22.12.09

Soffrire più in alto. Per gli 80 anni di Benedetto Croce (Emilio Sereni)

Emilio Sereni

Nel 1946, in occasione dell'ottantesimo compleanno di Benedetto Croce, Emilio Sereni, uno dei massimi esponenti del Pci, gli dedicò un articolo, che pubblicò nelle pagine quotidiano comunista meridionale "La Voce" con il titolo Da lavoratore a lavoratore. Ne ripropongo qui la parte più significativa.
Benedetto Croce


Da lavoratore a lavoratore
A voi rappresentante e continuatore illustre di una antica, gloriosa tradizione italiana di umanesimo, vogliamo porgere il saluto anche e proprio di quei vostri paesani che non hanno mai letto un rigo delle vostre opere. E' umanità, un'altra umanità anche quella... Non sanno di dialettica dei distinti, don Benedetto, sono gli umiliati e gli offesi, i figli del bisogno e della lotta; e quanto a distinzione, conoscono solo quella tra oppressori e oppressi, tra sfruttatori e sfruttati. Non sanno, nemmeno, di classe etico-politica e di storia: ma sono state vittime designate di una storia presente, che ha disperso le loro famiglie, e ha devastato le case, le officine e i campi d'Italia. E hanno imparato, a una scuola rude e brutale, che il privilegio della ricchezza e della cultura non è bastato alla vecchia classe dirigente per avviare l'Italia ad una pace operosa, ad una ricostruzione fraterna. Hanno imparato, e vogliono che cambi. Non hanno a dispregio, no, la cultura, come non dispregiano gli agi della ricchezza. Vogliono "conquistare" la cultura. Nè sognano ingenuamente, don Benedetto, di una umanità senza gare, senza contrasti, senza sofferenze. Non è tra i figli del bisogno e della lotta che alligna questa trista ingenuità. Vogliono la libertà, e le gare e le sofferenze della libertà. Voi avete detto una volta, della consolazione della filosofia, che essa dà questo all'uomo: non l'impossibile libertà dal dolore ma di "soffrire più in alto". Essi lottano, come voi, per un mondo in cui sia dato all'umanità di soffrire più in alto. E vi vogliono bene, don Benedetto, anche se non vi conoscono: perché, al di sopra dei contrasti di un'Italia dilaniata, sanno riconoscere in voi, lavoratore, pur così lontano, una comune umanità nuova.

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