28.3.18

Antifascismo (Carlo Rosselli)

Carlo Rosselli

«Di fronte al progressivo consolidarsi del fascismo, la nostra sistematica opposizione corrisponde ad un regolamento di conti fuori della storia: forse non avrà apparentemente nessuna positiva efficacia; ma io sento che abbiamo da assolvere una grande funzione dando esempi di carattere e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi e sulla quale e per la quale dobbiamo lavorare» (Carlo Rosselli, Antifascismo perché, 12 gennaio 1925)

Riforma e Controriforma. Oltre il mito della rivoluzione luterana (Marina Montesano)


Si è appena chiuso l’anno nel quale convegni e pubblicazioni hanno ricordato l’anniversario dell’affissione delle 95 tesi di Lutero sul portone della chiesa di Ognissanti del castello di Wittenberg, il 31 ottobre 1517. Senonché, come già ricordava Adriano Prosperi (Lutero. Gli anni della fede, Mondadori), in base a un dibattito sulla vicenda già acceso da tempo, è probabile che questo atto fondatore non sia nemmeno mai avvenuto.
Le tesi avrebbero avuto una circolazione inizialmente meno spettacolare, all’insegna della ricerca di un accordo, cosa peraltro in linea con la personalità di Martin Lutero. Una nuova, corposa biografia del riformatore tedesco, scritta da Silvana Nitti (Lutero, Salerno, pp. 528, euro 29), ripercorre la vicenda, affermando: «Non è da escludere la possibilità che le tesi siano state effettivamente affisse al portale della chiesa che era, in quanto chiesa della residenza ufficiale dell’Elettore, fondatore e patrono dell’università, normalmente usata per gli avvisi o per il materiale didattico; una specie di bacheca dell’ateneo, insomma. Ma è certo che la critica al mito del 31 ottobre 1517 (…) resta pienamente valida proprio in quanto si tratta di un gesto niente affatto sconvolgente».
È da tempo, peraltro, che la rivoluzione del luteranesimo viene riconsiderata alla luce del contesto e del fatto che la cultura del fondatore fosse in realtà ancorata nella tradizione precedente, quella che siamo soliti chiamare «medievale». Ed è quanto fa anche Silvana Nitti ripercorrendo con ordine la vicenda del teologo agostiniano sassone. La causa immediata della rivolta fu la stanchezza per la riscossione delle tasse ecclesiastiche («decime»).
Martin Lutero insorse contro la corrotta Chiesa di Roma nel nome della libertà di coscienza, dell’annullamento della separazione tra chierici e laici («sacerdozio universale»), del libero esame delle Scritture contro l’autorità gerarchica ecclesiale, del valore simbolico (e non reale) dell’eucarestia.
La «fede riformata» di Lutero si precisò nel 1530 alla dieta di Augusta, nella quale, su richiesta di Carlo V, che voleva aver chiari i limiti della Riforma, il teologo Filippo Melantone presentò un documento, la Confessio Augustana, in 28 punti. Il disaccordo tra l’imperatore e i principi che avevano aderito alla Riforma si precisò nella dieta di Smalcalda, nella quale essi presentarono una loro «protesta» formale contro il sovrano. Dopo un periodo di scontri militari e di trattative, si giunse alla pace di Augusta del 1555, nella quale si stabilì il principio cuius regio, eius religio: i territori avrebbero dovuto seguire la religione del loro rispettivo principe.
Alcuni principi tedeschi accettarono infatti la Riforma proposta da Lutero, almeno in parte per incamerare i beni della Chiesa. Ma repressero con durezza i movimenti religioso-popolari e contadini (come gli anabattisti di Thomas Müntzer) che avrebbero voluto «l’avvento del Regno dei Cieli sulla terra», cioè inaugurando un nuovo ordine evangelico ed egalitario.
Riformare la Chiesa in modo da ricondurla alla purezza dell’età apostolica era stato in effetti un vecchio sogno dei cristiani. L’adagio reformare reformata («conferire di nuovo la forma corretta a quanto si è deformato») era molto popolare nel medioevo almeno fin dall’XI secolo: e molte erano state le riforme tentate, sia dalla gerarchia sia dai fedeli, nel corso dei secoli XI-XV. Ma la situazione di mondanità della Chiesa nel Quattrocento era divenuta insostenibile.
I movimenti popolari e anche dottrinali del Quattrocento, soprattutto quelli guidati da John Wycliff in Inghilterra e da Jan Hus in Boemia, erano stati determinati dal disagio dello spettacolo d’una Chiesa corrotta da parte di intellettuali e fedeli che l’avrebbero invece voluta vedere povera, lontana dall’esercizio del potere mondano e della ricchezza, aderente allo spirito del Vangelo. Ma l’Inquisizione li aveva sempre repressi. La differenza, nel XVI secolo, fu data dal fatto che le condizioni generali erano ormai cambiate.
La Riforma di Martin Lutero si sviluppò dunque, rispetto ai tentativi del passato, appoggiandosi agli stati e ai poteri costituiti, ma essa inaugurava anche un periodo per l’Europa fatto di guerre e crisi profonde, come mostra la lettura di Mark Greengrass, La Cristianità in frantumi, Europa 1517-1648 (Laterza, pp. 820, euro 38). In Inghilterra, Enrico VIII aveva accettato la Riforma sotto il profilo disciplinare, che gli consentiva di staccare la Chiesa d’Inghilterra dall’obbedienza al papato romano e di porla sotto il suo diretto controllo: per il resto, però, teologia e liturgia restavano quelle cattoliche.
Sotto i suoi successori Giacomo I ed Elisabetta I, la Chiesa anglicana andò progressivamente accettando influenze protestanti. Il calvinismo, fondato da Giovanni Calvino, si andò affermando in parte della Svizzera, in Scozia (dove nel 1560 il parlamento abolì il cattolicesimo per abbracciare il «presbiterianesimo» di John Knox) e in Olanda.
In Svizzera, insieme a cantoni che restavano cattolici o luterani, Ginevra fu calvinista mentre altrove si affermarono le dottrine zwingliane e quelle di Guillaume Farel. Le comunità valdesi aderirono alla Riforma. Germania, Boemia, Moravia e Ungheria si divisero tra cattolici e luterani. I gruppi riformati in Italia e in Spagna furono duramente repressi e non incontrarono appoggio a livello popolare.
Tra la metà del XVI secolo e quella del XVII l’Europa fu dilaniata da vere e proprie «guerre di religione», che si sommarono a conflitti politici e sociali. In Francia, nel 1559 un sinodo nazionale calvinista definì quella confessione (gli aderenti alla quale assunsero il nome di «ugonotti»), ch’era forte soprattutto nell’aristocrazia ed era vicina anche alla corte. Dopo alterne vicende (famosa la «Notte di San Bartolomeo», 24 agosto 1572) una vera e propria guerra civile si concluse con l’ascesa al trono di Enrico di Borbone, capo degli ugonotti, che – col nome di Enrico IV – si convertì al cattolicesimo assicurando ai suoi ex-correligionari le libertà essenziali.
La guerra «dei Trent’anni» (1618-1648), nata come conflitto religioso, ma complicata dall’alleanza tra la Francia e i protestanti tedeschi, si chiuse nel 1648 con le paci di Westfalia che modellarono la mappa religiosa europea definitiva. A parte Scozia e Irlanda, dove fra Sei e Settecento le persecuzioni protestanti si dettero a massacri indiscriminati contro i cattolici, eliminandoli o quasi dalla Scozia e dall’Irlanda settentrionale. In tempi come i nostri, nei quali si prova a ricucire il rapporto fra comunità, confessioni e Chiese che sono state separate anche nel sangue, ricostruire questa storia è più importante che celebrare anniversari.

il manifesto – 10 febbraio 2018

Il “De rerum natura”. La poesia dell'imprevedibile e del nulla in un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo (Italo Calvino)

Il busto di Lucrezio al Pincio

Il De rerum natura di Lucrezio è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero. Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. È il poeta della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra quella di evitare che il peso della materia ci schiacci. Al momento di stabilire le rigorose leggi meccaniche che determinano ogni evento, egli sente il bisogno di permettere agli atomi delle deviazioni imprevedibili dalla linea retta, tali da garantire la libertà tanto alla materia quanto agli esseri umani. La poesia dell'invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, così come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo.
Questa polverizzazione della realtà s'estende anche agli aspetti visibili, ed è là che eccelle la qualità poetica di Lucrezio: i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (II, 114-124); le minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l'onda mollemente spinge sulla bibula barena, sulla sabbia che s'imbeve (II, 374-376); le ragnatele che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo mentre camminiamo (III, 381-390).

da Lezioni americane, Leggerezza, Mondadori, 1993

"Mostro da niente". Amici di Sandro Penna, non esagerate (Alfredo Giuliani)

Articolo scritto in reazione ad una sorta di beatificazione di Sandro Penna che era in voga all'inizio degli anni Novanta e che di quando in quando ricompare. Le osservazioni di Giuliani sono in qualche punto acide e maligne, ma il suo è – comunque – un punto di vista di cui tenere conto. (S.L.L.)

