28.7.13

"Fellatio" in tv. Ingoio e gola profonda (S.L.L.)

Emma Dante
Doveva essere mercoledì, un po’ prima della mezzanotte.
Al 29 o al 30 del digitale terrestre, in un canale che è collegato alla 7, mi sono imbattuto in un talk-show. Credo che si chiami La mala educazione o qualcosa di simile. Al centro di un nutrito gruppo di signore e signori di età assai varia, ma con prevalenza di "trentini" e "quarantini", una spigliata conduttrice guidava civili discussioni sul sesso. Ne parlavano col sorriso sulle labbra, non senza ironia, ma con molta partecipazione.
Tema della puntata era la fellatio.
Non è mancato un momento di impegno civile: quando Emma Dante, una teatrante siciliana che dicono essere brava, in collegamento da non so dove ha riferito la diceria che i mafiosi tolgano alle proprie mogli il piacere del pompino, onde impedire che labbra rese impure dallo sperma possano baciare i loro figli.
La Dante secondo me si sbaglia, fuorviata dalle veline e dalla informazione ufficiale. Dopo la distruzione delle bobine quirinalizie e l'assicurazione che non ci sono state illecite trattative, l’input proveniente dall'alto sembra essere l'identificazione della mafia con le sue frange militari più arretrate e brutali. La regista non pensa perciò a quella borghesia mafiosa senza coppola e lupara, piena di laureati, medici, finanzieri, imprenditori, assessori, sindaci, onorevoli o addirittura ministri, e sembra ignorare che dentro di essa cominciano a farsi strada emancipate e agguerrite donne d'affari, che non si fanno mancare alcun tipo di sollazzo erotico.
I temi più impegnativi della trasmissione sono stati in ogni caso l’ingoio e la “gola profonda”.
Una signora dichiarava che preferisce non ingoiare e lasciar scivolare fuori dalla bocca e un signore  la lodava, esaltando il piacere di vedere il proprio seme segnare il volto della partner; ed anche le altre parti del corpo.
Quanto alla gola profonda una bella trentenne lamentava di non riuscire ad accogliere in bocca, tutto intero, il membro del compagno, temeva un rigetto. Non lontano da lei un uomo con barba e gli occhietti vispi navigava invece tra il poetico e lo psicologico: “Quando scompaio nella sua bocca, comprendo di essere accettato interamente, sento che lei accoglie tutto me stesso”. Aggiungeva, anche per rassicurare la sua vicina: “Per fortuna ce l’ho piccolo”.
Ho commentato: finalmente un po’ di purezza, un po’ d’innocenza in un dibattito televisivo! Un antidoto all’orgia di oscena pornografia cui ci costringono nelle trasmissioni politiche e nei telegiornali.   

27.7.13

I Vescovi della Chiesa d'Inghilterra. Una poesia di Stevie Smith (1902 – 1971)

Io ammiro i Vescovi della Chiesa d'Inghilterra.
Non si può essere Vescovi della Chiesa d'Inghilterra
e scemi.
Si può essere Vescovi della Chiesa d'Inghilterra
e canaglie.
Ma
fortunatamente
pochi o nessun Vescovo della Chiesa d'Inghilterra
è uomo di cattiva volontà. Fanno del loro meglio
per decidere saggiamente
per governare efficacemente.
Sono il bersaglio degli ignoranti
dei sentimentali
di chi fa del proprio malumore e incompetenza
un Partito per l'Alleviamento delle Sofferenze
dei Membri Oppressi della Classe Medio Bassa.

Perù. I piccoli lavoratori di Iquitos (di Gianni Proiettis)

Il testo che segue è parte di un più ampio reportage su Iquito. Nel brano che ho ripreso si affronta il tema del lavoro minorile che da noi è tabù (nel senso che esiste ed è spesso irregolare, ma è proibito parlarne). L’articolo non prende posizione, ma lascia intendere che la linea “antiproibizionista”, di legalizzazione e di diritti, sostenuta dalle associazioni di ragazzi e bambini di cui si parla, potrebbe essere più avanzata della mera “proibizione”. Io sono ovviamente contrario a lavori minorili pesanti (ad esempio nelle miniere), ad ambienti insalubri, a lunghi orari,  a fatiche che impediscano lo studio e il gioco e nuocciano a una crescita sana ed equilibrata. E sono – naturalmente - contrario allo sfruttamento e alla violenza costrittiva. Ma non riesco ad essere contrario a tutto il lavoro dei minori: a forme di apprendistato, a un contributo dei ragazzi nei lavori agricoli (dall’allevamento al raccolto), in attività turistiche e commerciali. Credo che peraltro in tempi di crisi una responsabilizzazione dei ragazzi nell’economia familiare abbia anche un valore pedagogico e formativo. Non so trovare formule precise, ma credo che se ne dovrebbe ragionare. (S.L.L.)
Iquito, Una manifestazione della Juventud in Progreso
 Nella più grande città continentale non raggiungibile via terra i bambini sono favorevoli al lavoro infantile, però si stanno organizzando in reti nazionali per la difesa dei propri diritti

Capitale del dipartimento peruviano di Loreto, città fluviale costruita dai gesuiti sul Marañón nel 1764, Iquitos conobbe il suo periodo di splendore all’epoca del caucciù, quando questa materia prima amazzonica era richiesta ed esportata in tutto il mondo. Nel corso del Novecento, la diffusione di piantagioni in molti paesi asiatici prima, e l’invenzione del caucciù artificiale derivato dal petrolio poi, hanno significato un lento e inesorabile declino per la regione.
Oggi, Iquitos ha superato il mezzo milione di abitanti, formicola di un assordante traffico di moto e tricicli a motore (i taxi motokar) e dipende sempre più dagli umori del Rio delle Amazzoni, che si forma nelle sue vicinanze alla confluenza del Marañon con l’Ucayali. È famosa per la bellezza e la liberalità delle sue donne ma ha anche il triste primato nazionale in turismo sessuale e prostituzione infantile.
Stando a Wikipedia, Iquitos è la più grande tra le città non raggiungibili via terra. In effetti, si arriva qui solo in aereo o con qualche imbarcazione: i quasi 400 km quadrati della città sono una specie di grande isola terrestre circondata da fiumi. I voli da Lima costano il doppio per i turisti stranieri, i visitatori annuali non superano i 25.000. Un suo enorme quartiere, Belén, costruito sul fiume tutto su palafitte, è considerato una Venezia amazzonica. Certo, una Venezia abbastanza tugurizzata, piuttosto malsana e un po’ pericolosa.
Chi scrive si trova qui insieme a due antropologhe per una video-inchiesta sui bambini e gli adolescenti che lavorano. Nei villaggi andini, dov’è cominciato lo studio, i risultati sono stati sorprendenti: la stragrande maggioranza dei bambini intervistati si sono detti favorevoli al lavoro infantile, differendo in questo dalla posizione di molti organismi internazionali e della stessa chiesa cattolica, che lo rifiutano in assoluto. Anzi, si sono dichiarati contenti di contribuire al bilancio familiare ma fortemente contrari allo sfruttamento e ai maltrattamenti. Sempre più coscienti dei loro diritti, si stanno organizzando in una rete nazionale di bambini e adolescenti (Rednna). Molti di loro, incredibilmente maturi, dividono la giornata fra studio e lavoro. Qui a Iquitos l’ambiente è molto diverso da quello delle Ande centrali, ma la voglia di discutere dei propri problemi e di farsi ascoltare è la stessa.
«Nella nostra contrada c’è molta violenza, nelle feste si beve molto e poi finisce sempre in risse con feriti, a volte morti. Siamo contro questi sfoghi violenti», dice Yanir Ríos Pacaya, 16 anni, «vorremmo che quelli più grandi di noi si divertissero in maniera più sana. Noi facciamo concorsi di canto, danza e poesia. E anche campagne ecologiche: il mese scorso abbiamo raccolto tonnellate di rifiuti dalle rive del fiume Nanay». Yanir è fra le fondatrici di Juventud en Progreso, un’associazione giovanile di una borgata che si chiama appunto Progreso e non gode di buona fama.
(…) Iquitos fa anche da sfondo al romanzo di Vargas Llosa Pantaleón y las visitadoras, in cui il protagonista, il capitan Pantoja, organizza con innocenza patriottica un servizio di bordello ambulante per i soldati sperduti nella selva.
Valeria Hauanari, 19 anni, attivista dell’associazione Juventud en Progreso, si dichiara indignata dal reportage di un giornale spagnolo sulla prostituzione infantile a Iquitos (http://www.larazon.es/noticia/8671-iquitos-la-ciudad-prostibulo). «È una generalizzazione assurda. Fa apparire l’intera città come un lupanare. Non nego che il fenomeno esista, ma penso che un articolo così lo sta magnificando e finisce per dare una falsa immagine di Iquitos».
Valeria ammette che la sessualità delle ragazze qui si sveglia prima che in altre latitudini, che molti trentenni hanno delle amanti quattordicenni, che il mito della verginità qui non ha mai attecchito. «Ma la grande apertura delle donne charapas (del dipartimento di Loreto, ndr), che portano la moto meglio degli uomini, non ha niente a che vedere con la prostituzione. È solo una manifestazione di libertà».

