23.12.17

Il ritorno di Carmen, un mito moderno (Giovanni Raboni)

Maria Callas nei panni di Carmen
«Fortunatamente la condizione patologica di questa poveretta, schiava della carne senza tregua e senza pietà, è un caso molto raro. Solo che serve più a risvegliare la sollecitudine dei medici che a interessare onesti spettatori, venuti a teatro con le loro mogli e le loro figlie». Scrivendo questo giudizio, nel marzo 1875, il critico del giornale parigino “Le Siècle” certo non si rendeva conto d’aver assistito alla nascita d’un mito: quello di Carmen.
Da allora la fortuna di questo personaggio sulle scene di tutto il mondo non ha conosciuto tregua; qualcuno ha perfino calcolato che la gitana è già stata pugnalata almeno cinquemila volte. In questi ultimi anni però Carmen ha avuto molta fortuna anche fuori dei grandi teatri d’opera tradizionali. Tutto è cominciato due anni fa, per la storia (ma c’era già stata la famosa Carmen Jones di Otto Preminger, e perfino una Carmen con Charlie Chaplin ed Edna Purviance), quando il famoso regista inglese Peter Brook l’ha trasportata in un teatro malridotto della periferia parigina, Les Bouffes du Nord, in una sala di 500 posti, facendola interpretare a quattro cantanti con una orchestra di 15 elementi (presto sarà pronta anche la versione tv). Nel 1982 c’è stata invece la prima rappresentazione dell’opera al teatro «Ponte del cielo» di Pechino, interpretata in cinese dalla cantante Miao Ging,
Quest’anno c’è stato invece Prénom: Carmen, il film di Jean-Luc Godard che ha ottenuto un Leone d’Oro molto discusso alla Biennale di Venezia, Carmen era la ventenne Marutschka Detmer. La musica del film, invece, si rifà ai quartetti di Beethoven e l’aria di Bizet viene solo fischiettata da un personaggio. A dicembre uscirà in Italia Carmen flamenco, il film-balletto spagnolo di Carlos Saura, già premiato a Cannes, con Antonio Gades. A gennaio dovrebbe arrivare il film-opera di Francesco Rosi, commissionato dalla Gaumont, che si dice sia costato una decina di miliardi, Carmen è Giulia Migenes, una newyorkese di 30 anni. A giugno, a Spoleto, si potrà vedere il balletto di Antonio Gades, ispirato al film di Saura; Carmen sarà Cristina Hoyos. Infine, per chi preferisce la satira un po’ piccante, è uscita in questi giorni anche in Italia una Carmen a fumetti, un po’ fatale e un po’ sozzona, opera di uno dei nuovi disegnatori francesi, Georges Pichard.
Quali sono i motivi di questa popolarità? Qualche cinico ne ha trovato uno: sull’opera, dice, non si pagano più diritti d’autore. In Francia infatti i diritti scadono 50 anni dopo la morte dell’autore. In questo caso non è Prosper Mérimée, autore del racconto, morto nel 1870, e nemmeno Georges Bizet, autore dell’opera morto nel 1875, ma il più longevo dei suoi due librettisti, Ludovic Halévy, morto nel 1908. Aggiungendo sei anni e mezzo, come prevede la stessa legge, per la prima guerra mondiale, e otto e mezzo per la seconda, si arriva alla metà degli anni Settanta: proprio quando hanno cominciato a moltiplicarsi le nuove Carmen.
Questa spiegazione, naturalmente, non è soddisfacente. Se la storia della zingara andalusa ci viene riproposta di continuo, vuol dire che il pubblico la richiede. «La storia della donna fatale è sempre piaciuta», dice Enzo Siciliano, «e in particolare, non so perché, agli uomini di spettacolo. Basta pensare a tutti i libri e i film sull’argomento. Certo, tra le donne fatali, Carmen è la più affascinante».
Eppure il racconto Carmen, pubblicato nel 1845 sulla “Revue des Deux Mondes” non suscitò grande interesse. Fu ripubblicato sette anni dopo, poi sparì dalla circolazione per molti anni. L’autore, Prosper Mérimée, era un intellettuale quarantenne, ispettore ai monumenti e alle antichità, un uomo freddo, ironico, molto mondano. Diceva che lo spunto gli era stato dato da un episodio narratogli dalla contessa de Montijo, un’aristocratica che lui aveva conosciuto in occasione del suo primo viaggio in Spagna, nel 1830. Glielo aveva raccontato mentre lui teneva sulle ginocchia sua figlia Eugénie, più tardi destinata a sposare Napoleone III.
Molti indizi però fanno pensare che il ventiduenne Mérimée, spedito in Spagna da suo padre dopo un amore infelice, avesse conosciuto direttamente una o più Carmen. Una di queste, per esempio, abitava con la madre in una capanna e prediceva il destino: lui la ritrasse in un acquerello. In un capitolo aggiunto al racconto, del resto, Mérimée lascia capire qualcosa di più: «Si dice che non sia mai successo», afferma, «che una gitana sia stata attratta da un uomo che non era della sua razza. Mi sembra che ci siano molte esagerazioni negli elogi che si fanno della loro castità. Anzitutto molte gitane sono brutte, e sono quindi come quella di cui Ovidio dice: "Casta quam nemo rogavit”. Quelle graziose in realtà sono come tutte le spagnole: molto esigenti nelle loro scelte».