La prima volta che ho scritto una recensione delle poesie di Sandro Penna, e in verità si trattava di un piccolo saggio che poi raccolsi in un libro, mi guadagnai la fervida stima e l'amicizia dell'autore. Era perfino imbarazzante, seppure divertente e piacevole, sentirgli dire in giro anche a distanza di anni che di lui avevo capito tutto. Senza volerlo avevo conquistato il suo narcisismo, che era massimo. Ho conosciuto raramente persone tanto innamorate di sé. Un amore sempre presente, candido e perfido allo stesso modo e allo stesso tempo. Anche del mondo e della vita era innamorato, solo in quanto il mondo era vivo in lui, si capisce.
Un'altra volta scrissi di Penna, in queste pagine, quando il poeta morì nel 1977. Non vorrei ripetere le parole già scritte, ma in parte dovrò farlo mio malgrado, perché nella sostanza mi sembrano ancora pertinenti e inevitabili. Tuttavia cerco ora di mettere a fuoco una rilettura recente. È, se si vuole, una rivisitazione che mi obbliga anche a un fastidioso confronto. Con che cosa? Con il culto di Penna, che è nato in questi ultimi anni e che prima non c'era. Se non sbaglio, l'unico a dichiarare di essersi fatto un culto di Penna fu in passato Pier Paolo Pasolini, il quale vedeva in lui addirittura un santo anarchico, un asceta dispensatore dei propri peccati, grande per la sua poesia vissuta non meno che per la sua poesia scritta. Oggi la critica ha perduto pressoché interamente l'equilibrio e l'attendibilità. Si va sul becero e cialtronesco o sul sublime, e magari sui due versanti contemporaneamente, senza che il raziocinio possa farci nulla. Che esista un culto di Penna da parte dei lettori, specie di certi lettori, posso anche comprenderlo e non mi turba affatto. Ciò che trovo preoccupante sono le esagitazioni di alcuni critici reputatissimi intorno a qualcosa che sembrerebbe l'ineffabilità o una virtù straordinaria della poesia penniana.
Nell'introduzione al catalogo del prossimo convegno Omaggio dell'Umbria a Sandro Penna, Cesare Garboli, registrando l'interesse oggi nientemeno che dilagante per il poeta, lo spiega col fatto che una poesia così tradizionale nel suo linguaggio e nella sua apparenza formale, tende a espandersi come un sistema di ossatura morale che si muove e si articola al di fuori dell'umano. Ora, tralasciando di discutere sull'ossatura a proposito di una poesia tanto disossata e tenera, e sulla morale dell'artista, che caso mai vedrei identificata proprio nella sua viziosa tenerezza, mi domando che cosa voglia dire al di fuori dell'umano. Nel divino? o semplicemente nel biologico, nella classe dei mammiferi? In Penna non c'è nessuna affettività, c'è soltanto desiderio. Ecco la morale, ecco ciò che s' impara dalla sua poesia. Se è per questo, la formula vale perfettamente per D'Annunzio. In D'Annunzio non c'è affettività, c'è soltanto desiderio. E D'Annunzio è stato indubbiamente un maestro (pessimo) di morale. Ma di quale morale stiamo parlando? Di quella degli esteti, che ai tempi dannunziani provenivano dai ceti borghesi e oggi possono sbucare da qualsiasi discarica dei mass media. La morale di chi cerca nella poesia un messaggio, esplicito o implicito che sia, una suggestione, un contagio? Di chi inclina, più o meno ingenuamente, a servirsi della poesia? Non basta, la poesia, intenderla e goderla come una musica, un quadro, una forma abnorme di discorso? Capirla come si capisce un altro, un se stesso, uno dei tanti possibili noi stessi? O anche come una recita? Un paesaggio di parole, una costruzione di parole? Quanto all'affettività di Penna: essa scaturisce da una perversione (si fa per dire) che ci tocca tutti: il piacere di guardare (ciò che in lingua dotta si chiama scopofilia) e di essere guardati (esibizionismo). Si potrebbe notare che le migliori poesie di Penna nascono dall'incredibile, variata monotonia di tali atti di origine infantile. È difficile trovare una poesia insieme più delicata e più oscena di questa: Un po' di pace è già nella campagna./ L' ozio che è il padre dei miei sogni guarda/ i miei vizi coi suoi occhi leggeri.// Qualcuno che era in me ma me non guarda/ bagna e si mostra negligente: appare/ d' un tratto un treno coi suoi passeggeri/ attoniti e ridenti: ed è già ieri. Nel motivo dell'essere guardati e del guardare s'intrecciano attori e spettatori. E il felice disegno trova il suo vago centro nel primo verso della seconda terzina (che però continua nel bagna del verso successivo), con la pregnante connotazione psicologica del me non guarda (l'altro si è rivolto per orinare, evidentemente). (Si è rivolto per farsi guardare dai passeggeri del treno che sopraggiunge?). Io ci vedo la gioia maliziosa e sognante di sbalordire le convenzioni, i piccoli divieti. Di fare all'aria aperta assortite intimità. E di guardare le proprie sensazioni (la società vorrebbe proibirle!) con dolce egotismo, dare un garbo squisitamente scandaloso alla mania omosessuale. Vogliamo vederci una morale? Mah! A qualcuno farà comodo, forse. Io ci vedo un'arte, spesso mirabile, a volte troppo facile, ristretta alla personalità ossessiva del protagonista. Le parole delle sue poesie sembrano venire da tutte le albagie, i vizi solitari, i possessi, le gioie, le malinconie, le eccitazioni della passione sessuale per gli adolescenti, i fanciulli. Suppongo che, fino a quando ha potuto, egli abbia visto anche se stesso come un fanciullo, solo più spericolato e astuto dei fanciulli che adescava. Dominare un fanciullo, ed ascoltare / la propria voce crescere nel canto suona come una poetica abbastanza goffa, se non esecrabile e retoricamente falsa, sopra le righe. Eppure il nesso pedofilia-poesia è in lui inscindibile e ne segna la singolarità. I due versi che ho appena citato sono tra le rare stecche di una voce che è invece educata a intonare nitidamente l'idillio decadente e a giocare con gli aloni del non detto. La cheta follia di Penna deve scoprirsi nel disegno chiaro e impreciso degli oggetti, non nell'enunciare, nell'immoraleggiare.
Tanti anni fa Luciano Anceschi notava in Penna una istintività sognante che si risolve in un gusto pittorico tra Matisse e De Pisis. Puntualissima intuizione. Tale gusto pittorico è stata la guida, la fortuna di Penna. La sua poesia è una modulazione a margine disegnata in un momento di ispirata leggerezza sul risvolto della vita. Una vita beatamente sofferta e consumata nella continua ricerca del piacere naturale, nel sogno e nella brama, nella contemplazione dei corpi e dei segni del piacere: Quando discese la svelta lattaia / un cespo sentì crescere nell'aia / l'assonnato garzone, e in sulla cima, / aperta come rosa mattutina, / ma quale una rugiada assai più calda, / il latte a lui restò, non la lattaia. Questa è una deliziosa poesia minore in cui avvertiamo sorridendo gli echi leopardiani, nonché la presenza della rosa matutina di Ariosto (che era l'Angelica braccata dal circasso Sacripante). Possiamo immaginare Penna eccitato dall'eccitazione del garzone, teneramente eccitato. Perché questa è la sua visione del mondo, la forma della sua vita indisciplinata: la voluttà. Di questa forma di vita, di questa dolcezza seminale il raptus poetico è la ripetizione astratta e maniaca. È il verismo irreale di Penna. Le parole sono, di quella forma, la tattilità estrema figurata nel segno musicale, l'eutanasia momentanea.
Il miglior Penna mi fa pensare anche ai pittori della scuola romana, e a Rosai, insomma al gusto degli anni Trenta. Famoso è questo interno che già entrava nelle antologie quasi cinquant'anni fa: Dal portiere non c' era nessuno. / C' era la luce sui poveri letti / disfatti. E sopra un tavolaccio / dormiva un ragazzaccio / bellissimo. Uscì dalle sue braccia / annuvolate, esitando, un gattino. Il margine di canto in cui Penna sopravvive a pene, miserie, umiliazioni, con quella sua strana gioia di vivere anche nel dolore, non affiora da una volontà di conoscenza, da uno stupore drammatico, ma dalla percezione immediata del vedersi e del guardare e vedersi guardato con gli occhi della cheta follia. Lui, mostro da niente. In tale atto di sdoppiamento il poeta ricompie continuamente l'atto di accettazione di sé come diverso compiuto una volta per tutte in gioventù.
Qualche anno fa un mio studente esaminò la ricorrenza di alcune parole nelle poesie di Penna e scoprì che la parola di gran lunga predominante è lontano (che Leopardi nello Zibaldone annota tra le poeticissime e piacevoli perché destano idee vaste e indefinite). Ora lo studente, che si chiama Ferretti, scoprì anche che in Penna quasi sempre lontano è sinonimo di amore. Il che comporta un tono nostalgico connaturato alla brama di possesso, insaziata dal rapporto erotico, stabile o nomade poco importa. Considerando Tutte le poesie, Stranezze e Confuso sogno (escludendo da quest'ultimo le varianti e le giovanili) Ferretti contò che lontano ricorreva ben sessantatré volte. Per un poeta dei sensi, più che dei sentimenti, lontano finisce con l'essere l'oggetto più vicino, l'insaziabile brama amorosa di cui parlava così stupendamente Lucrezio. Sarà codesta la moralità di Penna? Sia pure. Ma essa s'impara dall'esperienza della vita. E così la si può riconoscere nella poesia. Andando alla rovescia si fa dell'estetismo.

