19.1.11

Era di maggio (da "micropolis" - maggio 2007)

Questo mio breve commento è stato pubblicato senza firma nella rubrica "Il fatto" nel numero di maggio 2007 di "micropolis". (S.L.L.)
Maggio 2003. Michael Stark bacia Michael Leshner dopo il loro matrimonio.
Sono la prima coppia gay unita in matrimonio in Canada.
Un venerdì di maggio del 2007 sulle banchine tra corso Vannucci e via dei Priori a Perugia una coppia gay si scambiava lunghi baci. Una telecamera riprendeva la scena e le reazioni della folla. Due maestre, accompagnatrici di bambini in gita, protestavano al vicinissimo posto di Polizia municipale, non si sa se per lo scandalo suscitato dal bacio o per il timore che fossero stati ripresi i minori. Un giornalino regionale ha voluto montare un caso, sparando la notiziola sulle locandine e in prima pagina, e poi lucrandoci per un paio di giorni con articolesse di spiegazioni e commenti.
Si trattava di un video per la manifestazione “Chi ha paura dell’omocattivo”, organizzata per il giovedì successivo dal Comune e dall’Arcigay-Arcilesbica, realizzato con lo scopo di captare le diverse reazioni alle effusioni eterosessuali, gay e lesbiche. Allo scopo erano stati ripresi in altri luoghi affollati anche il bacio tra donne e quello tra un ragazzo e una ragazza.
Rocco Valentino, capogruppo An in Consiglio comunale, ha fatto subito una sparata (“Così si spendono i soldi dei cittadini!”), ma ha dovuto rimettersi in spalla il trombone: il video non costa niente, è girato da volontari con mezzi propri. Dopo aver visionato l’intera registrazione ha così aggiunto: “Quando Marco baciava Mariangela, la gente passava senza nemmeno notarli”. A condannare l’accaduto è intervenuta poi, greve, la forzista Modena: “In Italia la società è profondamente dilaniata, per strada non si può distogliere lo sguardo”.
A noi vecchi questa storia rammenta gl’indimenticabili Sessanta. Forse Rocco non lo sa, ma c’erano sindaci moralisti che mandavano i vigili con il metro sulle spiagge, per elevare multe alle donne in costumi “succinti”. E c’erano pretori bacchettoni che per un bacetto in pubblico (tra uomo e donna) imbastivano processi per “oltraggio al pudore” o addirittura per “atti osceni in luogo pubblico”, mentre parroci e stampa benpensante parlavano di infanzia “dilaniata” dallo scandalo.
“Ti voglio amare senza nascondermi più” – cantavano a quel tempo i ragazzi. Così i catoni persero le cause e il costume cambiò: oggi nessuno ci fa più caso. Il bacio omosessuale incontra più forti resistenze, frutto di pregiudizi inveterati, di quando in quando rinverditi dai capi delle religioni. Crolleranno anche quelle.

Le parole di Walter Cremonte. Araldo ("micropolis", aprile 2007)

La sera del 22 marzo scorso il programma televisivo di Giovanni Minoli La storia siamo noi ha proposto una singolare riflessione in chiave di storiografia controfattuale, cioè di storia “fatta con i se”: il programma simulava ciò che sarebbe potuto accadere se il 18 aprile del 1948 avesse vinto non la Democrazia Cristiana ma il Fronte Popolare e per rendere più verosimile l’ipotesi di partenza utilizzava, oltre a filmati d’epoca contraffatti piuttosto credibili nelle immagini e nel commento sonoro, le finte (rovesciate) memorie dirette di due vecchie volpi come Andreotti e Curzi. La cosa era interessante, anche se si capiva ben presto dove il gioco andava a parare: mostrare quali catastrofi sarebbero accadute in conseguenza dell’ipotizzata variabile, e dunque confermare nel telespettatore, che si suppone sempre moderato, la soddisfazione per lo scampato pericolo. La morale sottintesa era che la storia si può pure fare con i se, ma che è sempre meglio accontentarsi di come le cose sono andate realmente e, quindi, di come continuano ad andare.
Questo non vuol dire che sia un errore lavorare su questo terreno e con questo metodo; anzi, penso che tocchi proprio alla sinistra - che in genere ha perso le sue battaglie (non tutte!) - provare sempre la carta del “poteva andare diversamente”: e se Spartaco avesse vinto? E’ del tutto ovvio che il problema non è la storia con i se o senza se, ma chi questa storia la fa. Ma a parte tutto questo, un aspetto del programma mi ha colpito particolarmente: l’ipotesi ben “documentata” della reazione che, in caso di vittoria della sinistra, avrebbe scatenato la Chiesa. Una reazione che avrebbe utilizzato qualsiasi mezzo, fino a promuovere una guerriglia cattolica e una guerra civile dei cattolici contro i comunisti (a partire dal Veneto e dalla Toscana: un’altra volta i “viva Maria” di Arezzo?). Questo risvolto guerriero della Chiesa in fondo non mi ha molto sorpreso, anzi, ha ridestato dei ricordi un po’ assopiti della mia adolescenza; mi ha fatto ricordare una canzone che si cantava ancora non nella Spagna franchista, ma in una parrocchia della democratica Perugia al passaggio dagli anni cinquanta ai sessanta, e che faceva pressappoco cosi: “Qual falange di Cristo redentore / la gioventù cattolica in cammino... Bianco padre che da Roma / ci sei meta luce e guida / in ciascun di noi confida / su noi tutti puoi contar. / Siam gli arditi della fede / siam gli araldi della croce / a un tuo cenno e a una tua voce / un esercito all’altar...”. E la cantavo anch’io, che pure non capivo cosa volesse dire esattamente la parola “araldo” (e a dire la verità non lo so neanche adesso); però mi faceva un effetto strano, mi faceva sentire importante. Il fascino di quella parola dal suono antico nascondeva bene ai miei occhi di ragazzino tutta quella miseria culturale e anche il crimine (eventuale, ipotetico, se...) che chi aveva un tempo scritto quella canzone si era apprestato a commettere.

18.1.11

La poesia del lunedì 17 gennaio 2010. Costantino Chillura.