“il manifesto”, 27 settembre 2011



Berlusconi al Bagaglino

Silvio Berlusconi (a destra) con un suo sponsor
Berlusconi:
«Senti che voce, perché ho tenuto banco fino alle sei e mezza con il locale che si è fermato… Tutti ’sti ragazzi intorno che ho invitato a fare gli imprenditori, gli ho raccontato un mare di cose… Sulla Cina erano lì che pendevano dalle mie labbra e delle donne a go-go! Io ho preso otto numeri, ma ce n’erano di più».

Tarantini:
«Ma dov’è stato?… Ah, l’Eleven…».

Berlusconi:
«Naturalmente mi hanno offerto tutto, champagne a go-go, il proprietario è diventato matto e c’è stata una roba, ma una cosa di brasiliane, russe, italiane… C’ho qui otto numeri di donne nuove! Purtroppo non c’è il tempo, perché adesso andare in giro fai così e tanghete! Va bene, ma gua… a Napoli, non ti dico a Napoli che cosa succede, quando io vado lì sono ormai santo veramente… Per la Arcuri bisogna trovare un’altra serata… C’ho tanti impegni internazionali… Adesso vado in America…».

Tarantini:
«Ci vediamo l’otto».

Berlusconi:
«Ci vediamo l’otto per andare prima a vedere il Bagaglino!… Se tu hai una ragazza da portare, due ragazze, tre ragazze… Per favore non pigliamole alte come fa questo qui di Milano perché noi non siamo alti».

Tarantini:
«Ha visto le mie come sono!».

Berlusconi:
«Devono essere tutte come la Graziana!».

Tarantini:
«Va bene! Io ne porto un paio, due o tre le porto!…».

Berlusconi:
«Ne abbiamo tante, però lì ce ne sono di nuove».

Tarantini:
«E vabbè, abbondiamo!».

Telefonata intercettata il 5 ottobre 2008
Testo pubblicato il 28 settembre 2011 dal quotidiano “il manifesto” nella rubrica “Vuoti di memoria” a cura di Alberto Piccinini

Stalin e la sua mamma. Una barzelletta sovietica.


In una vecchia barzelletta sovietica Stalin mostra alla madre i segni del suo potere: la potente macchina nera, la guardia in alta uniforme, le meravigliose stanze del Cremlino.
E lei, l’anziana madre, lo benedice con affetto: «Bravo, Josif,
ne hai fatta di strada… Ma attento, che se arrivano i Comunisti…».

da un articolo di Alessandro Robecchi ("il manifesto", 25 settembre 2011)

Tra Parigi e Rio. La giovinezza di Luciano Salce (Andrea Pergolari)

Luciano Salce, France Valeri, Vittorio Caprioli
Salce s’è diplomato in regia all’Accademia d’arte drammatica di Roma nel 1946 e, dopo aver fatto praticantato recitando in spettacoli di Visconti, Strehler, Costa e Fersen, durante una tournée a Parigi con Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli si ritrovò in un locale di Parigi gestito addirittura da Paul Claudel, “La Rose Rouge”, a fare una specie di spettacolino improvvisato di tipo cabarettistico: esso in realtà era la ripresa di un usanza che si aveva a Roma al Teatro dell’Arlecchino ed era quella di recitare delle scenette rapide, brevissime, quasi degli sketch di tipo futurista, cui lo stesso Luciano Salce aveva partecipato ancora in giovane età (lo facevano per esempio degli intellettuali come Pannunzio e Flaiano). Caprioli, Bonucci e Salce rifecero appunto questo tipo di scenetta lì a Parigi ed ebbero un successo strepitoso: loro poi tornarono a Parigi nella stagione successiva presentandosi come il Complesso dei Tre Gobbi ed ottennero lo stesso successo. Erano delle scenette brevissime che duravano praticamente sotto il minuto, quasi delle freddure sceneggiate, satiriche ma di tipo surreale: non riprendevano un racconto realistico della realtà, ma facevano in modo che la satira sociale fosse affidata a una battuta che risultasse quasi un nonsense. Poi Salce se ne andò in Brasile alla fine del 1949 perché venne chiamato da Adolfo Celi, che era stato suo compagno di Accademia e che in Brasile aveva già iniziato un attività teatrale: così Salce fu sostituito nel complesso di Caprioli e Bonucci da Franca Valeri. Salce in Brasile fu una personalità molto importante, perché con Celi a Rio de Janeiro praticamente fece ripartire da zero il teatro, che non esisteva in Brasile, perciò per loro fu un divertimento ed insieme anche una cosa di grande prestigio perché, avendo campo libero, si potevano permettere di mettere in scena di tutto, anche quello che qua in Italia non era possibile perché era uno spazio occupato da personalità importanti che in Italia c’erano e in Brasile no. Perciò potevano fare esperimenti, potevano mettere in scena tutto quello che più piaceva loro, e Salce ebbe anche un paio di riconoscimenti, per gli spettacoli Convito aõ Baile da Anouilh e O Anjo de Pedra da Tennessee Williams, che fu nominata appunto la migliore messinscena del 1950. Ciò gli permise di lavorare anche al cinema e in televisione, perché nessuno lo sa ma lui fu anche uno dei pionieri della televisione in Brasile in quegli anni, mentre i due film che diresse furono scritti da Fabio Carpi, poi diventato uno dei più importanti sceneggiatori e registi italiani, ed allora ebbero lì grande successo. Sia Salce sia Celi lavoravano per una società che si chiamava Vera Cruz e che era tenuta da un finanziatore italiano, e quando questo è fallito loro sono rimasti senza più fondi: Celi ha resistito ancora qualche anno, mentre Salce è tornato subito in Italia, anche perché nello stesso momento Caprioli e Franca Valeri lo richiamarono per tornare insieme e lui fece con loro alla radio La zuccheriera e in teatro scrisse, diresse e interpretò un'altra commedia, L’arcisopolo, a metà fra la prosa vera e propria e il cabaret.

Postilla
La testimonianza è tratta da un'intervista rilasciata ad Alessandro Ticozzi per "Le reti di Dedalus", rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori. Pergolari è coautore con Emanuele Salce del volume Luciano Salce. Una vita spettacolare, Edilazio 2009.

Profilo di Giorgio Scerbanenco (di Valeria Pighini)

Da “le Reti di Dedalus” recupero un ampio stralcio di un profilo di Giorgio Scerbanenco, scrittore “di genere” eccellente. Forse il rilievo dato allo scrittore di “gialli” e di “neri” lascia un po’ in ombra lo scrittore “rosa”, importante anche quello. Per diverso tempoi Scerbanenco, dopo una frequente presenza su "Novella", fu in pianta stabile ad “Annabella” con lo pseudonimo di Adrian, settimanale femminile “rizzoliano” di fascia media. Oltre a romanzi a puntate (firmati Giorgio Scerbanenco) vi pubblicava quasi ogni settimana una novella e curava una rubrica di “posta del cuore”. (S.L.L.)
Scerbanenco in copertina
"La lettura"   febbraio 1980
Disegno di Ugo Bertotti