“la Repubblica”, 21 settembre 1990

Praga, agosto 1968. “Discutiamo di libertà”. Intervista di Angelo Maria Ripellino a Milan Kundera


Nell'agosto del 1968, a Praga, alla vigilia dell'intervento dei carri armati sovietici, Angelo Maria Ripellino, lo slavista e poeta siciliano, intervistò Milan Kundera sulla situazione cecoslovacca. Il testo venne ripubblicato un ventennio più tardi da “Repubblica”, onde l'ho tratto. (S.L.L.)
Milan Kundera in una foto dell'ottobre 1968

RIPELLINO. Non temete che tutte le conferenze e i convegni e le dichiarazioni, mentre rafforzano il blocco socialista, allontanino la Cecoslovacchia dalla sua funzione storica di mediatrice tra l'Occidente e l'Oriente?
KUNDERA. Creare finalmente un paese in cui si possa vivere da uomini liberi, è per il movimento socialista più importante che rafforzare esternamente la salvezza del blocco. Vivere da uomini significa anche vivere a proprio modo. La Cecoslovacchia è stata sempre, in passato, un attivo punto d' incontro di varie tradizioni culturali. Il blocco socialista s' è sforzato di uniformare tutto, e così ha imbrigliato questa nostra ricchezza culturale. E' come se la fisionomia di questo paese fosse stata cancellata.

RIPELLINO. In che consiste, secondo voi, il futuro compito della libera Cecoslovacchia in Europa? KUNDERA. Essere se stessi. Quello che chiamiamo il blocco socialista non è soltanto una costrittiva alleanza militare; è anche una politica interna, una stampa, una cultura, una scuola, un pensiero, un linguaggio ugualmente imposti dall'alto. Questa sovietizzazione che livella i valori è anticulturale allo stesso modo in cui lo è l'americanizzazione in altra parte del mondo. Se un piccolo popolo troverà forze sufficienti di ribellarsi a queste tendenze uniformatrici e ad essere autonomo, renderà un enorme servizio non solo a se stesso, ma a tutti.

RIPELLINO. Qual è l'opinione di “Literarni Listy” in merito alla pluralità di partiti in un sistema socialista?
KUNDERA. Finora la pluralità delle opinioni si registra all' interno del partito comunista più che in una dialettica fra comunisti e rappresentanti di altri partiti. Non saprei prevedere che cosa succederà in seguito.

RIPELLINO. Possiamo dire che esiste un certo nesso tra la calma di cui oggi dà prova il popolo cecoslovacco e la tradizionale finzione del soldato di Bertold Brecht, Svejk, simbolo di prudenza? Se l'attuale serenità non è in un certo senso una variante di quell'eterna categoria che chiamiamo svejkismo?.
KUNDERA. Anch'io penso che esista un nesso tra la sobria tranquillità, la prudenza e la calma attuale del nostro popolo, e il famigerato eccesso cecoslovacco di cautela, di tendenza al compromesso e di avversione al rischio e alla lotta. È paradossale che questa infelice e ripugnante tradizione di cautela abbia assunto d'improvviso una funzione così positiva: perché ha impedito al nostro grande fratello, il quale nelle nuove situazioni si muove sempre molto goffamente, di ripetere ciò che aveva sperimentato a Budapest.

“la Repubblica”, 2 dicembre 1989

Sorriso. Una poesia di Henrik Nordbrandt (Frederiksberg, Danimarca – 1945)


Quando ti vidi in sogno
ti voltasti verso di me

con il dito sul labbro
e le sopracciglia alzate

sorridendo, prima di continuare
camminando sulle punte

attraverso la stanza
illuminata dalla luna, abbandonata,

che d'improvviso compresi
avrebbe rappresentato la mia vita.

L'ultimo eroe di Spagna (Carlos Elordi)


MADRID
È morto ieri in un ospedale madrileno l'ultimo superstite della generazione dell'antifascismo europeo. Enrique Lister aveva appena compiuto 87 anni. Nei libri di storia figurerà come l'eroe di Guadalajara, di Teruel, dell'Ebro, cioè delle uniche vittorie che l'esercito antifranchista repubblicano ottenne nella Guerra civile spagnola. Ma questo comunista di origini umilissime, formatosi militarmente nell'Urss di Stalin, è stato anche l'esponente di un'epoca in cui i crimini più terribili venivano giustificati dalla necessità di fare la rivoluzione.
"Sono andato a Cuba per diventare miliardario e invece è lì che sono diventato comunista", ricordava qualche anno fa. L'emigrazione verso l'isola, una scelta che nel 1927 facevano tanti altri giovani della povera Galizia - fra i quali il padre di Fidel Castro - è il primo dato significativo della biografia ufficiale di Lister. Cinque anni dopo, tornato in Spagna ormai in veste di "rivoluzionario professionista", un nuovo fatto politico segnerà la sua vita: viene infatti accusato di avere ucciso un ufficiale della Guardia Civil che aveva autorizzato il ballo nella piazza del suo villaggio natio. Fugge così dalla Spagna. "All'epoca, noi pensavamo che quelle feste danneggiassero lo spirito dei giovani", dirà poi Lister.
Scappa verso l'Urss, dove lavorerà nella costruzione della metropolitana di Mosca che per i comunisti di allora diverrà il simbolo dei successi del socialismo staliniano. Poi entrerà nella Frunze, l'accademia militare sovietica. Rientra in Spagna un'anno prima del golpe di Franco, avvenuto il 18 luglio del 1936. E sin dai primi momenti della guerra civile diventa uno dei protagonisti dell' epopea spagnola. È infatti lui a organizzare, con pugno di ferro, con quell'idea di "disciplina rivoluzionaria" appresa in Urss, il primo corpo regolare dell'esercito popolare repubblicano, il famoso V Regimento, che si distinguerà nella difesa di Madrid. Se il "no pasaràn" della Pasionaria sarà il grido di guerra che darà all'antifascismo spagnolo una dimensione internazionale, la capacità militare di Lister, frutto non solo delle sue conoscenze tecniche ma anche di una intuizione straordinaria, daranno agli antifranchisti la speranza che quella lotta di Davide contro Golia avrebbe potuto essere anche vinta.
"Nobile cuore in veglia, spagnolo, indomabile, pugno forte", gli canta in un sonetto il grande poeta Antonio Machado, tutto meno che un comunista. E nasce il mito, che arriva così, nel marzo del 1937, a Guadalajara, dove il Corpo di truppe volontarie che Mussolini ha inviato per aiutare Franco viene battuto dalle forze comandate da Lister. Luigi Longo, allora commissario generale delle Brigate internazionali, così racconta quei momenti in un libro del 1956: "Arrivo al posto di comando di Lister, verso le ore 15 del giorno 13. Il comandante non ha appena finito di spiegarmi la situazione... che dalla stanza vicina, dove stanno i telefonisti...erompe un solo grido: ' I fascisti scappano! stiamo rioccupando Trijueque!' ". Dopo quella vittoria, arriverà la conquista di Teruel e la battaglia sul fiume Ebro nel 1938. Ma il ' comandante' non lottò solo contro i franchisti. Durante la guerra Lister diventò anche il terrore degli anarchici, per i quali fare la rivoluzione era importante quanto battere i franchisti. "Sì, ho fucilato", riconoscerà Lister nel ' 77, appena ritornato in Spagna dopo 38 anni di esilio prima in Francia e poi in Urss. E con la sua voce tonante, le ciglia folte alla Breznev e il gesto sempre un po' minaccioso, aggiungerà: "E sono disposto a farlo ogni volta che ce ne sia bisogno. Perché io ho fatto la guerra affinché il popolo conquisti la libertà".