La poesia di lunedì 17 gennaio viene scelta e postata oggi che è martedì 18. Ieri tutte le cure erano dedicate a mia madre e alla sua salute che ha subito un duro colpo (S.L.L.)
Trucioli e segatura
iracondo come un vecchio falegname
vado inciampando
tra i trucioli della mezza età.

ah, il gesto di chi lustra un frutto
con un lembo della camicia
aspettando un treno che verrà.

da http://www.undupalermo.com/

15.1.11

Trotzkij a Hollywood (1917)

Trotzkij a Hollywood sul set cinematografico con l'attrice Clara Kimball
Lev Davidovic Bronstein, detto Trotzkij, nel tempo del declino dello zarismo, passava da un esilio all'altro. Frequentò per esempio la Rotonda di Montparnasse, il luogo della febbre e dell'inquietudine nella Parigi degli anni di guerra, che Cendrars canonizzò  nei suoi racconti. Vi giocava a scacchi con Lenin o Lunaciarskij.
Nel 1917 la Rivoluzione, che scoppiò a Mosca di febbraio, lo sorprese a New York, appena tornato da Hollywood, ove aveva lavorato saltuariamente come comparsa cinematografica. Alla notizia lasciò rapidamente l'America e si precipitò in patria. Vi giunse subito dopo Lenin, che aveva raggiunto la Russia con il celebre vagone piombato. 

Pochettino. Un fascista anglofilo e filoamericano, ma sempre contro le donne

In una peregrinazione storico-scolastica ho rinvenuto questo curioso testo di Giuseppe Pochettino, da “Il popolo d’Italia”, il giornale fondato da Benito Mussolini e al tempo diretto dal di lui fratello Arnaldo, la voce ufficiale del Partito fascista. C’è una sorprendente esaltazione del mondo anglosassone, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America, delle cui massaie e madri di famiglia si magnificano le doti, contrapponendone una presunta domesticità all’aggressività dell’insano femminismo che vorrebbe mettere le donne tra gli uomini, nelle loro scuole, nelle loro stesse attività professionali. (S.L.L.) 
La scuola di un sano femminismo
No, no: io non mi sento di lodare questo femminismo che ha messo la donna fuori del vero e unico posto che la natura le ha assegnato: la casa; che le ha fissato un compito che non è il suo: l’antagonismo dell’uomo; che le ha fatto parlare un linguaggio contro natura e rinnegare le tre basi che formano il piedistallo della donna: l’amore, la famiglia, la religione.
Io sento che è un dovere di tutti gli uomini onesti difendere la donna quando è vittima; ma sento anche che eccitarla a diritti che non deve assolutamente avere è un corromperne il sentimento, è snaturarla, è condurla alla rivoluzione.
Io non sono di quelli che pensano che l’istruzione possa alterare i costumi della donna e deviarla dalle occupazioni e dai piaceri della famiglia: no, perché vedo quali buoni massaie e donne educate e colte sono in genere le donne inglesi o americane che escono dai grandiosi collegi di New York, del Massachussets e di Pensilvania, o da quelli di Londra, di Oxford e di Cambridge, dove hanno imparato il culto saggiamente illuminato della famiglia e dei doveri dai quali dipende la felicità domestica, nello stesso tempo che imparavano a conoscere lettere e arti.
Perciò, mentre mi duole che la donna si sia gettata a tutte le scuole frequentate dall’uomo, per prendere tutti i posti tenuti dall’uomo, lodo senza restrizioni il ministro Gentile, che, istituendo il Liceo femminile, ha creato quella che definirei la scuola di un sano femminismo, perché la scuola che veramente prepara la donna quale la natura e la ragione la vogliono, la donna cioè che, entrando domani nella società, vi prenderà il suo posto d’onore senza urti, senza antagonismi, senza rancori perché prenderà il posto di regina della casa, quello che veramente le compete.

da "Il popolo d'Italia", 20 giugno 1924

14.1.11

I professionisti dell'antimafia (Leonardo Sciascia)


Il 10 gennaio 1987 uscì sul "Corriere della sera" un lungo articolo di Leonardo Sciascia intitolato I professionisti dell'antimafia. Lo scrittore di Racalmuto, prendendo le mosse dal saggio di uno storico inglese sui rapporti mafia-fascismo, rifletteva sul presente e indicava il rischio che intorno all'antimafia si costruissero icone intoccabili e rapide carriere. All'articolo, che esemplificava la sua tesi nelle figure di Leoluca Orlando, al tempo sindaco di Palermo, e di Paolo Borserllino, seguirono dure repliche e pesanti accuse di tradimento. Lo riproduco qui ad uso di quei frequentatori del blog che non si contentino delle sintesi  e preferiscano una conoscenza completa del ragionare di Sciascia. (S.L.L.)
Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi dopo le Cinque giornate, denominarono "eroi della sesta".
1. "Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche: mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto [...] sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso." (Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961.)
2. "Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia: ma io sono ugualmente inquieto." (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966.)
Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane ricercatore dell'Università di Oxford e allievo di Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla "mafia in sé" quanto a quel che "si pensava la mafia fosse e perché": punto focale, ancor oggi, della questione: per chi si capisce sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco, al colore locale, alla particolarità folcloristica.
Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro anche se alluvionata di retorica all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso.
Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui appartengono i passi che ho voluto ricordare, siano serviti a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia: poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione, un libro) siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo che i più li abbiano letti, per così dire, "en touriste", allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il "lieto fine" - e se non lieto edificante era nell'aria, per trasmissione di potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film "In nome della legge", in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.
Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abbozzi di Sturzo per il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la pièce era stata dal suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto esser per Fabbri avvertimento a non concluderla col trionfo del bene): andava a finire male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e penoso da cimentarsi a darne un "essemplo" (parola cara a san Bernardino) sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo partito popolare sia venuta fuori una democrazia cristiana a dir poco indifferente al problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.
L'idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole; in Sicilia la mafia ha impedito che il socialismo prendesse forza: la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti, dei giovani che dal partito nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi "risorgimentali" - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani, e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena dopo il delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).
Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange "rivoluzionarie" per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano a garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine pubblico liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.
E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto. Mori, dice Duggan, "era per natura autoritario e fortemente conservatore", aveva "forte fede nello stato", "rigoroso senso del dovere". Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse quel periodo di ozio a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di "Tra le zagare, oltre la foschia", che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.
Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello stato, che era ormai lo stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il gioco di una fazione fascista conservatrice e di vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.
Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come "mafioso". Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.
E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno, molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo: e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la democrazia cristiana: et pour cause, come si è tentato prima di spiegare. Questo è un esempio ipotetico.
Ma eccone uno attuale ed effettuale. Lo si trova nel "Notiziario straordinario" n. 17 (10 settembre 1986) del Consiglio superiore della magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di procuratore della repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e della motivazione con cui si fa proposta di assegnarglielo salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dottor Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il 'superamento' da parte del più giovane aspirante."
Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come "la diversa anzianità", che vuol dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel "superamento" (pudicamente messo tra virgolette), che vuol dire della bocciatura degli altri più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo che par di capire fosse il primo in graduatoria è "magistrato di eccellenti doti", e lo si può senz'altro definire come "magistrato gentiluomo", anche perché, con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna "a lui assolutamente non imputabile": quella di non essere stato finora incaricato di processi di mafia. Circostanza "che comunque non può esser trascurata", anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo "pietisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere". E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto o più graditi rispetto alla promozione che si aspettava.
I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di "magistrato gentiluomo", c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