Prostituzione, bullismo, traffico d’armi e poi ancora alcolismo, aborto, eutanasia; non è il sommario di cronaca nera di un qualsiasi quotidiano in edicola in questi giorni; sono bensì le tematiche principali che compongono il mondo spietato dei romanzi di Giorgio Scerbanenco, scritti tutti tra gli anni ’30 e gli anni ’60.
Nato a Kiev nel 1911 da padre ucraino e madre italiana e morto a Milano nel 1969, Scerbanenco dimostra fin da giovanissimo un talento innato per la scrittura: “a me piace scrivere (….), l’unica cosa di cui ho bisogno è la macchina da scrivere, una qualsiasi, anche la più scassata”. Fedele a questo motto Scerbanenco scrive tanto, tantissimo, circa novanta romanzi e un migliaio di racconti: una penna insaziabile, alla continua ricerca di pagine bianche su cui imprimere l’inconfondibile sigillo di storie ancora oggi attuali.
Autore poliedrico ed eclettico, si muove a suo agio tra i generi più disparati, ama giocare con i “colori” della letteratura, mischia tranquillamente il giallo con il rosa e con il rosso del sangue e della passione, spruzzando su tutto un po’ di nero, o meglio, di noir. Così, nei suoi libri, l’amore va a braccetto con la morte, le lame affilate dei coltelli si alternano alla dolcezza dei baci appassionati e la felicità può essere raggiunta solo pagando l’altissimo prezzo di un sacrificio estremo.
Alcuni tra i primi romanzi, che fanno la loro comparsa a cavallo tra gli anni ’40 e gli anni ’50, sono ambientati in Messico o in America; in particolare i cinque episodi legati alla saga dell’ispettore Jelling (Sei giorni di preavviso -1940; La bambola cieca - 1941; Nessuno è colpevole - 1941; L’antro dei filosofi - 1942; Il cane che parla - 1942). Tuttavia, pur mostrando già in parte quelle che saranno le caratteristiche delle opere successive, essi si presentano come prodotti atipici; è la censura fascista ad imporre implicitamente a Scerbanenco delle location “esotiche” per raccontare le vicende di ladri, gangster e assassini: in quel periodo vige infatti il ferreo divieto di rappresentare il Belpaese con toni foschi e violenti poiché l’immagine che se ne vuole dare è quella di una nazione felice, un piccolo paradiso. Scerbanenco si adegua ed è dunque solo a partire dal dopoguerra che la sua vena artistica può sbizzarrirsi liberamente, offrendo al lettore il ritratto di un’Italia malinconica e crudele, terribilmente simile a quella dei giorni nostri, un’Italia a cui lo scrittore guarda con l’occhio attento di un critico che non si lascia ingannare dalle false promesse del boom economico e della rinascita: a poco a poco arrivano le industrie, gli elettrodomestici, il progresso, ma il degrado resta quello di sempre, anzi, aumenta, come pure  aumenta la criminalità. È di questo degrado che Scerbanenco parla: gli bastano poche righe per tratteggiare alla perfezione l’universo delle periferie, delle grandi città, Milano in primis, congestionate dal traffico, dalla folla, freddi polmoni d’acciaio imbevuti di egoismo, dove i giovani crescono circondati da fabbriche e palazzoni antiestetici, dove non c’è futuro, dove si muore per pochi spiccioli e dove anche sognare diventa una colpa da espiare.
In un posto come questo, a contatto con ladruncoli e bestemmiatori, sono nati e cresciuti Duilio e Simona (Al mare con la ragazza - 1950) e, nonostante tutto, hanno imparato ad amarsi. Il loro unico desiderio è quello di poter, un giorno, vedere il mare che da piccoli confondevano con l’acqua fangosa delle pozzanghere in cui sguazzavano. Un desiderio semplice, innocente che li porterà a scontrarsi con l’amara realtà di un destino tragico; per andare al mare ci vogliono soldi e i soldi, purtroppo, in un simile contesto, non si possono racimolare che in modo illecito: una rapina, un colpo di rivoltella, il sangue, il sedile grigio che diventa sempre più scuro e Simona, immobile . Per inseguire una speranza Duilio si ritrova così a guidare come un automa, con il cadavere della fidanzata chiuso nel bagagliaio e la polizia alle calcagna . Non esiste limite al cinismo, Scerbanenco non lascia spazio alla consolazione, nessuno può salvarsi da un abbrutimento quasi fisiologico: Milla (La ragazza dell’addio - 1956) non è bella, ma ha tutto quello che una ragazza della sua età potrebbe desiderare: una splendida villa, amici, soldi e il grande affetto di suo padre, eppure passa le giornate a struggersi d’amore per Martino, un bravo ragazzo di estrazione umile e che, dal canto suo, non sa se frequentarla spinto da un sentimento sincero o da interesse. La profonda indagine psicologica è la reale protagonista di questo romanzo: l’autore scava nell’animo dei personaggi, traendone delle figure tristi e appassionate, attanagliate da continui dubbi e incapaci anche solo di scorgere una felicità che parrebbe offerta su un piatto d’argento. Anche i ricchi soffrono, sembra dire Scerbanenco e, del resto, egli nei suoi libri non fa sconti a nessuno. Emanuela Sinistalqui (Dove il sole non sorge mai - uscito postumo nel 1975) ha quasi sedici anni ed è una contessa, ma questo non impedisce che sia accusata, per un errore, di aver aiutato tre criminali a compiere una rapina e che sia rinchiusa prima in un sudicio riformatorio, tormentata da cimici e altri insetti, e poi in un severo istituto di correzione, insieme a piccole delinquenti e ragazze difficili, umiliata e controllata a vista da istitutrici-secondine. Scerbanenco racconta una discesa all’inferno: gli interrogatori avvilenti, i dialoghi sboccati delle compagne di stanza, gli sguardi di disprezzo, il terrore di rimanere confinata per sempre in un luogo dove il sole non sorge mai, appunto; infine, racconta il turpe retroscena della vicenda: una nonna, rispettabile e stimata nobildonna, che riceve uomini e trasforma la sua casa in uno squallido bordello.
Un linguaggio forte, mai volgare, un dramma che prende vita frase dopo frase, descrizione dopo descrizione, pagine cariche di rabbia nei confronti di un mondo che premia i colpevoli e perseguita gli innocenti; a loro, agli oppressi, non resta che la forza della disperazione e un flebile filo di voce che Scerbanenco sa trasformare in un  accorato grido di denuncia, grazie alla verve pungente del suo stile unico.
Indubbiamente, comunque, il personaggio più controverso e attuale nato dalla fervida e incontenibile fantasia dello scrittore italo-ucraino è quello di Duca Lamberti, protagonista dei suoi quattro romanzi più celebri (e di altre tre opere rimaste incompiute a causa della prematura scomparsa dello scrittore), uno dei quali, Traditori di tutti (1966), vincitore del prestigioso “Gran Prix de la  Littérature Policière nel 1968.
