25.10.11

I funerali egizi secondo Erodoto. I cortei delle donne.

Ecco come si svolgono presso di loro (gli Egizi, n.d.r.) le lamentazioni funebri e le sepolture:
Quando in una casa viene a morire un personaggio che gode di una certa reputazione, tutte le donne di quella casa si cospargono di fango il capo o anche il viso; poi, lasciando il morto in casa, esse si aggirano per la città percuotendosi il petto, con le vesti succinte e i seni scoperti; con loro vanno tutte le donne del parentado.
Da un'altra parte si battono il petto gli uomini, anch'essi con le vesti succinte.
Dopo aver compiuto questi riti portano il cadavere a farlo imbalsamare.

Storie, II, 85

Medicina specialistica (Erodoto, II, 84)

L'arte della medicina in Egitto è ripartita come segue: ogni medico cura una malattia soltanto, non più.
Tutti i luoghi sono pieni di medici, poiché vi sono medici degli occhi, quelli della testa, dei denti, della regione addominale e quelli delle malattie che non hanno una precisa localizzazione.

I banchetti dei ricchi egiziani. (Erodoto, II, 78)

Durante i banchetti dei ricchi Egiziani, quando i convitati si levano da tavola, c'è uno che porta in giro, raffigurata in legno, unna mummia nella sua bara, imitata alla perfezione sia per modellatura, alta, in tutto, uno o due cubiti e, mostrandola a ciascuno dei convitati, gli dice: "Guardando questa, bevi e sta' allegro; poiché, dopo morto, sarai così anche tu".
Questo essi fanno durante i banchetti.

Nota
Il cubito egiziano corrisponde all'incirca a 45 centimetri. 

24.10.11

Amore. Una storia della canzone italo-americana (di Simona Frasca)



Dean Martin e Frank Sinatra
Su "alias" del 30 aprile 2011 Simona Frasca recensisce un libro do Mark Rotella sulla musica degli italo-americani non ancora tradotto in italiano. Si fanno, leggendolo, scoperte sorprendenti come quella di un Frank Sinatra accusato non solo di essere mafioso, ma anche comunista. (S.L.L.)
Perry Como
Usa 1950, l’alba dell’emigrante pop
A guardarlo in foto con gli occhi malinconici, quasi imploranti Mark Rotella dichiara tutta la sua storia ancestrale di figlio dell’Italia laboriosa ma prostrata dalle incertezze e dalle calamità naturali come il terribile terremoto di Messina del 1908, animata da speranza, tenacia e coraggio che alla povertà in patria preferì la via dell’emigrazione all’inizio del secolo scorso. Amore (ed. Farrar, Strauss & Giroux), per ora edito solo negli Stati Uniti, è il suo secondo libro ed è un saggio romanzato che pur strizzando l’occhio al mercato dell’editoria americana, più intransigente del nostro, mantiene una chiave interpretativa univoca del fenomeno restando vicino all’area dei «cultural studies».
Nel libro si traccia il perimetro delle tappe fondamentali della musica italoamericana attraverso gli interpreti e un cospicuo gruppo di canzoni che fanno la storia non solo del genere ma dell’intera tradizione pop statunitense. L’orecchio di Rotella intercetta alcuni documenti musicali che più di altri insegnerebbero ad ascoltare questa musica come l’effetto dell’antica diaspora italiana negli Stati Uniti in cui la parola amore del titolo racchiude il simbolico della nostra cultura traslata lì e lentamente nazionalizzata fino al punto di diventare parte effettiva della grande miscela multietnica
della cultura «americana». I ricordi personali cadenzati da viaggi in Italia finalizzati al recupero di elementi legati all’affettività della propria vicenda biografica si intrecciano con la storia ufficiale di quel repertorio cosicché il racconto tende verso l’interconnessione tra testimonianze individuali e trasposizione collettiva con un’oscillazione a favore delle prime.
Racconta Rotella: «Ho scoperto i cantanti italoamericani da poco sebbene molti di loro abbiano accompagnato la mia infanzia. Il rock negli anni Novanta, mi riferisco soprattutto al grunge, era cinico, intimo, immerso in se stesso. In quegli anni mentre i miei coetanei ascoltavano quel tipo di rock io mi avvicinai a Dean Martin, Lou Monte, Connie Francis e a Domenico Modugno perché avevo bisogno di ascoltare voci che non parlassero solo di dolore ma potessero tirarmi fuori dall’umore plumbeo nel quale mi trovavo in seguito alla diagnosi di cancro comunicata poco prima a mia moglie. Un cantante in particolare aveva la capacità di farmi sentire pronto a conquistare il mondo e contemporaneamente mi permetteva di indulgere ai miei stati d’animo più terribili, quel cantante era Frank Sinatra. Lui si mostrava duro e vulnerabile nello stesso momento, capace di condividere con te il suo stesso dolore. Le canzoni italiane o di sapore italiano grondano linfa vitale, raccontano storie molto più vere della musica pop. In realtà solo successivamente mi sono reso conto del fatto che si trattava di cantanti italiani. C’erano tra questi Bing Crosby e Nat King Cole ma il cuore di quelle canzoni era italiano ed era nato tutto tra gli anni Quaranta e Cinquanta».