13.1.11

Il planisfero di al-Idrisi, il libro di Ruggero e la storia della cucina (di John Dickie)

Sul libro di Ruggero ho già proposto una nota di Leonardo Sciascia (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/01/dai-quaderni-di-leonardo-sciascia-il.html).
In maniera più particolareggiata parla di quel libro (il cui titolo originale è Diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso ilo mondo) come del planisfero cui si collega John Dickie nel suo Con gusto. Storia degli italiani a tavola (Laterza 2009), un libro che non mi stanco di consigliare per le qualità dell'indagine e la sapidità della scrittura. Ne ho tratto il brano che segue. Le ragioni per cui il libro commissionato dal re normanno di Sicilia rientri tra le fonti di una storia della cucina e della gastronomia le espone con chiarezza lo storico inglese alla fine di esso.
La Sicilia e il Sud d'Italia in una mappa di al-Idrisi.
Rispetto all'uso attuale la carta appare capovolta e un po' distorta.
La mappa di al-Idrisi capovolta per facilitarne la lettura

Il planisfero doveva apparire un prodigio a quegli uomini che per primi ci misero gli occhi sopra, nell’anno dell’Egira 548 (il 1154, secondo il calendario dei re cristiani): un disco perfetto di argento massiccio di quasi due metri di diametro, pesante come due uomini. La superficie levigata riportava incisi i contorni del mondo abitabile: all’epoca era la mappa più completa che fosse stata mai creata.
L’aveva commissionata, all’apice del suo potere, Ruggero II. Con i suoi nemici sconfitti o tramutati in alleati, il re normanno diede libero sfogo alla sua sete di conoscenza (conoscenza non del solo regno, ma del mondo intero): mandò a cercare il più illustre geografo del tempo, al-Sharif-al-Idrisi, e gli offrì una fortuna per realizzare un’indagine cartografica che superasse ogni altra conosciuta. Al-Idrisi per quindici anni studiò, esplorò, consultò altri viaggiatori. Con un grande compasso di ferro tracciò coscienziosamente longitudini, latitudini e distanze su un tavolo da disegno. Quando ebbe finito i più abili argentieri del regno furono incaricati di trasferire i contorni tracciati da al-Idrisi su un disco d’argento appositamente forgiato…
Sul planisfero erano incisi tutti e sette i mari e tutti e sette i climi dell’emisfero boreale, con i nomi dei paesi, delle città, dei porti e dei fiumi in eleganti cartteri arabi. chiunque non si accontentasse di fissare attonito il mondo dispiegato in tal modo ai propri occhi poteva consultare il grande testo di geografia compilato dallo stesso al-Idrisi, conservato accanto al planisfero e intitolato Diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo. Le sue pagine contenevano informazioni sui costumi, i prodotti, il commercio, la lingua  ele caratteristiche di tutte le località riportate sul planifero.
La maggior parte di coloro che videro per primi la mappa di argento di al-Idrisi soffermarono il loro sguardo in particolare sull’estremità occidentale del quarto clima, dove campeggiava la Sicilia (o Siqiliah, per i tanti arabofoni che consideravano la Sicilia come loro patria. La Sicilia era conosciuta in tutto il mondo per la fertilità delle sue terre e l’eccellenza delle sue mercanzie. La più importante fra le 130 città e castelli dell’isola era Palermo, “città tanto prestigiosa quanto immensa, che domina quale grandioso ed eccelso pulpito, le città del mondo intero”, come proclamava il libro di al-Idrisi. Solo Bagdad poteva paragonarsi a Palermo, che sorgeva sulla riva del mare nella parte occidentale dell’isola, protetta da un anello di montagne. I suoi due quartieri principali erano attraversati da canali e circondati da frutteti e ville irrigati da sorgenti copiose. Accanto al porto sorgeva il quartiere conosciuto con il nome di al-Alisah (l’eletta), perché era qui che un tempo risiedeva l’emiro. L’altra parte della città, Qasr (il Cassero), era una lunga penisola gremita di “palazzi imponenti ed edifici eccelsi e dignitosi, come numerose moschee, fondachi, terme e botteghe di grandi mercanti”; i suoi molti giardini erano irrigati da canali di acqua dolce fatti scendere dalle montagne. Nel punto più alto di Qasr, e più distante dal mare si ergeva l’antica fortezza, poco tempo prima corredata di una nuova e magnifica cittadella. In una delle sue sale decorate con sculture, dipinti e calligrafie di squisita fattura era conservato il planisfero…
Al-Idrisi era nato in quello che è oggi il Marocco, e aveva ricevuto la sua istruzione probabilmente nella Spagna araba.. Era di famiglia illustre: il suo lignaggio risaliva addirittura ai aprenti diretti del Profeta. Oltre che come geografo era farmacologo e medico: insomma una vedette dell’intellighenzia internazionale. Le fonti pervenute fino a noi ce nedanno però un’immagine nebulosa, forse perché le generazioni successive di studiosi islamici hanno cancellato la sua memoria, in ragione del fatto (se questa teoria è corretta) che al-Idrisi era alle dipendenza di un infedele…
Il planisfero era un elemento della politica di Ruggero, che puntava ad affermare la propria autorità in tutte le lingue e forma artistiche possibile. L’opera di al-Idrisi aveva anche un altro scopo, quello di proclamare l’opulenza della Sicilia normanna. Un importante retaggio della tradizione islamica erano gli ingredienti culinari: portando nell’isola moderne tecniche di irrigazione nate in Medio Oriente, i nordafricani che arrivarono inizialmente in Sicilia, nella seconda metà del IX secolo, diversificarono l’agricoltura trasformandola completamente. La Sicilia tramandata ai posteri da al-Idrisi era un’isola di frutteti e giardini scrupolosamente irrigati, dove generazioni di competenze tecniche e abilità commerciali arabe avevano lasciato in eredità ricche coltivazioni di limoni, mandorle, pistacchi, canna da zucchero, datteri, fichi, carrube e altro ancora.
E’ impossibile immaginare la cucina siciliana contemporanea senza quei prodotti di cui al-Idrisi e re Ruggero andavano giustamente orgogliosi. Basterebbe questo a garantire al grande geografo arabo un posto d’onore nella storia della cucina italiana.