“la Repubblica”, 9 dicembre 1994

Natale 1943. Camilla Cederna racconta. Beethoven e un po' di borsa nera...


Natale a Milano nel 1943, nella casa sguarnitissima di mia sorella maggiore sfollata con i bambini in Valtellina. Siamo la mamma, io, mia sorella Luisa e un'amica ebrea, che, tinti i capelli in biondo platino e cambiato il nome, vive con noi. Atmosfera tesissima, perché il 18 dicembre è stato ucciso a rivoltellate per la strada il commissario federale del fascio Aldo Resega, quindi per rappresaglia hanno fucilato all'Arena otto detenuti politici. Un freddo tremendo, uno scambio di lettere tra noi e la sorella lontana, intermediario il marito di un'ex modista che deve venire ogni giorno a Milano. "La mamma gira per casa con tre paia di mutande, il vestito di lana, due golf, e, sopra, la fodera d'orsetto della pelliccia del nonno, a mo' di caffettano senza maniche", scriviamo in Valtellina. Eppure il Natale vogliamo in certo modo festeggiarlo; la vigilia tutti a fare il bagno nelle vecchie terme di via Annunciata, perché il nostro scaldabagno è inutile, dato che il gas non c'è. Alle terme il bagno è bello caldo, ma al momento giusto la bagnina ci butta dentro una manciata di fanghiglia grigiastra di odore antipatico: sono bagni medicati, lei dice, quelli semplici non si possono fare più. Amen.
Dunque l'amica che è andata a Voghera per racimolare un po' di farina, ci porta molte fronde di alloro e pungitopo con le bacche rosse, e le camere disadorne cominciano ad assumere un'aria di festa. I regali? La sorella sfollata ci manda del sale fatto con i sali salsobromoiodici di Montecatini, bolliti in bacili di rame per far evaporare il bromo e lo iodio, e poi guanti di lana di pecora da mettersi al letto se si vuol leggere prima di dormire e anche un pollo ("Grazie, grazie", le scriverà la mamma, "in confronto a quelli di Milano, il tuo è un megaterio". E qualche biscotto, la marmellata di mirtilli. Un conoscente che ci vuole bene e, comperati due maiali in campagna nascosti in un orribile locale di Affori da gente che li nutre come può, ci manda un bel po' di lardo e due salsicce (non è previsto però il drammatico seguito: rimasto solo, l'altro maiale si deprime e quando sempre più affamati i nostri amici vanno a visitarlo si trovano davanti una bestia dimezzata e con l'occhio lacrimoso).
Per via della borsa nera ci arrivano delle sigarette e delle scarpe corazzate comprate da una simpatica portinaia di via Monte Napoleone, sempre sorridente e sempre in vestaglia. Avremo anche patate; quindi il Natale con l'amica che non esce mai e due allegri cugini diventa quasi una festa con finale di "Radio Londra", preceduta dalle note della quinta di Beethoven che dice esattamente il contrario di quanto è scritto sui nostri giornali ma tutti a casa prima delle 8, perché in seguito ad alcuni attentati a fascisti e militari tedeschi il coprifuoco è stato "anticipato alle venti e sarà passato per le armi chi si trova in strada a quell'ora". La tessera del tabacco dà diritto a tre sigarette e un sigaro al giorno. Ai muri manifesti con uomini e donne e tutti festanti salutano da un treno in corsa. E sotto: "Per dove parte questo treno allegro? Sono uomini e donne di tutte le regioni dell'Italia settentrionale partiti il 5 dicembre con destinazione Germania. Hanno capito che lavorare in Germania significa: star bene e poter mantenere decorosamente i loro cari in patria!".
Tra gli annunci economici un lapsus freudiano: "Cercasi ragazzino seminterrato" e per fortuna si tratta di magazzino. Sono tempi in cui dei manifestini sgrammaticati vengono lanciati da auto in corsa che promettono lire 1.800 a chi denuncia il nascondiglio di prigionieri anglo-americani. Mentre il morale dei militari tedeschi è tutt'altro che alto, molte reclute sono giovanissime e infatti cantano una canzone che descrive l'Italia come un luogo "dove il Duce governa senza paese e senza potenza - dove i partigiani non danno pace - dove la notte in ogni angolo si spara e si strepita - dove ogni notte ci saltano le rotaie - dove le lettere arrivano dopo settimane - al diavolo questo maledetto paese - tutti i tedeschi gridano in coro: non lasciarci qui, Fuhrer - prendici in patria nel Reich!".

“la Repubblica”, 24 dicembre 1985

27.3.18

Quel giorno, c'era anche lui (Camilla Cederna)


Fine agosto 1939. Gli appassionati di cinema sono a Venezia per la Mostra. Si premia, com'era previsto, un brutto film tedesco e nelle sale di proiezione si distribuiscono dei giovanotti incaricati di attenuare gli applausi al francese Derrière la façade con Jules Berry. Alla mostra è presente Goebbels, e intanto Ciano e Ribbentrop s'incontrano a Berlino e "per misura precauzionale" vengono richiamate le classi del 1909 e 1910. Finché il 22 agosto, sulla più elegante spiaggia d'Italia arriva la notizia della firma del patto di non aggressione fra Russia e Germania. È la sera che a Venezia si presenta Le jour se lève con Jean Gabin, che in Italia è Alba tragica, e i giornali del giorno dopo sembrano in lutto, tanto sono neri e vistosi i titoli a base di armi, atmosfera arroventata, abisso, tragico nodo. "L'ora è grave" dicono. "Ore di angoscia a Londra", "Atmosfera d'orgasmo a Varsavia", "Pronti gli eserciti alle frontiere". A un pranzo in casa Volpi, la sera del 25 si parla soltanto di guerra. Le donne più ingioiellate si chiedono quando scoppierà, "come se avessero chiesto l'ora di partenza del motoscafo", dirà poi uno degli invitati.
A Venezia dunque gli applausi di cinema e di mondanità. Invece quanti amano la musica in questo stesso periodo si trovano all'estero. I melomani fascisti sono a Salisburgo dove il governo tedesco ha promosso il festival ufficiale, epurato dagli ebrei e dagli indesiderabili. Gli antifascisti invece sono a Lucerna, dove, arrivato dall'America, Arturo Toscanini dirige al Kunsthaus. (Era stato lui, nel 37, a creare il festival di Lucerna, in opposizione a Salisburgo nazista). A Lucerna il programma è eccezionale; direttori Toscanini e Bruno Walter, solisti di piano Wladimir Horowitz e Miecio Horzowsky, solista di violino Bronislaw Huberman, primo violino Adolfo Bush. Con mia sorella Luisa vado anch'io a Lucerna nella seconda quindicina d'agosto: abbiamo il permesso di assistere alla prova della Settima di Beethoven, ed è qui che Toscanini canta l'inizio dell'"Allegretto" (quel tempo di danza che è una specie di marcia funebre) per far sentire agli orchestrali come lo vuole lui, e nell'ombra della platea, a sentire quella voce ancora giovane e ardente, tutti gli spettatori si commuovono perché si rendono conto che è un addio. Sedute accanto a Luisa Rainer ("La buona terra", occhi splendenti, frangetta nera), sentiamo anche il II Concerto di Brahms, diretto dal maestro, suonato divinamente dal genero Horowitz.
È il 29 agosto 1939, tre giorni prima dell'invasione della Polonia. Presenti sulle ginocchia delle governanti inglesi (che stanno per lasciare l'Italia anche loro) le nipotine di Toscanini in velluto blu e collettino di pizzo, Emanuela, figlia di Wally e Sonia figlia di Horowitz e Wanda Toscanini. Anche alla fine del concerto la commozione è profonda. Piangono i fedeli amici milanesi che sono riusciti a salutare questi grandi prima che si chiudano le frontiere; accanto a Stephan Zweig piangono, sotto le antiche violette del suo cappello, la figlia adottiva di Wagner, Daniela Tode e la bravissima germanista e traduttrice Lavinia Mazzucchetti. Si nasconde il viso tra le mani Renato Levi, quell'uomo garbato e coltissimo di musica che vendeva dischi ai milanesi in via Verdi e che morirà cinque anni dopo in un campo di sterminio tedesco. Piangono gli italiani e gli svizzeri che sono arrivati a Lucerna dopo aver attraversato l'Austria, e a cui gli amici ebrei di Vienna non ancora emigrati hanno appena consegnato i loro orologi d'oro. È commosso fino alle lacrime anche il pianista polacco Miecio Horzowsky, che, quasi per convincersene, va ripetendo a tutti: "La guerra ci sarà, ma saremo noi a vincerla!".
Toscanini e Horowitz avranno il permesso di passare per la Francia per imbarcarsi a Bordeaux, e i milanesi tornano a casa il 30 agosto col primo treno oscurato, dopo aver visto agitarsi dei soldati svizzeri (mobilitazione delle truppe di frontiera). E sui giornali di Milano che già si esprimono in linguaggio di guerra, all' indomani essi leggeranno anche una nota sui concerti di Lucerna. "Basta coi divi!" scrive un noto critico musicale. "Per non smentirsi, Toscanini ha voluto dirigere ancora una volta vestito da rabbino" (allusione alla sua giacca di alpagas senza colletto che indossa alle prove); e poi, per tranquillizzare gli amanti della musica sinfonica e del melodramma: "Finalmente quest'anno alla Scala brilleranno i cerulei occhi del direttore maestro Trentinaglia". (Quando cadrà Cracovia, verrà ordinato alla radio italiana di non trasmettere più musiche di Chopin, e quando in Varsavia distrutta entrano le truppe naziste, l'accademico Giulio Bertoni propone la parola "overtura" al posto del francese "ouverture").
Fino a questa domenica 17 novembre ' 85, Horowitz non ha mai suonato a Milano, ma ho il ricordo struggente di quando, morta tragicamente sua figlia a Ginevra, e impossibilitato a lasciare l'America, egli mandò come estremo ricordo-omaggio a Sonia un nastro con la "Traumerei" di Schumann, e al momento della sepoltura a Milano, venne fatta ascoltare questa straordinaria incisione, uno dei pezzi delle Scene infantili più adatti a ricordare i sogni e le speranze di quell' età gioiosa.