Coloro che conoscono Carmen solo attraverso l’opera non sanno che nel secondo capitolo Mérimée racconta il suo incontro con Carmen, a Cordova: «Una sera, all’ora in cui non si vede più niente, fumavo appoggiato al parapetto quando una donna... venne a sedersi accanto a me». Mérimée attacca discorso, le offre un gelato e l’accompagna a casa sua per farsi leggere le carte. Qui però viene interrotto dall’arrivo di don José, amante di lei, ed è costretto a partire. Qualche mese dopo, ripassando da Cordova, sa che don José è in prigione, condannato a morte. Lo va a trovare e questi gli racconta il suo amore per Carmen, che lo ha convinto a disertare dall’esercito per unirsi ai contrabbandieri, ma ha continuato a tradirlo costringendolo a ucciderla.
Mérimée racconta questa vicenda passionale in modo veloce e distaccato. Uno scrittore francese, Henri de Montherlant, Io commenta così: «Mérimée, che era certamente un uomo di spirito (tutti i francesi lo sono), non vuol far vedere che lo è. Mérimée, che era psicologo (tutti i francesi lo sono), non ci parla della psicologia di Carmen. Crediamo che stia per spiegarcela, quando don José la uccide: la uccide in dieci righe, e il libro è finito prima di cominciare».
«Il fascino del racconto, invece, sta proprio in questa apparente freddezza», dice Enzo Siciliano. «C’è un rapporto strano, ambiguo, tra autore e personaggio. Dietro questa scrittura apparentemente trasparente agiscono forze oscure. Tanto è vero che Carmen ha influenzato molti scrittori negli anni successivi. Nonostante le immense differenze di stile, vedo ricomparire il personaggio in Un amore, di Buzzati e nella Noia di Alberto Moravia. De1 resto sappiamo che Moravia ama molto Mérimée».
La vera Carmen, però, è nata con l’opera lirica. Meilhac e Halévy, che avevano scritto per Offenbach La bella Eletta r La Vie Parisienne, decisero, quasi 30 anni dopo l’uscita del racconto, di proporre un’opera su questo tema a un compositore di 27 anni, Georges Bizet. Questi era triste, malato, sempre indeciso tra Mozart e Beethoven, tra Rossini e Wagner, non aveva ancora conosciuto il successo; viveva in un sobborgo vicino a Parigi, Bougival, e la moglie lo tradiva con un amico, il pianista Delaborde. Bizet dovette lottare molto con i librettisti che cercavano di rendere più accettabile il personaggio della zingara prostituta e scrisse addirittura il testo della famosa Habanera.
Il personaggio di Carmen cambiò profondamente. Era contrabbandiera ma non ladra, non era più sposata (come nel racconto, con lo zingaro Garcia il guercio) e quindi non era più adultera, e soprattutto non andava a letto con tutti gli ufficiali e gli stranieri che le capitava di incontrare. Nonostante questo, dopo la prima del 3 marzo 1875, cui assistettero Gounod, Massenet, Dumas figlio, lo scandalo fu grande. La stampa definì la protagonista «una creatura abietta». Bizet morì qualche tempo dopo, senza aver conosciuto il successo.
L’opera però piacque subito ai musicisti: a Wagner, a Brahms, a Puccini, e a Federico Nietzsche, che trascorse a Genova l’inverno 1881-82; era già malato e scrisse che quella musica lo aveva addirittura guarito. Si servì di Bizet nella sua polemica contro Wagner: il compositore tedesco, diceva, era forse più grande, ma la sua musica era pomposa, oscura, sembrava sempre alludere ad altri significati. Bizet invece era riuscito a rappresentare l’amore: «Finalmente l'amore, tradotto di nuovo nella natura! L’amore come destino, come fatalità: cinica, ingenua, crudele, e appunto in questo, natura...».
«Secondo me Nietzsche aveva colto un aspetto molto importante», dice il critico musicale Mario Bortolotto. «Carmen è un personaggio unico nel mondo dell’opera lirica. Non si può definire né buona né cattiva, è costruita, per così dire, con un metallo diverso, è estranea al mondo morale. I librettisti di Bizet hanno censurato il testo di Mérimée, ma non hanno potuto censurare la musica. Qualcuno ha fatto il parallelo tra Carmen e don Giovanni, un personaggio che si ribella anche lui alle convenzioni. Mozart però cerca di riportarlo all’ordine: don Giovanni è un dissoluto che deve pentirsi, che deve essere punito. Nella morte di Carmen, invece, non c'è espiazione, non c’è pentimento, c’è il compimento di un destino, che è una cosa ben diversa.
«Certo per la letteratura questa non era una novità», prosegue Bortolotto. «Nella letteratura è facile trovare un personaggio ambiguo, difficilmente catalogabile. Nell’opera no: i ruoli sono attribuiti una volta per tutte. L'opera, come diceva George Bernard Shaw, è quella cosa per cui il soprano si innamora del tenore e il baritono non vuole. Qui invece la mezzo soprano tradisce il tenore con un baritono!».
Carmen piace o affascina perché è una specie di protofemminista? Anna Maria Menichetti, che si occupa delle parti scritte per donne nell’opera lirica nella trasmissione del mattino dedicata alle donne, Ora D, non accetta le domande: «È femminista Carmen? Era femminista Eva? Non lo so. Carmen è attuale? Certamente. Prima di tutto perché si comporta come un uomo; cioè vuole scegliere, vuole decidere. Poi perché è una donna che non vuole rinunciare a niente. Potrebbe vivere tranquilla, fare la moglie del brigadiere, e invece rimette tutto in giuoco, perché non vuole scegliere qualcosa, vuole tutto. In questo può servirci da modello: anche se, certamente, è finita male».