Egemonia e letteratura in Gramsci (di Eros Barone)

Di Eros Barone ho già proposto alcune note sulla storia del Pci e su Gianni Rodari, che ho trovato assai stimolanti. Mi ha ora autorizzato a diffondere anche in questo spazio un suo breve saggio sul rapporto tra Gramsci e la letteratura nei Quaderni dal carcere, che trovo molto utile e spero trovi qualche lettore tra i frequentatori di questo blog. 
Suggestiva mi pare l'individuazione della "compostezza" come il tratto non esclusivamente linguistico che caratterizza lo stile del grande pensatore comunista. Stile che, in questo caso, è tanto l'uomo quanto la cosa. Tale compostezza non è dato di natura, ma acquisizione personale e politica, frutto di un lungo lavoro con gli altri e su di sè. Non sempre perciò la si avverte negli articoli giovanili, non di rado geniali, poi raccolti nel volume Sotto la Mole dell'edizione Einaudi, ove il piglio sbarazzino fa talora da pendant a residui di soggettivismo piccolo-borghese.

1. Il ‘gesto’ di Gramsci
   Il lettore che oggi dedichi la sua attenzione alle osservazioni e alle riflessioni dei quaderni su Letteratura e vita nazionale non faticherà a rendersi conto che il carattere paradigmatico della scepsi e della teoresi gramsciane, non meno che del suo “sarcasmo appassionato”, si fonda, più che su un compatto sistema speculativo, articolato in un ‘corpus’ di risposte e di proposte, su una coerente strategia della problematizzazione.
   Mi sia concesso, tuttavia, proprio al fine di orientare questo ipotetico lettore, di anteporre all’oggetto, cui è dedicato il presente intervento, ossia le idee di Gramsci sul tema della Letteratura e vita nazionale, un rapido profilo del soggetto di queste idee, ossia di Gramsci stesso in quanto pensatore, scrittore e dirigente politico.
   Secondo Max Kommerell - certamente il più grande critico tedesco del Novecento dopo Walter Benjamin -, la critica ha tre livelli, esemplificabili in tre sfere concentriche: quello filologico-ermeneutico, quello fisiognomico e quello gestuale. Il primo livello sviluppa l’interpretazione dell’opera, il secondo la situa in base alla legge della somiglianza, il terzo mira a coglierne il senso e l’intenzione riassumendoli in un gesto (o in una costellazione di gesti). Va da sé che ogni autentico critico passa attraverso tutti e tre questi àmbiti, soffermandosi, secondo la propria indole, più o meno su ciascuno di essi.
   Ma che cos’è - nella prospettiva delineata da Kommerell - un gesto? Ebbene, se l’intenzione ultima dell’opera è da ricondurre alla centralità e alla complessità del tema del gesto, conviene allora sottolineare che il gesto non è un elemento non-linguistico, ma qualcosa che sta col linguaggio nel rapporto più intimo e, in primo luogo, una forza operante nella lingua stessa, lievito e anima dell’espressione concettuale: gesto linguistico definisce Kommerell lo strato del linguaggio che non si esaurisce nella comunicazione e lo coglie, per così dire, nei suoi momenti solitari. Scrive il critico tedesco: “Il senso di questi gesti non si compie nella comunicazione. Il gesto, per quanto cogente possa essere per l’altro, non esiste mai unicamente per lui; solo, anzi, in quanto esiste anche per se stesso, può essere tanto cogente per l’altro. Anche un volto che non ha testimoni ha la sua mimica; ed è problematico se a lasciare sulla sua superficie un’impronta più profonda siano i gesti coi quali esso s’intende con gli altri o quelli che gli sono imposti dalla solitudine o dal colloquio con se stesso. Spesso un volto sembra narrarci la storia dei suoi momenti solitari”[1].
   Se, dunque, partendo da questa premessa e depurandola degli elementi psicologistici e metafisicizzanti che certamente contiene, proviamo a domandarci in quale gesto, ricavato dalla lettura dei suoi scritti, noi possiamo riassumere la personalità di Gramsci, io non ho alcun dubbio sul fatto che tale gesto sia da ravvisare nella ‘compostezza’: compostezza della prosa, ormai da ritenere fra quelle esemplari del Novecento; compostezza del pensiero, la cui classica  tessitura invera il modello della ‘humanitas’, che è sintesi di forma e di contenuto, di ‘sapientia’ e di ‘elegantia’; compostezza della ideazione, che si esprime nei concetti portanti della sua ricerca: egemonia, moderno Principe, riforma intellettuale e morale, ordine nuovo; compostezza della educazione rivoluzionaria, che si esprime nel gesto pedagogico e politico del dirigente che non parla ai lavoratori ma con i lavoratori, rifuggendo dalla facile oratoria comiziale e stabilendo con essi un rapporto basato sulla discussione, sul ragionamento e sul convincimento. Né occorre soggiungere che la compostezza in Gramsci non è mai seriosità o supponenza, ma metodo e insieme concezione, premessa e insieme risultato della coscienza profonda della organicità del proprio pensiero, oltre che a tutta la ‘storia sperimentale della specie umana’, al processo di formazione del pensiero collettivo delle classi subalterne e, in primo luogo, del proletariato rivoluzionario: “coscienza teorica dei fini immediati e supremi, e del modo come riuscire a tradurli in atto”[2]: materialismo storico e comunismo critico.
   Vi è, in tale compostezza, qualcosa di eroico, giacché essa, sia prima che durante il periodo della detenzione carceraria, è stata sempre in Gramsci il frutto di un’estrema tensione della volontà e del pensiero, della teoresi e della prassi, sia l’una che l’altra condotte dal pensatore sardo a cimentarsi con i livelli più alti dell’esperienza storica e della tradizione culturale in cui egli si muove: la teoresi di Marx, di Lenin, di Stalin, di Trotzki, di Bucharin, di Machiavelli, di De Sanctis, di Croce, e la prassi della rivoluzione proletaria, della Terza Internazionale, dei Consigli di fabbrica, del Partito Comunista d’Italia.