Il primo della serie è Venere Privata (1966); Duca è appena uscito dal carcere, è un medico radiato dall’albo: ha scontato tre anni di reclusione con l’accusa infamante di aver provocato deliberatamente la morte di un’anziana paziente, un’accusa dal nome altisonante e che suona tristemente familiare ai lettori di oggi: eutanasia. Suo padre è morto di crepacuore, sua sorella è stata sedotta e abbandonata con una figlia in fasce da un balordo e lui ha l’animo dilaniato dai sensi di colpa. Forse è per questo che decide di abbandonare la tranquilla professione di rappresentante farmaceutico per aiutare la polizia a risolvere casi intricati; forse è per questo che accetta di aiutare Davide Auseri ad uscire dalla rete dell’alcolismo in cui è piombato perché convinto di essere il responsabile del suicidio di una ragazza, Alberta Radelli, avvenuto l’anno precedente. La situazione è più complicata del previsto e Duca scivolerà lentamente fino ad immergersi nelle acque putride di una turpe storia di ricatti, prostituzione, di ragazze che vendono il proprio corpo e si fanno fotografare in pose sconce per guadagnare qualche lira. Paradossalmente è proprio in mezzo a questa sporcizia morale che egli incontrerà la sua musa, il suo angelo custode, Livia Ussaro, probabilmente la creatura femminile più affascinante creata da Scerbanenco. Livia è colta, ha il pallino della sociologia , soprattutto è una donna moderna e di vedute molto aperte, si esprime con un linguaggio colorito, è schietta e non si fa scrupoli a raccontare anche esperienze piuttosto scabrose: “Fin da quando avevo sedici anni, desideravo fare un esperimento di prostituzione (…), non era una curiosità morbosa. Forse, come può vedere anche dal tipo fisico, si capisce che sono frigida. Non del tutto (…). Alcuni, di poco intuito, pensano invece che io sia lesbica, e questo sospetto mi diverte. (…) Io come donna penso alla sociologia femminile, e uno dei problemi più importanti in questo campo è la prostituzione. La prima cosa che pensai è che non si può capire la prostituzione, capirla veramente, se non si è fatta la prostituta. Però dovetti arrivare a ventitre anni, prima che riuscissi a vincere tutti i tabù”. Livia pagherà cara quest’intraprendenza: decisa ad aiutare Duca nelle indagini, sarà sfigurata per sempre da un pericoloso criminale; la scena è una tra le più crude che Scerbanenco abbia mai offerto ai suoi lettori: descrive con minuzia il calvario della giovane, segue istante per istante l’operazione di sfregio, non tralasciando nessun particolare: il primo taglio che incide la fronte, il sangue che inizia a sgorgare copioso rigando il bel volto per poi scendere sul collo, sul seno, sul ventre e infine l’ovatta imbevuta di alcool che tampona la ferita e brucia, brucia infinitamente.
Inizia così, con questo libro brutale e drammatico, il viaggio allucinante di Duca Lamberti in una Milano amara, una Milano inedita che non è quella dei “salottini per bene”, ma quella dei canali e dei vicoli dove si annidano le insidie più impensabili, dove si nascondono i delinquenti, gente senza remore, capace di far prostituire una povera malata mentale e di ammazzarla come un animale quando non si ha più bisogno di lei (I milanesi ammazzano al sabato - 1969). È la Milano dei trafficanti di armi e degli avvocati corrotti (Traditori di tutti), la Milano di una gioventù sbandata e prepotente che richiama alla mente tanti episodi di cronaca degli ultimi tempi: il bullismo raccontato da Scerbanenco è quello di una classe difficile, di ragazzi spostati, già falliti e senza prospettive che, in un momento di delirio ed eccitazione provocato da una sostanza alcolica (l’anice lattescente), seviziano e uccidono la loro maestrina. Un’orgia di follia consumata in pochi minuti, la vita di una persona spazzata via in pochi minuti. Duca risponde alla violenza con una violenza più efficace, quella psicologica: gran parte del romanzo è così occupata da dialoghi, dagli interrogatori degli studenti, serrati, taglienti; è lo stesso Scerbanenco a porre le domande, Duca ne fa semplicemente le veci. Il libro diventa il  processo ad una generazione che si nutre di abusi e soprusi e nasconde la sua fragilità dietro la maschera dell’aggressività e di un linguaggio laido e osceno .
Questa è la Milano di Duca Lamberti, la Milano di Scerbanenco, la “Milano calibro 9” in cui le ragazze vanno dal medico per abortire di nascosto o per farsi ricostruire una verginità perduta troppo in fretta, in cui il sesso non è un argomento proibito (come spesso accade nei narratori a lui coevi), la Milano in cui “Non portiamo più coltelli, sciabole, e spade, e allora ammazziamo con quello che troviamo a portata di mano. (…) Quando siamo in auto prendiamo il cacciavite dal cassetto del cruscotto e sfondiamo il collo di quello che ci ha sorpassato a destra. A casa, invece, nel sano ambiente domestico, tra gli utili arnesi casalinghi, scegliamo forbici e con cinquanta sessanta colpi, finiamo l’amico che non ci ha restituito del denaro prestato”.
Ironia, sarcasmo, sono queste le armi con cui Scerbanenco combatte la società che ha di fronte, i suoi lati oscuri, le perversioni, le ossessioni che la inquinano e nel corso degli anni regala ai lettori centinaia di altri personaggi tutti ugualmente indimenticabili: Ulisse Ursini, friulano, paracadutista, mercenario e innamorato della guerra (Al servizio di chi mi vuole - uscito postumo nel 1970); Roberto, Irene, Maruzza, innocenti, colpevoli, reticenti e spaventati ( La sabbia non ricorda-1963); Anna, cavallerizza coraggiosa che sfida la legge e vendica da sola il suo stupro (dal racconto Spara che ti passa ); Coralli e Namara, sadici e insospettabili serial killer (dal racconto Piccolo Hotel per sadici); e poi ancora, baby prostitute (dal racconto Lolite si muore), turiste braccate (Europa molto amore - 1958), spie che “non devono amare” (Le spie non devono amare -1945), ladri, ladruncoli e assassini, ladri contro assassini (Ladro contro assassino - uscito postumo nel 1971). L’elenco sarebbe ancora lungo poiché le pagine di Scerbanenco sono intrise di simili figure, sospese nell’eterno limbo tra positività e negatività. I suoi romanzi trasudano di odio, amore, di una violenza condita di lussuria, ma anche di una dolcezza unica e di una poesia impareggiabile che raggiunge, a tratti, punte di lirismo struggente.
Scerbanenco può essere considerato a pieno titolo il padre del poliziesco italiano, colui al quale i vari Lucarelli, Machiavelli e Pinketts debbono sicuramente più di una semplice ispirazione (e del resto Pinketts, Lucarelli e altri scrittori hanno anche tentato di continuare le sue opere incompiute)…