L'Europeo, 15 ottobre 1983

22.12.17

HAUTE COUTURE. Ora l’alta moda fa servizio on demand (Famiana Giacomotti)

Tre modelli ispirati alla città di Palermo da una sfilata palermitana di Dolce e Gabbana (Piazza Pretoria, Estata 2017)
«Nessuno resta invenduto, i miei due boss tornano a Milano a mani vuote. Di vestiti si intende», ammicca un’amica che da qualche tempo lavora ai vertici del reparto vendite di Dolce&Gabbana, facendosi promettere l’anonimato dietro solenne giuramento perché “i due boss”, come noto, sono fumantini, e nell’ambiente si rincorrono storie di teste saltate per molto meno. La conversazione di cui state leggendo si tiene a Roma, nel nuovo atelier di Antonio Grimaldi a Palazzo Besso, pochi giorni prima del lungo week end di luglio in cui Domenico Dolce e Stefano Gabbana metteranno in scena a Palermo la loro collezione autunno-inverno 2017-2018 di “Alta Artigianalità” secondo un modello turistico-mondano del tutto autonomo e che nulla ha a che vedere con i riti della haute couture di Parigi o con quelli, ormai stravolti e del tutto disattesi da stampa e clienti, di Altaroma.
Grazie alla Cina delle fashion victim, alla Corea del Sud, a qualche brasiliana disattenta alle sorti del proprio Paese a meno che il suo destino sia legato a una cena di beneficenza cui presenziare in abito nuovo, agli Emirati che però vogliono farsi servire chez eux, nel vestiaire di casa, a una certa Russia dalla partecipazione chiassosa alle politiche di Putin, al Kazakisthan dalla ricchezza meno esibita ma non per questo di minore rilevanza e naturalmente alle americane del nord, la haute couture sta conoscendo un recupero spettacolare, soprattutto rispetto a un decennio fa, quando sembrava giustificata solo come leva di comunicazione e marketing. Il cambio di rotta è evidente dalla copertura mediatica più controllata o, come nel caso di Dolce&Gabbana, sostanzialmente autogestita via social. Il motivo è che mostrare abiti unici, irriproducibili, dal costo variabile da dieci a trecento–quattrocentomila euro, è diventata una scelta dello stilista e della maison, legata a logiche personali o anche strategiche, ma del tutto innecessarie. Per vendere bene un marchio, ormai, bastano le sfilate del pret-à-porter, le feste dei lanci di profumo, le sponsorizzazioni delle mostre e delle grandi kermesse cinematografiche.
La haute couture, che serve poco più di cinquemila persone nel mondo, contese da nomi quasi ovvi come Valentino, Armani, Dior, Chanel, Fendi, Valli, ma anche non immediati come Tom Ford o Kiton, vive di regole proprie, dove chi acquista non ha bisogno di farlo sapere in giro e il sarto ritiene proprio dovere accontentarlo. Attorno a questi abiti lavorano per migliaia di ore tessutai, sarti, tagliatori, ricamatori, venditori, i pr dei trattamenti speciali di cui sopra, ogni minuto del loro lavoro viene pagato a peso d’oro, contribuendo dunque al mantenimento di un alto artigianato e di un saper fare che vorremmo tenerci in Italia finché possibile e anzi, se possibile, sviluppare. Nel Terzo Millennio risulta sempre piuttosto difficile spiegare per quale motivo esistano tuttora donne che vestono secondo gli stessi criteri di Elisabetta I e una sartorialità che si esprime esattamente lungo gli stessi canoni, e con gli stessi prezzi, di un abito di corte dei Borbone di Spagna. Un secolo e mezzo di moda pronta, e il progressivo declino della nozione di sarta, sembrano infatti aver cancellato dalla memoria collettiva l’evidenza che un ricamo a mano o un intaglio su pelliccia richiede mille o anche duemila ore di lavoro oggi come ai tempi in cui la Serenissima valutava che il costo per vestire adeguatamente una dama fosse equiparabile a quello per armare una nave.
Esiste invece un universo parallelo che viaggia in direzione contraria a quello in cui i vestiti costano nove euro e vengono cuciti in catapecchie del Bangladesh da bambine di dieci anni; un mondo in cui non è il cliente a varcare la soglia di un atelier, per non dire di una boutique, ma è lo stilista stesso, o i suoi più diretti collaboratori, che salgono su un aereo e attraversano il Mediterraneo per prendere le misure della cliente, talvolta restando fuori dalla porta durante le prove se, come nel caso delle principesse saudite, accettano di parlare ma non di farsi toccare da un uomo. Non pensate a stilisti di seconda fascia, giovani o sconosciuti, ma a Donatella Versace, Giambattista Valli, Elie Saab: qualunque designer si è recato più volte in India, in Qatar o in Cina ad apportare gli ultimi ritocchi a un abito da sposa e al corteo nuziale, oggi come nel 1955 quando le sorelle Fontana portarono tutte insieme, personalmente, l’abito di Maria Pia di Savoia che sposava Alessandro di Grecia a Cascais, e nei cinegiornali dell’epoca le vedete sorridenti e felici mentre salgono la scaletta dell’aereo all’aeroporto di Ciampino. Nessuno oserebbe chiedere tanto a Giorgio Armani, che pur ricevendo in t–shirt e sneakers i propri ospiti ha assunto lo status di monumento nazionale, ma all’ultima sfilata della collezione Privé, a Parigi, non erano poche le vendeuse incaricate di accogliere, ospitare e intrattenere le grandi clienti internazionali con lo sfarzo a cui sono abituate e a cui i loro bonifici annuali danno titolo.
L’amica che lavora da Dolce&Gabbana racconta di clienti ospitate e vezzeggiate con la famiglia al seguito per tre giorni, di cinesi che arrivano vestite come vedove dei Quattro Canti, in total look dell’ospite convinte di rendergli così onore, di russe aggressive, di sudamericane fermamente decise a divertirsi, e in generale di una battaglia per la conquista del modello agognato a colpi di Whatsupp che, sebbene divertente e ben coreografata, è in buona parte fittizia. Buona parte di quegli abiti da trenta, quaranta o centomila euro è, infatti, per così dire preassegnata.
«Alcuni fra questi vestiti sono addirittura disegnati pensando a una certa cliente, ai suoi gusti e alle occasioni in cui potrebbe indossarlo», dice: «In ogni caso, tutti possono essere modificati e adattati in poche ore. È la forza delle nostre collezioni».
La mattina dopo la sfilata, e non di rado la notte stessa, mentre gli altri ospiti sono al ricevimento, le trecento clienti-ospiti del brand provano l’abito, lo affidano alle sarte per gli eventuali aggiustamenti e, se l’intervento non è particolarmente complesso, lo fanno caricare direttamente sul loro aereo per portarlo a casa. Poche o zero prove, tutto e subito. Il bauscia collettivo non ha tempo, non ha confini, non ha religione, e adesso inizia ad avere anche una moda fatta su misura non solo del proprio modo di essere, ma anche di sentire. Non è un caso che gli abilissimi Dolce&Gabbana abbiano scalato i vertici di un mestiere e di un mercato così ristretti e così difficili in soli cinque anni. Vi hanno apportato nuove regole, le loro, riuscendo però a rispettarne i codici e in fondamentali: esclusività totale, riservatezza assoluta, cura del rapporto personale. Se un giorno decideste di leggere le memorie di Marie Jeanne Rose Bertin, modista della regina Maria Antonietta, non vi trovereste nulla di diverso, e così nelle autobiografie di Charles Frederick Worth, di Paul Poiret e di Hardy Amies, quest’ultimo un sarto da uomo ben conscio delle fisime dei signori.
«Ci è capitato di rifare un corpetto perché il ricamo di una foglia non era esattamente nel punto che la cliente si aspettava, o credeva di aspettarsi», sorridono dalla grande famiglia Balestra, che fra le proprie clienti annovera la famiglia reale della Thailandia: «Ma il maestro (Renato naturalmente, nda) non vuole scontentare nessuno».
La soddisfazione del cliente nella haute couture riveste caratteri quasi sacrali, e non potrebbe essere altrimenti: nessuna di queste signore è abituata a sentirsi dire di no. Le venditrici addette alle clienti della couture, ma anche le stesse première che sovrintendono alla fattura dell’abito, mantengono con loro un rapporto di confidenza, se non di amicizia: dopo l’ultima sfilata di Valentino, a Parigi, ne ho vista più d’una precipitarsi nel backstage ad abbracciare il geniale direttore creativo Pierpaolo Piccioli e le sarte con il camice bianco e gli spilli appuntati sul bavero. È un mondo intimo, regolato quasi più sulla fiducia che sul denaro.
Al ricevimento di accoglienza dell’ultima sfilata haute fourrure di Fendi, gli stessi abiti che erano parsi meravigliosi sei mesi prima su Bella Hadid o Kendall Jenner erano ugualmente gradevoli su certe minutissime cinesi che circolavano sorridenti sorseggiando champagne nel foyer del Théatre des Champs Elysées. Magia sartoriale, appunto, ed espressione di disponibilità non solo economica. «Per un nostro cliente russo, che festeggiava il compleanno con una grande festa estesa in più momenti e voleva presentarsi ogni volta con uno smoking diverso, di recente si è trasferito per due giorni un piccolo team, comprensivo di sarta si intende», racconta Laura Clerici, operations manager di Tom Ford. Sono investimenti che si ripagano, talvolta immediatamente e in maniera inaspettata: oltre agli amici dell’imprenditore ha voluto uno smoking su misura anche la moglie.
All’ultimo piano del palazzo di Brera che un tempo ospitava la maison Ferré, acquistato e ristrutturato con molta amabilità dalla famiglia Paone, fondatrice di Kiton, stanno per essere ultimate quattro piccole e sontuose penthouse. Ma i “i grandi buyer” di passaggio a Milano, i compratori di professione, su quei parquet non poseranno mai i piedi: sono destinate ai clienti privati, uomini che ogni anno staccano a Kiton assegni da un milione di euro. Eppure parlare di “mercato” nella haute couture è del tutto privo di senso. Si tratta di un investimento che le griffe fanno per mantenere lo spirito delle proprie origini, come nel caso di Chanel, Schiaparelli e Dior, oppure per approcciare una clientela che vuole solo unicità; talvolta per elevare il proprio status, come Dolce&Gabbana. Sono, per molti, iniziative in folle perdita. Per alcuni, da qualche anno e grazie ai ricchissimi asiatici, in attivo.