Uno dei momenti più significativi per la formazione del repertorio italoamericano più noto è il periodo compreso tra la fine della seconda guerra mondiale e la fase della cosiddetta British Invasion, ovvero la diffusione inarrestabile del beat rock inglese in seguito al tour Usa dei Beatles del 1964 che di fatto scalzò il primato del rock a stelle e strisce.
La storia del genere si evolve in una manciata di decenni fino a raggiungere l’acme alla metà del Novecento, da Enrico Caruso che rappresenta la vicenda dell’italiano di successo che si trasferisce negli States e lì imprime un’identità musicale specifica al gusto per certi aspetti ancora acerbo degli americani, a Russ Columbo che negli anni Trenta insuffla abbondanti dosi di orgoglio italiano in America. Columbo, in Italia quasi uno sconosciuto, era noto dall’altra parte dell’Oceano come il Romeo della canzone, dotato di una voce baritonale sensuale e languida gareggiava negli anni Trenta con Rudy Valée e Bing Crosby fino al punto che i loro show erano pubblicizzati per radio con l’espressione «la battaglia dei baritoni».
Gli anni subito prima l’arrivo del rock’n’roll inglese segnarono un passaggio sociale importante per gli italoamericani, durante quel periodo essi si liberarono dalla loro condizione subalterna che li identificava tout court con la working-class legata ai quartieri di Brooklyn e del Bronx o delle zone a sud di Philadelphia, al mondo dell’edilizia o al commercio minuto di negozi di alimentari, barbiere o bar. Era il momento per di farsi largo nel mondo del lavoro ben remunerato e socialmente più invidiabile e da qui di partecipare in prima persona alla ridefinizione della «popular culture» americana. Erano stati anni di frustrazione e rabbia e tutto questo era mirabilmente raccontato dalla voce di Frank Sinatra. «Nel 1947 a distanza di 4 mesi - scrive Rotella in uno dei capitoli dedicati a The Voice - Vic Damone e Sinatra incisero I Have but One Heart, ispirato alla canzone napoletana ‘O Marenariello.
Damone raggiunse il settimo posto in classifica e lo mantenne per 7 settimane, aveva 17 anni ed era praticamente uno sconosciuto al di fuori della comunità italoamericana, Sinatra arrivò al tredicesimo e ci restò per due settimane soltanto. Ma la cosa eccezionale era che un giovane italoamericano aveva gettato un’ombra su Sinatra che proprio in quel periodo sperimentava il momento peggiore della sua carriera, la stampa Usa gli era avversa perché lo accusava di essere un comunista, legato alla mafia, di aver aggredito i giornalisti e tradito la moglie. Da un giorno all’altro i 7 milioni di italoamericani che fino a quel momento avevano vissuto negli Stati Uniti quasi in disparte come in un’enclave all’interno dei grandi agglomerati urbani divennero visibili alla nazione intera e questo grazie alla musica».
Tre le parti in cui sono distribuiti i 40 capitoli del libro. «The Old Country» racconta la maniera ancora tutta italiana di proporre la canzone all’inizio del Novecento, qui Rotella include tra le altre le vicende di Louis Prima all’epoca delle registrazioni di Sing, Sing, Sing e Angelina e il Perry Como di Prisoner of Love. «The Italian Decade», ovvero gli anni Cinquanta, aprono il grande libro della canzone italoamericana con i racconti su Damone, Mario Lanza, Frankie Lane, Tony Bennett, Dean Martin, Alan Dale, Connie Francis, Elvis Presley e i gruppi doo-wop italiani. Infine con la terza parte intitolata «Las Vegas» Rotella celebra l’epitaffio di questa stagione culturale concentrandosi sulla vicenda della sezione italiana del Rat Pack (gruppo di ratti) ovvero Sinatra, Dean Martin e Sammy Davis Jr. che italiano non erama che senza di loro avrebbe vissuto un’altra vicenda artistica. La strategia dei tre sul palco tirava in ballo apertamente tensioni razziali e giochi verbali espliciti che paradossalmente assicuravano un equilibrio stringente alle loro performance, come quando Dean Martin per introdurre sul palco Davis Jr. lo presentò come un regalo della Naacp, la più influente e antica associazione nazionale per la promozione degli afroamericani.
Nel libro non mancano istantanee di fenomeni musicali e sociali legati alla storia popolare italiana, nel capitolo dedicato a Enrico Caruso ad esempio c’è spazio per una breve incursione, forse troppo fuggevole, nel repertorio dei canti del folklore del sud Italia. A Caruso anche da parte degli osservatori americani viene riconosciuto il ruolo di primo divo discografico sebbene per Rotella resti importante soprattutto come interprete d’opera lasciando nell’ombra la sua vicenda, fondamentale per la comunità italiana, di cantante «leggero» legato al repertorio partenopeo.

