16.12.09

Veneziani lo stalinista. Tirannicidio e resistenza all'oppressione (S.L.L.)


Su "Il giornale" di stamani è pubblicato un articolo di Marcello Veneziani dal titolo Chi grida al tiranno legittima il tirannicidio che è un concentrato di ignoranza e di servilismo.
Il suo succo è nel periodo seguente: "Si sa che per abbattere il tiranno è ammesso anche il tirannicidio, lo dice anche la giurisprudenza liberale e democratica. In difesa della libertà e dei diritti umani si può anche uccidere il dittatore. Saddam docet. E se si giudica tiranno Berlusconi, se lo si definisce pubblicamente in questo modo, si legittima l’attentato contro di lui e si ritiene lecita ogni violenza pur di eliminare il despota". Ridotto all'essenza il ragionamento di V. è un classico sillogismo aristotelico: se è lecito uccidere il tiranno (premessa maggiore) e se Berlusconi è un tiranno (premessa minore), allora è lecito uccidere Berlusconi (conclusione). Ma al di là di ogni storica e filosofica riserva sulla logica formale di Aristotele e degli aristotelici, è ovvio che il sillogismo conduce al vero solo quando rigorosamente vere siano le sue premesse. Al contrario quando entrambe (o anche una sola di esse) siano o false, o probabili, o vere solo in parte, anche la conclusione perde il suo valore e tutto diviene un artificio dialettico, un inganno della parola.
Analizziamo pertanto le premesse. Più che dalla giurisprudenza liberale il "diritto al tirannicidio" nasce all'interno dell'etica repubblicana e aristocratica dell'antichità classica ed è esemplificato dai due Bruti, l'uccisore di Tarquinio il Superbo e quello di Giulio Cesare. Eroi di questo tipo tornarono in auge nel secondo Settecento, specie grazie a intellettuali e letterati di origine nobiliare come Alfieri, nelle cui tragedie ce n'è quasi una galleria. Il tirannicidio trovò poi spazio nella cultura giacobina che dell'uccisione di Luigi XVI fece quasi l'inizio di una nuova era.
La liceità dell'uccisione del tiranno, tuttavia, non è affatto connaturata alla "giurisprudenza liberale e democratica", e gli stessi giacobini condannarono a morte il "cittadino Luigi Capeto" solo dopo un processo in cui l'accusavano di intesa con lo straniero. Questo fu il capo d'accusa che lo portò alla ghigliottina e non il suo ruolo di monarca assoluto.
La giurisprudenza liberale e democratica prevede in verità per i popoli e per i singoli una cosa affatto diversa dal tirannicidio, cioè il "diritto di resistenza all'oppressione". Questo diritto implica la possibilità di violazione delle leggi, ma non contiene di necessità l'uccisione del tiranno. Com'è noto i teorici della nonviolenza, da Tolstoi a Gandhi fino a Capitini, rifiutano la violenza più o meno armata ed esaltano mezzi quali lo sciopero, la disobbedienza civile individuale o di massa, le pacifiche manifestazioni, i digiuni, la resistenza passiva, non solo per il loro valore etico ma anche in termini di efficacia. Ma anche quei pensatori democratici e socialisti che non escludono la lotta armata come strumento di lotta politica, la considerano una scelta estrema, cui ricorrere quando le altre strade risultino precluse. L'esempio citato da Veneziani, lo strazio di piazzale Loreto, che nessuno oggi giustifica e che si spiega nel quadro di una guerra in cui "pietà era morta", è un maldestro tentativo di ribaltare la frittata. C'è di più. In una situazione di relativa normalità i democratici, i liberali, i socialisti, i comunisti, anche quelli che non rifiutano per principio la lotta armata, conoscono la storia e sanno perfettamente che la violenza di qualche sconsiderato offre ai tiranni (ed anche a regimi più blandamente autoritari della tirannide) un'occasione di propaganda vittimistica e un mezzo per togliere a tutti diritti e libertà.
Quanto alla seconda premessa, che il cavaliere Berlusconi sia un tiranno e che il suo governo sia un regime fascista, il Veneziani fa l'indignato: in Italia ci sarebbero libere denunce televisive senza che nessuno sia eliminato, incarcerato e perseguitato. "Una tirannide, anche velata, - scrive - non ammette il dissenso, soffoca le voci ostili, sopprime i suoi avversari... Da noi invece coloro che dicono di trovarsi in una dittatura si presentano tranquillamente alle elezioni, aumentano perfino i loro consensi mentre perdura la presunta dittatura ". Secondo questo ragionare manicheo nel mondo c'è il bianco e c'è il nero, c'è la tirannide e c'è la libertà, e nient'altro. E invece no. La realtà degli stati e dei regimi dimostra che sono possibili innumerevoli combinazioni. Sappiamo che l'onorevole Berlusconi è stato pronto a dare una patente di "democrazia" al regime del suo amico Putin ed è andato vicino a darla a quello del suo amico Gheddafi, perchè in Russia o in Libia si vota, ma perchè sussistano condizioni piene di democrazia politica non è sufficiente l'esistenza di un'opposizione legale o il ricorso periodico alle elezioni, occorrono regole, diriritti collettivi e individuali che permettano alla dialettica democratica di dispiegarsi. A mio avviso il governo di Berlusconi tende a ridurre gli spazi dell'opposizione e del dissenso attraverso misure amministrative in attesa di un attacco più diretto alla Costituzione. Esso prefigura un autoritarismo politico e sociale in cui, secondo la prassi dei fascismi, il sostegno popolare passa attraverso la creazione sistematica di un nemico esterno ed interno, e dunque usando razzismo, xenofobia, paura e odio del diverso come strumenti di attivazione del consenso. Si può parlare di regime fascista? No, non ancora almeno, ma è difficile parlare di una democrazia sana.
Quali scopi ha il capzioso e ignorante argomentare di Veneziani? Leggiamone la prosa da mazziere.