Pagina 99, 25 agosto 2017

Creta nell'età del gatto (Louis Godart)

Negli anni Ottanta del 900 ripresero nell'area di Retymno, con la collaborazione dell'Università di Napoli, alcuni scavi archeologici iniziati durante la Seconda Guerra Mondiale, al tempo della invasione tedesca. L'articolo che segue dà conto dei primi, importantissimi risultati. I lavori successivi hanno riportato alla luce tracce di un palazzo imponente, paragonabile a quelli più importanti della civiltà minoica, distrutto da un incendio intorno al 1650 a.C.. (S.L.L.)
Creta, Retymnon Monastirak:, l'accesso al "Palazzo" distrutto da un incendio intorno al 1650 a.C.
L'isola di Creta è la culla della prima grande civiltà europea, quella minoica. Dal 1982, l’Università degli Studi di Napoli vi conduce, in collaborazione con il direttore delle antichità di Grecia, Tzedakis, delle ricerche archeologiche nella valle di Amari, ai piedi del versante occidentale del Monte Ida. I risultati di queste ricerche sono stati raccolti in un libro, il cui primo volume, frutto di una intensa e fraterna collaborazione tra Napoli, il ministero greco per i Beni culturali e l’Università di Creta, è di prossima pubblicazione.
La valle di Amari nell’ovest di Creta è una zona a lungo dimenticata dagli archeologi. Infatti, gli sforzi della stragrande maggioranza di quelli che hanno scavato a Creta dalla fine del secolo scorso, greci, italiani, francesi ed inglesi, si sono concentrati sulle zone centro-orientali dell'isola dove, tra l’altro, sono stati scoperti i grandi palazzi di Cnosso, di Mallia, di Festos e di Zakros.
Abbiamo deciso di intraprendere delle ricerche nella valle di Amari per due motivi principali: da una parte perché eravamo convinti che i Minoici avessero occupato la Creta occidentale allo stesso modo della Creta orientale (una montagna non ha mai fermato l’espansione di una civiltà); dall'altra, perché la valle di Amari costituisce uno dei pochi punti di passaggio tra le coste meridionali e settentrionali dell’isola. Le merci che dall’Egitto approdavano nei porti del golfo della Messarà sulle rive a sud di Creta, venivano sbarcate, caricate a dorso di mulo e transitavano senz’altro per la valle di Amari prima di raggiungere i centri della costa settentrionale di Creta e quindi l’Egeo e la Grecia continentale.
Le nostre speranze sono state premiate. In questi primi sette anni di ricerche, abbiamo scoperto dei resti del periodo dei primi palazzi cretesi (2000-1750 a.C.) ed alcune tombe del periodo della guerra di Troia che gettano una luce nuova sulle civiltà dell’età del bronzo dell'antico Egeo.
Il primo volume della ricerca tratta delle campagne condotte a Monastiraki nel 1982, 1983 e 1984 in collaborazione con I. Tzedakis e A. Kanta della Università di Creta.
Monastiraki è un vasto insediamento palaziale costruito su uno sperone roccioso. La posizione del sito consentiva ai suoi occupanti di controllare tutto il traffico che transitava lungo la valle. Inoltre, il terreno fertilissimo e l’abbondanza di acqua assicuravano alla gente del luogo cibo e ricchezza.
Aprendo un saggio ai piedi di un muro di terrazzamento, utilizzato ancora oggi dai contadini di Monastiraki ma costruito ben 4000 anni fa dai Minoici che occupavano la valle, abbiamo portato alla luce alcuni reperti che allargano l’orizzonte delle nostre conoscenze sulla religione minoica ed altri che illustrano la nascita dei primi sistemi amministrativi a Creta intorno al 2000 a.C.
In una stanza probabilmente adibita al culto, a giudicare dai vasi che vi sono stati ritrovati (tavole per le libagioni, vasi simili a quelli rinvenuti nei santuari), abbiamo avuto la fortuna di scoprire i resti di un modellino fittile di santuario risalente al 1800 a.C. È una costruzione in miniatura che raffigura nei minimi dettagli quello che doveva essere il santuario minoico vero e proprio. L’edificio era costruito su due piani, ambedue balconati e provvisti di colonne; i muri erano coperti di intonaco bianco mentre le colonne erano dipinte di rosso. Al termine della rampa, a destra, di fronte all’ingresso del porticato, sono rappresentate le famose corna di toro, simbolo per eccellenza del mondo e della religione dei Minoici, che i ritrovano tra l'altro, anche di fronte all’ingresso sud del palazzo di Cnosso.
Questo modellino di fondamentale importanza per lo studio dell'architettura sacra minoica, presenta un altro motivo d’interesse: in mezzo ai frammenti del santuarietto, è stata rinvenuta una statuetta di felino perfettamente simile alle statuette di gatti trovate nel 1972 a Mallia sulla costa settentrionale di Creta, in un edificio risalente allo stesso periodo del palazzo di Monastiraki. Tutto lascia quindi credere che il felino di Monastiraki fosse anch’esso un gatto. Inoltre il contesto nel quale furono rinvenute le statuette di gatti di Mallia era culturale così come nel contesto archeologico che circonda il nostro ritrovamento. È quindi logico pensare che il tempietto di Monastiraki fosse dedicato al culto del gatto. Questo culto è di origine egiziana ma non è un caso se lo vediamo penetrare a Creta durante il periodo dei primi palazzi. Infatti, con la costruzione di queste grandi residenze, la civiltà minoica conosce la sua prima vera espansione. I Minoici raggiungono la costa siro-palestinese, diventano assidui frequentatori della valle del Nilo; le merci cretesi sono apprezzate alla corte del Faraone e i prodotti dell’Egitto e della Siria, soprattutto le materie prime, invadono l’Egeo.
In un mondo in piena espansione, l’impatto tra due culture non si limita di certo allo scambio di prodotti ma coinvolge altre sfere come, ad esempio, quella culturale. Alcuni testi egiziani ci insegnano che la terra dei Faraoni non era rimasta insensibile di fronte alle manifestazioni religiose minoiche e così, anche la religione minoica si apre ai culti stranieri.
È certamente in questo contesto che un culto del gatto, di chiara matrice egizia penetra a Creta tra il 2000 e il 1800 a.C. e viene assorbito dai Minoici del periodo dei primi palazzi.
Del resto, il gatto era l’animale che poteva combattere e sconfiggere i roditori e assicurare la sopravvivenza in un’economia che scopriva il ruolo fondamentale della consegna e della redistribuzione dei beni e quindi la necessità di assicurare la salvaguardia dei granai. Il gatto combatteva i topi i quali minacciavano i raccolti e le riserve alimentari dello Stato. Non vi è dunque nulla di strano nel vedere questo animale divinizzato. Poiché i problemi della preservazione dei raccolti si ponevano allo stesso modo a Creta e in Egitto, è logico che il gatto abbia avuto lo stesso ruolo in questi due paesi legati da strette relazioni commerciali.

l'Unità, 28 marzo 1989

Rossana Rossanda: incontri, delusioni e grandi sogni con il partito comunista (Antonio Gnoli)

"È stata la bellezza del mondo a salvarmi"
Sommersi come siamo dai luoghi comuni sulla vecchiaia non riusciamo più a distinguere una carrozzella da un tapis roulant. Lo stereotipo della vecchiaia sorridente che corre e fa ginnastica ha finito con l'avere il sopravvento sull'immagine ben più mesta di una decadenza che provoca dolore e tristezza. Guardo Rossana Rossanda, il suo inconfondibile neo. La guardo mentre i polsi esili sfiorano i braccioli della sedia con le ruote. La guardo immersa nella grande stanza al piano terra di un bel palazzo sul lungo Senna. La guardo in quel concentrato di passato importante e di presente incerto che rappresenta la sua vita. Da qualche parte Philip Roth ha scritto che la vecchiaia non è una battaglia, ma un massacro.
La guardo con la tenerezza con cui si amano le cose fragili che si perdono. La guardo pensando che sia una figura importante della nostra storia comune. Legata al partito comunista, fu radiata nel 1969 e insieme, tra gli altri, a Pintor, Parlato, Magri, Natoli e Castellina, contribuì a fondare “Il manifesto”. Mi guarda un po' rassegnata e un po' incuriosita. Qualche mese fa ha perso il compagno K. S. Karol. "Per una donna come me, che ha avuto la fortuna di vivere anni interessanti, l'amore è stato un'esperienza particolare. Non avevo modelli. Non mi ero consegnata alle aspirazioni delle zie e della mamma. Non volevo essere come loro. Con Karol siamo stati assieme a lungo. Io a Roma e lui a Parigi. Poi ci siamo riuniti. Quando ha perso la vista mi sono trasferita definitivamente a Parigi. Siamo diventati come due vecchi coniugi con il loro alfabeto privato ", dice.

