9.10.16

Il sigaro di Groucho Marx (Italo Calvino)

Ciò che distacca Groucho Marx dagli altri grandi comici dello schermo è che la sua maschera si presenta con gli attributi esteriori del prestigio, del successo, dell'autorità, del saper vivere: sigaro baffoni occhiali abito scuro e quell'avanzare a lunghi passi a ginocchia piegate in fuori come pattinando che è la sua invenzione mimica più emblematica.
Mentre lo spazio vitale da cui i suoi due fratelli traggono la loro frenetica euforia sono la libertà l'avidità l'astuzia del nullatenente assoluto (Chico con la sua aria d'emigrante italiano della Brooklyn inizio del secolo; Harpo con la sua aria d'angelo spiritato e un po' perverso piovuto da un cielo chagalliano) - e in questo rientrano nel filone delle classiche maschere comiche da Chaplin e Keaton a Woody Allen, del disadattato patetico, del povero cane preso a calci dalla vita, dell'underdog sociale o psicologico - i ruoli che Groucho incarna sono invece sempre in qualche modo figure di potere (dittatore, miliardario, impresario, grande avvocato, professore universitario).
Ma di questo potere Groucho mette fuori tutta la sostanza ignobile, svela di quanta bassezza è impastata ogni affermazione di prestigio, di quanto cinismo ogni pretesa di rispettabilità, di come ogni successo non sia che una precaria vacanza senza illusioni prima di ripiombare al livello zero da cui si è partiti. Se le maschere dell'underdog sublimano l'insuccesso, Groucho sveste il mito del successo d'ogni possibile sublimazione, dimostra quanto l'affermazione sociale porta con sé di miserabile e di gaglioffo.
Consumato viveur e conquistatore irresistibile, Groucho insegue bionde vedove giunoniche e soprattutto i loro conti in banca, ma le sue mosse di seduttore sono così sbadate e disincantate da togliere alla conquista ogni significato e valore. Ciò che Groucho sa è che il traguardo d'ogni azione ambizione desiderio è il poco o il nulla. Per questo, in fin dei conti successo e insuccesso s'equivalgono nel suo imperturbabile sarcasmo.
Si può dire che Groucho non ha mimica facciale: la sua fisionomia è sempre ferma (in contrasto con gli stralunamenti ininterrotti di Chico e di Harpo); le sue gags sono affidate alla parola; le sue operazioni espressive consistono in cortocircuiti verbali, in fulminee discontinuità comportamentali. “Chiedo mille dollari”. “Te ne offro dieci”. “Ah, ah, ah!” Risata sprezzante e di compatimento, e poi subito: “I take it!” (“Ci sto!”)
Chico, che parla il cattivo inglese degli emigranti, e Harpo il muto, che s'esprime estraendo oggetti dalle inesauribili tasche, compensano il difetto d'articolazione con la musica. (Il primo è un virtuoso di piano, il secondo d'arpa). Groucho è la negazione della musica, è la prosaicità più brutale, è la stonatura perpetua.
Ma proprio perché rifiuta ogni autoillusione, proprio perché dissolve gli orpelli e riduce tutto a una essenza umana elementare, Groucho afferma la superiore dignità di ci si presenta per quello che è, l'innocenza di chi gioca a carte scoperte, il disinteresse di chi sa che tutte le vincite si risolvono in fumo.
Per questo sento il bisogno d'inchinarmi alla memoria di Groucho, e lo associo nel mio rimpianto a un altro grande cinico che se n'è andato quest'estate, un altro spietato osservatore del genere umano come spettacolo comico e sgradevole, un altro manipolatore dell'elasticità della lingua (dell'inglese come la più elastica delle lingue) per rendere le smorfie e i passi falsi dell'esistenza: il romanziere Vladimir Nabokov.


"Corriere della Sera", 28 agosto 1977  ora in Una pietra sopra, Einaudi 1980)

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