“la Repubblica”,17 novembre 1985

Al tempo dei Big Data. La matematica come arma di distruzione (Cathy O’Neil)

Leggo ora e "posto" il breve estratto dal libro di Cathy O’Neil, Armi di distruzione matematica (Giunti 2017), pubblicato qualche mese fa da “pagina 99”. Opera di una matematica prima "pura", poi prestata all'economia, mi pare un libro di grande interesse.  (S.L.L.)

Da bambina, avevo l’abitudine di osservare dal finestrino le auto che si muovevano nel traffico e di studiarne i numeri di targa scomponendoli in numeri primi. Si chiama fattorizzazione, ed era il mio passatempo investigativo preferito. All’università mi iscrissi a Matematica, per poi conseguire un dottorato di ricerca con una tesi sulla teoria algebrica dei numeri. Ottenni poi una cattedra al Barnard College, il cui dipartimento di Matematica è affiliato alla Columbia University.

Tutto parte dalla finanza
E poi il grande cambiamento: lasciai il posto all’università per andare a lavorare come quant, ossia come analista quantitativa, presso D.E.Shaw, un hedge fund di primaria importanza. Nel lasciare il mondo accademico per la finanza, portavo la matematica dall’astrazione della teoria alla concretezza della pratica.
Le operazioni che svolgevamo sui numeri si traducevano nel rimescolamento di migliaia di miliardi di dollari da un conto all’altro. All’inizio ero elettrizzata e stupita dal fatto di lavorare in questo nuovo laboratorio che era l’economia globale, ma nell’autunno del 2008, quando mi trovavo lì da poco più di un anno, tutto precipitò.
Il tracollo chiarì senza ombra di dubbio come la matematica in cui un tempo mi rifugiavo fosse non solo legata a triplo filo con i problemi del mondo, ma in parte li alimentasse. Inoltre, grazie agli straordinari poteri che io tanto amavo, la matematica sposata alla tecnologia riusciva a moltiplicare il caos e le sventure.
Se avessimo avuto le idee chiare, a quel punto avremmo fatto tutti un passo indietro per capire in che modo avessimo fatto cattivo uso della matematica e come avremmo potuto evitare una simile catastrofe in futuro.

Il punto di svolta
E invece, sull’onda della crisi, le nuove tecniche matematiche erano più trendy che mai, pronte a ramificarsi in ambiti sempre più vasti e a elaborare ininterrottamente petabyte di dati, gran parte dei quali raccolti setacciando i social media o i siti di e-commerce. Dati focalizzati sempre più non già sui movimenti dei mercati finanziari globali ma sugli esseri umani, cioè noi. I matematici e gli esperti di statistica si erano messi a studiare i nostri desideri, i nostri spostamenti, il nostro potere d’acquisto, a formulare previsioni sulla nostra affidabilità e a calcolare il nostro potenziale in veste di studenti, lavoratori, amanti, criminali. Era l’economia dei Big Data, e prometteva enormi guadagni. Con un programma e un computer, si potevano analizzare migliaia di curriculum o richieste di finanziamento in un paio di secondi e organizzarli in elenchi ordinati, con i candidati più promettenti in cima alla lista. Questo modo di operare non solo faceva risparmiare tempo, ma si diceva anche che fosse equo e obiettivo. Niente più individui pieni di pregiudizi a leggere carte e documenti, solo macchine impegnate a elaborare freddi numeri.

Numeri e pregiudizi
Attorno al 2010, la matematica era diventata una componente preponderante nelle questioni umane come mai prima di allora, e l’opinione pubblica ne era in massima parte felice. Ma sentivo che i guai erano dietro l’angolo. Le applicazioni matematiche che facevano girare l’economia dei dati si basavano su scelte di esseri umani fallibili i quali senza dubbio, in molti casi, erano animati dalle migliori intenzioni.
Ciò nonostante, molti di questi modelli avevano codificato il pregiudizio umano, l’incomprensione e l’errore sistematico nei software che controllano ogni giorno di più le nostre vite. Come fossero divinità, questi modelli matematici erano misteriosi e i loro meccanismi invisibili a tutti, tranne che ai sommi sacerdoti della materia: matematici e informatici.
I loro giudizi – anche se sbagliati o pericolosi – erano incontestabili e senza appello. E se da una parte penalizzavano i poveri e gli oppressi della nostra società, dall’altra aiutavano i ricchi ad arricchirsi sempre di più. Ho trovato un nome per questo genere di modelli negativi: li chiamo “armi di distruzione matematica”, o adm [...].

Contro i poveri
I datori di lavoro, per esempio, ricorrono sempre più spesso al cosiddetto credit scoring, ossia le valutazioni di affidabilità creditizia, per giudicare potenziali candidati. Chi paga regolarmente le bollette – questa è l’idea di fondo – arriverà presumibilmente puntuale al lavoro e sarà incline a seguire le regole. In realtà, ci sono moltissimi individui responsabili e ottimi lavoratori che hanno la sventura di veder diminuire la loro affidabilità creditizia.
Ma l’idea che la difficoltà di accedere al credito sia correlata a un cattivo rendimento sul lavoro fa sì che le persone con un’affidabilità creditizia bassa abbiano minori probabilità di trovare lavoro. La mancanza di lavoro le spinge verso la povertà, rendendole ancora meno affidabili da un punto di vista creditizio e mettendole in una posizione sempre più svantaggiata sotto il profilo occupazionale. È una spirale discendente. E gli imprenditori non sapranno mai quante persone valide e meritevoli si sono lasciati sfuggire per aver focalizzato tutta l’attenzione sull’affidabilità creditizia dei candidati. Nelle adm, molti assunti dannosi vengono mimetizzati dietro il velo della matematica, con il risultato che nessuno li verifica né li mette in discussione. Questo evidenzia un’altra caratteristica comune delle adm, e cioè la tendenza a penalizzare i poveri. Ciò avviene, in parte, perché sono progettate per valutare gli individui in grandi numeri. Nascono per una gestione all’ingrosso, e costano poco. Fa parte del loro fascino. I ricchi, per contro, vengono spesso considerati nella loro individualità. Un prestigioso studio legale sarà di certo più propenso di una catena di fast food o di un distretto scolastico a corto di finanziamenti a prendere in esame candidati raccomandati da qualcuno e a organizzare colloqui individuali. I privilegiati, come vedremo spesso, vengono tendenzialmente valutati da persone in carne e ossa, le masse dalle macchine.

«Che ci vuoi fare?»
Le armi di distruzione matematica non ascoltano, non si piegano. Sono sorde non soltanto al fascino, alle minacce e alle lusinghe, ma anche alla logica, persino quando ci sono buone ragioni per dubitare dei dati che alimentano le loro conclusioni. Certo, qualora risulti evidente che dei sistemi automatizzati sbagliano in maniera sistematica e imbarazzante, i programmatori tornano sui loro passi e ritoccano gli algoritmi. Ma nella maggior parte dei casi, i programmi emettono sentenze inflessibili, e gli esseri umani che le applicano non possono far altro che stringersi nelle spalle, quasi a dire: “Che ci vuoi fare?”.

