26.12.09

53,5 %. Il lavoro dipendente. (da "la smorfia" di Roberta Carlini)


Dalla "smorfia" della nostra amica e compagna "Robertina" Carlini (www.robertacarlini.it/) una noterella sul lavoro dipendente e sulla sua "decadenza". Il termine di paragone da lei scelto per mettere in luce il processo è trent'anni fa. Non sarà male, per capire ancora meglio, individuare le tappe e i passaggi, non tanto numerici, chè sarebbe facile, ma anche politici e sociali.

53,1

Ogni 100 euro prodotti in Italia, solo 53,1 vanno al lavoro dipendente. Detto in un altro modo: ai lavoratori va poco più della metà della torta che cucinano. Trent’anni fa ne prendevano il 65,8%. Però, contribuiscono per il 74% al gettito dell’Irpef - che sarebbe l’imposta su tutti i redditi. Insomma: guadagnano di meno e pagano più tasse. E per di più - ma questo non è illustrato in nessun grafico - nessuno se li fila.



Auschwitz e Pacelli. L'ossessione della memoria (un articolo di Portelli per "il manifesto")

Propongo in questo post un ampio stralcio di un articolo di Sandro Portelli per "il manifesto" del 24 dicembre 2009 con una mia breve considerazione aggiuntiva.


La scritta rubata: eccessi di memoria
Dopo la rimozione della scritta “Arbeit macht frei” dal cancello di Auschwitz, si è detto che si trattava di un attentato contro la memoria, di un tentativo di cancellarla. A me sembra invece che azioni del genere siano il risultato di una vera e propria ossessione per la memoria: un’ossessione che rende insopportabile l’esistenza di certi oggetti e che cerca di placarsi possedendoli e cancellandoli al tempo stesso, e si illude così di controllare e dominare anche la memoria altrui. E’ questo il fondamento emotivo dei revisionismi e dei negazionismi: più si affannano a cancellare, manipolare, nascondere queste memorie, più mostrano di essere dominati da quello che vorrebbero dominare. Solo chi non può dimenticare rimuove.
Di questa ossessione, legata agli stessi eventi della guerra mondiale e della Shoah, fa parte anche il processo di beatificazione di Pio XII per le sue “virtù eroiche”. Io non so se esista una definizione di eroismo nella dottrina teologica o nei codici di diritto canonico; ma so che nel nostro linguaggio ordinario l’eroismo comporta sempre un’assunzione di rischio, un mettersi in gioco, mentre la capacità (o se vogliamo la virtù) mediatrice e diplomatica di Papa Pacelli durante la guerra e la Shoah consistette precisamente nel tenere fuori dal pericolo la sua istituzione e la sua persona, e di compiere a protezione dei perseguitati tutte, e solo, quelle azioni che si potevano compiere senza correre rischi. A rischiare, anche in seno alla Chiesa, furono altri.
Mi sembra che l’insistenza sulla beatificazione, sua e di altri papi problematici come Pio IX, abbia anch’essa a che fare più con questa ossessione della memoria che con virtù vere o presunte. Voi ricordate ambiguità, criticate silenzi, dubitate sulle esitazioni? E noi proprio per questo beatifichiamo: alla vostra memoria problematica sovrapponiamo una memoria canonica certificata, pacificata e vera per fede.
Ora, la memoria non è né una cosa buona né una cosa cattiva: come la respirazione, è una funzione inevitabile degli esseri umani, in una certa misura è addirittura involontaria – non possiamo decidere di non avere memoria, così come non possiamo decidere di non respirare. Ma proprio per questo, come possiamo impegnarci su come respirare, su che aria vogliamo metterci nei polmoni, anche sulla memoria possiamo lavorare, esercitarci, fare attenzione, essere il più possibile coscienti di come e che cosa ricordiamo. Per questo, la memoria non è un dato stabile ma un terreno di conflitto: se abbassiamo per un attimo la vigilanza, la nostra mente sarà posseduta da cattive memorie, da memorie altrui: siamo come gli eroi cyberpunk di William Gibson, capaci di espandere all’infinito la propria coscienza nel ciberspazio, ma vulnerabili ogni momento dall’invasione del ciberspazio nell’intimo più profondo della propria psiche.
L’ossessione conservatrice e reazionaria per la memoria nasce da qui: all’impossibilità di dimenticare e di far dimenticare incubi del passato si risponde cercando di controllarli e di sostituirli con memorie alternative. La resistenza, certo, sta nell’impedire la cancellazione dei segni e dei simboli, ed è un bene che la scritta di Auschwitz sia tornata al suo posto (a me piacerebbe che i segni della frammentazione a cui è stata sottoposta dai rapitori restassero visibili – segni di una seconda memoria, della memoria della profanazione). Ma la resistenza sta soprattutto dentro di noi, sta anche nella nostra capacità di ricordare senza dipendere troppo dai promemoria e dagli oggetti. In un memorabile racconto di Alice Walker, “Per uso quotidiano”, due sorelle si litigano un quilt, cimelio familiare patchwork in cui sono incorporati il lavoro di una nonna e frammenti dei suoi vestiti. La sorella “colta”, proprio come il committente del furto di Auschwitz, vuole farne un oggetto da collezionista, appeso al muro; la sorella campagnola è pure disposta a lasciarglielo fare, tanto “io sono capace di ricordarmi di nonna Dee anche senza il quilt”. La memoria siamo noi, e se il furto di un oggetto sia pure infinitamente simbolico bastasse a indebolirla vorrebbe dire che abbiamo già cominciato a dimenticare.


Noterelle aggiuntive (molto a margine).
1. La "memoria certificata" della canonizzazione non è solo una memoria pacificata, ma è, nel bene e nel male, anche una "memoria sterilizzata". La memoria sterilizzata cessa di essere un aiuto alla conoscenza e diventa quello che Marx, nel celeberrimo incipit de Il 18 brumaio di Luigi Napoleone, definiva un peso sul "cervello dei viventi", una sorta di deposito di icone che solo per incidente e per poco tempo può giocare un ruolo nelle lotte per il progresso. Nella sua lettura i personaggi della Repubblica e dell'Impero Romano, che nella Rivoluzione francese e nell'età napoleonica erano il travestimento delle lotte borghesi per instaurare una nuova organizzazione sociale, divengono nelle fasi successive un ingrediente che ne documenta il carattere farsesco, "caricaturale".
2. Pochi ricordano che tra i primi contributi teorico-politici di Lenin c'è la battaglia contro la canonizzazione di Marx e del marxismo. L'inscriverli in una ortodossia compiuta li rendeva inoffensivi ed era invece sugli scarti, sulle fenditure del pensiero marxiano e marxista che bisognava operare per costruire il nuovo.
3. Lasciamo per un po' da parte la memoria dei Papi e dei Santi (che però non è solo memoria della Chiesa cattolica, ma diventa grazie alla sua potenza simbolica memoria di tutti), occupiamoci della nostra in senso stretto, di noi che non rinunciamo a chiamarci comunisti. Io credo che l'antica canonizzazione operata dall'ortodossia sovietica e cinese nei confronti di Lenin e Mao (e perfino di Stalin) abbia aperto la strada all'attuale totalizzante "demonizzazione". Il libro di Lo Surdo sulla "leggenda nera" di Stalin è metodologicamente corretto, anche se l'approdo, sostanzialmente giustificazionista, mi pare sbagliato: alla elaborazione di una lettura compiuta dello stalinismo bisognerà aggiungere molti elementi fattuali e teorici per giungere a risultati attendibili. La santificazione e la criminalizzazione della storia comunista restano comunque due facce della stessa moneta. Una moneta falsa.

25.12.09

"Non c'è alcuna differenza tra destra e sinistra, l'unico scopo è rubare" (I piemontesi a Roma).


Nel 1882 Longanesi pubblicò, con l'introduzione e la cura di Guido Artom, e con il titolo I piemontesi a Roma (1867-1870) il libello di un nobile clericale francese, Henri-Amédée La Lorgne, conte di Ideville. L'uomo era stato diplomatico a Torino nei primi anni sessanta e all'ambasciata di Roma dalla morte di Cavour alla crisi di Mentana. La storia che racconta riguarda invece soprattutto il triennio successivo, che si conclude con la breccia di Porta Pia. Il libro è costruito sulla base di rapporti che l'autore, a quel tempo trasferito in Sassonia, dichiara di aver ricevuto sistematicamente da un suo non meglio noto corrispondente romano. Il punto di vista dell'autore, d'altra parte, sembra coincidere con quello del suo informatore, fino a fare di costui una sorta di alter ego del diplomatico francese.