Quando vi siete conosciuti esattamente?
"Nel 1964. Venne a una riunione del partito comunista italiano come giornalista del Nouvel Observateur . Quell'anno morì Togliatti. Lasciò un memorandum che Luigi Longo mi consegnò e che a mia volta diedi al giornale Le Monde, suscitando la collera del partito comunista francese".

Collera perché?
"Era un partito chiuso, ortodosso, ligio ai rituali sovietici. Louis Aragon si lamentò con me del fatto che dovuto dare a lui quello scritto. Lui si sarebbe fatto carico di una bella discussione in seno al partito. Per poi non concludere nulla. Era tipico".

Cosa?
"Vedere questi personaggi autorevoli, certo, ma alla fine capaci di pensare solo ai propri interessi".

Ma non era comunista?
"Era prima di tutto insopportabile. Rivestito della fatua certezza di essere "Louis Aragon"! Ne conservo un ricordo fastidioso. La casa stupenda in rue Varenne. I ritratti di Matisse e Picasso che lo omaggiavano come un principe rinascimentale. Che dire? Provavo sgomento. E fastidio".

Lei come è diventata comunista?
"Scegliendo di esserlo. La Resistenza ha avuto un peso. Come lo ha avuto il mio professore di estetica e filosofia Antonio Banfi. Andai da lui, giuliva e incosciente. Mi dicono che lei è comunista, gli dissi. Mi osservò, incuriosito. E allarmato. Era il 1943. Poi mi suggerì una lista di libri da leggere. Tra cui Stato e rivoluzione di Lenin. Divenni comunista all'insaputa dei miei, soprattutto di mio padre. Quando lo scoprì si rivolse a me con durezza. Gli dissi che l'avrei rifatto cento volte. Avevo un tono cattivo, provocatorio. Mi guardò con stupore. Replicò freddamente: fino a quando non sarai indipendente dimentica il comunismo ".

E lei?
"Mi laureai in fretta. Poi cominciai a lavorare da Hoepli. Nella casa editrice, non lontano da San Babila, svolgevo lavoro redazionale, la sera frequentavo il partito".

Tra gli anni Quaranta e i Cinquanta era forte il richiamo allo stalinismo. Lei come lo visse?
"Oggi parliamo di stalinismo. Allora non c'era questo riferimento. Il partito aveva una struttura verticale. E non è che si faceva quello che si voleva. Ma ero abbastanza libera. Sposai Rodolfo, il figlio di Banfi. Ho fatto la gavetta nel partito. Fino a quando nel 1956 entrai nella segreteria. Mi fu affidato il compito di rimettere in piedi la casa della cultura".

Lei è stata tra gli artefici di quella egemonia culturale oggi rimproverata ai comunisti.
"Quale egemonia? Nelle università non ci facevano entrare".

Ma avevate le case editrici, il cinema, il teatro.
"Avevamo soprattutto dei rapporti personali".

Ma anche una linea da osservare.
"Togliatti era mentalmente molto più libero di quanto non si sia poi detto. A me il realismo sovietico faceva orrore. Cosa posso dirle? Non credo di essere stata mai stalinista. Non ho mai calpestato il prossimo. A volte ci sono stati rapporti complicati. Ma fanno parte della vita".

Con chi si è complicata la vita?
"Con Anna Maria Ortese, per esempio. L'aiutai a realizzare un viaggio in Unione Sovietica. Tornando descrisse un paese povero e malandato. Non ne fui contenta. Pensai che non avesse capito che il prezzo di una rivoluzione a volte è alto. Glielo dissi. Avvertii la sua delusione. Come un senso di infelicità che le mie parole le avevano provocato. Poi, improvvisamente, ci abbracciammo scoppiando a piangere".

Pensava di essere nel giusto?
"Pensavo che l'Urss fosse un paese giusto. Solo nel 1956 scoprii che non era quello che avevo immaginato ".

Quell'anno alcuni restituirono la tessera.
"E altri restarono. Anche se in posizione critica. La mia libertà non fu mai seriamente minacciata né oppressa. Il che non significa che non ci fossero scontri o critiche pesanti. Scrissi nel 1965 un articolo per Rinascita su Togliatti. Lo paragonavo al protagonista de Le mani sporche di Sartre. Quando il pezzo uscì Giorgio Amendola mi fece a pezzi. Come ti sei permessa di scrivere una cosa così? Tra i giovani era davvero il più intollerante".

Citava Sartre. Era molto vicino ai comunisti italiani.
"Per un periodo lo fu. In realtà era un movimentista. Con Simone De Beauvoir venivano tutti gli anni in Italia. A Roma alloggiavano all'Hotel Nazionale. Lo vedevo regolarmente. Una sera ci si incontrò a cena anche con Togliatti".

Dove?
"In una trattoria romana. Era il 1963. Togliatti era incuriosito dalla fama di Sartre e quest'ultimo guardava al capo dei comunisti italiani come a una risorsa politica. Certamente più interessante dei comunisti francesi. Però non si impressionarono l'un l'altro. La sola che parlava di tutto, ma senza molta emotività, era Simone. Quanto a Sartre era molto alla mano. Mi sorpresi solo quando gli nominai Michel Foucault. Reagì con durezza".

Foucault aveva sparato a zero contro l'esistenzialismo. Si poteva capire la reazione di Sartre.
"Avevano due visioni opposte. E Sartre avvertiva che tanto Foucault quanto lo strutturalismo gli stavano tagliando, come si dice, l'erba sotto i piedi".

Ha conosciuto Foucault personalmente?
"Benissimo: un uomo di una dolcezza rara. Studiava spesso alla Biblioteca Mazarine. E certi pomeriggi veniva a prendere il tè nella casa non distante che abitavamo con Karol sul Quai Voltaire. Era un'intelligenza di primordine e uno scrittore meraviglioso. Quando scoprì di avere l'Aids, mi commosse la sua difesa nei riguardi del giovane compagno".

Un altro destino tragico fu quello di Louis Althusser.
"Ero a Parigi quando uccise la moglie. La conoscevo bene. E ci si vedeva spesso. Un'amica comune mi chiamò. Disse che Helene, la moglie, era morta di infarto e lui ricoverato. Naturalmente le cose erano andate in tutt'altro modo".

Le cronache dicono che la strangolò. Non si è mai capita la ragione vera di quel gesto.
"Helene venne qualche giorno prima da me. Era disperata. Disse che aveva capito a quale stadio era giunta la malattia di Louis".

Quale malattia?
"Althusser soffriva di una depressione orribile e violenta. E penso che per lui fosse diventata qualcosa di insostenibile. Non credo che volesse uccidere Helene. Penso piuttosto all'incidente. Alla confusione mentale, generata dai farmaci".

Era stato uno dei grandi innovatori del marxismo.
"Alcuni suoi libri furono fondamentali. Non le ultime cose che uscirono dopo la sua morte. Non si può pubblicare tutto".

A proposito di depressione vorrei chiederle di Lucio Magri che qualche anno fa, era il 2011, scelse di morire. Lei ebbe un ruolo in questa vicenda. Come la ricorda oggi?
"Lucio non era affatto un depresso. Era spaventosamente infelice. Aveva di fronte a sé un fallimento politico e pensava di aver sbagliato tutto. O meglio: di aver ragione, ma anche di aver perso. Dopo aver litigato tante volte con lui, lo accompagnai a morire in Svizzera. Non mi pento di quel gesto. E credo anzi che sia stata una delle scelte più difficili, ma anche profondamente umane".