Pagina 99, 8 dicembre 2017

Primo Novecento: sport e socialismo. Atleti di tutto il mondo unitevi (Pasquale Coccia)

La dirigente del partito socialista olandese Henriette Roland Holst

L'internazionale sportiva futura umanità. Nell'Europa di inizio Novecento lo sport era diventato terreno di conquista delle giovani generazioni, affascinate dalla nuova e dirompente attività del loisir. Al congresso dell'Internazionale socialista svoltosi nel 1900 a Parigi, fu Karl Kautsky a parlare di una necessità di «rigenerazione fisica» del proletariato. Lo sport viene individuato come occasione per diffondere i valori dell'antimilitarismo e del pacifismo in risposta alle società ginnastiche borghesi, che ispiravano i giovani ai principi del nazionalismo e del militarismo. Le direttive dell'Internazionale sono chiare: fondare associazioni sportive autonome e invitare i militanti socialisti a uscire dalle società sportive borghesi. In Germania nasce la Arbeiterturnerbund, la più grande associazione sportiva europea, forte di una iniziale iscrizione di 4mila aderenti, raggiunge in poco tempo oltre 300mila iscritti, tanto che il suo organo d'informazione “Arbeiter Tunzeitung” raggiunse la vendita di 119mila copie, a Lipsia il quindicinale “Jungen und Sport” vende 15mila copie e a Magdeburgo “Die Athletik” circa 10mila. La Germania non fu un caso isolato, tra il 1907 e il 1909 il partito operaio cecoslovacco passa da 175 a 372 società sportive e il giornale associativo da 4.419 abbonati a 19mila, risultato di quel lontano 22 agosto del 1897 quando fu costituito il movimento sportivo operaio cecoslovacco. In Austria e in Svizzera furono costituiti gruppi di ciclisti socialisti, come pure in Bulgaria e in Finlandia. A Londra sorge il club ciclistico Clarion, i cui iscritti si mobilitavano in occasione di campagne elettorali del partito laburista. Il modello del Clarion anticipò un terreno di conquista sul fronte del tempo libero da parte del movimento operaio europeo: l'uso della bicicletta. Il velocipede allontanava gli operai dalla fabbrica per aprire nuovi orizzonti verso il progresso e il futuro, la sua appropriazione rappresentò un mezzo di emancipazione che a lungo era stato privilegio esclusivo della borghesia e dell'aristocrazia.
Dove il movimento operaio aveva conquistato diritti come in Germania, Austria, Svizzera e Belgio, era riuscito a imporre un modello di sport che rientrava nelle rivendicazioni del movimento operaio, mentre nei paesi dove la rappresentanza socialista in parlamento non aveva sortito effetti sulle condizioni di vita operaie, lo sport era osteggiato perché considerato espressione delle classi agiate.
In Francia solo nel 1908 si costituisce la Federazione sportiva atletica socialista, il cui segretario Henry Kleynhoff tenne un rubrica su “L'Humanité” fino al 1910, quando dette vita al periodico “Sport et Socialism”, che aggiornava i lettori sull'esito del primo campionato di calcio socialista promosso dalla Federazione, forte della partecipazione di 65 squadre. Tutto si deve alla olandese Henriette Roland Holst, dirigente del partito socialista del suo paese, che alla prima conferenza internazionale della gioventù socialista dichiarò: «La felicità che ci procurano il movimento e il gioco all'aria aperta possono diventare, accanto all'entusiasmo morale una radice di sensibilità estetica del proletariato». La risoluzione della Holst, approvata all'unanimità, fu riproposta due anni dopo alla seconda conferenza internazionale di Copenaghen. In occasione di manifestazioni sportive operaie e di reciproci inviti, le organizzazioni sportive operaie tedesche, francesi e belghe, maturarono l'idea di dar vita a un organismo sportivo internazionale e nel 1913 a Gand in Belgio dettero vita all'Associazione socialista internazionale di educazione fisica (Asiep). Il belga Bridoux, dirigente del movimento sportivo socialista del suo paese, salutava la costituzione del nuovo organismo come «l'inizio di una età nuova di forza, di grazia, di virilità della gioventù». Molti interventi denunciarono la sostanziale indifferenza degli operai verso lo sport, altri di un'aperta ostilità, un delegato belga disse: «Durante lo sciopero generale avevamo allestito alcuni spazi per i giochi, ma ci accorgemmo che gli operai non sapevano giocare. Gli operai restano indifferenti verso lo sport e l'educazione fisica».
All'assise di Gand, il dibattito tra le organizzazioni sportive operaie si infervora e ruota intorno a un dilemma: dar vita solo a società di ginnastica o promuovere anche associazioni sportive che comprendono più sport? Alimentare i giochi sportivi di squadra inglesi di vittoriana impostazione o convergere sulla sana e ormai rodata ginnastica? La pratica della ginnastica nelle organizzazioni sportive operaie era prevalente, quasi esclusiva nei circoli socialisti di educazione fisica della Germania del Belgio e della Boemia.
L'intervento dell'operaio sportivo Papin spacca il congresso: «Dove si riscontra iniziativa individuale e disciplina collettiva, in una gara di corsa, di nuoto o in bicicletta, oppure in una squadra dove un componente deve sacrificarsi per il bene della collettività? Solo attraverso tutte le moderne pratiche sportive di squadra voi avrete un essere umano sano e solido, pronto alla lotta per l'emancipazione integrale della classe operaia». La questione sollevata costrinse i delegati europei convenuti a Gand a rinviare la soluzione al congresso dell'Internazionale sportiva di Francoforte nel 1914, che avrebbe definito gli aspetti organizzativi delle prime Olimpiadi operaie da tenersi a Herstal, in Belgio, se non fosse scoppiata la prima guerra mondiale.

Alias il manifesto, 31 agosto 2013

Derrida, un trapezista sulla corda del pensiero (Beppe Sebaste)