2. “Riforma intellettuale e morale”, egemonia e letteratura
   Dopo aver individuato il gesto in cui si riassume e si concentra la personalità intellettuale e morale di Gramsci, occupiamoci ora, per seguire lo schema concentrico suggerito dal critico tedesco, dei testi di Gramsci e della loro interpretazione.      
   Il nostro lettore degli appunti gramsciani su letteratura e vita nazionale certamente rileverà il condizionamento storico esercitato sulla disàmina condotta da Gramsci dall’idealismo crociano e gentiliano, non meno che dal lorianesimo e dal multiforme brescianesimo, oggetti e insieme categorie della critica sempre istruttiva, frequentemente spassosa e, non poche volte, spietata, cui Gramsci ha sottoposto le varie manifestazioni della cultura reazionaria, conservatrice e revisionista del suo tempo. Ciò che, invece, noterà come elemento attuale e sostanzialmente invariato sarà la prospettiva di fondo, cui quegli appunti sono solidamente agganciati: la prospettiva di una “riforma intellettuale e morale”, centro nevralgico della scepsi, della teoresi e della prassi di Gramsci[3]. Prospettiva, peraltro, che Gramsci collega saldamente al mutamento dei rapporti sociali di produzione, escludendo in radice interpretazioni di carattere culturalistico o, peggio, moralistico, che altro non sono se non frutto di una ermeneutica della sprovvedutezza o della malafede, come dimostra in modo inequivocabile il passo seguente, tratto dalle Noterelle sul Machiavelli: “Può esserci riforma culturale e cioè elevamento civile degli strati depressi della società, senza una precedente riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico? Perciò una riforma intellettuale e morale non può non essere legata a un programma di riforma economica, anzi il programma di riforma economica è il modo concreto con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale”[4].
   Se la “riforma intellettuale e morale” è necessariamente parte integrante della “riforma economica”, essa ha, nondimeno, una sua specificità, che Gramsci ravvisa nella “lotta per una nuova cultura”, che costituisce la condizione di base affinché “la critica del costume, dei sentimenti e delle concezioni del mondo” giunga a fondersi con la “critica estetica o puramente artistica”[5]. La direttrice metodologica che Gramsci indica è quella, già individuata e praticata dal De Sanctis, che consiste nel ricercare e nel riconoscere, attraverso e dentro le forme estetiche, i contenuti ideologici - riconducibili, per l’appunto, ad una concezione del mondo, ad un insieme di convincimenti morali, ad un gesto etico e sociale - che in quelle forme trovano un’espressione più o meno organica. Così, se da un lato l’approccio interpretativo corretto non può essere quello, riduttivo e meccanicistico, che concepisce le forme ideologiche come semplici veicoli o meri epifenomeni dei contenuti, dall’altro non può nemmeno essere quello, altrettanto riduttivo e unidimensionale, che esclude onanisticamente ogni dimensione extratestuale e considera il linguaggio, la letteratura e l’ideologia come, per dirla con Labriola, altrettanti “caciocavalle appise”, ossia entità di un ideale mondo iperuranio, che si riproducono per partenogenesi. Se allora l’apporto generale del materialismo storico dovrà essere individuato nel fatto che la prassi letteraria è riconosciuta come prassi effettiva e, in tal modo, è pienamente valorizzata e compresa, l’apporto specifico di Gramsci consisterà nell’individuare il centro di tale prassi, così come di ogni altra pratica ideologica, nella questione dell’“egemonia”, che per Gramsci coincide con la questione dell’“egemonia intellettuale e morale” e, dunque, con la questione strategica dell’“egemonia politica”, vero punto archimedico dei Quaderni del carcere.
   È questo il motivo profondo per cui l’interesse di Gramsci si appunta, in primo luogo, verso le “forme collettive” dell’espressione, le manifestazioni di un “gusto di massa”, e, quindi, verso la politica culturale che ne può promuovere e garantire l’innalzamento. Come egli stesso afferma in apertura del Quaderno 21 (“Letteratura popolare”), prendendo le mosse da una sorta di “catalogo di questioni” e mirando a individuare un organico “nesso di problemi”, “non si riesce a intendere concretamente che l’arte è sempre legata a una determinata cultura o civiltà, e che lottando per riformare la cultura si giunge a modificare il ‘contenuto’ dell’arte, si lavora a una nuova arte, non dall’esterno (pretendendo un’arte didascalica, a tesi, moralistica), ma dall’intimo, perché si modifica tutto quanto l’uomo in quanto si modificano i suoi sentimenti, le sue concezioni e i rapporti di cui l’uomo è l’espressione necessaria”[6]. Così, in questa prospettiva, riassumibile nella parola d’ordine “lavorare a una nuova arte non dall’esterno, ma dall’intimo”, acquistano importanza decisiva problemi come quelli relativi al carattere non popolare della nostra tradizione letteraria e alla debolezza di quei generi letterari in cui maggiormente si esprime il tratto “collettivo” della comunicazione, come il teatro, il romanzo, la letteratura per l’infanzia e quella che in tedesco è definita come ‘Trivialliteratur’ e che Gramsci chiama “letteratura commerciale”[7]. In tale prospettiva, inoltre, balzano in primo piano, quali ineludibili esigenze dell’analisi e della riflessione, la questione della lingua e i momenti cruciali della storia italiana come la civiltà comunale, la Controriforma, il Rinascimento e il Risorgimento, non meno che lo studio del folclore, la prosa giornalistica e la cultura del melodramma.
   Tuttavia, per Gramsci la progressiva estensione di questo ‘catalogo di questioni’ può essere dominata soltanto se non si perde di vista il “nesso di coordinazione e di subordinazione” che riconduce tali problemi alla loro matrice generativa (l’egemonia) e li stringe in una sintesi dialetticamente unitaria.  
   Gramsci dimostra di essere perfettamente consapevole delle implicazioni teoriche e pratiche, storiche e politiche di questa problematica, allorché scrive con perentoria chiarezza: “Non è mai esistita una coscienza, tra le classi intellettuali e dirigenti, che esista un nesso tra questi problemi”. E prosegue: “Nessuno ha mai presentato questi problemi come un insieme collegato e coerente, ma ognuno di essi si è ripresentato periodicamente a seconda di interessi polemici immediati, non sempre chiaramente espressi, senza volontà di approfondimento; la trattazione ne è stata perciò fatta in forma astrattamente culturale, intellettualistica, senza prospettiva storica esatta e pertanto senza che se ne prospettasse una soluzione politico-sociale concreta e coerente”[8]. Laddove il punto metodico di capitale importanza consiste nella risoluzione del “catalogo” in un “insieme”, in un “nesso”: risoluzione, questa, resa possibile, nella sua concretezza e nella sua coerenza, dalla mediazione del concetto di “egemonia”, che apre lo spazio teorico e storico in cui la letteratura può essere pensata, per l’appunto, come un “nesso”, vale a dire come un problema “nazionale” e “popolare”, lungo una linea che congiunge le intuizioni di De Sanctis ai teoremi della “filosofia della prassi”.