Tra le figure importanti nella sua vita c'è stata anche quella di Luigi Pintor.
"Lui, ma anche Aldo Natoli e Lucio Magri. Tre uomini fondamentali per me. Non si sopportavano tra di loro. Cucii un filo esile che provò a tenerli insieme".

Parlava di fallimento politico. Come ha vissuto il suo?
"Con la stessa intensa drammaticità di Lucio. Quello che mi ha salvato è stata la grande curiosità per il mondo e per la cultura. Quando Karol era bloccato dalla malattia, mi capitava di prendere un treno la mattina e fermarmi per visitare certi posti meravigliosi della provincia e della campagna e tornare la sera. Godevo della bellezza dei luoghi che diversamente dall'Italia non sono stati rovinati".

Se non avesse fatto la funzionaria comunista e la giornalista cosa avrebbe voluto fare?
"Ho una certa invidia per le mie amiche - come Margarethe von Trotta - che hanno fatto cinema. In fondo i buoni film come i buoni libri restano. Il mio lavoro, ammesso che sia stato buono, è sparito. In ogni caso, quando si fa una cosa non se ne fa un'altra ".

Il suo esser comunista avrebbe potuto convivere con qualche forma di fede?
"Non ho più un'idea di Dio dall'età di 15 anni. Ma le religioni sono una grande cosa. Il cristianesimo è una grande cosa. Paolo o Agostino sono pensatori assoluti. Ho amato Dietrich Bonhoeffer. Straordinario il suo magistero. E il suo sacrificio".

Si accetta più facilmente la disciplina di un maestro o quella di un padre?
"I maestri li scegli, o ti scelgono. I padri no".

Il rapporto con suo padre come è stato?
"Era un uomo all'antica. Parlava greco e latino. Si laureò a Vienna. C'era molta apprensione economica in famiglia. La crisi del 1929 colpì anche noi che eravamo parte dell'impero austro-ungarico. Il nostro rapporto, bello, lo rovinai con parole inutili. Con mia madre, più giovane di vent'anni, eravamo in sintonia. Sembravamo quasi sorelle. Si scappava in bicicletta per le stradine di Pola".

Dove lei è nata?
"Sì, siamo gente di confine. Gente istriana, un po' strana".

Si riconosce un lato romantico?
"Se c'è si ha paura di tirarlo fuori. Non c'è donna che non senta forte la passione. Dai 17 anni in poi ho spesso avvertito la necessità dell'innamoramento. E poi ho avuto la fortuna di sposare due mariti, passabilmente spiritosi, che non si sono mai sognati di dirmi cosa fare. Ho condiviso parecchie cose con loro. Poi i casi della vita a volte remano contro".

Come vive il presente, questo presente?
"Come vuole che lo viva? Metà del mio corpo non risponde. E allora ne scopri le miserie. Provo a non essere insopportabile con chi mi sta vicino e penso che in ogni caso fino a 88 anni sono stata bene. Il bilancio, da questo punto di vista, è positivo. Mi dispiacerebbe morire per i libri che non avrò letto e i luoghi che non avrò visitato. Ma le confesso che non ho più nessun attaccamento alla vita".

Ha mai pensato di tornare in Italia?
"No. Qui in Francia non mi dispiace non essere più nessuna. In Italia la cosa mi infastidirebbe".

È l'orgoglio che glielo impedisce?
"È una componente. Ma poi che Paese siamo? Boh".

E le sue radici: Pola? L'Istria?
"Cosa vuole che siano le radici. Non ci penso. La vera identità uno la sceglie, il resto è caso. Non vado più a Pola da una quantità di anni che non riesco neppure a contarli. Ricordo il mare istriano. Alcuni isolotti con i narcisi e i conigli selvaggi. Mi manca quel mare: nuotare e perdermi nel sole del Mediterraneo. Ma non è nostalgia. Nessuna nostalgia è così forte da non poter essere sostituita dalla memoria. Ogni tanto mi capita di guardare qualche foto di quel mondo. Di mio padre e di mia madre. E penso di essere nonostante tutto una parte di loro come loro sono una parte di me".


La Repubblica, 1 febbraio 2015

20.12.17

Come uno che dorme ... Una poesia di Roberto Piumini

Come uno che dorme
sulla riva del mare
ascoltando nel sonno
lo sciacquio delle onde
che si sente e scompare,
così dorme il bambino,
poco prima di nascere,
nell'acqua calda e tiepida
della sua mamma-mare.

dalla rubrica poesie bambine, "Il Sole 24 Ore Domenica", 17 marzo 2017

Quando al picchio... Una poesia di Toti Scialoja

Quando al picchio
in un picnic
salta il ticchio
di dir "Sic!"
non lo picchio: 
è un vecchio tic.

dalla rubrica topotopo, "Il Sole 24 Ore Domenica", 26 marzo 2017

Un suicidio di Stato: beni del demanio in vendita per pochi spiccioli. L'allarme di Salvatore Settis

L'emendamento di cui Salvatore Settis ragiona, a quanto pare, è stato ritirato. Non è improbabile tuttavia che questi o quegli altri ci riprovino. Non sbaglia, secondo me, "Il Fatto" nel pubblicare ugualmente l'intervento dell'illustre studioso e anch'io lo "posto" qui, a futura memoria. (S.L.L.)

Pare una storia alla Houellebecq: in una capitale europea, il ministero della Difesa vuole cedere a un emiro del Golfo Persico la sede dello Stato Maggiore. Ma è quanto sta accadendo, e questa capitale è Roma. Un emendamento al bilancio di previsione dello Stato per il 2018, proposto dal ministero della Difesa l’11 dicembre (e ritirato ieri sera), prevede la cessione di beni immobili dello Stato, anche appartenenti al Demanio, a Stati esteri, con conseguente sdemanializzazione del bene venduto. “I proventi della cessione che si concluderanno entro il 31 marzo 2018 sono riassegnati allo stato di previsione del ministero interessato per le esigenze di funzionamento e di investimento”. Dietro l’apparente neutralità di questo linguaggio, si cela un abisso: la negazione di un carattere essenziale delle proprietà demaniali, la totale inalienabilità.
Ma perché questo pubblico suicidio dello Stato? Il linguaggio generalizzante della legge (che deve comunque riferirsi a caserme o altri immobili di competenza della Difesa) cela un caso concreto assai particolare, anzi urgente dato che si allude a una trattativa da concludersi entro marzo 2018. Dato che lo Stato Maggiore si sposterà nella nuova sede di Centocelle, uno Stato del Golfo Persico (a quel che pare, il Qatar) avrebbe offerto di acquistare la sede di Via XX Settembre (per intenderci: a un passo dal Quirinale) per destinarla alla propria Ambasciata. E, con una sottomissione degna di miglior causa, la Difesa propone una norma che possa servire da foglia di fico di questa operazione. Il ministero, lo dice l’emendamento, ha evidentemente bisogno di introiti per non meglio specificate “esigenze di funzionamento e di investimento”.
La relazione illustrativa prevede che la norma, se approvata, si estenda a tutti gli edifici pubblici, anche a immobili del demanio culturale: la procedura di cessione agli Stati esteri prevede un decreto del Presidente del Consiglio su proposta del ministro degli Esteri e del ministro di volta in volta interessato (oggi la Difesa, domani le Infrastrutture o la Giustizia), con l’intesa del ministro dei Beni Culturali. Tutti i ministeri sono invitati da ora in poi, se hanno esigenze di bilancio, a mendicare all’estero. Impallidisce, al confronto, il fallimentare programma di cartolarizzazioni e dismissioni avviato da Tremonti e Berlusconi nel generale ludibrio. E si inaugura, se questa norma passerà, la stagione di una grande svendita dello Stato ai petrodollari. Complimenti al ministro della Difesa, che sta provando a pugnalare alle spalle il Demanio e lo Stato. Sarà per celebrare degnamente il centenario di Caporetto?