“alias” 30 aprile 2011


Argentina. Gay e letteratura (di Francesca Lazzarato)

La libreria LGBT Otras Letras di Buenos Aires
Dieci giorni fa Vivian ed Eduardo si sono sposati nella palestra del Penitenziario di Ezeiza, Buenos Aires. Lui in giacca scura, lei in abito bianco e mazzolino di margherite, dopo la cerimonia hanno fatto ritorno ciascuno nella sua cella, Vivian nel settore dei travestiti, Eduardo in quello riservato agli omosessuali. Il loro, infatti, è uno dei tanti «matrimonios igualitarios» (il primo tra detenuti) celebrati in Argentina dopo il luglio del 2010, grazie alla legge che consente a persone dello stesso sesso di sposarsi e di godere dei medesimi diritti di una coppia eterosessuale (un primo bilancio della sua applicazione lo si trova in Matrimonio igualitario di Bruno Bimbi, edito da Planeta e presentato in questi giorni alla Fiera del Libro di Buenos Aires, inaugurata il 20 di aprile).
Una storia piccola, quella dei due ragazzi che si sono ritrovati in galera dopo essersi innamorati e persi quando erano liberi. Come una storia piccola è quella di María Belén, giovanottone di Cordoba in abiti femminili, cui un anno fa un giudice ha affidato in via definitiva i due fratellini di cui si è presa cura sin da quando erano piccolissimi, sottraendoli a continue violenze.
Entrambe le vicende sono un esempio di come l’Argentina sia cambiata e stia cambiando, sia pur lentamente, grazie a leggi per le quali la comunità LGBT ha combattuto per anni e che i gay italiani possono solo sognare. Ma soprattutto sembrano narrazioni già pronte a uscire dalle pagine di cronaca per confluire nei racconti e romanzi che la letteratura argentina va producendo intorno al tema dell’omosessualità, che nel corso del tempo l’ha segnata così profondamente.
Un fiume carsico che solo in anni relativamente recenti è venuto in superficie, ma che secondo Adrián Melo, autore di El amor de los muchachos. Homosexualidad y literatura (Ediciones Lea, 2005), nasce con uno dei primi racconti argentini, El matadero di Esteban Echeverrìa (1838), di cui è uscita di recente una bella traduzione con testo a fronte presso l’editore Portaparola (Il mattatoio, pp. 96 € 14,00).
Il protagonista è un giovane patriota aitante e ben vestito che, passando vicino a un macello di Buenos Aires, viene sequestrato da brutali matarifes neri e mulatti e si salva dall’essere violato solo grazie a un furore così violento da ucciderlo. Una chiara metafora dell’Argentina all’epoca del dittatore Rosas e del contrasto tra «civiltà e barbarie» descritto da Domingo Sarmiento, ma anche un testo che secondo Melo possiede «evidenti connotazioni erotiche, sadomasochiste e vampiriche» proprio per la centralità di quel corpo maschile denudato, costretto, minacciato.
Nella nascente letteratura nazionale «sesso, politica, disprezzo e tragedia» si danno dunque la mano e preannunciano lo sporadico e allusivo affiorare della presenza omosessuale nei testi del XIX secolo, come En la sangre di Eugenio Cambaceres (1887), il cui protagonista è un giovane italiano di repellente bruttezza che gioca a «uomini e donne» con altri ragazzi di strada. Percepiti come pericolo non soltanto sociale, ma sessuale, i corpi rudi degli immigrati o quelli degli ebrei dipinti come «manierati ed effeminati» in La bolsa di Julian Martel (1891), il primo romanzo antisemita argentino, continuano a corrispondere, nell’immaginario della borghesia, a quelli corruttori dei matarifes del racconto di Echeverría.
Nei romanzi e nella realtà l’omosessuale è un nemico, un peccatore da punire, che nel ventesimo secolo diventerà un malato per la scienza e un reo per la società civile, come fa notare Osvaldo Bazán nella sua imponente Historia de la homosexualidad in Argentina. De la conquista de America al siglo XXI (Editorial Marea, 2004), in cui si legge del decreto di un generale peronista che impediva agli omosessuali di votare per «ragioni di indegnità». Se nel vicino Brasile già nel XIX secolo appaiono romanzi come quelli di Adolfo Ferreira Caminha (Playground ha pubblicato nel 2005 il suo Il negro), che affrontano esplicitamente tematiche omosessuali, in Argentina bisognerà aspettare il 1926 per scoprire in Il giocattolo rabbioso, primo romanzo di Roberto Artl (l’edizione italiana del ’97, con presentazione di Goffredo Fofi, è ormai introvabile), quella che è forse la prima vera scena omossessuale: un approccio denunciato dal protagonista adolescente come una disgustosa «aberrazione». Ed è solo partire dagli anni cinquanta che cominciano a uscire testi immediatamente censurati, come La narración de la historia del filosofo e romanziere Carlos Correas (1959) e, nel ’64, l’eccezionale romanzo urbano Asfalto di Renato Pellegrini, su un ragazzo di provincia perso nella Gran Buenos Aires, che costerà alcuni mesi di prigione al suo autore e che, a lungo dimenticato, è stato riproposto finalmente dalla Editorial Tirso, ma risulta inedito in Italia nonostante la grande qualità di una scrittura durissima e asciutta.
