri muri erano possibili, lo erano altresì altri socialismi. Da pensare, intanto, e poi, chissà, da realizzare". Già, chissà!

2. Un pianeta in delirio (Mattia Feltri)
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Come la democrazia senza dissenso muore, così la storiografia morirebbe senza revisionismo: resterebbe soltanto spazio per l’aggiornamento cronachistico. Ora che rivediamo Mstislav Rostropovic suonare il violoncello sotto il Muro, e le celebrazioni del ventennale sono comprensibilmente ampie, concordi e zuccherose, l’attività più corroborante che si possa intraprendere è di leggere 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio di Angelo d’Orsi, e vale anche per chi, alla fine, s’accorgerà di non averne condiviso un rigo. E’ un libro (edito da Ponte alle Grazie, 316 pagine per 16 euro) che ha una tesi per nulla dissimulata, sin dal titolo, e cioè che il mondo scaturito dall’implosione del comunismo non sia poi un granché, anzi è di certo peggiore e buona parte di quelli che la notte del 9 novembre si lanciarono all’abbattimento del Muro se ne sarebbe rimasta a casa, avesse immaginato il futuro.

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Il futuro è oggi, e cioè un pianeta in delirio, dove le guerre si sono moltiplicate e inferocite, alimentate dalle menzogne dei potenti, dalla bramosia dei ricchi, e dove i poveri ne fanno le spese più di prima, e su di loro campa la globalizzazione, o il disordine globale. Un pianeta in cui si organizzano e santificano nuove crociate, si disumanizza il nemico, si sfruttano nuovi schiavi, ci si impantana in abissali crisi economiche e politiche, si autorizzano ladrocinii e oligarchie. Sono democrazie senza democrazia, cittadini involuti a sudditi.

È colpa dei vincenti che si vogliono divorare tutto, in qualche forma compartecipano alla distruzione delle Torri Gemelle - la cui narrazione ufficiale ed elegiaca presenta «punti oscuri» - si danno ai conflitti mediorientali per ragioni di quattrino più che di libertà, e così via. Pure il bombardamento della Serbia per dare paga a Slobodan Milosevic niente altro fu se non un passaggio dell’imposizione universale del buon capitalismo. Ma è anche colpa degli sconfitti, che da un giorno all’altro hanno cancellato sé stessi, rinnegato la loro storia e il comunismo, buttato via il bambino con l’acqua sporca. I partiti fin lì associati al socialismo reale hanno abbandonato la loro ragione d’essere, e cioè partiti delle classi proletarie. Gli intellettuali si sono ridotti a esperti di marketing, i politici a ribaltonisti dell’autobiografia, al massimo a pentiti costretti dagli eventi.

Al netto del gulag, del Terrore staliniano o brezneviano, delle torture e degli ammazzamenti negli scantinati delle polizie segrete, dell’abolizione dei minimi diritti democratici - da quello di voto a quello d’espressione - al netto di tutto questo, segnala d’Orsi, c’erano società che meglio sapevano distribuire le (scarse) ricchezze, creare occupazione, elargire sussidi e social benefit. Insomma: bisognava ripartire da lì, e rimettere in piedi nuovi socialismi, anziché consegnarsi a un pensiero unico che ci condurrà dritti a nuovi muri, a coltelli alla gola, all’apocalisse. Sono tesi nette, ardite, esposte con un linguaggio chiaro e al limite del bellicoso, un Goodbye Lenin consapevole e privo di ironie, ma arriva a conclusioni da tempo nell’aria, costruite con i mattoncini distribuiti negli anni da Noam Chomsky, Michael Moore, Naomi Klein, tutto un filone che non poteva sfuggire alla rivalutazione finale del mondo precedente.

D’Orsi ci mette in più il rigore dello storico che non malcela le proprie opinioni, ed è facile prevedere che, stappata la bottiglia, in molti se ne attaccheranno al collo. Arriveranno altri manuali di storia, memorie personali e nostalgiche, opere cinematografiche, tutte cose sin qui lasciate a residuali organizzazioni marxiste-leniniste.

L’idea che il comunismo fu perlomeno un grandioso e tragico sforzo di migliorare la condizione umana e riconsegnarla a una parvenza di giustizia, è un’idea non così catacombale ma tuttavia poco ospitata. E in questa melassa d’anniversario, applicata come al solito anche alle cause migliori, trovare uno che dica «non ci sto», leggerlo, anche respingendone le tesi ispiratrici e il coronamento, ragionarci sopra senza pregiudizi, è cosa che fa bene, poiché l’agiografia di se medesimi è un’operazione che mai ha portato qualcosa di buono.




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