Il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2017

Questa versione l'ho provata! È facile e sorprendente... Fegato alla veneziana dell’Harry's bar

Dalla rubrica La buona tavola che Marco Guarnaschelli Gotti curava per “Panorama” (l'anno deve essere il 1981, ma il ritaglio è senza data) ho tratto questa versione del fegato alla veneziana elaborata in un ristorante d'oltreoceano, il Bellini, che al tempo aveva sede al 777 della Seventh Avenue di New York City (esista ancora, ma sta da un'altra parte, a quanto leggo in rete). Essa semplifica il procedimento, rendendo la pietanza facile nella preparazione e sorprendente nei risultati. Per la materia prima è ovvio che bisogna affidarsi a un macellaio di fiducia ed evitare gli acquisti casuali nei supermercati. (S.L.L.)


Il fegato deve essere di bestia giovane, rosa senza sfumature giallastre, privato della pellicina esterna e dei connettivi, tagliato a fette molto sottili (due millimetri). Il segreto sta nel cuocere prima la cipolla in poco olio, facendola con pazienza imbiondire appena; nel saltare poi per uno o due minuti, sempre in olio, il fegato, ma separatamente; nell'unire il fegato e le cipolle solo al momento di servire, legando rapidamente con un poco dì burro. 
Il sale va messo all’inizio delle operazioni, il pepe alla fine. L'olio adatto è quello molto leggero, l’olio del Garda è una scelta ovvia. 
Cuocendo separatamente fegato e cipolla (contrariamente alla tradizione che li vuole soffritti nel burro) non si perde nulla del sapore, che viene da un contrasto, non da una fusione, e si ha un piatto di grande leggerezza.

Cucinare nella terracotta. La “tofeja” canavesana (Marco Guarnaschelli Gotti)

C’era una volta il rame... materiale superbo, gran conduttore, che metteva d’accordo quasi tutti: oggi c’è ancora, ma il prezzo lo rende quasi inaccostabile. Per cotture rapide e medie lo sostituisce bene l'alluminio pesante, mentre buoni risultati danno anche pentole e casseruole di acciaio inossidabile col fondo di rame. Per cotture più profonde, varie scuole si dividono il campo, ma io trovo che la terracotta (coccio) abbia, a parità di prezzo, molte corde ai suo arco. Bisogna usarla però con alcune avvertenze: tener separati gli usi (carne, pesce, verdura), tanto il coccio non costa molto, evitare assolutamente di far attaccare una volta (dopo, in quel punto, continuerà ad attaccarsi), e soprattutto condizionarla, strofinando l’esterno del fondo della pentola o tegame con spicchi d’aglio (l’esterno, attenzione) e lasciandola a riposare una notte piena d’acqua fredda. Dopo, i risultati saranno eccellenti.
Tanto è legata la terracotta alla nostra cucina regionale, al Nord come al Sud, che molte preparazioni hanno tout court il nome del recipiente di coccio in cui son fatte: come per esempio la squisita «tofeja» canavesana, minestra (o meglio piatto unico di maiale e fagioli stufata nel coccio. L’ho mangiata di recente in una versione ingentilita ma nobile al vecchio San Giors di Torino, un albergo ristorante di buona tradizione mercantile prospiciente il magnifico mercato di Porta Palazzo. Posto dove si va per tajarin e bollito, il San Giors, per agnolotti e arrosti, per i buoni barbera e nebbioli della casa, e per il fascino malinconico del quartiere popolare ottocentesco.

Tofeja. Mettere a bagno per 12 ore 300 grammi di fagioli secchi (della melica o anche borlotti); pulire 500 grammi di cotenne fresche di maiale e tagliarle a rettangoli come una carta da gioco. Pulire due chili fra musetto, orecchio, codino e puntine di maiale. Mettere su ogni cotenna aglio e rosmarino tritato, sale e pepe, poi arrotolare e legare a tubetto. Mettere nella pentola di coccio i fagioli, i rotoli di cotenna, tutto il maiale, una cipolla, sedano e carota, aglio, salvia, rametti di rosmarino, due foglie d’alloro, tre litri d’acqua, sale, pepe, qualche chiodo di garofano, poca noce moscata. Sigillare il coperchio con un impasto di farina e bianco d'uovo, infornare a forno bassissimo per sette-otto ore, scuotendo di tanto in tanto la pentola.

PANORAMA - 9 NOVEMBRE 1981

Appendice. 
La piattella di Corteregio ovvero il fagiolo della meliga
La piattella se la ricordano bene gli anziani di Cortereggio, il piccolo borgo del canavese fondato dai Romani vicino al torrente Orco: nei terreni profondi e ricchi di acqua questi fagioli bianchi, reniformi e piuttosto piatti crescono meglio che altrove e, grazie alla bassa concentrazione di calcio nel terreno, sviluppano una buccia molto sottile.
Fin da bambini tutti gli abitanti di Cortereggio si dedicavano alla semina e alla raccolta dei fagioli nei campi di granoturco, una tradizione così radicata che le piattelle erano diventate una importante risorsa economica per questo paese. Ogni famiglia aveva i suoi clienti fissi che arrivavano da tutto il canavese, i soldi guadagnati servivano per acquistare l’uva nel Monferrato tanto che, a volte, le piattelle erano usate direttamente come merce di scambio con l’uva. La pianta rampicante sviluppa i caratteristici fiori bianchi e produce baccelli, anch’essi schiacciati, che diventano gialli al momento della maturazione: da luglio fino a settembre.
Tradizionalmente si seminavano insieme al mais, così il fagiolo poteva avvitarsi attorno al fusto robusto della meliga, che fa la parte quindi del tutore. Alla raccolta si passava pazientemente tra i filari di mais cogliendo i baccelli a mano uno per uno.
Ogni sabato nelle famiglie del paese si cuocevano i fagioli in pignatte di terracotta che venivano portate al forno del paese, usato in precedenza per la cottura del pane e che donava il suo calore residuo alle pignatte, i fagioli cotti in questo modo si usavano poi per insaporire altri piatti durante tutta la settimana. Ogni famiglia aveva la propria pignatta, fabbricata dagli artigiani del vicino paese di Castellamonte, noto per la sua tradizione ceramista.
La ricetta prevede che, insieme alle piattelle, si mettano nella pignatta le cotiche di maiale speziate con sale e pepe, arrotolate e legate a formare le quaiette e altre parti come lo zampino e il lardo, poi si aggiungono la cipolla e altri aromi, si copre di acqua e si chiude. La cottura nel forno al legna, rimasto tiepido dopo la cottura del pane, dura circa 12 ore (la tradizione vuole almeno una notte intera).
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La coltivazione della piattella era diffusa ancora fino agli anni '80, conosciuta anche come piattella di San Giorgio Canavese, il comune capoluogo, ma era nota in tutto il canavese come fasol at Cutres, fagiolo di Cortereggio appunto.
Come per molti altri legumi la sua coltivazione è stata progressivamente abbandonata, data la difficoltà della coltivazione nel mais e della raccolta, solo pochi abitanti hanno continuato a seminarla per autoconsumo, continuando a riprodurre il seme in famiglia e conservandolo fino ad oggi, in quantità minime, salvandolo così dall'estinzione. Ma la fortuna della piattella si lega soprattutto ad un agricoltore di Cortereggio, Mario Boggio, che decide già nel 1981 di consegnare alla banca del germoplasma dell'Università di Torino pochi chilogrammi di fagioli per conservarne la semente. Oggi intorno al lungimirante Mario si è costituito un Comitato per la tutela della piattella canavesana di Cortereggio, formato da chi si è impegnato a seminare nuovamente il fagiolo, dagli abitanti del piccolo borgo e da amici e simpatizzanti che vogliono contribuire a riportare sul mercato questo fagiolo.
Il Presidio si propone di recuperare e promuovere questa tradizione, coinvolgendo in futuro anche altri coltivatori locali e lavorando con altri enti del territorio per riqualificare anche dal punto di vista turistico ed enogastronomico questo grazioso angolo di canavese.
Area di produzione
I terreni della frazione Cortereggio nel comune di San Giorgio Canavese (provincia di Torino)