L'atteggiamento prevalente nel libro è identico a quello dei reazionari di altre epoche ed altri paesi, perfino nel linguaggio. I liberali sono "liberaloidi", gl'intellettuali sono "intellettualoidi", la sinistra è "corrotta, ipocrita, voltagabbana, assetata di potere". Naturalmente l'autore come il suo corrispondente dicono malissimo dei governi italiani, di Garibaldi e dei garibaldini. Ma i peggiori tra tutti sono i politici napoletani: "Non c'è differenza tra destra e sinistra, l'unico scopo è rubare". Subito dopo la fine dello Stato Pontificio l'informatore a Roma arriva a scrivere: "Vendete i vostri titoli italiani, appena sentirete di un capo del governo napoletano".

L'allegro asburgico. L'autobiografia del conte Wurmbrand.

Ha come titolo Il tenente scatenato e fu pubblicata nel 1986 da Mondadori l'autobiografia di un conte asburgico che percorre ottanta lunghi anni di vita, dal tempo della Restaurazione fino a Caporetto; prima giovane e coraggioso ufficiale, poi burocrate dell'impero, poi, sul finire della vita, reintegrato nell'esercito a settantasette anni. Le memorie del conte Ernst Wurmbrand furono ritrovate e tradotte da un nipote che le inviò a Pieve Santo Stefano, la cittadina toscana che ha legato il suo nome alla raccolta sistematica di diari, memorie ed epistolari privati. Da qui la pubblicazione in italiano prima che in tedesco.
Il libro è la storia di una gioventù avventurosa, tra balli, uniformi, cavalli, ballerine e nobildonne, amori, amorazzi e duelli. E' anche la storia del declino del bel mondo asburgico. Le due campagne italiane che il conte racconta con toni da epica popolaresca, quella del 1859 e quella del 1866, si conclusero, a conti fatti, entrambe con un ridimensionamento territoriale dell'impero.
Ecco come il giovane ufficiale racconta di sè nella battaglia di Magenta: "Vado all'assalto dei francesi senz'armi. Due mi si precipitano contro per infilzarmi con le baionette, liscanso, gli salto addosso da dietro e sbatto le teste l'una contro l'altra".
Ed ecco come rievoca la vigilia di Solferino: "Il 23 luglio partimmo da Valeggio e marciammo tutto il giorno sotto il sole cocente. La sera alle 22 eravamo appena arrivati al nostro bivacco ed ecco la solita storia: la fureria non aveva funzionato e per preparare la legna, carne, riso e vino si fecero l'una di notte. Solo allora fu pronto il rancio. Ma prima che fosse distribuito ecco l'allarme. Le pentole vennero rovesciate e vuotate e chi aveva un po' di pane era fortunato. Mentre la compagnia si sta formando, arriva di corsa il mio attendente Jànos portando una padella con quatto belle bistecche: "Ecco signor tenente, prenda queste!": Mi viene l'acquolina in bocca ma resto fermo e gli dico:"No, se i soldati non hanno avuto il rancio non mangio neanch'io". E l'inizio della battaglia: "Il reggimento si schierò frontalmente, venne il colonnello e tenne un breve discorso, poi la banda intonò l'inno per la preghiera. Fu un momento solenne e certamente ognuno mandò la sua preghiera al padreterno. Poi al suono di un'allegra marcia partimmo per la battaglia". E la fine: "Avevamo una fame tremenda, ma questo non era niente, la cosa più terribile era la sete. La lingua si attaccava al palato e i soldati si buttavano sulle pozzanghere e arrivavano persino a bere l'urina dei cavalli. Io avevo la gola talmente riarsa che non riuscivo più a emettere un suono. Credevo che lo spostamento d'aria di una cannonata mi avesse reso muto. Arrivammo a una casa dove ci rifugiammo dalle cannonate nemiche. Un camerata si mise a cercare qualcosa da mettere sotto i denti e in effetti trovò un pane e un sacco di cipolle. Tagliò una cipolla come fosse una mela e me ne diede un pezzo: "Questo ti farà bene". Diedi un morso e mi sembrò come se avessi bevuto un boccale di birra! me ne presi altre due di riserva, e da allora in guerra ne porto sempre qualcuna con me; anche nella campagna del 1866 mi furono utili e fecero il loro effetto".
Dopo la guerra del 1866, contro la volontà della famiglia, Ernst si sposa. Deve rinunciare alla carriera nell'esercito e cimentarsi con il ruolo di piccolo impiegato. Ecco qualche rigo sulla burocrazia asburgica, che nonostante la sua fama di efficienza, assomigliava a tutte le altre: "Orario unico dalle 9 alle 14, appena entrati ci si toglie cappello e mantello, ma lentamente e con metodo, poi si salutano i colleghi, ci si informa reciprocamente sui fatti del giorno prima, propri, dei familiari, poi vengono discussi i particolari più intimi, come si è dormito mangiato e digerito. Ci si avvicina alla scrivania, si spolvera, si mettono in ordine le pratiche, cioè l'una sopra l'altra". Poi viene, sempre "con metodo" la lettura dei giornali fino alle 11, l'arrivo di un garzone con panini croccanti e un altro con calde salsicce: "E finalmente la mezza: c'è allora chi si mette a lavorare, ma capita anche che si rinunci atutto perchè ormai è troppo tardi".

23.12.09

Vendola all'assemblea di Sinistra, ecologia e libertà.


Ho ascoltato alla radio il discorso di Vendola all’Assemblea nazionale di Sinistra e Libertà, domenica 20. Un bel discorso, nel suo stile, con quel ragionare a spirale che è anche un persuadere per avvolgimento e coinvolgimento.

Una delle cose che più ho apprezzato è il legame strettissimo che egli individua tra l’attacco alla democrazia e l’attacco al lavoro ed anche la capacità di connettere in una prospettiva anticapitalista e socialista le diversità di cui si compone il movimento di cui è portavoce.

Tra le tante cose ben pensate e ben dette c’è anche il riferimento alle radici, che sono da preservare, proteggere e curare, ma che restano sotto terra e non devono impedirci di fare attenzione ai germogli, alle piante e ai frutti. Stiamo vivendo gli esiti di una sconfitta storica che non ha riguardato solo i comunisti italiani, ma tutte le sinistre europee. In Italia, dopo il fallimento del tentativo di dare vita ad un partito in continuità con il Pci che organizzasse una parte consistente del mondo popolare ed operaio (lasciamo da parte le ragioni oggettive e le soggettive responsabilità), è giusto e urgente un progetto di grande rimescolamento delle forze, capace di riconnettere esperienze separate, di favorire una nuova elaborazione e un nuovo radicamento. Non si tratta del leniniano passo indietro per poter fare due passi avanti, ma di una operazione analoga a quella che fece Marx dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848. Egli propose e ottenne nel 1852 lo scioglimento della Lega dei comunisti in vista della costituzione di una forza politica e di lotta più ampia e aperta, l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, la Prima Internazionale, cui aderivano socialisti e comunisti di tutte le tendenze e, in un primo tempo, persino democratici borghesi come i mazziniani. Quasi tutto di allora è inattuale, ma non il metodo. Dopo una grande sconfitta (e la nostra è assai più rovinosa di quella del Quarantotto dell’800) bisogna mettere insieme le forze e i pensieri del progressismo ugualitario e cercare un dialogo, una osmosi, un confronto, una sfida quando sia necessario, per trovare, possibilmente insieme, strade nuove e più efficaci alla liberazione degli oppressi e degli sfruttati.

Due cose, un po' marginali, non mi sono piaciute nel bel discorso di Vendola.

La prima, quasi all’inizio, riguardava gli orrori della nostra storia comunista sui quali bisogna andare fino in fondo. Mi pare un discorso un po’ monco. Nella denuncia degli orrori non siamo indietro, siamo anche aiutati dai “libri neri” degli avversari di classe; siamo indietro nella comprensione sul come, quando e perché un grande movimento di liberazione collettiva si sia potuto trasformare in un regime oppressivo. Alla denuncia degli orrori e allo studio degli errori andrebbe legata immediatamente la rivendicazione delle grandi conquiste realizzate e la lezione ancora attuale di molti grandi comunisti.

La seconda, quasi verso la fine, riguarda i socialisti italiani. Vendola dice che Sel ne ha assoluto bisogno per valorizzare nel Duemila la tradizione di libertà che il movimento socialista ha portato nel movimento operaio italiano. D’accordo. Nel mio piccolo, in questo blog, è una operazione che faccio anch’io. Tra i pezzi che ho postati se ne troverà più d’uno dedicato a nobili figure di socialisti di molte tendenze: Panzieri, Lombardi, Nenni, Pertini, Turati, Zagari.