3. “Nazionale” e “popolare” versus nazionalismo e populismo
   Una specifica attenzione merita, a questo punto, la fondamentale e quanto mai controversa coppia concettuale gramsciana di “nazionale” e “popolare”, su cui ciò che si è finora osservato dovrebbe proiettare una luce non obliqua. A questo proposito, è senz’altro opportuno premettere un fondamentale criterio interpretativo che concerne lo stile di pensiero di Gramsci.
   Questo è uno stile che, pur avvalendosi di un lessico ponderato, definito e deliberatamente eterogeneo nelle sue fonti e nelle sue radici, non tende a imprigionare in forme categorialmente rigide la riflessione, ma, al contrario, punta a saggiare la tenuta di una nozione attraverso la rete di relazioni concettuali che è dato intessere per afferrare il “movimento reale” e rendere pienamente intelligibile la dialettica concreta della storia. In questo senso, si può affermare che la strategia della problematizzazione, che ho evocato all’inizio di questo intervento per caratterizzare la scepsi e la teoresi di Gramsci, si configuri come una struttura di pensiero che la scrittura definisce e, insieme, rispecchia mirando non tanto a istituire una meccanica corrispondenza fra idee, parole e cose (corrispondenza che presuppone un’idealistica simmetria fra questi diversi ordini) quanto a trasformare, come si è detto, un “catalogo” in un “nesso”, un insieme di temi e di questioni in un blocco dialetticamente e pur compattamente unitario di problemi.
   La consapevolezza della radicale storicità del pensiero, da cui deriva il rigore teoretico dello storicismo materialistico gramsciano, impedisce infatti qualsiasi forma di trascendimento e di assolutizzazione e, nel contempo, rende problematico ogni tentativo di fondazione che si appelli a “verità assolute ed eterne”. D’altra parte, questa “difficoltà” di fondazione e, dunque, di dogmatizzazione non è forse l’essenza stessa, radicalmente storica, della “filosofia della prassi”, non meno che del metodo di pensiero e dello stile di scrittura di Gramsci? E il riconoscersi come storicamente condizionata e provvisoria non è forse ciò che permette alla filosofia gramsciana, pur declinandosi come ideologia rivoluzionaria, di non essere ideologica “nel senso deteriore”[9]?
   Pertanto, proprio a partire da questa essenziale premessa critico-teoretica, concernente non solo la “difficoltà” di fondazione della filosofia gramsciana ma anche l’impossibilità di irrigidirla in forme (e formule) dogmatiche, si chiarisce e si illumina anche il binomio concettuale di “nazionale” e “popolare”, che, a seconda dei contesti, può quindi sciogliersi nei sinonimi di “storico” e “sociale” o porsi, invece, come l’equivalente dialettico di “universale” e perfino, al limite, di “cosmopolitico”. Ciò accade perché la topica di queste determinazioni, lungi dall’essere di tipo staticamente classificatorio, è mobile e dinamica, potendo, volta a volta, in funzione criticamente ‘destruens’, indicare, mediante i termini di “nazionale” e “popolare”, l’opposto di “personalistico” o “individualistico” - laddove la polemica gramsciana è rivolta, per un verso, a demistificare il soggettivismo estetico e culturale e, per un altro verso, ad affermare i caratteri storicamente oggettivi e sociali della produzione letteraria e artistica - oppure esprimere, in funzione positivamente ‘construens’, l’attuazione di un “universale” concreto, il cui contenuto storicamente necessario implica il superamento di ogni forma di idiotismo, quale che sia la forma, “bassa” o “alta”, in cui questo si configura - l’idiotismo può infatti presentarsi avvolto nei rozzi panni di una subcultura municipale e folclorica, regionale e dialettale, ma può anche presentarsi drappeggiato nelle vesti pretenziose di un culturalismo di segno elitario ed esclusivista -.
   In realtà, la prospettiva cui Gramsci àncora le nozioni di “nazionale” e “popolare” è quella di una ‘Weltliteratur’, di una “letteratura mondiale”, e non la prospettiva, frutto di fraintendimenti lessicali o di deformazioni concettuali, che, se non lo riduce, avvicina però fortemente questo binomio al “nazionalismo” e al “populismo”. Al contrario, occorre dire che Gramsci conduce una lotta incessante contro il nazionalismo e il populismo cercando di estrarre e rivolgere contro tali elementi costitutivi dell’ideologia elaborata e imposta dal regime fascista tutto ciò che sia      suscettibile di metterne a nudo le contraddizioni, di riscattare i concetti di “nazione” e di “popolo” da quel tipo di sfruttamento ideologico e di sviluppare una visione antitetica.
   Va detto, infine, che, se oggi tale operazione può dirsi sostanzialmente conclusa, restano invece intatte, più che mai attuali, e da riproporre nelle forme storicamente adeguate alla presente congiuntura politico-ideologica, le ragioni di una “riforma intellettuale e morale” capace di costituire, sia nel mondo della cultura sia nel sistema delle comunicazioni di massa, un’alternativa potenzialmente egemonica alle concezioni e alle pratiche individualistiche, municipalistiche, elitarie e corporative, ossia al modo di concepire e di fare letteratura nel quadro del capitalismo contemporaneo.