Pinocchio fascista (di Daniele Comberiati)

In tempi di riforme scolastiche e polemiche sulla sorte dell’istruzione italiana, dalle scuole elementari in su, di notevole interesse risulta Pinocchio in camicia nera. Quattro “pinocchiate” fasciste (Nerosubianco Edizioni, collana “Le drizze”, Cuneo 2008, pp. 143, € 12,00). Una raccolta illustrata a cura di Luciano Curreri, che spiega nella postfazione come le “pinocchiate” rappresentino le riprese o le versioni del burattino collodiano in contesti del tutto diversi dall’originale e possono essere considerate, per certi versi, una sorta di genere a sé stante nella letteratura di evasione e per ragazzi. Le “pinocchiate fasciste”, d’altra parte, rappresentano l’impiego del burattino durante il ventennio e sono qui costituite da quattro novelle e un romanzo breve (presentato in forma ridotta) che possono aiutarci a ricostruire una storia della dittatura.
D’altra parte l’attualità di Pinocchio è anche nell’epoca corrente fuori discussione: il curatore fa riferimento al recente Pinocchio multiculturale di Marco Baliani, ma non sono da sottovalutare, ovviamente, le riduzioni televisive e cinematografiche, nonché la versione animata della Disney, che hanno consentito anche a generazioni meno avvezze alla lettura di conoscere la fiaba colta di Collodi. E forse le ragioni di tanta fortuna e altrettanta longevità sono da ricercare proprio nella capacità del personaggio di adattarsi ai contesti più disparati. Tale “azzeramento storico” (cito ancora dalla postfazione) non è appannaggio di tanti altri protagonisti di racconti per ragazzi che con il tempo sono scomparsi o sono sopravvissuti solo in situazioni di nicchia, proprio perché impossibilitati a “trasferirsi” in altri tempi e in altri luoghi.
Prendiamo per esempio i cinque testi raccolti nel volume: tutti ambientati in epoca fascista, d’accordo, ma talmente diversi tra loro da poter addirittura far pensare ad un’evoluzione del burattino parallela ai cambiamenti interni al regime. Il primo racconto, Avventure e spedizioni punitive di Pinocchio fascista, prende di mira uno dei primi obiettivi del regime, ovvero il “comunista”, presentato nell’occasione come un personaggio ipocrita, pusillanime, disinteressato alle sorti del popolo. Non vi è, nel brano, una vera e propria evoluzione del burattino, se non negli scherzi sempre più crudeli con cui terrorizza il gruppo dei “rossi”. Completamente diverso è invece Pinocchio fra i balilla, più vicino in un certo senso alla fiaba del Collodi perché presenta la stessa struttura narrativa: da discolo ad educato, da burattino a bambino. Viene assolutamente meno, però, la forza dirompente e rivoluzionaria dell’originale: il Pinocchio inquadrato dal fascismo catalizza la propria energia verso i non allineati al regime; tutta l’inventiva e l’intelligenza dei suoi stratagemmi sono così orientate a far ricredere i vecchi compagni di gioco, convincendoli che solo nei Balilla potranno trovare la propria realizzazione. La data di pubblicazione recita 1927, sono dunque gli anni del consenso: anche il personaggio collodiano si allinea al volere del fascismo, contribuendo all’educazione dei più giovani.