Il punto è un altro. Il craxismo è una delle tendenze del “socialismo liberale” italiano o è il suo tradimento? Non voglio parlare del Caf e di Tangentopoli, ma delle scelte politiche qualificanti. E’ vero o no che la compressione dei salari (che ora ha raggiunto livelli intollerabili) è cominciata con Craxi e il primo taglio della scala mobile? Nel militarismo di Craxi (missili e riarmo), nel proibizionismo anticannabis che importò dall’America, nel suo “decisionismo” autoritario, quanto c’è della tradizione umanitaria e libertaria del socialismo italiano?

Su questo Vendola tace. Il perché mi pare evidente. Non è solo alle radici e alle storie socialiste che egli pensa, ma al partitino di Nencini che di Craxi si proclama erede e che organizza, specie nelle “regioni rosse”, pezzi di ceto politico dell’antico Psi tenuti insieme dalla tradizione e dal potere locale e che Vendola ha a lungo corteggiato. Tra questi socialisti ce n’è di buoni e disponibili al grande rimescolamento, ma con il partitino si è cincischiato troppo a lungo, lasciando che mantenesse l’equivoco. Questo ha rischiato di snaturare Sinistra e libertà, riducendo un grande progetto ideale ad una piccola operazione di ceto politico. Oggi si potrebbe prendere il volo.

La parola (di Eugenio Vitarelli)

Il brano che segue (racconto di viaggio? fantasia filologica? saggio storico?) è tratto dal supplemento letterario di “Alfabeta” del luglio agosto 1986.
Dell’autore, cercando nella rete, ho ricavato alcune notizie, tali da sollecitare un approfondimento. Era messinese, ha scritto alcuni romanzi tra cui Placida, con prefazione di Leonardo Sciascia, e Sete, che Ivan della Mea segnalò sulla sua rivista “Inoltre” come una sorta di agghiacciane profezia. Dovrebbe essere morto nel 1994. (S.L.L.)




I
Charen, 1950. il luogo della battaglia, la rocca dell’assedio, il vento oltre la rocca, col silenzio, gli avvoltoi, il vento.
I fragori della lotta, i lamenti della strage, il giubilo della vittoria e l’inchinarsi della resa, ormai sepolti nel silenzio, riaffiorano nella mente.
Ma giù nella città c’è quella scritta scolpita nella pietra di fianco alla porta di un postribolo abbandonato. Dopo tanti anni dalla sconfitta dell’esercito coloniale italiano, cui è seguita la presente amministrazione provvisoria britannica, la brutalità di quella scritta ridimensiona le sensazioni provate presso la rocca dell’assedio e sospinge il viaggiatore ad indagare le profonde verità che racchiude.
Vi si legge:
NFIGA 2 LIRE
CASSOCARAMELLO 5 LIRE
NCULO NON GE.
***

II
Non ritorno alla rocca della disfatta militare. Nella solitudine mattinale la curiosità mi riporta a rileggere la scritta desolata.
La casa che fu bordello è un fabbricato in muratura, una sorta di grande baracca. Mi sembra una costruzione di mano araba con elementi, sul frontale, si architettura etiopica. Il suo squallore mi penetra l’animo. Ma mi libero subito della facile malinconia: subito, infatti, prevale l’istintiva curiosità che mi ha mosso. La mente si comincia ad abbandonare, sospinta da questa forza che mi porta a rileggere la scritta e analizzare le parole scolpite.
Quello che leggo nella scritta di pietra è l’italiano degli eritrei che hanno fatto due o tre classi elementari con maestri italiani. La N di NFIGA e di NGULO è la particella IN. Il termine GE sta per C’E’. La parola CASSOCARAMELLO indica il coito orale.
Ma avere dedotto che in quella scritta la pronuncia eritrea prevale sull’ortografia italiana, e avere chiarito il significato delle parole, anziché farmi divertire in quella specie di buon umore che viene da simili bizzarrie casinesche (qualcosa di simile accade con certe indicazioni stradali riportate alla luce negli scavi di Pompei), mi inducono invece a varcare il confine dello scopo immediato di quel tariffario e mi pongono, attraverso l’analisi delle funzioni attivate, un quesito di tutt’altra natura. Ed è questo: data l’estrema essenzialità e chiarezza con cui nella scritta si indicano le altre due funzioni, attraverso quale meccanismo il termine che esprime il coito orale è diventato, nell’italiano dell’erotismo eritreo, la parola cassocaramello?
***

III
Ma si è già formata in mente un’interpretazione della parola, ma non mi convince affatto. Scomposta nelle due ipotetiche componenti CASSO e CARAMELLO, potrebbe la scrittura CASSO essere determinata dal fatto che alcune genti del Nord (qui sono venuti colonizzatori di tutte le nostre regioni) pronunciano S la Z. Tale storpiatura dialettale avrebbe generato nel linguaggio degli eritrei (aiutando la pronuncia indigena) la parola CASSO. La componente CARAMELLO, poi, andrebbe attribuita alla servizievole necessità di esprimere le delizie dell’atto amoroso suggerendo qualcosa di dolce, caramelloso (e CARAMELLA è infatti quella vendutissima leccornia zuccherina che si lascia squagliare in bocca per gustarne a lungo il sapore).
Ma mi accorgo che l’associazione mentale del coito orale con la caramella, pur giocosa e suggestiva, non ha legame alcuno col realismo popolare, né coi profondi drammi che qui intravedo. Sono convinto che gli eritrei (e per prime le eritree, in fatto di CASSOCARAMELLO) abbiano imparato parole italiane per una serie di non volontarie, impositive anzi, necessità. Compito delle genti sottomesse non è capire il significato letterale, e tanto meno le origine linguistiche, delle parole che dice il conquistatore, ma di capire e realizzare cosa si vuole con quelle parole (con quel suono), perché il destino dei soggiogati è di accontentare il dominatore straniero. Ed è per questo che la parola CASSOCARAMELLO, nell’accennata interpretazione, malgrado l’innegabile interesse e la forza invitante degli accostamenti, mi pare adesso priva di spessore, troppo svolazzante nel giocoso.
***

IV
E’ certo che questo problema, da qualsiasi parte si consideri, rimane sempre una questione di lingua: E io debbo indagare adesso, in altra direzione, ugualmente di natura linguistica, ma più profonda di significato.
Nell’espressione CASSOCARAMELLO avverto una parola che, nell’indicare le delizie di un atto amoroso universalmente praticato, manifesta la brutalità originaria di un comportamento dominatore. E di tale comportamento sto pensando alla prima volta del suo manifestarsi. perché dev’esserci stata una prima volta. Intendo dire decenni e decenni addietro, quando in questa terra di conquista la parola fu detta a un donna eritrea, e da quel momento ripetuta milioni di volte a ognuna delle migliaia di altri italiani ebbe a che fare: qualche frase (non il solitario sostantivo) che produsse (ed è servita a riprodurre) l’esecuzione dell’atto erotico e la formazione tradizionale del termine nel linguaggio che le eritree rivolgono tutt’oggi agli italiani e viceversa. Dev’esserci stato un veicolo linguistico capace di realizzare per la prima volta il rapporto. E in un territorio conquistato sottomesso non può essere altro che questo: una frase che esprima il disprezzo (o uno sgomento mascherato di disprezzo) del conquistatore verso i conquistati.
E c’è, infatti. Ci sono arrivato.
***

V
Affermo che l’origine della parola CASSOCARAMELLO non risale a dialetti norditalici, né all’industria dolciaria. Risale a linguaggi di altra terra di conquista nel profondo Sud: insulari.
Siciliano e viaggiatore, posseggo gli strumenti della comparazione e della comprensione.
Ed eccolo l’ottocentesco conquistatore siciliano (sfruttato affamato umiliato arrabbiato e insoddisfatto) arrivare in terra d’Eritrea. Arrivare, cioè, in un luogo dove sentirsi finalmente vincitore e padrone. Il Regno d’Italia, che in patria lo teneva nello stato di soggezione in cui i siciliani del popolo erano stati tenuti da qualsiasi conservatore avesse conquistato la Sicilia prima dei Savoia, l’aveva messo in condizione di essere vincitore e padrone. Padrone di servi. Lui. Lui che non aveva mai avuto servi né poteva sognare d’averne se non una legittima moglie (una donna, intendo dire, che non fosse serva sua ma serva d’altri, una donna insieme alla quale andare a servire presso qualche padrone. Ed eccolo lì, in terra d’Africa: finalmente vincitore su gente di cui egli poteva disporre, che gli doveva pronta obbedienza, gente ridotta peggio di lui: schiava del servo.
Ed egli era finalmente un bianco, un europeo conquistatore. Lui: l’ultraconquistato, il due volte oppresso: schiacciato per secoli dagli stranieri invasori e dai siciliani potenti. Lui: il meno europeo degli europei, il meno africano degli africani; nato male in un pezzo di mondo nato peggio (l’isola compressa da due convenzioni apparentemente contraddittorie: una che la riteneva l’estrema propaggine settentrionale dell’Africa, l’altra che la voleva estrema propaggine meridionale dell’Europa). Lui: nato in un punto della Sicilia rispetto ai cui abitanti i tunisini e gli algerini potevano ragionevolmente considerarsi nordici.
Eccolo, il soldato conquistatore arrocato nell’illusione, uscire in campo aperto in terra d’Eritrea, smarrirsi quasi fino al collasso nel vedere per la prima volta il corpo nudo di un’africana (di aggressivo scuro dove è scuro e di violento rosa dove è rosa), ritrovare fiato e animo grazie alla forza della militar vittoria, evitare la paura dell’amplesso selvaggio con l’alibi profilattico di malattie incurabili tipiche delle razze inferiori e urlare alla prescelta con la grossolanità del tiranno e del timido (lui che per natura è portato ad accostarsi alla donna con delicatezza e tenerezza):
“Attìa, veni ‘cca a sucarimillu”.
***