[1] Max Kommerell, Gedanken über Gedichten, Frankfurt am Main, Klostermann, 1956³, p. 36.
[2] A. Gramsci, La costruzione del partito comunista (1923-1926), Einaudi, Torino, 1971, p. 49. Il passo, tratto da un articolo non firmato ma attribuibile a Gramsci, intitolato La scuola di partito e apparso sulla rivista «L’Ordine Nuovo» del 1° aprile 1925, recita integralmente ed esattamente: «Studio e cultura non sono per noi altro che coscienza teorica dei nostri fini immediati e supremi, e del modo come riuscire a tradurli in atto».
[3] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1977, pp. 2185-2255.
[4] Ibidem, p. 1561.
[5] Ibidem, pp. 2187-2188.
[6] Ibidem, pp. 2107-2109.
[7] Ibidem, p. 1934.
[8] Ibidem, p. 2107.
[9] Ibidem, p. 1489. Si veda, inoltre, sempre nel contesto della stessa nota, intitolata Storicità della filosofia della prassi (pp. 1487-1490), l’esito, in apparenza paradossale ma del tutto coerente e assai suggestivo, cui conduce la radicalizzazione dello storicismo operata da Gramsci in connessione con la tematica engelsiana del passaggio dal regno della necessità al regno della libertà: «Ma se anche la filosofia della prassi è una espressione delle contraddizioni storiche, anzi ne è l’espressione più compiuta perché consapevole, significa che essa pure è legata alla “necessità” e non alla “libertà” che non esiste e non può ancora esistere storicamente […] Si può persino giungere ad affermare che mentre tutto il sistema della filosofia della prassi può diventare caduco in un mondo unificato, molte concezioni idealistiche, o almeno alcuni aspetti di esse, che sono utopistiche durante il regno della necessità, potrebbero diventare “verità” dopo il passaggio [dal regno della necessità al regno della libertà] ».

Dai "Quaderni" di Leonardo Sciascia. Il libro di Ruggero( da “L’Ora” 25 giugno 1966)