Di grande interesse risulta Pinocchio istruttore del Negus, e per diversi motivi: innanzitutto perché trasporta le vicende nell’Africa Orientale Italiana, nello specifico in Etiopia, luogo simbolico dei sogni imperiali ma anche della caduta del fascismo; inoltre mette in scena un’altra figura piuttosto ricorrente nella letteratura di evasione del periodo: l’inglese serafico e stolto, talmente ingenuo da scambiare un Pinocchio sporco di cioccolata per un abissino. Sono presenti nel testo alcune delle caratteristiche tipiche del romanzo coloniale, ma più in generale di tutta la produzione coloniale, anche quella per ragazzi: l’esotismo, il paternalismo, il razzismo, il particolare linguaggio “scorretto” e quasi ridicolo degli indigeni. Il Negus, l’acerrimo nemico dell’esercito italiano in una guerra di colonizzazione che non fu affatto facile (e non fu mai completa, tanto che gli etiopici parlano non a torto di “invasione” italiana e non di colonizzazione), è descritto in maniera caricaturale come un uomo non intelligente, preda di una cultura barbara e arretrata. Anche in questo caso può essere d’aiuto la data: Pinocchio istruttore del Negus è infatti del 1939, lo stesso anno in cui, come fa notare Curreri, venne attuato l’orribile massacro di Gaia Zeret-Lalomedir (la cosiddetta “grotta dell‘iprite” dove furono uccisi circa 1500 fuggiaschi etiopi), finalmente portato alla luce e sapientemente documentato da Andrea Dominioni nel recente saggio Lo sfascio dell’Impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941 edito da Laterza.
In nuce, nel racconto vi sono alcuni elementi riscontrabili anche negli ultimi due testi, Il viaggio di Pinocchio e la riduzione del romanzo Pinocchio… in un altro mondo!. Sono presenti infatti il tema del viaggio (spesso per mezzo di un velivolo, altro retaggio delle suggestioni dell’epoca) e soprattutto un particolare esotismo, precedente anche alla produzione letteraria di ambito coloniale, nella quale però non tardò ad infiltrarsi fino ad egemonizzarla. Traspaiono dunque un gusto dell’epoca, una particolare maniera di guardare alla culture “altre” che sono perfettamente riconoscibili nei testi citati. Particolare curiosità, anche per ragioni prettamente attuali, desta il fatto che l’ultimo brano sia ambientato per gran parte in Cina, una Cina ovviamente molto diversa da quella odierna, lontana dalla rivoluzione maoista e dal capitalismo dirompente. Le avventure di Pinocchio vengono qui legate alle vicissitudini di suore e padri missionari rapiti, in un’unione ideale di fascismo e religione cattolica.
Si può notare da questi brevi cenni come il Pinocchio fascista mantenga una geografia e una storia precisa e ben riconoscibile, perfettamente in linea con le evoluzioni del regime (l’anticomunismo, l’inquadramento dei giovani, il colonialismo, il rapporto con la Chiesa). Il burattino si normalizza, fino a perdere del tutto i suoi connotati originali, che tanto lo avevano fatto amare in passato e altrettanto lo faranno apprezzare in futuro. Un perfetto esempio di “revisionismo”, se ci si passa il termine. Ma anche un monito per l’oggi e per il domani: l’incidenza capillare sulle letture dei più piccoli è uno dei mezzi più efficaci per mantenere il consenso. Un personaggio come Pinocchio, inoltre, si prestava perfettamente a tale azione: il suo naturale anticonformismo (come si è visto anche di facciata) e la sua capacità di mettersi nei guai rendono ogni lettura gradevole se non avvincente.
Il merito dell’autore è di aver portato alla luce e analizzato tale segmento letterario, all’interno di riferimenti ampi e sempre fecondi sulla cultura di massa durante i regimi totalitari. E un merito ulteriore, da condividere con l’editore, è l’attenzione alla veste grafica, talvolta trascurata in pubblicazioni del genere: una grafica essenziale ma estremamente efficace, dove il bianco e nero della copertina riprendono il nome della casa editrice, ma costituiscono anche una valida suggestione inerente all’argomento del libro. Assolutamente azzeccata risulta inoltre la scelta del font, vagamente antiquato, che contribuisce a trasportare il lettore nel periodo in cui sono state pubblicate per la prima volta le “pinocchiate” proposte.

da “Le reti di Dedalus”, rivista in line del Sindacato Nazionale Scrittori, 2009  

Il cinema di Luciano Salce

Una carriera artistica iniziata a teatro e alla radio e proseguita successivamente anche in televisione e soprattutto al cinema, per il quale ha interpretato una sessantina di pellicole e dirette una quarantina, una decina delle quali da lui anche recitate in ruoli di fianco. Titoli non certo tutti memorabili come Il federale (1961), La voglia matta (1962) e Le ore dell’amore (1963), ideale trilogia di costume che impose un attore fino ad allora considerato puramente farsesco come Ugo Tognazzi tra i “mattatori” della commedia all’italiana al fianco di Sordi, Gassman e Manfredi; o come Fantozzi (1975) e Il secondo tragico Fantozzi (1976), primi due capitoli della fortunata serie con cui Paolo Villaggio portò il suo personaggio più celebre sullo schermo e che molto devono anche all’umorismo corrosivo di Salce, scivolato nello slapstick farsesco con i film successivi firmati da Neri Parenti.
Eppure, anche i casi più dichiaratamente “alimentari” (penso in particolare – nomen omen – a L’anatra all’arancia, trasposizione cinematografica dell’omonima commedia teatrale che si regge sul mestiere suo e della brillante coppia Vitti-Tognazzi, che nello stesso 1975 sbancò i botteghini natalizi), sono sempre contraddistinti dall’onestà di voler intrattenere il pubblico mettendo al suo servizio la propria indiscutibile professionalità. Si potrebbe condensare il senso della sua attività artistica immaginando diretta allo spettatore la battuta “la sua soddisfazione è il nostro miglior premio”, rivolta a Lino Banfi nel film Vieni avanti cretino! (1982), omaggio al cinema di derivazione rivistaiola che in questo senso può essere anche inteso come il canto del cigno del regista.
Nella sua filmografia sono presenti anche pellicole di diverso spessore – o per lo meno curiose per gli spunti che le permeano – inspiegabilmente ignorate dai critici alla loro uscita e solo in questi ultimi anni in parte riscoperte, pur continuando a rimanere di difficile reperibilità: penso a El Greco (1964), biografia romanzata del celebre pittore interpretata da Mel Ferrer e non indegna di confrontarsi con kolossal come Il tormento e l’estasi di Carol Reed; alla satira fantapolitica di chiara influenza sessantottina de La pecora nera con l’istrionico Vittorio Gassman e soprattutto di Colpo di Stato, il film “maledetto” di Salce per la scomodità politica della vicenda narrata (la vittoria del Pci sulla DC in Parlamento attribuita da un calcolatore elettronico, alla quale però i comunisti rinunciano dopo un colloquio con le autorità di Mosca), tanto da esser stato subito ritirato dalla circolazione e conseguentemente considerato per decenni al pari di una leggenda metropolitana; alle ossessioni erotiche di matrice moraviana di Io e lui (1973) – con Lando Buzzanca in uno dei suoi ruoli alla “merlo maschio” che in quegli anni era costretto a replicare all’infinito – e intrise di un feroce humour nero, tra Ferreri e Bunuel, del grottesco sul mammismo Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno (1974), con Villaggio in un inedito ruolo alla Pozzetto prima maniera.
Negli anni Ottanta del secolo scorso la malattia da cui era stato colpito lo ha progressivamente costretto a ritirarsi.

Postilla
Notizie e giudizi – che generalmente condivido- sono ripresi da un articolo di Alessandro Ticozzi su “Le reti di Dedalus”, rivista on line del Sindacato Nazionale scrittori. Fu pubblicato nel febbraio 2009, per il ventennale della morte di Salce e contiene un'intervista al suo biografo Andrea Pergolari e al figlio Emanuele Salce. Non ho ripreso il testo di Ticozzi parola per parola e ho lievemente modificato qua e là la scrittura, soprattutto perché non amo i periodi troppo lunghi, pieni di subordinate. (S.L.L.)