VI
Adesso tutto è chiaro e il resto è facile. I nati nel territorio siciliano in cui egli è nato e cresciuto pronunciano questa frase con stacchi di fiato marcati, consonanti addentate e fusioni di vocali che la rendono, specie se detta in stato d’eccitazione, ancora più stretta, in modo da suonare così:
“Attìa, veni ‘ccassucarimillu”.
Questa fu, certamente, la frase che il siculo pronunciò in quel finire di milleottocento, accompagnandola con gesti significativi, dato che il mimico gesticolare faceva parte del suo tradizionale modo di esprimersi. E’ chiaro che quella prima donna eritrea non dalla parola ma dall’eloquenza dei gesti capì cosa si pretendeva da lei. Ma la parola era stata detta. Matrice di future e innumeri intese amorose.
Le eritree, via via che la trama di rapporti tra colonizzatori e colonizzate si allargava e infittiva (e addolciva, facendosi nei decenni più umana, fino a raggiungere punte di profondo amore) e man mano che il modo di dire si diffondeva, finirono per credere (e furono esse stesse a propagare la parola, sussurrandola quale invito al piacere) che gli italiani indicavano quell’atto amoroso con la parola CASSUCARAMILLU.
Di poi, nel corso del tempo, a confondere la lettura del termine e a proporre la dizione CASSOCARAMELLO intervenne la naturale pronuncia eritrea, confusa in seguito da quella nord italica S al posto della Z e da quel CARIMILLU che sembrava CARAMELLA e non lo era. Ma a me interessa la storia vera racchiusa in quella scritta scolpita nella pietra di un postribolo africano, storia che qui sono riuscito ad estrarre e qui ho cercato di proporre a voi.

22.12.09

L'omertosa Santelli.


Jole Santelli, moracciona calabrese di quasi quarantun'anni, è un avvocato che si è fatta le ossa nello studio del corruttore di magistrati per conto terzi Cesare Previti. Grazie a questa amicizia è stata nel quinquennio 2001-2006 Sottosegretaria alla Giustizia con il ministro Castelli. Oggi non ha più cariche di governo, ma continua ed essere deputata e vicepresidente della commissione Interni. La sua carriera politica è probabilmente in calando poichè non è riuscita a trovare per il suo ministro il lodo giusto per garantire l'impunità al Cavaliere Berlusconi e ad altri imputati eccellenti. Stamane è intervenuta in aula sull'informativa del ministro Maroni a proposito di un pacco bomba indirizzato al Centro di identificazione ed espulsione per gli immigrati. Dopo i ringraziamenti di rito al Ministro se l'è presa con i suoi colleghi che fanno visita a questi centri e ne denunciano le tremende condizioni: "A volte si creano incendi". L'allusione era alle visite organizzate in tutta Italia dai radicali in tutta Italia (benedetti radicali e ottima Rita Bernardini!) e a Furio Colombo, che, dopo aver partecipato all'ispezione a Ponte Galeria (Roma), ha scritto su "Il fatto" parole precise e dure su questi luoghi, dove si rinchiudono persone che non hanno commesso reati, in condizioni addirittura peggiori di quelle carcerarie.
Insomma chi attizza incendi non è chi è responsabile (politico e pratico) di incarceramenti e, spesso, di maltrattamenti illegali e inumani, ma chi li denuncia.

Il nostro amico Angiolino.


"Ha una moglie dai capelli molto biondi...". 
A chi ama le canzoni di Paolo Conte inevitabilmente il ministro Alfano, il cui nome ha quel diminuitivo inusuale, ricorda Il nostro amico Angiolino. Oggi il politicante agrigentino è al centro di un titolo di "Italia oggi": Alfano succederà al cavaliere. Pare che Berlusconi, dopo il lancio del Duomo ed il ferimento, sia preoccupato per la sua incolumità e che abbia deciso una successione in tempi brevi. Il successore? Né Tremonti, né Fini, né Letta, ma appunto Alfano. Il fatto che un parlamentare della mia provincia di origine, dopo molto tempo (credo che bisogna risalire a Crispi per avere un premier delle mie parti), sia indicato come il più papabile dei papabili non mi riempie di gioia. Pare che l'uomo sia abilissimo nel cercare e ottenere protezioni e che non tradirebbe mai il capo e l'amico, qualità importanti in terre di mafia, ma che in ultima analisi sia un "coglionaccio". Dobbiamo essere contenti o preoccuparci?

Soffrire più in alto. Per gli 80 anni di Benedetto Croce (Emilio Sereni)

Emilio Sereni
Nel 1946, in occasione dell'ottantesimo compleanno di Benedetto Croce, Emilio Sereni, uno dei massimi esponenti del Pci, gli dedicò un articolo, che pubblicò nelle pagine quotidiano comunista meridionale "La Voce" con il titolo Da lavoratore a lavoratore. Ne ripropongo qui la parte più significativa, ripresa da un ritaglio de "l'Espresso" senza data, ma riconducibile ai primi anni Settanta. (S.L.L.)

Benedetto Croce

Da lavoratore a lavoratore
A voi rappresentante e continuatore illustre di una antica, gloriosa tradizione italiana di umanesimo, vogliamo porgere il saluto anche e proprio di quei vostri paesani che non hanno mai letto un rigo delle vostre opere. E' umanità, un'altra umanità anche quella... Non sanno di dialettica dei distinti, don Benedetto, sono gli umiliati e gli offesi, i figli del bisogno e della lotta; e quanto a distinzione, conoscono solo quella tra oppressori e oppressi, tra sfruttatori e sfruttati. Non sanno, nemmeno, di classe etico-politica e di storia: ma sono state vittime designate di una storia presente, che ha disperso le loro famiglie, e ha devastato le case, le officine e i campi d'Italia. E hanno imparato, a una scuola rude e brutale, che il privilegio della ricchezza e della cultura non è bastato alla vecchia classe dirigente per avviare l'Italia ad una pace operosa, ad una ricostruzione fraterna. Hanno imparato, e vogliono che cambi. Non hanno a dispregio, no, la cultura, come non dispregiano gli agi della ricchezza. Vogliono "conquistare" la cultura. Nè sognano ingenuamente, don Benedetto, di una umanità senza gare, senza contrasti, senza sofferenze. Non è tra i figli del bisogno e della lotta che alligna questa trista ingenuità. Vogliono la libertà, e le gare e le sofferenze della libertà. Voi avete detto una volta, della consolazione della filosofia, che essa dà questo all'uomo: non l'impossibile libertà dal dolore ma di "soffrire più in alto". Essi lottano, come voi, per un mondo in cui sia dato all'umanità di soffrire più in alto. E vi vogliono bene, don Benedetto, anche se non vi conoscono: perché, al di sopra dei contrasti di un'Italia dilaniata, sanno riconoscere in voi, lavoratore, pur così lontano, una comune umanità nuova.

21.12.09

Saharawi. Trent'anni da figli delle nuvole. (Edoardo Galeano).

Il silenzio sui popoli senza stato si è fatto ancora più profondo dopo la fine dell'Urss. Prima, qualche volta, le loro resistenze riuscivano a penetrare negli interstizi della guerra fredda, a trarre giovamento dalle contraddizioni fra le cosiddette superpotenze. Oggi non più. Questo rende più benemerite le voci rare, di intellettuali e politici, che di questi popoli ci raccontano la storia. Qui abbiamo "postato" un bell'articolo sui saharawi scritto da Edoardo Galeano, dal quotidiano "il manifesto" del 5 maggio 2006.