È all’inizio degli anni settanta, però, che la letteratura a tematica gay offre i suoi testi migliori, in concidenza con la fondazione del Frente de Liberación Homosexual Argentino e con l’inizio di una serie di lotte proiettate non solo all’esterno, ma anche all’interno della sinistra, che coltivava come tutti il mito nazionale della virilità ed era lontana dall’elaborare una visione diversa da quella tradizionale (una splendida radiografia dei rapporti tra il militante-tipo e il marica la offre Manuel Puig ne Il bacio della donna ragno, la cui edizione più recente è quella del 2010, nei tascabili Feltrinelli). Escono tra gli altri, nel giro di pochi anni, un crudele capolavoro mai abbastanza apprezzato dai lettori italiani come The Buenos Aires Affair di Manuel Puig (Sellerio, 2000), Solo Angeles di Enrique Medina, La boca de la ballena di Héctor Lastra (altro romanzo da tradurre), Monte de Venus di Reina Roffè, una delle poche a parlare dell’amore tra donne, sul quale ha sempre pesato un doppio interdetto e di cui molto si tacerà fino all’uscita di En breve carcel (1981) di Sylvia Molloy, grande studiosa che vive da quarant’anni negli Stati Uniti dove ha insegnato a Princeton e a Yale, ma anche autrice di pochi bellissimi romanzi, come El comùn olvido (Editorial Norma 2002), in cui un uomo di mezza età scopre il passato lesbico, nascosto e represso, della madre morta.
A questa fioritura corrisponde però una diaspora: minacciati dalla Triple A per il loro orientamento sessuale ancor prima che politico vanno in volontario esilio Manuel Puig (scrittore da cui non si finisce mai di imparare e che tutti, oggi, dovrebbero riprendere in mano) e il sulfureo Néstor Perlongher, poeta e sociologo, militante del Partido Obrero e del FLHA, nonché autore di tre spettacolari raccontini «maledetti» su quella grande icona gay che è Evita ; e se ne erano già andati in Francia Hector Bianciotti – che nel suo Lo que la noche cuenta al dia racconta l’imposizione del codice eterosessuale come unico possibile , nella Buenos Aires peronista – e Copi, marica estremo e provocatorio, disegnatore geniale e autore di teatro, ma anche di demenziali romanzi scritti direttamente in francese come Le bal des folles e La guerre des pédés, che oggi vengono riscoperti dai lettori argentini.
Il buio della dittatura militare sta per travolgere il paese, e i gay verranno perseguiti con speciale ferocia: molti scompariranno (anche se, in parte per le pressioni della Chiesa, in parte per autocensura, nessuno riconoscerà mai l’orientamento sessuale come causa di desaparición) e i loro movimenti verranno disarticolati. Al profondo silenzio di quegli anni, tuttavia, dopo il ritorno della democrazia corrisponderà la lenta ma decisa apparizione di personaggi, storie e scritture omosessuali, in grandi romanzi come Plata quemada (Soldi bruciati, Feltrinelli 2008), opera maestra di Ricardo Piglia – uno dei più grandi scrittori argentini dei nostri giorni –, in cui si narra di due rapinatori legati da un solidazio amoroso, che nel 1965 svaligiano una banca e fuggono in Uruguay, dove moriranno insieme in uno scontro con la polizia. E di grandissimo spessore è la trilogia di Guillermo Saccomanno che include La lengua del malón , El amor argentino e 77 (quest’ultimo pubblicato in Italia da Tropea nel 2010) e ha come protagonista il professor Gómez, omosessuale che si nasconde da sempre, sotto il peronismo come durante la dittatura militare. I tre romanzi, che raccontano trent’anni di violenza politica ricorrendo abilmente alla formula del noir, sono anche uno spaccato straordinario delle vita di un gay in una società omofoba che può privarlo di tutto all’improvviso (il lavoro, la casa, la vita) e che lo costringe al segreto e alla marginalità. Il tutto complicato da un rischioso amore con un poliziotto dalla doppia vita, violento e fedele al regime.
L'interno della libreria LGBT Otras letras a Buenos Aires
Di silenzio, oscurità, rabbia, parla anche La brasa en la mano (1983), il primo dei due romanzi di un celebre poeta morto di Aids nel 1994, Oscar Villordo, che ha raccontato con grande crudezza ed efficacia, in questa novela autobiografica che parte dagli anni di infanzia, la vita di un giovane omosessuale nella Buenos Aires degli anni cinquanta e sessanta. A lui, che è diventato quasi una bandiera per la rivendicazione della propria identità in tempi in cui farlo era tutt’altro che facile, è dedicata oggi la prima biblioteca argentina a tematica omosessuale, aperta l’anno scorso a Buenos Aires.
Ed è sui suoi scaffali come su quelli di Otras Letras, l’unica libreria LGBT della città, che si allineano le opere delle ultime generazioni, dalle antologie come Historia di un deseo (Planeta 2000) e Aventuras (Ediciones Belleza y Felicidad, 2002), ai romanzi e ai racconti di autori che si chiamano Rubén Mettini, Leopoldo Brizuela, Alejandro Margulis, Diego Vecchio, Laura Ramos, Dalia Rossetti, Fernanda Laguna (sì, le ragazze sono finalmente arrivate e le si vedrà prossimamente alla Fiera del Libro, intente a discutere di La herencia de Safo: literatura, arte y lesbianismo). Convintic ome sono che la letteratura gay non esista, affermano che non si tratta di un genere, ma semplicemente di un tema che riaffiora – oppure no – nei loro libri come in quelli di scrittori eterosessuali, con tutta la naturalezza consentita da tempi in cui uno dei principali quotidiani argentini, Pagina/12, pubblica un supplemento intitolato «Soy» e interamente dedicato alla cultura LGBT, e telenovelas come Botineras, ambientate nel mondo del calcio, propongono ardenti scene di sesso tra i protagonisti maschili. Ma, nonostante siano consapevoli dell’esistenza di un mercato gay pronto a consumare prodotti culturali amabilmente light, nessuno di loro sembra disposto a fare concessioni in questo senso. Il che, inutile dirlo, è davvero un buon segno.