dal sito della Fondazione Slow Food

Ascesi (Gianni Baget Bozzo)

L'ascesi indica abitualmente quelle pratiche penitenziali mediante cui il credente si purifica nell'attesa del dono di Dio. Una compressione di tutte le energie della psiche verso un oggetto che non si possiede ancora e dove il godimento dell'oggetto viene continuamente differito.
Vi è nell'asceta la convinzione che più forte è l'esercizio che impone al suo corpo e più profonda la dimensione d'amore nella sua mente, ma di quella lui non riesce a godere, perché nel momento stesso in cui ne gode cessa l'ascesi e inizia quel particolare tipo d'erotica che nel linguaggio religioso è chiamato mistica.

da "Sette", magazine del "Corriere della sera", ritaglio senza data, probabilmente 1980.

La gatta morta e la lepre che dorme (S.L.L.)

Lepre
Nel piccolo e prezioso Dizionario di modi di dire della lingua italiana di Carlo Lapucci (Garzanti-Vallardi, 1979) il significato di fare la gatta morta così è definito: “Far finta di non capire, di non vedere o sentire, simulare d’essere ingenuo, senza malizia per poi agire più comodamente a proprio vantaggio”. Per la spiegazione si rimanda al protoottocentensco vocabolario del toscano Manuzzi, secondo cui la similitudine è tolta «dalla gatta, che quando vuol uccellare si corica per morta sull’aia vicin della siepe, aspettando il buon dato di gittarsi sopra la preda quando men si teme. Latino: lepus dormiens» (Manuzzi).
Tutto chiaro, dunque. Tranne quella lepre dormiente, il cui comportamento non presenta in verità molte analogie con quello della gatta. L'astuto felino finge di dormire per saltare addosso all'uccellino, o forse al sorcio. La lepre è invece animale timido e cauto: quando, grazie ai sensi assai sviluppati, si accorge di un potenziale pericolo, non scappa immediatamente (rischiando di attrarre l'attenzione su di sé), bensì tende a congelare i propri movimenti e a rimanere perfettamente immobile nell'intento di mimetizzarsi con l'ambiente circostante. Se però l'eventuale nemico, un felino, una volpe, un cane, un mustelide, un cacciatore, si avvicina troppo, con un veloce balzo (fino a 1,5 m in altezza e 2,5 m in lunghezza), l'animale esce allora allo scoperto e inizia una fuga rapidissima e a zig zag per ingannare l'assalitore.
A volte però il cacciatore fa lui la “gatta morta”. La lepre, si sa, non scava tane profonde, ma si rifugia in anfratti naturali o in buche del terreno, profonde al massimo venti centimetri. Qui si acquatta adattandosi al terreno circostante grazie al mantello mimetico. Il cacciatore la vede e continua la sua strada facendo finta di niente: tornerà con il cane e con lo schioppo e sorprenderà la lepre, facendole spesso fare una brutta fine.
Al mio paese esiste un modo di dire, che è probabilmente tratto da siffatte pratiche venatorie. Uno che sapi unna ci dormi lu liebbru (“sa dove gli dorme la lepre”) è persona sicura del fatto suo, che per risolvere il suo problema conta su risorse segrete e sicure, come il cacciatore che sa dove riposa la sua preda.

19.12.17

Amore e razionalità (Bertrand Russell)

Bertand Russell

Amore. Quando la parola viene usata in maniera appropriata, non denota qualsiasi e ogni relazione tra i due sessi, ma soltanto una relazione in cui ci sia un grande coinvolgimento emotivo e che sia di natura psicologica e fisica.
L’amore può raggiungere gradi diversi di intensità. Emozioni come quelle espresse in Tristano e Isotta sono in perfetto accordo con le esperienze di tantissime donne e uomini. Il potere di dare espressione artistica all’emozione d’amore è raro, ma l’emozione stessa, almeno in Europa, non lo è.
L’amore è molto più comune in alcune società piuttosto che in altre, e questo dipende, penso, non dalla natura della gente ma dalle convenzioni e dalle istituzioni.
In Cina l’amore è raro, e nella storia risulta caratteristico dei cattivi imperatori, i quali vengono traviati da concubine malvagie; la cultura cinese tradizionale si opponeva a tutte le emozioni forti e riteneva che in tutte le situazioni l'uomo dovesse preservare la supremazia della ragione.
In questo, l’atteggiamento cinese somiglia molto a quello del XVIII secolo. Noi, che abbiamo alle spalle il movimento romantico, la Rivoluzione francese e la grande guerra siamo consapevoli che la parte occupata dalla ragione nella vita umana non è così dominante come si sperava durante il regno della regina Anna. E la ragione stessa si è rivelata traditrice creando la dottrina della psicoanalisi.
Le tre principali attività che vanno al di là della razionalità nella vita moderna sono la religione, la guerra e l’amore; tutte e tre sono “extra-razionali”, ma l’amore non è “antirazionale”, vale a dire che un uomo ragionevole può ragionevolmente gioire della sua esistenza.

da Matrimonio e morale, ora in Pensieri, a cura di L.Ester – trad. A. Petruzzella, Newton Compton, 1993

Democrazia USA. Il presidente Jackson e la cultura (Bertrand Russell)

Andrew Jackson (1767 – 1845), 7º  Presidente USA (1829 - 1837)
La democrazia americana andò incontro a grandi trasformazioni quando Andrew Jackson divenne presidente.
Fino ad allora i presidenti erano stati colti gentiluomini, molti dei quali erano grossi proprietari terrieri con una lunga tradizione in tal senso alle spalle.
Andrew Jackson rappresentò la ribellione di pionieri e immigrati contro questi signori.
A Jackson la cultura non piaceva ed era diffidente nei riguardi degli uomini colti, perché questi capivano cose dinanzi alle quali egli rimaneva perplesso.
Questo elemento di ostilità nei confronti della cultura, da allora in poi, si è mantenuto nella democrazia americana e ha reso l’America piuttosto incapace di avvalersi al meglio dei propri esperti.


Da Fact and Fiction (1961), ora in Pensieri, a cura di L.Ester – trad. A. Petruzzella, Newton Compton, 1993

La buassaggine (Giacomo Leopardi)

La buassaggine è il miglior dono che la natura faccia a un animale, e chi non è bue non fa fortuna in questo mondo.


Da un abbozzo di «Dialogo di un cavallo e di un bue», in Poesie e prose, a cura di Francesco Flora, 1949

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