Il muro di Berlino era la notizia quotidiana. Dalla mattina alla sera leggevamo, vedevamo, ascoltavamo: il Muro della Vergogna, il Muro dell’Infamia, la Cortina di Ferro... Finalmente, quel muro, che meritava di cadere, cadde. Ma altri muri sono spuntati, continuano a spuntare, nel mondo, e anche se sono molto più grandi di quello di Berlino, di loro si parla poco o nulla.

Si parla poco del muro che gli Stati uniti stanno costruendo sulla frontiera messicana, e si parla poco delle recinzioni di filo spinato di Ceuta e Melilla.

Non si parla quasi mai del Muro della Cisgiordania, che perpetua l’occupazione israeliana delle terre palestinesi e che da qui a poco sarà quindici volte più lungo del Muro di Berlino.

E mai, proprio mai, si parla del Muro del Marocco, che da vent’anni perpetua l’occupazione marocchina del Sahara occidentale.

Questo muro, minato da un estremo all’altro e da un estremo all’altro vigilato da migliaia di soldati, misura sessanta volte il Muro di Berlino.Perché mai ci saranno dei muri così altisonanti e dei muri così muti? Sarà forse per i muri della incomunicabilità, che i mezzi di comunicazione di massa costruiscono ogni giorno?

***

Nel luglio 2004 la Corte internazionale di giustizia dell’Aja sentenziò che il Muro della Cisgiordania violava il diritto internazionale e ordinò che venisse abbattuto. Finora Israele ha fatto finta di nulla. Nell’ottobre 1975 la stessa Corte si era pronunziata: «Non si evince l’esistenza di alcun vincolo di sovranità fra il Sahara occidentale e il Marocco». Non è sufficiente dire che il Marocco fece orecchie da mercante. Ancor peggio: il giorno dopo questa risoluzione, fece partire l’invasione, la cosiddetta Marcia verde, e poco dopo s’impadronì di quei vasti territori altrui mettendoli a ferro e fuoco, e scacciò gran parte della popolazione.E là rimane.

Mille e una risoluzioni delle Nazioni unite hanno confermato il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi. A cosa sono servite quelle risoluzioni? Si sarebbe dovuto fare un referendum affinché la popolazione decidesse il suo destino.

Per assicurare la vittoria, il monarca del Marocco riempì di marocchini il territorio invaso, ma poco tempo dopo neppure i marocchini furono degni della sua fiducia. E il re, che aveva detto di sì, disse che magari chissà. E poi disse di no, e adesso anche suo figlio, erede al trono, dice di no. La negazione equivale a una confessione. Negando il diritto al voto, il Marocco confessa di aver rubato un paese. Continueremo ad accettarlo come se niente fosse? Accettando che nella democrazia universale noi sudditi possiamo solo esercitare il diritto all’obbedienza?

A che cosa sono servite le mille e una risoluzioni delle Nazioni unite contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi? E le mille e una risoluzioni contro l’embargo di Cuba?

Il vecchio detto insegna: L’ipocrisia è il dazio che il vizio paga alla virtù.

***

Il patriottismo, oggi come oggi, è un privilegio delle nazioni dominanti. Quando lo praticano le nazioni dominate, il patriottismo è in odore di populismo o di terrorismo, o più semplicemente non merita la minima attenzione.

I patrioti sahariani, che da trent’anni lottano per recuperare il loro posto nel mondo, sono riusciti ad ottenere il riconoscimento diplomatico di ottantadue paesi, fra cui il mio, l’Uruguay, che di recente si è sommato alla grande maggioranza dei paesi latinoamericani e africani.

Ma l’Europa no. Nessun paese europeo ha riconosciuto la Repubblica Saharawi. La Spagna nemmeno. Questo è un grave caso di irresponsabilità, o forse di amnesia, o almeno di disamore. Fino a trent’anni fa il Sahara era una colonia spagnola e la Spagna aveva il dovere legale e morale di proteggere la sua indipendenza.

Che cosa aveva lasciato là il dominio imperiale? In un secolo, quanti universitari aveva formato? Tre in totale: un medico, un avvocato e un tecnico mercantile. Questo aveva lasciato, insieme a un tradimento. La Spagna aveva servito sul piatto d’argento quella terra e quelle popolazioni affinché fossero divorate dal regno del Marocco.

Da allora, il Sahara è l’ultima colonia dell’Africa. Gli hanno usurpato l’indipendenza.

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Perché mai gli occhi si rifiutano di vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti?

Sarà forse perché i saharawi sono stati una moneta di scambio, offerta da imprese e paesi che comprano al Marocco ciò che il Marocco vende anche se non è suo?

Un paio di anni fa, Javier Corcuera intervistò, in un ospedale di Bagdad, una vittima dei bombardamenti contro l’Iraq. Una bomba le aveva spappolato un braccio, e lei che aveva otto anni e aveva subito undici operazioni, disse: Magari non avessimo il petrolio.

Forse il popolo del Sahara è colpevole perché nelle sue lunghe coste risiede il maggior tesoro ittico dell’oceano Atlantico e perché sotto le immensità sabbiose, che sembrano così vuote, giace la maggior riserva mondiale di fosfati e forse anche di petrolio, gas e uranio.

Nel Corano ci potrebbe essere, anche se non c’è, questa profezia: Le ricchezze naturali saranno la maledizione delle genti.

***

Gli accampamenti dei rifugiati nel sud dell’Algeria sono nel deserto dei deserti. È un nulla vastissimo, circondato di nulla, dove crescono solo le pietre. E tuttavia in quelle zone aride, e nelle zone liberate che non sono un granché meglio, i saharawi sono stati capaci di creare la società più aperta, e la meno machista, di tutto il mondo musulmano. Questo miracolo dei saharawi, che sono molto poveri e molto pochi, non si spiega grazie alla loro ostinata volontà di essere liberi, cosa che è certamente superflua in quei luoghi dove manca tutto: si spiega anche, in grande misura, grazie alla solidarietà internazionale.

E la maggior parte dell’aiuto proviene dalla popolazione spagnola. La sua energia solidale, memoria e fonte di dignità, è molto più potente dei governi altalenanti e dei meschini calcoli delle imprese.

Dico solidarietà, non carità. La carità umilia. Non si sbaglia il proverbio africano che dice: La mano che riceve è sempre sotto la mano che dà.

***

I saharawi aspettano. Sono condannati alla pena dell’angoscia perpetua e della nostalgia perpetua. Gli accampamenti dei rifugiati portano i nomi delle città sequestrate, i loro perduti luoghi d’incontro, i loro affetti: El Aaiún, Smara... Loro si chiamano figli delle nuvole, perché da sempre inseguono la pioggia.

Da più di trent’anni inseguono, per giunta, la giustizia, che nel mondo del nostro tempo sembra più schiva dell’acqua nel deserto.

Traduzione di Marcella Trambaioli

La libertà di essere classici. Un contributo di Mario Vegetti

Il quotidiano "il manifesto" nel 1982 pubblicò e regalò agli abbonati un libretto verde marcio, lungo e stretto, dal titolo Libertà vo cercando, illustrato dalle vignette carcerarie di Mario Dalmaviva, a quel tempo in carcere, perchè coinvolto nel cosiddetto "processo del 7 aprile". Nel volume sul tema della "libertà" si confrontavano alcuni collaboratori e amici del "quotidiano comunista": Mario Vegetti, Roberto Roversi, Marcello Cini, Benni, Franco Fortini, Adriana Zarri, Gianni Usai, Giorgio Bocca, Hrayr Terzian, Corrado Stajano.  A distanza di molti anni alcuni di quei contributi mi appaiono ancora di grande valore culturale e politico. Comincio con il "postare" quello di Mario Vegetti, storico della filosofia, soprattutto antica, che ragiona sul significato di libertà nella Grecia classica per giungere ad una conclusione radicale. (S.L.L.)