da “alias” 30 aprile 2011

La poesia del lunedì. Giovanni Raboni (1932 - 2004)

Vivo, stando in campagna, la mia morte.
Appeso a trespoli, aiole,
alle radici del glicine, ai raggi della ruota,
aspetto (il barattolo del nescafé
a portata di mano, l'acciarino
fra le dita del piede)
che l'arcangelo Calabresi scenda a giudicarmi.

da Cadenze d'inganno (1997)

La "forma breve" in filosofia (di Umberto Eco)

Il brano che segue è parte della recensione di Umberto Eco (“Il Sole. 24 Ore”, 26 agosto 2007) a un libro di Armando Massarenti, costruito su brevi articoli di argomento filosofico, uscito nel 2006: Il lancio del nano e altri esercizi di filosofia minima, Guanda, Parma, 2006. E’ una breve, sugosa ricognizione sulla “forma breve” nella letteratura filosofica. Da leggere. (S.L.L.)
Eraclito
Il lancio del nano è una raccolta di piccoli pezzi che Armando Massarenti ha pubblicato settimanalmente su Il Sole 24 Ore e che io, d’ora in poi chiamerò “nani”, così ricordiamo che si tratta di nano-articoli. E’ stato Maurizio Ferraris, recensendo il volume, ad assimilare questi pezzi alle mie Bustine di Minerva, sottolineando la difficoltà di trovare un’idea ogni settimana. Ma la vera difficoltà è quella di fare stare questa idea all’interno di un formato obbligato e ristretto. Inaugurando la trascurata critica quantitativa del testo, ricordo che porta via meno tempo scrivere cinquemila piuttosto che duemila battute, così come è più semplice e veloce scrivere dieci pagine anziché due. Ora, le mie Bustine contano appunto poco più di cinquemila battute, mentre i nani poco più di duemila, e ce n’è addirittura uno di mille. Di qui il mio tributo di rispetto per questi esercizi di faticosissima pigrizia.
Inoltre esiste il problema delle forme brevi in filosofia. Il sottotitolo dei nani parla di "esercizi di filosofia minima" ma, in effetti, il termine tecnico per definire questo genere testuale è la forma breve, un genere su cui è stato scritto molto. La più studiata tra le forme brevi è l’aforisma, su cui a Bologna due anni fa abbiamo organizzato una serie di seminari da cui è nato anche un libro (Teoria e storia dell'aforisma, a cura di Gino Ruozi, Milano, Bruno Mondadori, 2004).
Ma, mentre sono state studiate le forme brevi in letteratura, minore attenzione è stata prestata alle forme brevi in filosofia. Così il “laico” si  immagina che un testo di filosofia debba contare come minimo cinquecento pagine.
Ora dovrò fare dei nomi grossi e non vorrei che, per questo, Massarenti arrossisse. D'altra parte, se dicessi che ha scritto sonetti, questo non vorrebbe dire che lo paragono a Petrarca, vorrebbe semplicemente dire che lo assegnerei a un genere al quale si sono dedicati autori di diversa statura e fama (comunque Massarenti non potrebbe essere Petrarca per la solare ragione che non ha mai scritto sonetti).
Per parlare di forme brevi in filosofia, si dovrebbe risalire anzitutto alle forme brevi “per difetto”, che cioè sono brevi non perché l’autore abbia praticato l'arte della brevità, ma perché si è perduto tutto il resto, come nel caso dei frammenti dei presocratici - e non mi ricordo chi ha scritto che i presocratici producevano solo frammenti perché vivevano tra le antiche rovine. Con queste forme brevi si è cimentata tutta la storia delle filosofia. Sfortunatamente molti di questi frammenti provengono dalla testimonianza di Aezio, che era evidentemente un cretino (basta vedere il modo in cui riporta il parere dei suoi autori) ma non possiamo negare che formule icastiche come quelle che ci sono rimaste di Eraclito o di Parmenide abbiano intrigato l’umanità per più di duemila anni. Basta leggere Severino, per vedere come si possa dedicare una vita a commentare pochi frammenti di Parmenide. Quando Eraclito afferma che l'oracolo di  Delfi "non dice, non nasconde, ma accenna", si capisce perché questo punto solo ci procuri maggior letargo che venticinque secoli all'impresa che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.