Toponomastica comunista

Nel 1964, quando fu firmato l’accordo tra l’Unione Sovietica e la Fiat per la costruzione in Russia di un’auto ispirata alla nostra 124, la città sul Volga ove si sarebbero fabbricate le collaborative automobili fu ribattezzata Togliatti. Togliatti e non Togliattigrad come si usava dire a quel tempo. La scelta del nome era collegata alla scomparsa del leader del Pci avvenuta in quello stesso anno, ma qualcuno lamentò che quella città non fosse stata dedicata a Gramsci. I malevoli, per trovare una spiegazione, ricordarono l’allineamento di Togliatti a tutte le scelte sovietiche, mentre a Gramsci la famosa lettera con cui si opponeva alla liquidazione di Trotzky era costata in carcere e al confino l’isolamento dai suoi stessi compagni. In ogni caso in Italia, per un qualche disegno provvidenziale, altri insigni fondatori del partito avevano l’onore di città che portavano il loro nome. Se Terracina, per Terracini, non sorprende troppo, non si può dimenticare Bordighera, sulla riviera di Ponente. Il nome della ridente cittadina balneare appare infatti ricalcato su quello di Bordiga, l’Amedeo che fu il primo segretario del Pci. (S.L.L)

26.7.13

Jannacci, Milano e il sogno perduto (di Maria Jatosti)


Maria Jatosti
Maria Jatosti da ragazza militò nella Fgci. Ora è scrittrice di qualità, una bella romanziera; e – a modo suo – è ancora più comunista che nella prima giovinezza.
Tra le esperienze della vita di Maria un valore centrale ha probabilmente l’amore con Luciano Bianciardi. Condivisero la miseria e la gioia di vivere e Luciano le lasciò indelebili tracce del suo genio, del suo amore per l’umanità ed anche della sua rabbia anarchica.
Su “Le reti di Dedalus”, rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori, ho trovato il testo che segue, tratto dalla prefazione della Jatosti  a un libro di Nando Mainardi, Enzo Jannacci, il genio del contropiede (ed. Zone 2012). La Milano che qui si racconta io non l’ho mai vista. Sognata sì, molto, soprattutto per via delle canzoni che da lì si irradiavano e diffondevano un’immagine problematica del cosiddetto boom. E l’ho cercata, trovandone qualche traccia, quando in un luglio afoso mi accadde di abitare un mese in quella città, commissario agli esami di maturità al tempo di Craxi.
Maria Jatosti rievoca la bellissima turbolenza di quella città negli anni 60 e 70 con una forza non comune, così come rievoca quell’Enzo Jannacci che ci aiutava a segnalare la nostra “diversità”, il nostro essere fuori e contro la beota omologazione del neocapitalismo consumistico. (S.L.L.)

Enzo Jannacci

A Milano ho vissuto dai primi anni Cinquanta agli ultimi Settanta. Era la mia città, il mio luogo dell’anima: via Solferino, via Garibaldi, via Lanzone, piazza Vetra, i Navigli, porta Cicca, la Milano di Stendhal, di Porta Venezia, di corso Magenta, la Milano della cosiddetta seconda scapigliatura, degli artisti, degli scrittori, dei fotografi, di Brera e del Giamaica, la Milano del liberty, del floreale, dei vialoni napoleonici, del romanico di sant’Ambrogio, la Milano del 25 aprile, dell’orgoglio partigiano, della ricostruzione, la Milano laboriosa degli artigiani e delle fabbriche, la Milano dell’immigrazione operaia, dei treni del Sud, del triangolo industriale, la Milano europea, la Milano capitale morale, aperta alle nuove idee, ai nuovi fermenti, alle nuove esperienze culturali, la Milano dell’Umanitaria, del Piccolo di Grassi e di Strehler, di Feltrinelli, dei poeti e del cabaret, ma anche la Milano delle battaglie, delle sconfitte, delle delusioni, la Milano di piazza Fontana, di Pinelli e di Calabresi, e poi, la Milano della restaurazione craxiana, della moda, dei vip, del consumismo, del falso e dell’apparenza, della corruzione, del dio denaro...
Ma questa non è più la mia storia privata, che poco conta: è storia di tutti. È la storia che Enzo Jannacci, vecchio amico di una stagione irripetibile e feconda, con il suo linguaggio visionario, appassionato, corrosivo, ha raccontato per mezzo secolo con le canzoni, e non solo. È la “nostra” storia nella storia di una lunga e straordinaria carriera di un artista straordinario, assoluto, proteiforme e univoco al tempo stesso, che si vede e che personalmente vedo troppo poco, se non in qualche rara, folgorante, vitale e memorabile incursione nella mediocre e avvilente arena-totem televisiva dei nostri ultimi decenni. Gli anni, la vita, le biografie ci hanno allontanati. Io me ne sono andata e a Milano ci torno occasionalmente, per lavoro. E se bisogna andare, parafrasando Enzo, se bisogna andare, andiamo, se bisogna scrivere, scriviamo. E allora eccomi qui a parlare e a scrivere delle canzoni, del mondo e dell’insegnamento morale, e perciò di amicizia, di rispetto, di solidarietà, di passione ideale, di impegno: valori obsoleti a quanto sembra, ma dei quali, come Enzo postilla amaramente in calce ad uno dei suoi cd più belli, dedicato al padre, lui stesso si è nutrito e nei quali, come me e come tanti altri, ha continuato a riconoscersi. E a credere. Nonostante tutti i No.
I ragazzi non capivano,
ti guardavano, piangevano, e non capivano che era tutto un No,
sorridevano, si fidavano, ma sbagliavano, non capivano.
Allora i ragazzi sparavano, i ragazzi si ammazzavano,
ma per morire si nascondevano, si vergognavano.
I ragazzi non capivano che era tutto un No...
Sembra non concedere nulla alla Speranza questo Jannacci degli anni Ottanta, anni foschi della smemoratezza e della depurazione dell’immaginario collettivo, anni dell’assassinio del Sogno, dell’Utopia, anni del riflusso, del superfluo, della corsa al successo, al denaro, anni di smarrimento di un Paese che puzza di festa e si avvia allegramente alla perdizione, e presto si ritroverà col culo per terra.
E allora? Allora noi andiamo, allora andiamo, ma dov’è che si va, caro Enzo.
Non fa sconti questo medico cantautore anomalo appassionato di disponibilità, finché dura. Questo genio del contropiede, questo poeta surreale, cantore di una periferia grigia e desolata della società, interprete empatico di un’umanità scomoda, irregolare, stracciona e disperata, fatta di barboni, di “napoli”, di disadattati, di fuori-di-testa, di puttane e di pappa. Questo giullare che ride raramente dietro una maschera stralunata, seria, quasi tragica, che si affaccia dallo schermo-chitarra, stretta al collo, a difesa. Pallido, magrissimo, – “pesavo cinquantaquattro chili” – occhialuto, impacciato, timido, inquieto, che usa le canzoni come arma, come sberleffo per ridere di sé e del mondo. Questo giovane che mi sta davanti, capelli cortissimi, mani nervose – mentre parliamo distrugge il bracciale a maglie del cronometro che ha al polso – che ha appena finito di cantare di un tale che andava a Rogoredo a cercare i so dané e che risponde quasi attonito alle mie curiosità. È il 1963, una sera d’ottobre, mezzanotte, siamo appartati di qualche tavolino dalla gente – intellettuali, artisti, tiratardi –  che affolla la saletta buia e fumosa dell’Intra’s Derby Club, via Monte Bianco, dalle parti della Fiera campionaria, Milano. L’intervista verte sul caso “Canzoniere minimo”, programma televisivo “castigato” dalla censura bacchettona. Ne ho parlato nel pomeriggio con Gino Negri all’Umanitaria, poi con Gaber, Maria Monti, Spadaccino, Silverio Pisu, Paolo Poli, e dopo cena con Bruno Lauzi che viene con la chitarra e canta per me e per Marcello, cinque anni: Menica Menica, oggi è domenica, oggi l’amore si fa, e poi quel capolavoro in cui si narra di un tale speciale, diverso, poeta, che si uccide per la gran confusione mentale...
Di fronte a me, Enzo ha cominciato a sciogliersi. Parla. Racconta. Ricorda. È appassionato, sincero. Un attore, scrivo sul quadernino di appunti dove – no no no no non mi lasciar, mai mai mai – mi lascerà scritte le parole della sua canzone più famosa, quella del barbone che gli era vegnù anca in ment de andà a negà e poi ci ripensa. Le origini meridionali – il nonno salito da Foggia – l’infanzia, otto anni di pianoforte al Conservatorio, l’interesse per il jazz: Jerry Mulligan, Stan Getz, Chet Baker, Franco Cerri, Enrico Intra, il Santa Tecla, la Taverna Mexico, le serate nei locali, in giro per l’Europa, nelle caverne, nel buio, a suonare come dannati, come “minatori”. Poi la scoperta del rock, l’esperienza corsara al limone con Gaber, e intanto gli studi di medicina, le prime canzoni: El purtava i scarp del tennis, Veronica, L’ombrello di mio fratello, l’Armando, e il teatro: Carraro e Milly, T’ho cumprà i calzett de seda cunt la riga nera, il Gerolamo. C’ero, e la gente come me andava in visibilio allibita di fronte a questo fenomeno nuovo, bellissimo, istrionico, beffardo, che sa anche essere poetico, malinconico, struggente, che ti inchioda, ti prende di petto, ti fa pensare, ti scuote, mentre ti fa ridere e ti commuove – Sei minuti all’alba, Sfiorisci bel fiore, Il passaggio a livello, M’hann ciamàa, Vincenzina, Ti te sé no... –, che sfida ogni convenzione canonica canora e musicale con le sue mascheresie – come direbbe un altro mio grande amico giocoliere della lingua e dei linguaggi (Gianni Toti, n.d.r.)– nemmeno tanto “mascherate”, in bilico tra lucidità e nonsense, nate da una sapiente costruzione dell’assurdo e che testimoniano dell’impegno morale, e perciò “politico”, dell’artista, teso a superare, scardinare, sovvertire convenzioni codificate consolatorie piccolo-borghesi tipiche della canzonetta popolare, attingendo all’estremo, al fantastico, alla frusta dell’ironia, contro il cosiddetto “realismo”, guardando da “surrealista” ciò che vede e che, soprattutto, vuole mostrare a noi.
Difficile da capire, da accettare, da mandar giù – e da vendere – questo Jannacci, al di là di una cerchia ristretta di seguaci entusiasti. La durezza, l’immediatezza espressionista, icastica, del dialetto, la scelta consapevole di un universo “strambo”, dove si muovono figure al limite di perdenti, di spostati, che hanno spesso la sua faccia, i suoi tic, la sua gestualità teatrale, personalissima, apparentemente meccanica: non è cibo da benpensanti anestetizzati conformisti. Il successo popolare verrà tardi, grazie anche all’incontro felice e decisivo con Dario Fo, con la canzone Vengo anch’io, no tu no. È il ’68, c’è aria buona di fantasia, di immaginazione al potere, di ribaltamenti radicali. C’è voglia di buttare tutto all’aria.
Difficile il percorso di questo poeta della Milano più ombre che luccichii, degli operai sconfitti, degli amori traditi. Difficile, accidentato, caratterizzato da alti e bassi, inquieto e discontinuo, attraversato da altre importanti esperienze artistiche parallele o intrecciate, sovrapposte: il teatro, la scrittura, il cinema: Bianciardi-Lizzani, Monicelli-Tognazzi, i viaggi e i soggiorni di studio all’estero: il Sudafrica-Barnard, New York-la Columbia University, l’impegno professionale come medico chirurgo nelle strutture pubbliche e nel suo studio, dalle parti dell’Idroscalo, a un passo dalla casa dove è nato e da dove, bambino, vedeva gli aerei solcare il cielo di Milano, così bello quando c’è... Difficile per Enzo inserirsi nella nuova realtà discografica, piegarsi alle logiche affaristiche e miopi del mercato, adattarsi a un mondo che va, ma dov’è che va, un mondo “ancora in guerra”, dove c’è sempre meno spazio per l’intelligenza, l’ironia, l’ingegno. Dove non c’è spazio, non c’è testa, non c’è tempo per uno come quel Jannacci lì. Dove non c’è spazio per la Milano opaca delle periferie, delle fabbriche, delle ringhiere, delle latterie, delle piole, delle crôte, dei trani, per la Milano di quei nostri giorni lontani. La Milano di Rocco e i suoi fratelli, dei treni della miseria che salgono da quell’altra Italia, laggiù, dalle terre della fame della lotta e del riscatto, irrorate da sangue rosso, contadino e sindacalista... la Milano mattiniera e operosa, che avanza sui polpacci forti e il sorriso spavaldo delle tuse della CCC cucirini cantoni coats, quelle che otto ore al giorno alla linea, bianche e rosse come il tricolore, producono rocchetti e spagnolette, un arcobaleno di fili per rammendare montagne di calzini grigi e bucati. Le “vincenzine” che amano la fabbrica, giù, in fondo alla via, dalle parti della Fiera Campionaria, e dalle parti del Derby’s Club che ha chiuso da poco i battenti sulla strada ancora buia, sui passi degli attardati intellettuali pallidi, tirati, aggobbiti da una notte di fumo, di musica, di whisky e chiacchiere.
Anni Sessanta dei miracoli smentiti, delle speranze perdute, dei fermenti delusi. Prima del diluvio. 