"O la liberazione riguarda
tutti gli uomini e tutto l'uomo,
o non è più pensabile"
I protagonisti degli Uccelli di Aristofane bussano alla porta dell’Upupa, e viene a sorpresa ad aprire il suo schiavo. Sorpresa: “Un uccello ha pure bisogno dello schiavo? – Lui sì, perché prima era uomo”. Il possedere schiavi è dunque il contrassegno della specie umana (diciamo addirittura la soglia di passaggio tra natura e cultura). Come non c’è uomo senza schiavo, così non c’è libertà senza schiavitù; per i greci, eleutheria significa in primo luogo la condizione di chi non è schiavo. E siccome gli schiavi servono soprattutto per lavorare, il significato del temine si estende a designare la condizione di chi non è obbligato al lavoro: perché ne può delegare la fatica agli schiavi, e perché ne può delegare la fatica agli schiavi, e perché non ne ha bisogno per vivere, grazie ad una qualche sorta di rendita.
La “bella libertà” delle città greche si definisce dunque solo in un sistema di opposti che include, ai poli negativi, schiavitù e lavoro (produttivo): se ne erano forse dimenticati i giacobini, ma lo sapevano bene i reazionari della Restaurazione e lo sapeva bene anche Nietzsche, quando si richiamavano agli antichi con intenti beffardamente opposti a quelli dei giacobini.
Del resto, bella lo era davvero, questa libertà così legata al lavoro coatto e all’ozio del rentier: se ha permesso in condizioni di eccezionale scarsità (di beni, de mezzi, di spazi, anche di uomini), una delle più straordinarie produzioni di forme che la storia abbia mai conosciuto. Forme dell’ideologia e della scienza, dell’arte e della vita: insomma un vero e proprio incremento di mondo, accaduto però per implosione all’interno di quel mondo piccolo, di quel sistema chiuso.
Quando essi si espandono, quando libertà e sapere diventano potenza e (con Alessandro) i “barbari” diventano di fatto quel che da sempre erano di diritto, cioè schiavi dei liberi greci, le cose si complicano.
Per governare il nuovo sistema, occorre aumentare e concentrare il tasso del potere statale, il comando politico-militare della società. La libertà, che prima era essenzialmente una questione giuridica e sociale, diventa ora un problema politico: i re ellenistici (e poi i romani), dotati in linea di principio di un potere assoluto, incarnano il vecchio fantasma del tiranno. La condizione di suddito si aggiunge insidiosamente a quella di schiavo e di lavoratore nel sistema di opposizioni che ora accerchia l’uomo libero. Ma a tutto ciò c’è rimedio, se l’ideologia è potente. Sofocle aveva scritto: “Chi si consegna a un tiranno ne diventa lo schiavo, anche se vi giunge libero”; ma Zenone, lo stoico lo corregge: “Chi si consegna a un tiranno schiavo non è, purché vi giunga libero". La decisione è presa: la libertà, minacciata da troppi nemici, immigra nelle coscienze. Ora si può essere liberi pur essendo schiavi, manovali o sudditi; se lo schiavo comincia in questo periodo a venir chiamato soma, corpo, in virtù del vecchio meccanismo popolare la libertà si collocherà evidentemente nell’anima.
C’è naturalmente una scorciatoia verso questa libertà della coscienza e dell’anima; ed è la condizione dell’intellettuale, in cui esse si condensano e trovano voce. La liberazione dei moderni è partita più o meno da qui, e ha cercato di percorrere il cammino inverso: ponendo prima di tutto il problema, politico, della libertà del suddito, e poi quello, sociale, della libertà dalla coazione al lavoro e dallo sfruttamento. Ma si era fatta carico, fin dal principio, della esigenza kantiana e giacobina della universalità: liberi tutti dunque, e tutti uguali, almeno in tempi medi. 
E' una coperta corta: la libertà politica si paga con un aumento dell’oppressione sociale; per arrivare all’uguaglianza, ci vuole più lavoro, più potere, dunque meno libertà. Dopo Marx e Freud, ci siamo anche accorti che il rifugio nella libertà di coscienza è un’illusione senza scampo: o la liberazione riguarda tutti gli uomini e tutto l’uomo, o non è più pensabile.
Il che significa trovarsi, sul piano teorico, un po’ nei guai: su quello pratico rischiamo sempre più di pensare che essere liberi significhi essere “a piede libero”… Le cose vanno ripensate a fondo. Ma, per favore, liberatemi dai neocontrattualisti che pensano che la storia e la politica siano una faccenda di decisioni libere razionalmente prese da liberi soggetti che discutono intorno al miglior modo di attuare la giustizia in questo mondo.

La poesia del lunedì.Emily E. Dickinson


Tutto imparammo dell'amore -
Alfabeto, parole,
Un capitolo, il libro possente -
Poi la rivelazione terminò.

Ma negli occhi dell'altro
Ciascuno contemplava un'ignoranza
Divina, ancora più che nell'infanzia:
L'uno all'altro, fanciulli,

Tentammo di spiegare
Quanto per entrambi era incomprensibile:
Ahi, com'è vasta la saggezza
E molteplice il vero!

20.12.09

L'articolo della domenica. La beatificazione di Pio XII. Il patrizio romano e il pastore tedesco (S.L.L.)


La scelta di accelerare il processo di beatificazione di Pio XII ha determinato pronte reazioni nel mondo ebraico. Ma già Ratzinger aveva mostrato di non temerle quando riammise nella Chiesa il vescovo lefevriano Williamson, autore di dichiarazioni negazioniste sulla Shoah e sostenitore dell’autenticità dei protocolli. Il dialogo interconfessionale non sembra da tempo essere ai primi posti nell’agenda del “pastore tedesco”, il quale sembra invece volere mettere fine alle aperture conciliari, almeno su questo punto riaffermate dal lungo e controverso papato vojtiliano.
La rivalutazione di papa Pio, del resto, sembra essere tutta dentro un disegno che giustamente Paolo Flores D’Arcais, sull’ultimo “Micromega” definisce controriformistico.
Quel papa, il nobiluomo romano Eugenio Pacelli, è passato alla storia oltre che per i suoi silenzi durante la seconda guerra mondiale, per la scomunica degli iscritti a partiti comunisti, degli elettori comunisti, estesa ai movimenti e ai gruppi alleati dei comunisti. Flores interpreta il suo papato come conservatore: la sua Chiesa si ergeva come “diga” non solo nei confronti del comunismo, ma anche contro tutte le sirene della modernità. Ma controriformistico era nelle sue linee fondamentali il modo con cui concepiva la sua funzione e la sua stessa immagine, il modo con cui manifestare al “mondo” il suo preteso carisma. La sua immagine ieratica, il suo raro offrirsi alla vista altrui, il suo limitare al minimo gli spostamenti da Roma, il suo amare le funzioni solenni, gli emblemi del potere papale e sacerdotale, insomma la mescolanza tra “unzione” e “apparato” di cui si sostanzia la religiosità “controriformistica”.
Flores sintetizza le differenze di fondo tra il papato pacelliano e le attuali scelte pontificie in una doppia immagine: dalla “diga” si passarebbe alla reconquista. In effetti Ratzinger non sembra chiudersi in una cittadella fortificata, ma sfidare esplicitamente tutta la cultura dell’Occidente moderno, dall’Illuminismo in poi, e portare questa sfida in tutti i luoghi, in tutte le situazioni.
Noi diremo che Pio e Benedetto rappresentano, con tutte le modificazioni richieste dai secoli trascorsi, due facce della Controriforma, due tempi diversi dello stesso processo, il primo la difesa, l’altro l’attacco.
Le ragioni della diversa scelta sono squadernate davanti agli occhi di tutti. Il fallimento dell’assalto al cielo del XX secolo, del comunismo che aveva preteso di liberare il mondo dallo sfruttamento e dall’ingiustizia sociale, appare oggi ai capi della gerarchia vaticana l’occasione per liquidare definitivamente, in primo luogo al proprio interno, una cultura che rivendicava una politica laica e democratica e un approccio non confessionale ai problemi della società.
Quel che Ratzinger sembra dire ai suoi (e a tutti gli altri), anche attraverso la beatificazione di Pio IX, è che “la lunga ricreazione è finita”, che il tempo del cattolicesimo liberale, del cattolicesimo democratico, dei cristianesimo per il socialismo si è esaurito per sempre, e si torna alla antica “Ragion di Stato”.
A noi, che contro corrente continuiamo a dirci comunisti e marxisti, al di là delle goffaggini tedesche del papa, è consegnata una domanda storica, teorica e pratica. Non avranno ragione i preti, quando nel raccontarci la storia degli ultimi tre secoli ci spiegano che il sedicente paradiso terrestre, la “grande caserma sovietica” non era una rottura con il pensiero illumistico e laico della borghesia settecentesca, ma il più ambizioso tentativo di realizzare una politica maggiorenne, senza santi protettori e madonne ausiliatrici, in grado di fare a meno del Dio e del suo terreno vicariato? Non sarà il caso che un nuova teoria e una nuova prassi della liberazione, che un nuovo comunismo più consapevolmente ed esplicitamente sussumano gli elementi laici, democratici e liberali, del pensiero borghese?

16.12.09

Veneziani lo stalinista. Tirannicidio e resistenza all'oppressione (S.L.L.)