Se poi leggiamo che "il dio è giorno notte inverno estate guerra pace sazietà fame, e muta come il fuoco quando si mischia ai fumi odorosi e prende il nome dell'aroma di ciascuno di essi", anche qui troviamo materia per continuare un millenario letargo.
Ma, al di là dei frammenti brevi per difetto, ci sono altri testi filosofici brevi per proposito. Brevissimi sono i Colloqui con se stesso di Marco Aurelio, brevi i pensieri di Pascal, più distese molte pagine di Montaigne ma, nell’insieme, brevissime rispetto alle tre critiche kantiane o alla Fenomenologia dello spirito di Hegel. Potremmo continuare, riferendoci, come d’obbligo, a Karl Kraus o ai Pensieri spettinati di quel filosofo al fulmicotone che è Stanislav Lec, ma che dire di Wittgenstein, in particolare quello delle Ricerche filosofiche o dei Quaderni? E vorrei ricordare, anche se nessuno se ne ricorda più, Alain, che ha fatto per anni esattamente quello che sta facendo Massarenti: cioè, a partire dal 1903, ha pubblicato prima su “La Dépêche de Lorient” e “La Dépêche de Rouen” e poi via via su giornali più importanti, circa tremila propos brevissimi di carattere politico e filosofico, poi raccolti da Gallimard in diversi volumi. Ciascuno era addirittura più breve di un nano, in media 1500 battute.
Saremmo tentati di dire che tanto più è breve il pensiero filosofico, tanto più fa scrivere, come gli autori che muoiono suicidi giovanissimi ed hanno pubblicato pochissime pagine. Ma non sarebbe giusto perché altri fiumi di inchiostro hanno fatto versare filosofi fecondi oltre ogni umana sopportazione, da Aristotele a Kant, da Hegel a Marx, fino a Heidegger. Del quale però fanno più discutere i testi brevi dopo la "svolta" che un testo lungo come Essere e tempo. In ogni caso con la forma breve si possono esprimere idee filosofiche molto profonde e talora la concisione consente delle discese in abisso.
Non ultimo vantaggio della forma breve - quando non si tratta di forma breve per difetto, per cui non si capisce cosa l’autore volesse dire perché è scomparso il contesto - è che riesce a essere (e nel caso di Massarenti certamente ci riesce), affettuosa. Riesce, cioè, a parlare anche al pubblico che legge un giornale o un settimanale.
Spesso questi “lanci del nano” di Massarenti hanno una caratteristica particolare rispetto ai modelli dei maggiori che ho citato: si presentano non come folgorazioni filosofiche personali, ma come riprese di idee filosofiche altrui, che Massarenti va a scovare con senso della provocazione e dello humour. Si potrebbe anche dire che questi nani, con molta nonchalance, percorrono tutto il tragitto della storia della filosofia occidentale e, con l’aria di non voler risolvere nulla, pongono delle domande. Ovviamente sono quasi tutte domande senza risposta perché, come forse vi hanno detto, la filosofia è quel discorso che pone solo le domande per cui non c’è risposta - affermazione profondissima che non è da considerarsi una battuta.