"D’ora in poi dev’essere chiara una cosa: chiunque definisce tirannide o regime fascista il governo di Berlusconi si assume la responsabilità politica e civile di mandante morale delle aggressioni subìte da Berlusconi e di ogni altro eventuale attentato". Questo già all'inizio dell'articolo. Poi, verso la fine: "Ora, dopo aver accusato il premier - oltre che mafioso, buffone, corrotto, erotomane e altro - di essere tiranno e dittatore fascista, e perfino coinvolto nelle stragi di mafia, sia ben chiaro a tutti che ogni atto violento troverà in questa accusa così palesemente falsa e tendenziosa, atta a turbare l’ordine pubblico, la sua origine e il suo mandante, politico, morale e culturale. Questo sia ben chiaro in modo particolare alla sinistra radicale, alla stampa e alla tv giacobina, ai delinquenti di facebook che inneggiano a quel criminale, ai dipietristi che parlano di dittatura fascista, alle rosybindi e a tutti coloro che usano simili espressioni per demonizzare e abbattere Berlusconi".
Il primo scopo lo esplicita il linguaggio. Espressioni come "accusa falsa", "turbare l'ordine pubblico", "delinquenti" tendono a criminalizzare l'opposizione e a giustificare conseguenti misure liberticide. Ma è soprattutto il reiterato termine "mandante" che illumina quanto ridicolo e fuori luogo sia il riferimento alla "giurisprudenza liberale e democratica" di Veneziani. Chi più di ogni altro mandò a morte o nei gulag come mandanti morali gli oppositori, in genere comunisti, fu il famigerato procuratore staliniano Vishinski. Perchè vi sia un mandante - è fin troppo ovvio - occorre che a qualcuno sia affidato esplicitamente un mandato; ma, dopo l'uccisione di Kirov ed altri presunti atti di violenza trotzkista, il giureconsulto di Stalin inventò e usò a man bassa la categoria della "responsabilità oggettiva". Veneziani si colloca sulla stessa lunghezza d'onda. Uno può condannare ad alta voce la violenza perchè antidemocratica, perchè immorale, perchè inefficace e perfino controproducente, può provare ed esprimere solidarietà sincera con il Cavaliere colpito dalla statuina, tutto questo non importa. Se critichi in Parlamento e sulla stampa, se denunci collusioni mafiose e tentazioni autoritarie, se evidenzi il significato liberticida di molte misure, tu sei "mandante morale", sei "responsabile oggettivo" di ogni atto violento contro Berlusconi e i suoi, da chiunque sia compiuto. Viva la libertà.

1 commento:

Vulk ha detto...

E' cosa nota che lo stalinismo è una deriva di destra. Peccato che in Italia, grazie allo scribacchino dei padroni Togliatti, si è identificato il comunismo con Stalin, e far passare questo messaggio è piuttosto complicato...

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