Mosaici della Martorana, Palermo, Re Ruggero incoronato
I monumenti che ci restano del regno normanno di Sicilia hanno come peculiarità morale ed estetica la tolleranza religiosa e politica in cui si sono realizzati, il “dialogo” tra le culture mediterranee da cui originalmente (e finora irrepetibilmente) sono sorti. E un monumento di questa grande ed unica stagione della storia mediterranea si può considerare anche “Il diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo” di Abu Abdallah Muhammad ibn Muhammad ibn Idris, una delle opere geografiche tra le più scrupolose e relativamente attendibili del medioevo, e forse la più compiuta, comunemente nota come Il libro di Ruggero di Edrisi o Idrisi per il giusto accostamento che la posterità operò tra il nome del geografo arabo che condusse l’enorme lavoro e quello del sovrano normanno che lo volle e lo patrocinò. E della volontà di Ruggero, della generosità con cui protesse il lavoro, Idrisi fa ampia e commossa dichiarazione nella premessa: “Alla nobiltà del tratto egli accoppia la bontà dell’indole: ai benefici la cordialità. E con ciò l’animo valoroso, l’intelletto lucido, il profondo pensiero, la imperturbabile calma, il diritto vedere e provvedere, e nel maneggio degli affari, l’abilità che vien dal sommo acume dell’ingegno. I suoi provvedimenti sono strali che mai non falliscono: gli affari più intralciati gli tornano agevoli a ravvivare; a tutto il governo ci sopravvede; i suoi sonni valgono quanto le veglie della comune degli uomini; le sue sentenze sono le più giuste che magistrato abbia mai pronunziate: i suoi doni rassembrano mari profondi e copiosissime piogge. Noverar poi non sapremmo le sue cognizioni nelle discipline matematiche e nelle politiche…Tra le sublimi dottrine e i nobili intendimenti di Ruggero è da notare che quando si estesero le province del suo reame e ingigantirono i propositi del suo governo: quando i paesi italiani gli obbedirono e i popoli accettarono la sua sovranità, gli piacque di appurare le condizioni de’ suoi stati e ritrarle con la certezza della riprova. Saper volle per filo e per segno del suo reame e confini, le vie di terra e di mare, in qual clima giacesse ciascuna provincia, quali mari e golfi le appartenessero. Non contento a questo, bramò di conoscere tutti gli altri paesi e regioni dei sette climi nei quali scienziati si accordano a divider la Terra e i traduttori e i compilatori li segnano in loro pergamene, e quali e quante parti di ciascuna regione tornassero a ciascun clima e si dovessero in quello comprendere e annoverare”.
L’opera veniva quindi ad obbedire a una esigenza pratica e a una sete di conoscenza: ma, dice giustamente Umberto Rizzitano, “com’è facile immaginare le notizie più interessanti ed anche le più attendibili ed originali sono quelle riguardanti l’Africa settentrionale, la Spagna, l’Italia insulare e peninsulare per le quali Idrisi ha potuto fare tesoro quasi sempre di informazioni dirette ed esperienze personali”, che “gli vennero invece a mancare quando si trattò di descrivere la Germania, la Polonia e la Russia…”, e a ciò forse è da aggiungere la fretta di finire l’opera nelle sue ultime parti, stante le condizioni di salute di Ruggero, che infatti moriva qualche settimana dopo il compimento del Libro.
Non sappiamo fuori e dopo il regno normanno quale fortuna l’opera di Idrisi abbia avuto nel mondo latino; e del resto, tanti rapporti, legami ed imprevisti della cultura araba verso la nostra ancora ci sfuggono (e basti pensare che l’ipotesi di uno studioso spagnolo su certa escatologia musulmana passata nella Divina Commedia sembrava, appena pochi anni fa, poco serie se non addirittura ridicola: e ora ha trovato invece prove concrete). Ma sappiamo che nel 1592 usciva a Roma un compendio del Libro e che nei primi del secolo successivo c’era già una traduzione latina. Nel 1632 il Padre Domenico Magrì, maltese, nel Collegio Romano, traduceva dall’arabo ad verbum la parte relativa alla Sicilia; e ne trovò copia manoscritta, nella biblioteca del dottor Domenico Schiavo, Francesco Tardia che, annotandola per come sapeva e poteva, la pubblicava nell’ottavo tomo degli “Opuscoli di autori siciliani” (Palermo 1764). Successivamente, tra il 1836 e il 1840, usciva in Francia una traduzione integrale. Poi Michele Amari, nella “Biblioteca arabo-sicula” (Torino, 1880-81), traduceva la descrizione della Sicilia, cui si aggiungeva più tardi, nella traduzione di Celestino Schiapparelli, quella dell’Italia di terraferma (Atti dell’Accademia dei Lincei, 1883),
Ora, a celebrare i vent’anni dell’autonomia siciliana, ad iniziativa di un comitato dell’Assemblea Regionale, l‘editore Flaccovio ha pubblicato Il libro di Ruggero nelle parti che riguardano l’Italia: in bella edizione, e anzi con una certa giuccheria. La traduzione, che offre la possibilità di una scorrevole lettura (mentre più faticosa sarebbe la lettura delle bellissime traduzioni di Amari e Schiapparelli) è del professor Umberto Ruizzitano; e anche la breve e precisa introduzione, e le note che soprattutto riguardano l’identificazione dei luoghi e per le quali il nuovo traduttore dichiara il suo debito all’Amari e allo Schiapparelli, la cui fatica in questo senso è stata esemplare.
Presentando il libro, l’onorevole Lanza, presidente dell’Assemblea Regionale, dice che l’opera, nel rifiuto delle suggestioni leggendarie e mitiche, si può considerare come la prima moderna; e ricorda che fu concepita nel palazzo che è oggi sede dell’Assemblea regionale siciliana. E se un tale richiamo vuole essere un avvertimento, un monito, noi malinconicamente lo sottoscriviamo.

12.1.11

Er merito de li ricchi (un sonetto di Giuseppe Gioachino Belli)

Merito dite? O ppoveri merlotti!
Li quadrini, ecco er merito, fratelli.
Li ricchi soli so’ bboni, so’ bbelli,
so’ ggrazziosi, so’ ggioveni e sso’ ddotti.

A l’incontro noantri poverelli
tutti schifenze, tutti galeotti,
tutti deggni de sputi e de cazzotti,
tutti cucuzze in càmmio de scervelli.

Fa ccomparì un pezzente immezzo ar monno:
fussi magàra una perla orientale,
presto cacciate via sto vagabbonno.

Tristo chi sse presenta a li cristiani
scarzo e ccencioso. Inzìno pe’ le scale
lo vanno a mmozzicà ppuro li cani.

8 aprile 1936

11.1.11

Rutelli e Boselli, aria fritta e trasformismo. Che noia, che barba.


Stamattina si è svolta una conferenza stampa di Alleanza per l’Italia per illustrare un documento che sintetizza le posizioni del movimento guidato da Rutelli sulle questioni politiche più urgenti: voteranno la sfiducia a Bondi e contro il federalismo municipale che crea rotture, proporranno una mozione per la libertà religiosa in tutto il mondo contro le persecuzioni dei cristiani, sulle questione bioetica lavorano con tutto il nuovo “polo” per una “sintesi alta” lasciando libertà di voto ai parlamentare, non vogliono Vendola in una alleanza politica, ma la riconciliazione che auspicano non è con il governo Berlusconi (come pare che voglia Casini) ma tra tutto il popolo italiano. Sulla riforma elettorale, infine, preferiscono il sistema tedesco, ma son pronti a trattare. Insomma quello dell’ex “bello guaglione” Rutelli è il festival dell’aria fritta. Nessuna meraviglia che la Palombelli, quando deve dormirgli a fianco, non faccia che ripetere “che noia, che barba”.
L’unica (relativa) sorpresa la presenza alla sinistra di Rutelli di Enrico Boselli, recente acquisto del movimento. L’omino nel 2005 tuonava contro il clerical-rutelllismo e lo strapotere del cardinale Ruini. Si collegò ai Radicali di Pannella per fare “la Rosa nel Pugno” e nella campagna elettorale dell’anno successivo li scavalcò in laicismo giungendo a proporre l’immediata abrogazione del Concordato firmato dal suo amato Craxi. Poi ruppe coi pannelliani per (ri)fare il Partito socialista italiano. Ora lo ha lasciato per aggregarsi, come vicepresidente dell’Api, a Rutelli, che in tempi lontani era anticoncordatario sfegatato, ma ora, finché gli dura, è papista. Festival dell’aria fritta e del trasformismo. Che noia, che barba.

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