Penso che Jacques Derrida (1930-2004) non sia stato solo un grande filosofo, ma in un certo senso l'ultimo dei filosofi, in un'epoca, la nostra, distante come poche da questa pratica, questo modo di stare nel mondo.
Si ama Derrida (o lo si detesta) anche per questo, per come ha preso sul serio, molto sul serio la filosofia. Non c'è dubbio quindi che chi condivida anche solo un po’ questa serietà, questo uso del tempo - una serietà e un uso del tempo che abbracciano il destino di tutte le pratiche dell'intelligenza non sottomesse a scopi e profitti a breve termine - abbia sentito come una solitudine il suo sparire dalla scena dei viventi.
L'importanza di Derrida non è solo nell'avere creato un linguaggio e un «sistema» di pensiero così nuovi e spiazzanti che l'americano Hilary Putnam esclamò che «discutere con lui era come fare a pugni con la nebbia», e un altro, Richard Rorty, quando non sapeva che pesci prendere, poneva Derrida nell'ambito della letteratura, come una specie di Joyce da imbalsamare in un limbo e proteggersi così dal coinvolgimento perturbante del suo pensiero.
Sì, nella sua opera c'è una «eccedenza» della filosofia, come ebbe a dire lo stesso Derrida a proposito di uno dei suoi maestri, Emmanuel Levinas; eppure tutta la sua opera è dedicata, e quindi legata (nel senso dell'eredità e del legame), alla rilettura della tradizione filosofica. In questo legame, in quella dedica, c'è onestà, rigore, coerenza, sobrietà, e anche un'intrinseca, dissimulata umiltà, che la si sappia o no vedere dietro il lussureggiante, magistrale, a volte frastornante virtuosismo dei suoi testi e lezioni.
Infine, lui che ha ingaggiato - in nome della scrittura e della traccia, e quindi dell'assenza - un definitivo conflitto contro il mito della presenza, cuore della metafisica, ha saputo impegnarsi fino in fondo in una riflessione sul presente, come mostrava l'ultima sua intervista a “Le Monde”. Dove parlava della propria morte imminente, ma anche di politica, dell'Europa, di diritti, della pace, di disarmo.
Del resto, negli ultimi vent'anni Derrida volse il suo pensiero all'esame di atti e oggetti «sociali»: il dono, il perdono, il segreto, la promessa, la religione, l'ospitalità, ecc. aprendo la filosofia alla necessità dell'etica.
Ora, l'annunciata e già avviata pubblicazione presso Galilée dei corsi e seminari di Jacques Derrida, che si protrarrà per una quarantina d'anni, non è solo un evento editoriale iperbolico e controcorrente, ma un evento filosofico. Prolunga senza di lui (in assenza del mittente e destinatore) la pratica di una gigantesca riflessione che il filosofo nato ad Algeri ha dedicato ai temi della sopravvivenza, della filiazione e trasmissione, dell'eredità, del debito, dell'assenza, e soprattutto della scrittura come pratica della disseminazione - la cui essenza testamentaria è ribadita in tutta la sua opera come contestazione del mito della voce e dello «spirito» (della presenza, come dicevamo).
Se l'evento editoriale ha dunque un'analogia con la forma e gli esiti del suo pensiero, esso è anche l'occasione di ripercorrerne la struttura sinuosa, quasi labirintica, soprattutto nei suoi atti di parola.
Derrida, di cui posso testimoniare una sostanziale equivalenza tra lo stile orale e quello scritto, era celebre per smontare ogni volta il tema o l'occasione di ogni sua conferenza o intervento pubblico, per ricomporli poi richiamando e incorporando nel discorso il «qui e ora» della circostanza in cui prendevano forma. I suoi corsi e seminari presentano lo stesso metodo: cucire, tessere in un pensiero vivo e in movimento, di cui si mostrano trama e tessuto, la rilettura dei testi della filosofia occidentale (è questa la sua famosa «decostruzione», quasi una psicanalisi della tradizione filosofica) e insieme la loro «attualità».
Decostruzione, parola nota e abusata, significa in fondo la pratica della filosofia stessa: esaminare qualsiasi oggetto disincrostandolo dalle abitudini di senso accumulatesi fino alla nostra cecità e assuefazione, ma al tempo stesso rendere conto di quelle attribuzioni di senso che costituiscono la storia della filosofia, il suo corpus testuale interattivo. La pratica dell'interpretazione portata all'estremo dei margini, allude forse a una sorta di «semiosi illimitata» (per dirla col Peirce caro al nostro Umberto Eco). O, detto con una celebre formula di Derrida, la cui radicalità non è stata ancora veramente accolta e prolungata dai suoi pretesi discepoli, il n'y a pas de hors texte («non c'è un fuori (del) testo»).
I suoi corsi e seminari in boulevard Raspail (sede dell'École des Hautes Etudes, celebre grande École parigina, dove Derrida insegnava le «Istituzioni della Filosofia») erano più che affollati: nel grande anfiteatro erano molti quelli che occupavano i posti a sedere in anticipo. Spesso anche cameraman e operatori di qualche televisione d'Europa o del mondo venivano a riprendere l'evento del mercoledì. Le tre ore di seminario non erano come un sottofondo di musica su cui ritagliare pensieri propri. L'argomentazione serrata, paziente e spesso imprevedibile di Derrida era godibile come un «teatro della teoria» (due parole che non a caso hanno la stessa origine), ma con un suspense del pensiero non minore di quello del trapezista che danza su una corda tesa. Esiste infatti un brivido della filosofia, quando essa viene praticata col coraggio della sua radicalità). Poteva capitare che il boato di una risata scaturisse da un'osservazione «teorica».
Nel mensile seminario «ristretto» (quasi altrettanto affollato) si svolgevano anche relazioni di «studenti» (spesso a loro volta docenti altrove). A qualcuno che ripetè più volte l'aggettivo «fallico» nell'analisi di un racconto di Henry James (The figure in the Carpet, molto caro al filosofo), Derrida sbottò contro l'inflazione del termine chiedendo a voce alta: «Ma dove comincia il fallico?». Questione non banale, coerente con un insegnamento che invita a ripensare i margini e i dualismi del pensiero e delle istituzioni.

Tuttolibri La Stampa, 7 marzo 2009

Tutto. Una poesia di Wisława Szymborska


Tutto –
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

da La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adephi 2009, trad. Pietro Marchesani

Wislawa Szymborska. Uno sguardo nitido e mai compiaciuto (Antonella Anedda)

Quando vinse il Nobel nel 1996 molti, non conoscendola, si stupirono. In realtà Wislawa Szymborska, già famosa all’estero, era stata pubblicata da Vanni Scheiwiller poco prima e tradotta, con un legame che solo la morte di entrambi, a poca distanza l’uno dall’altra, ha spezzato, da Pietro Marchesani. Il libro, si intitolava Gente sul ponte. L’immagine sulla copertina era tratta da una tavola del pittore giapponese Utagawa vissuto nella prima metà dell’Ottocento e ammirato da Van Gogh. Rappresentava alcune persone sorprese da un acquazzone su un ponte. Non si vedevano i visi, ma solo i corpi descritti con precisione tra gli aghi di pioggia. Una scelta perfetta che sembrava sintetizzare il tratto di questa poesia: essenziale, nitida, complessa. C’era in Wislawa Szymborska, e la conoscenza della persona lo confermava, qualcosa della Cordelia shakespeareana. La sua poesia non a caso forse così traducibile, non ha nulla di compiacente, né di arrogante, ma prova a dire la verità a costo di essere sgradevole, con se stessa prima di tutto. La sua franchezza non ha bisogno di ornamento, il suo linguaggio è leggero per trasparenza. Prima di parlare a noi dà del tu a se stessa, interrogandosi ci interroga. Non ha paura delle ripetizioni né delle parole comuni. Non ha risposte per quanto riguarda la poesia: «la poesia -\ma cos’è mai la poesia?\Più d’una risposta incerta è stata già data in proposito,\Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo \come alla salvezza di un corrimano».
I suoi soggetti vanno da un gatto nell’appartamento di un morto a una riflessione sul Novecento, da una lettura di poesia con pochi partecipanti a una riscrittura dell’episodio biblico della moglie di Lot. È - come Elizabeth Bishop (non a caso paragonata anche lei, a Cordelia, da Seamus Heaney,.. ) - un poeta di sguardo, un’osservatrice darwiniana, dimentica di sé, disinteressata, Anche Szymborska cerca, e cerca spesso, divertita dalla difficoltà, risoluta e allo stesso tempo reticente, Se dice io è appunto per mettersi alla prova e semmai chiedersi se esista davvero, Se smaschera qualcosa è il nostro smarrimento, il nostro dimenticare che le nostre origini non sono né angeliche, né demoniache, Conosce il potere, dunque l’impotenza, sa che il corpo è più forte della mente.
Diversa ma impensabile senza l’esempio di Tadeusz Rozewicz, Julia Hartwig, Mi-losz e soprattutto la lezione di stoicismo di Zbigniew Herbert, Szymborska attraversa e sperimenta anche attraverso errori personali come una poesia dopo la morte di Stalin, la paura e il conformismo, non nega le sue responsabilità, ammette di aver ceduto alla tentazione dell’ideologia: «Ho fatto parte di una generazione che ha creduto», precisa in un’intervista del 1991, «io credevo, svolgevo i miei compiti in versi credendo di far bene». La delusione per un secolo che doveva essere e non è stato migliore di altri è affidata a versi che denunciano l’indifferenza della storia, a parole scritte su «un foglio comune» e a un vocativo che non dà scampo: «Scrivilo,,, \non fu dato loro da mangiare / Tutti sono morti di fame. Tutti, quanti? /È un prato esteso, quanta erba è toccata a ciascuno? / Scrivi: non saprei, \La storia li arrotonda a zero»,
Ecco, davanti a questo «arrotondare a zero» l’unica possibilità della parola che non consola e non salva, è forse dare realtà a quell’unico nome, corpo che viene inghiottito dalle cifre, scegliere l’esattezza, non avere illusioni, né certezze ma compassioni. La moglie di Lot (pubblicata e allora passata inosservata la prima volta su «Micromega» pochi mesi prima dell’assegnazione del Nobel) è uno dei commenti più struggenti alla fragilità di noi esseri umani e forse il testo più emblematico della sua opera. Rileggiamola tenendo a mente il forse che fruscia dietro ogni lettera, Lot non si volta ma sua moglie sì. Dicono lo abbia fatto per curiosità ma Szymborska precisa, dandole voce, che si è voltata per mancanza, per rivolta, per desiderio di cose mortali: «guardai indietro perché rimpiangevo la mia coppa d’argento per distrazione - mentre mi allacciavo un sandalo / per non dover più guardare la nuca proba di mio marito Lot, / per l’improvvisa certezza che se fossi mortale non si sarebbe neppure fermato, / Per la disubbidienza degli umili...».