Su "Il giornale" di stamani è pubblicato un articolo di Marcello Veneziani dal titolo Chi grida al tiranno legittima il tirannicidio che è un concentrato di ignoranza e di servilismo.
Il suo succo è nel periodo seguente: "Si sa che per abbattere il tiranno è ammesso anche il tirannicidio, lo dice anche la giurisprudenza liberale e democratica. In difesa della libertà e dei diritti umani si può anche uccidere il dittatore. Saddam docet. E se si giudica tiranno Berlusconi, se lo si definisce pubblicamente in questo modo, si legittima l’attentato contro di lui e si ritiene lecita ogni violenza pur di eliminare il despota". Ridotto all'essenza il ragionamento di V. è un classico sillogismo aristotelico: se è lecito uccidere il tiranno (premessa maggiore) e se Berlusconi è un tiranno (premessa minore), allora è lecito uccidere Berlusconi (conclusione). Ma al di là di ogni storica e filosofica riserva sulla logica formale di Aristotele e degli aristotelici, è ovvio che il sillogismo conduce al vero solo quando rigorosamente vere siano le sue premesse. Al contrario quando entrambe (o anche una sola di esse) siano o false, o probabili, o vere solo in parte, anche la conclusione perde il suo valore e tutto diviene un artificio dialettico, un inganno della parola.
Analizziamo pertanto le premesse. Più che dalla giurisprudenza liberale il "diritto al tirannicidio" nasce all'interno dell'etica repubblicana e aristocratica dell'antichità classica ed è esemplificato dai due Bruti, l'uccisore di Tarquinio il Superbo e quello di Giulio Cesare. Eroi di questo tipo tornarono in auge nel secondo Settecento, specie grazie a intellettuali e letterati di origine nobiliare come Alfieri, nelle cui tragedie ce n'è quasi una galleria. Il tirannicidio trovò poi spazio nella cultura giacobina che dell'uccisione di Luigi XVI fece quasi l'inizio di una nuova era.
La liceità dell'uccisione del tiranno, tuttavia, non è affatto connaturata alla "giurisprudenza liberale e democratica", e gli stessi giacobini condannarono a morte il "cittadino Luigi Capeto" solo dopo un processo in cui l'accusavano di intesa con lo straniero. Questo fu il capo d'accusa che lo portò alla ghigliottina e non il suo ruolo di monarca assoluto.
La giurisprudenza liberale e democratica prevede in verità per i popoli e per i singoli una cosa affatto diversa dal tirannicidio, cioè il "diritto di resistenza all'oppressione". Questo diritto implica la possibilità di violazione delle leggi, ma non contiene di necessità l'uccisione del tiranno. Com'è noto i teorici della nonviolenza, da Tolstoi a Gandhi fino a Capitini, rifiutano la violenza più o meno armata ed esaltano mezzi quali lo sciopero, la disobbedienza civile individuale o di massa, le pacifiche manifestazioni, i digiuni, la resistenza passiva, non solo per il loro valore etico ma anche in termini di efficacia. Ma anche quei pensatori democratici e socialisti che non escludono la lotta armata come strumento di lotta politica, la considerano una scelta estrema, cui ricorrere quando le altre strade risultino precluse. L'esempio citato da Veneziani, lo strazio di piazzale Loreto, che nessuno oggi giustifica e che si spiega nel quadro di una guerra in cui "pietà era morta", è un maldestro tentativo di ribaltare la frittata. C'è di più. In una situazione di relativa normalità i democratici, i liberali, i socialisti, i comunisti, anche quelli che non rifiutano per principio la lotta armata, conoscono la storia e sanno perfettamente che la violenza di qualche sconsiderato offre ai tiranni (ed anche a regimi più blandamente autoritari della tirannide) un'occasione di propaganda vittimistica e un mezzo per togliere a tutti diritti e libertà.
Quanto alla seconda premessa, che il cavaliere Berlusconi sia un tiranno e che il suo governo sia un regime fascista, il Veneziani fa l'indignato: in Italia ci sarebbero libere denunce televisive senza che nessuno sia eliminato, incarcerato e perseguitato. "Una tirannide, anche velata, - scrive - non ammette il dissenso, soffoca le voci ostili, sopprime i suoi avversari... Da noi invece coloro che dicono di trovarsi in una dittatura si presentano tranquillamente alle elezioni, aumentano perfino i loro consensi mentre perdura la presunta dittatura ". Secondo questo ragionare manicheo nel mondo c'è il bianco e c'è il nero, c'è la tirannide e c'è la libertà, e nient'altro. E invece no. La realtà degli stati e dei regimi dimostra che sono possibili innumerevoli combinazioni. Sappiamo che l'onorevole Berlusconi è stato pronto a dare una patente di "democrazia" al regime del suo amico Putin ed è andato vicino a darla a quello del suo amico Gheddafi, perchè in Russia o in Libia si vota, ma perchè sussistano condizioni piene di democrazia politica non è sufficiente l'esistenza di un'opposizione legale o il ricorso periodico alle elezioni, occorrono regole, diriritti collettivi e individuali che permettano alla dialettica democratica di dispiegarsi. A mio avviso il governo di Berlusconi tende a ridurre gli spazi dell'opposizione e del dissenso attraverso misure amministrative in attesa di un attacco più diretto alla Costituzione. Esso prefigura un autoritarismo politico e sociale in cui, secondo la prassi dei fascismi, il sostegno popolare passa attraverso la creazione sistematica di un nemico esterno ed interno, e dunque usando razzismo, xenofobia, paura e odio del diverso come strumenti di attivazione del consenso. Si può parlare di regime fascista? No, non ancora almeno, ma è difficile parlare di una democrazia sana.
Quali scopi ha il capzioso e ignorante argomentare di Veneziani? Leggiamone la prosa da mazziere.

"D’ora in poi dev’essere chiara una cosa: chiunque definisce tirannide o regime fascista il governo di Berlusconi si assume la responsabilità politica e civile di mandante morale delle aggressioni subìte da Berlusconi e di ogni altro eventuale attentato". Questo già all'inizio dell'articolo. Poi, verso la fine: "Ora, dopo aver accusato il premier - oltre che mafioso, buffone, corrotto, erotomane e altro - di essere tiranno e dittatore fascista, e perfino coinvolto nelle stragi di mafia, sia ben chiaro a tutti che ogni atto violento troverà in questa accusa così palesemente falsa e tendenziosa, atta a turbare l’ordine pubblico, la sua origine e il suo mandante, politico, morale e culturale. Questo sia ben chiaro in modo particolare alla sinistra radicale, alla stampa e alla tv giacobina, ai delinquenti di facebook che inneggiano a quel criminale, ai dipietristi che parlano di dittatura fascista, alle rosybindi e a tutti coloro che usano simili espressioni per demonizzare e abbattere Berlusconi".
Il primo scopo lo esplicita il linguaggio. Espressioni come "accusa falsa", "turbare l'ordine pubblico", "delinquenti" tendono a criminalizzare l'opposizione e a giustificare conseguenti misure liberticide. Ma è soprattutto il reiterato termine "mandante" che illumina quanto ridicolo e fuori luogo sia il riferimento alla "giurisprudenza liberale e democratica" di Veneziani. Chi più di ogni altro mandò a morte o nei gulag come mandanti morali gli oppositori, in genere comunisti, fu il famigerato procuratore staliniano Vishinski. Perchè vi sia un mandante - è fin troppo ovvio - occorre che a qualcuno sia affidato esplicitamente un mandato; ma, dopo l'uccisione di Kirov ed altri presunti atti di violenza trotzkista, il giureconsulto di Stalin inventò e usò a man bassa la categoria della "responsabilità oggettiva". Veneziani si colloca sulla stessa lunghezza d'onda. Uno può condannare ad alta voce la violenza perchè antidemocratica, perchè immorale, perchè inefficace e perfino controproducente, può provare ed esprimere solidarietà sincera con il Cavaliere colpito dalla statuina, tutto questo non importa. Se critichi in Parlamento e sulla stampa, se denunci collusioni mafiose e tentazioni autoritarie, se evidenzi il significato liberticida di molte misure, tu sei "mandante morale", sei "responsabile oggettivo" di ogni atto violento contro Berlusconi e i suoi, da chiunque sia compiuto. Viva la libertà.

15.12.09

Civiltà occidentale. Abusi sessuali sui detenuti in Iraq (Francesca Paci)


Leggo e inserisco con un mese di ritardo questa storia. Si tratta di una corrispondenza di Francesca Paci da Londra, da "La stampa" del 15 novembre: una storia strana, di torture e violenze sessuali in cui alcune donne sono protagoniste attive. Da leggere e meditare.(S.L.L.)