Maestri e compagni. Timpanaro, l’antipatico (S.L.L.)

Questo breve saggio biografico su Sebastiano Timpanaro (1923-2000) fu scritto e pubblicato su “micropolis” in occasione della morte del filologo-filosofo, fiorentino anche se nato a Parma.

C’è un testo “segreto” di Giacomo Leopardi, un pamphlet rimasto a lungo inedito e tuttora poco conosciuto, un Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani, scritto probabilmente nel 1824. Quando ci capita di veder pontificare in Tv gli Sgarbi o i Montanelli o di leggere sui quotidiani le “illuminazioni” di Galli Della Loggia, desidereremmo che fosse a tutti noto. In quel libretto, infatti, i vizi caratteristici degli intellettuali italiani, servilismo, cinismo, invidia, abitudine alla finzione, gusto del pettegolezzo documentano la mancanza di un vero legame sociale, perfino all’interno della “società stretta” dei colti e dei borghesi. Per Leopardi ne deriva, nei letterati, e spesso anche negli illetterati, una generale disistima di sé, radice di tutti i trasformismi, di tutte le conversioni fasulle, del silenzio che circonda chi, per rigore intellettuale e disciplina morale, non si piega all’andazzo.
Il filosofo di Recanati pagò duramente gli atteggiamenti che coerentemente derivò da queste convinzioni. I gruppi intellettuali egemoni nell’età della Restaurazione e del Risorgimento, quei cattolici moderatamente liberali e moderatamente romantici che trovavano in Firenze il centro di irradiazione, nutrivano per lui, così poco incline ai compromessi personali e storici, una profonda avversione, non disgiunta da un’untuosa compassione per il malato e da un’ammirazione forzata per il saggio che li metteva in riga con la sua erudizione. Il marchese Gino Capponi, che di quel milieu fu uno dei capi riconosciuti, quando lesse le Operette Morali, gettò alle ortiche l’aplomb aristocratico gridando: “Quel maledetto gobbo ci ha rotto i coglioni”. Pertanto Leopardi, pur ammirato e compatito, per sua propria scelta rimase fuori sia dalle istituzioni culturali ufficiali della Restaurazione, alle cui regole non voleva piegarsi, sia dal giro dei “liberali”, e dovette per anni mantenersi con la redazione di antologie e crestomazie, con la traduzione e l’edizione di classici greci e latini.
Così fatti pensieri ci sono venuti in mente alla notizia della morte di Sebastiano Timpanaro, un altro “antipatico” ostile alle mode culturali ed alle pratiche degli intellettuali “piacioni”. Allievo di Giorgio Pasquali, filologo di razza come Leopardi, a lungo rifiutò una cattedra universitaria, preferendo guadagnarsi la vita con la correzione delle bozze per la casa editrice Nuova Italia di Firenze. Non voleva partecipare ai giochetti delle congreghe e delle cordate che caratterizzano il mondo accademico. Solo molto tardi, universalmente stimato come maestro tra i filologi classici, avrebbe accettato nell’ateneo fiorentino una nomina a contratto: pochi soldi, ma un discreto livello d’indipendenza.
Dal Pasquali aveva imparato che “la filologia non è scienza esatta né scienza della natura, ma disciplina essenzialmente, se non unicamente, storica” e come lui aborriva dall’uso di linguisti e paleografi di fermarsi ai confini della storia, sostenendo che le loro “scienze” non potevano spingersi oltre. Come il suo maestro pensava che “nella scienza esistono, in concreto, solo i problemi ed attribuirli all’una o all’altra casella o farli a pezzi tra più caselle è cura spesso vana”. Aspirava perciò ad una filologia “totale”, quella di colui che, amando i libri, cerca di appropriarsi di tutta l’intelligenza che nei libri è presente. L’idea della storicità della filologia era peraltro corroborata in Timpanaro dal marxismo, che gli mostrava come immerso nella storia sia non solo il testo, ma anche e più ancora il filologo: l’oggetto della sua ricerca può essere remoto, ma i problemi che egli si pone vengono dal tempo suo proprio, con tutte le sue dinamiche sociali e culturali.
Essere filologo e lessicologo significava dunque per Timpanaro non considerare la parola l’oggetto ultimo della ricerca, ma rinvenire attraverso la ricerca quanto la parola esprima e/o occulti. Dedicò perciò un libro importante, teorico, al metodo probabilistico del padre della moderna filologia scientifica (La genesi del metodo del Lachmann, 1974), ma nella pratica lo riattualizzò, mettendo tra i propri maestri anche Marx e Freud. La critica della parola si faceva così critica dell’“ideologia” e di ogni altra forma di “falsa coscienza”.
La perizia filologica che mostrava negli studi sui poeti latini (gli “arcaici” e Virgilio), diventava, grazie a questi apporti, un efficace strumento d’indagine su ogni sorta di prodotto culturale: gli dava l’abilità del detective nel rintracciare gli indizi più impensati come il rigore del giudice nel sottoporli senza pregiudizi al vaglio della critica. Queste qualità Timpanaro esercitò con coraggio perfino nei confronti dei suoi maestri: non solo Pasquali, ma anche Marx e Freud, con i rispettivi epigoni. Non esitò, in un saggio del  1978, Il lapsus freudiano, a rileggere criticamente la teoria psicanalitica, rilevandone la propensione ideologica a ricondurre ogni alterazione del linguaggio, ogni amnesia, al conflitto tra gli obiettivi apparenti ed attuali di chi commette l’errore e gli obiettivi repressi. In realtà - avvertiva Timpanaro - l’errore casuale, il lapsus, deriva anche, forse più spesso, dal fenomeno della “banalizzazione”, nel quale gli schemi più familiari ed abituali tendono a sovrapporsi all’intenzione stessa del parlante. Era una integrazione–correzione del freudismo, antidogmatica, che gli proveniva dal mestiere del filologo, che, confrontandosi con codici, lezioni, mende, scopre quanto frequentemente l’errore del copista nasca dalla sostituzione dell’inconsueto con l’abusato, ma essa esprimeva anche la diffidenza verso ogni sopravvalutazione del ruolo del soggetto. La banalizzazione, infatti, non riguarda soltanto le pratiche linguistiche, ma anche l’esercizio della critica, storica, letteraria, sociale, attività che per definizione dovrebbe sottrarsi ai luoghi comuni: anche nella critica può infatti annidarsi un adeguamento non del tutto consapevole a schemi convenzionali dettati dall’esterno. L’unico antidoto consiste nell’applicare a se stessi una rigorosa intransigenza, nella fatica di studiare, pensare e valutare, esigenza non solo scientifica, ma anche morale e politica.
Fu la matura fedeltà a questo costume che portò Timpanaro ad uscire assai spesso dagli schemi collaudati, non una birichina volontà di disobbedienza. Nella lotta contro la banalità si trovò così a nuotare controcorrente. Citiamo qui due casi, tra loro assai diversi e perciò esemplificativi dello studioso e del politico. 
Quando, nel 1981, uscì l’incompiuto e fino ad allora inedito romanzo di Edmondo De Amicis, Primo Maggio, i più furono condotti dall’immagine vulgata dell’autore di Cuore ad interpretarlo come espressione di un vago umanitarismo idealistico. Era una “banalizzazione”, effetto dell’abitudine e della pigrizia. Per Timpanaro quella lettura, che mostrava evidente la lezione di Marx nella rappresentazione artistica dei rapporti di classe, fu l’occasione per un ribaltamento di prospettive. Il saggio Il socialismo di Edmondo De Amicis rivelava così nello scrittore piemontese non tanto l’autenticità della “conversione” socialista, quanto un’acuta intuizione delle dinamiche sociali, non solo in Primo Maggio, ma anche in opere precedenti, soprattutto nei racconti e resoconti di viaggio. Altre banalizzazioni gli accadde di smascherare nelle pratiche di volta in volta propagandistiche, movimentistiche o opportunistiche delle formazioni della sinistra postsessantottina. A quella esperienza partecipò come militante del Pdup, ma aveva fin dall’inizio avvertito la diffusa incapacità di produrre analisi, il pendolarismo tra un soggettivismo volontaristico e la ripetizione di schemi cristallizzati. Ne scrisse, senza animosità, ma con rigore, su “Praxis”, la rivista fondata da Mario Mineo.
Questa peculiare criticità lo aveva del resto contraddistinto fin da quando, negli anni Sessanta, aveva avvertito nel marxismo ufficiale, e spesso anche in quello critico, un buco nero, la rimozione della fisicità e della materialità dell’esistenza umana, che, per quanto sussunte dall’essere sociale, non cessano tuttavia di operare negli individui e nei gruppi. Da qui la rivendicazione, nei saggi pubblicati sui “Quaderni piacentini”, del “materialismo volgare” contro un “materialismo storico” ridotto a idealistica filosofia della storia, ad una sorta di provvidenzialismo ottimistico o di progressismo generico, che di fatto obliava come l’oggetto originario della teoria marxiana fosse, nel quadro di una critica ateistica della mistificante dialettica hegeliana, il rapporto pratico degli uomini con la realtà naturale.
Marx invero non aveva dato pieno sviluppo a questo aspetto della ricerca, al confronto con temi quali il corpo, la finitezza, la morte, elementi oggettivi quanto i stessi rapporti di produzione nel definire i limiti di azione dei soggetti umani. Timpanaro aveva bisogno di attingere ad altre fonti. Per questa via s’incontrò con il pensiero materialistico antico e moderno: Democrito, Lucrezio, D’Holbach, Engels, Lenin e, sopra tutti, Leopardi. L’incontro fu tra i più fecondi.
Dopo un saggio sulla filologia leopardiana e la cura degli scritti filologici del poeta di Recanati egli propose in diversi densi saggi una ricostruzione organica del pensiero leopardiano, sfuggendo innanzitutto alle false antinomie che contrapponevano estimatori e detrattori, alle fuorvianti teoriche del limite e del nonostante.
Da Tommaseo a Croce si era svalutata la filosofia, “dolorosa ma vera”, di Leopardi, riducendola a prodotto accessorio della deformità e della malattia, a frutto indigesto di una “vita strozzata”. Alcuni tra i pochi estimatori del pensiero del “maledetto gobbo” (cito tra tanti Salvatorelli) avevano al contrario sostenuto che esso si era affermato nonostante la malattia. Perfino Cesare Luporini, che per primo aveva intrapreso una rivalutazione del pensiero leopardiano, una sua rilettura in chiave marxista, aveva trovato un limite di fondo nell’isolamento del Leopardi, a cui attribuiva la mancata conoscenza ed utilizzazione della “dialettica”. Timpanaro evidenziò per primo il nesso inscindibile tra filosofia e malattia usata come “potente strumento gnoseologico” e denunciò come fuorvianti le pretese salvifiche di una “dialettica” capace di eliminare le contraddizioni esistenziali solo al livello del linguaggio e non della realtà.
Leopardi aveva semmai un altro torto: quello di aver messo in secondo piano le cause storiche e sociali dell’infelicità umana, che pure non ignorava, in favore delle radici materiali e naturali. Da questo punto di vista la sua filosofia poteva trovare una feconda integrazione con quella del pensatore di Treviri. Una più profonda consapevolezza materialistica delle basi naturali della condizione sociale  non poteva che dare forza alla lotta per la liberazione dallo sfruttamento e dalla alienazione capitalistica. Era per questo che, con un qualche vezzo autoironico, Timpanaro si definiva “marxista-leopardista” e che in tre saggi degli anni Settanta pubblicati dapprima su “Belfagor” e poi in volume col titolo Moderati ed antileopardiani nella sinistra italiana, coglieva le sintonie tra la strategia del  “compromesso storico” e la diffusa antipatia degli intellettuali del Pci contro “un’intellettuale sradicato dal processo storico”.
Il rigore di quel pamphlet lo rese ancora più antipatico e produsse un ulteriore isolamento, confermato dal quasi totale silenzio che oggi sembra accompagnare la sua scomparsa. Conveniamo con lui e con il suo Leopardi sul fatto che nulla è immortale, neanche le grandi opere del pensiero, e che, sul piano meramente edonistico-individuale, la morte è un non-male, un oggetto di timore infondato. Ma la morte di quanti consideriamo compagni e maestri, considerata al livello dei rapporti affettivi tra le persone, per la lacerazione dell’“amante compagnia” che essa produce, contribuisce ad aggravare la nostra infelicità naturale e politica.

“micropolis”, dicembre 2000

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