Il titolista ignoto e le perversioni della lingua. Il dna non c'entra (S.L.L.)

In testa a un articolo sapiente e ben costruito di Francesca Lazzarato sulla letteratura argentina ispirata all'omosessualità, pubblicato su "alias" il 30 aprile di quest'anno e che oggi stesso posterò qui per qualche visitatore interessato oltre che per mia memoria,  leggo il seguente sommario: Paese tra i più avanzati nei diritti omosessuali (Bruno Bimbi fa un primo bilancio, presentato alla Fiera del Libro di Buenos Aires), l’Argentina ha nel suo dna storico-letterario un interesse particolare per questo immaginario: che oggi si differenzia e si moltiplica.
Ma ne adiro fortemente. Per via di quel DNA, termine che non c'entra assolutamente nulla e metafora che fa passare per vie traverse biologismi razzistici assolutamente intollerabili. E' del tutto accettabile l'idea che il patrimonio genetico abbia un peso nell'orientamento sessuale, ma è altamente improbabile che lo abbia nell'orientare l'immaginazione letteraria ed è una stupidaggine pensare che le nazioni abbiano, sia pure metaforicamente, un proprio DNA. Sono costruzioni della storia e della cultura, nonostante l'etimo le riporti al "nascere" ( natio = nascita) per effetto dell'ideologia del sangue e della razza. 
Naturalmente questo sfogo non è diretto a Francesca Lazzarato, che nel suo "pezzo" ha accuratamente evitato quella e consimili metafore, ma al titolista a me ignoto, che diffido da ora in poi dal seguire corrivamente certe perversioni della lingua. 

Genetica e libero arbitrio. Dalla cronaca nera alla biologia (di Silvia Bencivelli)