In Gran Bretagna lo scandalo sulle violenze dei soldati

Coinvolte alcune donne: 
provocazioni mentre i musulmani pregavano

C’è voluta una distanza di tre anni e il ritiro delle truppe di Sua Maestà perchè il falegname trentacinquenne Hussain Hasim Khinyab si decidesse a raccontare i giorni bui della sua detenzione nel campo di Shaaibah, la base logistica dell’esercito britannico a Sud di Bassora, nei pressi del confine kuwaitiano. «C’erano soldatesse che andando a fare la doccia ci mostravano il seno e parti del corpo, una faceva sesso con un collega davanti a noi, una terza mi spiegava a gesti che voleva avere un rapporto completo con me. Sono un musulmano osservante, mi sentivo umiliato» scrive nella deposizione raccolta dall’avvocato Phil Shiner. La sua storia, comprese le molestie dell’infermiera che lo accudiva mentre era ricoverato in ospedale, è stata rivelata ieri dal quotidiano «The Indipendent» insieme ad altre 32 nuove denunce di presunti abusi compiuti dai militari britannici su prigionieri iracheni arrestati tra il 2003 e la primavera scorsa.
I particolari delle torture e delle violenze ricalcano in maniera impressionante il modello infame di Abu Ghraib, la galera degli orrori nel cuore di Baghdad, e mentre la Gran Bretagna si chiede fino a che punto il proprio esercito abbia seguito l’alleato americano nell’inferno della guerra, il Ministero della difesa annuncia un’indagine immediata.
Da mesi circolano accuse di questo tipo, Westminster ha già aperto un’inchiesta sulla morte del detenuto iracheno Baha Musa, sul cui corpo sono stati trovati 93 segni di sevizie. Ma è la prima volta che vengono tirate in ballo le donne, protagoniste, pare, come già la riservista statunitense Lynndie England, dell’oscena competizione per la mortificazione più devastante.
Il ventiquattrenne Nassir Ghulaim se la cavò con tre giorni ma non dimenticherà mai le scariche elettriche, i soldati che mostravano ai prigionieri le foto di Abu Ghraib e li costringevano a picchiarsi tra loro nudi, i cani feroci, le finte esecuzioni e le performance pornografiche. Quattro anni prima, nelle fasi iniziali dell’occupazione, un ragazzo di sedici anni veniva violentato da due militari britannici nel campo di Shatt el Araab.
«Le vittime hanno taciuto tutto questo tempo perchè avevano paura» spiega l’attivista dei diritti umani Mazin Younis. Ora che l’Union Jack è stata ammainata, la verità emerge timida: «E’ scioccante scoprire la similitudine con Abu Ghraib, dove le umiliazioni sessuali erano la norma, soprattutto mentre i detenuti pregavano».
Il Ministero della Difesa britannico prende le rivelazioni «sul serio» ma insiste con la teoria dei «casi isolati». Secondo il titolare delle Forze Armate Bill Rammell, «non ci sono prove che gli abusi fossero parte integrante dell’operato dell’esercito», ragion per cui l’ipotesi dell’inchiesta «deve essere affrontata con cautela». L’avvocato Shiner, però, lascia intendere l’esistenza di centinaia d’altri casi, la cattiva coscienza che torna come in una tragedia shakespeariana.
Bambini nati con due teste, con tumori multipli, malformazioni alla spina dorsale e al bacino, paralisi alle gambe. Le nascite con malformazioni, a Falluja, sono quindici volte superiori alla media del resto dell’Iraq. La roccaforte del partito Ba’ath fedele a Saddam Hussein, una delle ultime ad arrendersi agli americani nel 2003, alla testa dell’insurrezione del 2004, assediata e riconquistata nel novembre di quell’anno dai Marines dopo due settimane di terrificanti bombardamenti, ha dato il nome ad un’altra delle sindromi evocate nell’antica Mesopotamia. Dopo quella «del Golfo», la sindrome «di Falluja».
Negli Anni Novanta, dopo la prima guerra contro Saddam, su 700.000 soldati americani impegnati al fronte complessivamente, cinquantamila vennero colpiti da malattie croniche inspiegabili, forse legate allo stress post-traumatico, più probabilmente alle munizioni all’uranio impoverito usate sul campo di battaglia per la prima volta nella storia. Munizioni che ora sono di nuovo sotto accusa. Anche nella sindrome del Golfo sono stati registrati centinaia di casi di bambini messi al mondo dai veterani con dolorose malformazioni, alcune simili a quelle che si verificano oggi a Falluja.
I primi casi si sono manifestati a poca distanza dalla battaglia del 2004, ma il problema è che ora stanno aumentando esponenzialmente. Tanto che l’ex ministro iracheno per le donne, Nawal Majeed al Sammarai, assieme ad altri due medici britannici, ha scritto una petizione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per chiedere una commissione di inchiesta indipendente sulle cause, e aiuti per bonificare la città dalle sostanze tossiche sospettate di essere all’origine delle malformazioni, come ha anticipato ieri il quotidiano londinese «The Guardian».
Il direttore dell’ospedale generale della città, Ayman Qais, chirurgo, chiede di fare in fretta. «Prima del 2003 - spiega - questi casi erano sporadici, ora crescono di mese in mese, sono quotidiani. Ed è aumentata anche l’incidenza di tumore al cervello in bambini di meno di due anni, prima molto rari. Come pure i casi di tumori multipli». Samira Abdul Ghani, una pediatra dell’ospedale - una struttura moderna inaugurata lo scorso agosto - ha contato 37 casi anomali in tre settimane, a cavallo tra ottobre e novembre. Soltanto il 2 novembre ci sono stati quattro casi di malformazioni neuronali in neonati.
La denuncia dei medici iracheni è destinata a riaccendere le polemiche sulle armi proibite usate dalle truppe statunitensi a Falluja. Nella prima battaglia, dopo che il 31 marzo del 2004, gli insorti avevano catturato e ucciso quattro contractors della Blackwater e avevano appeso i cadaveri per i piedi all’ingresso della città, vennero usate bombe al fosforo, solo per illuminare gli obiettivi secondo il Pentagono, o anche come proiettili incendiari secondo gli insorti e organizzazioni non governative, uso vietato dalla Convenzione di Ginevra.
Ma il fosforo, per quanto tossico, non basta a spiegare una tale strage degli innocenti. Nel novembre 2005 il Pentagono ha implicitamente ammesso che a Fallujah è stato fatto anche uso di munizioni all’uranio impoverito, che contengono scorie a basso livello di radioattività. Washington ha rivelato di aver impiegato 1200 tonnellate di uranio impoverito in Iraq «fino al 2005».
Nella seconda battaglia di Falluja, nel novembre 2004, morirono almeno 1300 insorti, non si sa quanti civili, 100 soldati americani vennero uccisi, mille feriti. È stata la più dura e lunga battaglia nella seconda guerra irachena, e l’esposizione a notevoli quantità di polveri radioattive potrebbe più facilmente spiegare «le decine di casi di neonati con teste di dimensioni abnormi, con malformazioni cardiache, o senza gli arti inferiori, o il naso o le orecchie», come testimonia il chirurgo Abdul Wahid Salah.
Il ministro della Salute di Baghdad, che pure aveva inaugurato con orgoglio il nuovo ospedale, non ha ancora dato risposta alle richieste di aiuto che vengono da Falluja. La città dell’orgoglio sunnita si fida poco del governo centrale, diffida delle truppe americane accampate in una base poco distante. Spera nell’aiuto dell’Onu, ma in fretta. «Sono costretto a operare tutto il giorno - racconta il dottor Salah -. Siamo al limite delle nostre forze».È decisamente sotto i tacchi il morale dei soldati statunitensi in Afghanistan. Soprattutto per i ripetuti dispiegamenti in operazioni da combattimento, che influiscono notevolmente sulla loro stabilità psicologica e sulla loro vita coniugale. Lo afferma uno studio sulla salute mentale dell’esercito riportato ieri dal quotidiano americano «Washington Post». Il numero dei soldati che ritiene il morale del suo reparto alto o molto alto è sceso dal 10,2 per cento del 2007 al 5,7 per cento del 2009. A livello individuale il dato resta invece stabile, con il 16 per cento dei militari che considera il suo umore alto o molto alto. L’esercito statunitense aveva in Afghanistan 43 psicologici militari quando, da aprile a giugno, è stato effettuato lo studio: in media uno ogni 1.100 soldati. Le forze armate sono impegnate per arrivare a uno psicologo ogni 700 soldati e vuole assegnarne di più a brigate e battaglioni. Circa il 21 per cento dei soldati dispiegati in Afghanistan ha riportato problemi psicologici come stress acuto, depressione o ansia, più o meno gli stessi livelli registrati nel 2007.

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