“il manifesto”, 3 febbraio 2012

Decadenze. Faraoni per finta nell'Egitto vassallo (Livia Capponi)

Luxor. La strada delle Sfingi

Quando gli egittologi parlano di Late Period («periodo tardo») non bisogna farsi ingannare: si parla dei quattro secoli dal 712 al 332 a.C. In questa fase si assiste alla graduale e definitiva perdita d’indipendenza dell’Egitto: le gloriose tradizioni dei faraoni passati, dai costruttori di piramidi dell’Antico Regno (III millennio a. C.) a Ramses II (XIII secolo a. C.), sono periodicamente riportate in auge a scopo propagandistico, ma non servono a nulla contro superpotenze come Assiria, Persia, Macedonia e Roma.
Dopo una temporanea dominazione libica, fino al 656 a.C. l’Egitto è governato da una dinastia nubiana, che ambisce a riportarlo agli antichi fasti. I Nubiani in effetti garantiscono un periodo di pace, finché l’impero assiro invade l’Egitto nel 671, imponendo un vassallo come faraone, Necho I di Sais (città del Delta occidentale), fondatore della 26ª dinastia. Il Paese diventa allora campo di battaglia tra Nubia e Assiria: con la definitiva conquista assira la preesistente dinastia si ritira in Nubia, a fondare il regno di Meroe.
La dinastia «saitica» continua come vassallo dell’Assiria fino alla conquista persiana nel 525 a.C. In questo periodo l’Egitto non ha più un ruolo nella politica internazionale, ma si limita a sopravvivere come Stato indipendente, sebbene i sovrani saitici imitino i faraoni dell’Antico Regno, per sottolineare la loro continuità con essi. Lanciano anche alcune campagne militari in Asia, in cui si servono di truppe mercenarie straniere. Carii, Fenici, Idumei popolano la cosmopolita capitale Menfi, e i mercenari greci ottengono addirittura il permesso di fondare sul Delta la città di Naucrati, in cui s’incontrano tradizioni egizie ed elleniche.
Dopo il collasso dell’Assiria nel 612 a.C. e un breve interludio babilonese, nel 525 a.C., l’Egitto diviene dominio persiano. I Persiani adottano il titolo di faraoni, ma governano da stranieri, attraverso un satrapo. Per la prima volta dopo 2.500 anni l’Egitto perde l’indipendenza. La sconfitta persiana a Maratona nel 490 a.C. stimola moti di resistenza anche in Egitto, dove prìncipi della zona del Delta si coalizzano contro il dominio persiano. I faraoni Nectanebo I e Nectanebo II tentano di far rinascere il regno attraverso un grandioso programma di costruzione di templi e respingono attacchi persiani.
Nel 343 una nuova offensiva riporta il Paese sotto la Persia, che però esce sconfitta dallo scontro con Alessandro Magno. Nel 332 a.C. il re macedone entra in Egitto e fonda sul Delta la sua capitale, Alessandria. Nectanebo II è l’ultimo egiziano a regnare: dopo di lui, e per i successivi secoli fino al Novecento, il Paese è controllato da potenze straniere. D’ora in poi i templi tradizionali diventano il fulcro di rivolte di stampo nazionalista, tutte fallimentari, che aspirano a riportare sul trono un faraone egiziano.
Alla morte di Alessandro, nel 323, l’impero è spartito fra i suoi generali, e il suo compagno d’armi e amico, Tolomeo figlio di Lago, riesce ad accaparrarsi l’Egitto, fondandovi una nuova dinastia, i Lagidi o Tolomei, che regna tre secoli. I Tolomei, che pure assumono titolo e prerogative religiose dei faraoni, adottano un metodo di governo che diremmo quasi coloniale. La cultura greca è d’élite, quella egiziana è subalterna. Sotto i primi due sovrani, l’Egitto è un impero mediterraneo di grande prestigio culturale. Poi le guerre con la Siria, i conflitti dinastici, e soprattutto l’ascesa di Roma (a cui Polibio aggiunge la decadenza morale dei Tolomei) indeboliscono sempre di più la monarchia, che diventa prima protettorato, poi regno cliente, e infine, con la morte dell’ultima sovrana, Cleopatra, nel 30 a.C., provincia romana.

“La lettura – Corriere della sera”, 29 ottobre 2017

La grande boxe. Lezione di civiltà da Ray Sugar Robinson (Beniamino Placido)


La più bella trasmissione dell'ultimo week-end? Per me, non ci sono dubbi: La grande boxe di Canale 5, dove Rino Tommasi ha commemorato degnamente, sabato sera, la figura e l' arte del grande, grandissimo Ray Sugar Robinson. Rino Tommasi ha fatto vedere e capire molte immagini, poche parole appropriate perché consideriamo questo valoroso, elegantissimo negro morto tristemente pochi giorni fa il più grande pugile di tutti i tempi. Dall'esordio a vent' anni, nel 1940. Lo stesso anno in cui Chaplin fa Il Dittatore (che RaiTre ha opportunamente riproposto, domenica sera, nel centenario della nascita di Charlot). E sono due gesti di libertà diversi, diversamente efficaci.
Con Il Dittatore, Charlot annuncia che i piccoli omini di tutto il mondo sanno mancare di rispetto agli omoni che fanno la voce grossa. Con il pugilato, e con il jazz, i negri d'America hanno saputo imporre un certo rispetto (non quanto basta: un certo rispetto) anche ai bianchi più riottosi. Non siamo degli esseri inferiori. Sappiamo suonare, e ballare e boxare come voi. Meglio di voi.
Ray Sugar Robinson è stato un grande pugile, ma anche un buon cantante; ma anche un eccellente ballerino. Ritiratosi una prima volta, nel 1952, dopo il fallito tentativo di conquistare anche il titolo dei mediomassimi, per due anni e mezzo andò in giro per il mondo: suonando danzando e cantando. Tornò sul ring per restarci fino al 1965, affrontando delle vere e proprie rocce: Carl Bobo Olson, Gene Fullmer, Carmen Basilio. Sgretolandole una alla volta, mandandole in pezzi. Non con la forza soltanto. La forza non serve a molto nel pugilato. Con la mobilità, la coordinazione, la leggerezza di piede, la prontezza di riflessi. Con l'intelligenza: che nel pugilato serve moltissimo.
Il pugilato è uno sport bellissimo. È certamente violento; ma serve anche ad estrovertere, a sublimare la violenza selvaggia. Quella che è esplosa a Sheffield in Inghilterra sabato pomeriggio. E che ha scoppiettato nei nostri stadi anche domenica. Alla fine di ogni incontro, i due pugili si abbracciano: ed è un abbraccio vero, sincero, anche se si sono odiati e magari massacrati per quindici riprese sul ring. Si abbracciano convinti perché sanno di aver partecipato ad un rito più grande di loro. Hanno espresso e al tempo stesso esorcizzato la violenza che avevano dentro (che abbiamo dentro) imbrigliandola dentro regole severe. Ed umane.
Mi dispiace che la televisione di stato non abbia saputo far nulla di significativo in questa circostanza. Lasciando a Canale 5 ed a Rino Tommasi (bravissimo, come sempre) l'onere e l'onore di ricostruire un tratto significativo della nostra civiltà: sportiva e non. So bene che chiediamo troppe cose alla nostra Rai-Tv. Le chiediamo sempre tutto. Qualche volta troppo. Ma questa volta mi permetto di insistere. So di chiedere cose che la Rai-Tv ha dimostrato di saper fare. Lo dimostra anzi ogni giorno. Per esempio, con Zuppa e noccioline. L' intelligente trasmissione che ogni pomeriggio alle 18,05 (RaiUno) ci accompagna in un viaggio attraverso l' America con il cinema dei grandi comici. È lì che abbiamo visto nei giorni passati i pugni scherzosi, semiseri di Charlot a riscontro dei pugni seri, degli avvenimenti seri e tragici della storia americana recente. Sarebbe piaciuto a me (non a me soltanto) che la nostra Rai-Tv ci avesse presentato utilizzando i suoi ricchissimi archivi la bellissima storia di Ray Sugar Robinson facendola entrare in combinazione, in comunicazione con i fatti della storia politica, sociale, letteraria americana. Anche letteraria: perché no? C' è stato un giorno in cui Ernest Hemingway ha tentato di imprigionare il coraggio e lo stile in una formula. La formula è felice: Grace under pressure. La capacità di conservare una dignitosa leggerezza, una consapevolezza, una grazia, anche sotto la pressione dell'attacco dell'avversario; o del destino avverso.
Ray Sugar Robinson contro Jack La Motta
Sabato sera ne La Grande Boxe di Rino Tommasi, abbiamo visto questa formula hemingwayana in azione. È stato durante il sesto ed ultimo incontro di Robinson con Jack La Motta. Chicago, 14 febbraio 1951. L' indomito Toro scatenato mette Robinson alle corde e lo bombarda selvaggiamente. È la pressione. Robinson reagisce come può. Poi d'improvviso esce dall'assedio ed ecco che sgancia (si dice in gergo) uno due tre colpi: con lo stesso pugno, con lo stesso braccio, dalla stessa spalla. È la grazia. Che non viene dal cielo. Robinson si era preparato a quell'incontro correndo all'indietro (all'indietro) per miglia e miglia. Per essere pronto ad arretrare sempre, quando necessario, ma senza disperare. Ed a scattare, non appena possibile, di nuovo all'attacco. A Rino Tommasi: grazie.

“la Repubblica”, 18 aprile 1989

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