L’ottima Silvia Bencivelli di www.effecinque.org , di cui ho già “postato” un paio di articoli (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/05/gli-italiani-e-i-farmaci-generici-di.html; http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/06/diritti-la-lingua-dei-segni-e-il.html)  con la speranza di farli girare, ha il pregio di raccontare brillantemente i fatti e di centrare le questioni scientifiche che essi propongono. Così in un articolo con allegata intervista, da “alias” del primo ottobre 2011, parte dalla cronaca nera per discutere dei rapporti (non soltanto in sede giudiziaria) tra i condizionamenti del patrimonio genetico e le possibilità di una libera scelta. Ne riporto qui un ampio stralcio, insieme alla prima parte del colloquio con Daniela Ovadia, medico-giornalista del mensile “Le Scienze”. (S.L.L.) 
Una sorella avvelenata e poi bruciata, un papà in via di avvelenamento e una mamma avvolta dalle fiamme. Il tutto per mano della figlioletta della solita famiglia piccolo borghese della provincia italiana: la «diabolica» Stefania Albertani.
Stefania sembra il Male incarnato: i suoi atroci misfatti fanno rabbrividire gli amanti del noir, le cronache stravedono per lei, e il suo volto duro, lo sguardo spavaldo fisso nell’obiettivo, compare su giornali per giorni. Ma non guardatela così: non è soltanto colpa sua. Dovete considerare la biologia.
Il giudice del tribunale di Como, infatti, con la biologia ha deciso di fare i conti. Per la prima volta in Europa, ha riconosciuto valida una consulenza tecnica di parte che si è avvalsa di alcuni test scientifici strumentali che hanno puntato il dito su un difettuccio di fabbrica nella mente dell’imputata, difettuccio tale da renderla più incline degli altri alla cattiveria.
A guidare la mano di Stefania, cioè, sarebbe stata (anche) una sua predisposizione caratteriale riconoscibile con tecniche di visualizzazione del cervello. Per questo la pena è stata accorciata in maniera consona alla seminfermità mentale dell’imputata: vent’anni di carcere, invece dell’ergastolo…
Stefania, la diabolica Stefania delle civette dei giornali locali, è la classica bugiarda patologica.
Ha ventisei anni: ha mandato sul lastrico l’azienda di famiglia e ha cercato di nasconderlo in tutti i modi. Ha anche detto in giro di avere lauree, fidanzati, figli in arrivo, che non sono mai esistiti. E poi un giorno ha impedito che il padre comprasse una casetta per la sorella maggiore.
Prima ha prodotto lettere di avvocati immaginari, poi ha inventato tutte le balle possibili per ritardare il più possibile il rogito. E infine ha direttamente fatto fuori la sorella. L’ha stordita a suon di barbiturici e l’ha uccisa, per bruciarne il cadavere nel giardinetto di casa premurandosi anche di scusarsi con la vicina per il fumo. Non contenta, ha passato i due mesi successivi a scrivere altre false lettere ai genitori in cui si fingeva la sorella in fuga verso lidi lontani, e a usare il di lei bancomat per ricaricarsi il telefono. Finché non è andata a fare denuncia di scomparsa.
Ma le troppe incongruenze del suo racconto (insieme alla scoperta del cadavere) indirizzano subito la polizia verso di lei. E così la diabolica viene beccata nel momento esatto in cui sta cercando di dare fuoco anche alla mamma, mentre il papà è lì lì per saltare in aria grazie a un dispositivo infiammabile infilato nel serbatoio della macchina, e comunque è già bello imbottito di psicofarmaci. Per Stefania è inevitabile l’accusa di omicidio volontario premeditato aggravato dai vincoli familiari, distruzione di cadavere e tentato omicidio.
Ma dopo alcune perizie psichiatriche approssimative, l’avvocato di Stefania decide di chiamare Giuseppe Sartori, psicologo dell’Università di Padova, e Pietro Pietrini, psichiatra, docente di biochimica a Pisa ed esperto di genetica comportamentale. Il loro lavoro è preciso e accurato e soprattutto introduce una novità: alcuni test psicologici nuovi, le indagini di imaging cerebrale (cioè quelle che permettono di vedere la forma del cervello) e quelle genetiche. Il risultato depone a favore della seminfermità mentale, come del resto aveva fatto anche la perizia psichiatrica classica condotta sempre da Pietrini e Sartori. E il giudice, attenzione, ne accetta il risultato accordando all’imputata una riduzione della pena.
«La scienza avanza, la psichiatria avanza: perché non tenerne conto? – commenta Pietrini – Del resto fino a oggi le perizie psichiatriche in casi come questi davano sempre risultati molto discordanti tra loro, mentre qui abbiamo cercato di tirar fuori dati il più oggettivi possibile».
Infatti: rendere oggettivo, o più oggettivo possibile, qualcosa che in genere sfuma anche nelle parole degli esperti. Una predisposizione all’aggressività, un ridotto controllo degli impulsi, per esempio. I neuroscienziati giurano che con alcuni test sofisticati (mai usati da soli ma sempre associati ad altri test e soprattutto sempre successivi a una lunga serie di colloqui e di indagini di altro tipo, ci tengono a precisare) tutto questo si possa in un certo senso riconoscere. E che si possano trovare alcune correlazioni interessanti, come nel caso della diabolica Stefania: una parte di cervello che si mostra sensibilmente ridotta rispetto alla norma… , e tre geni su cinque associati all’aggressività nelle varianti più sfavorevoli. Correlazioni, cioè non proprio cause. A Stefania non è bastato, dicono, avere una predisposizione biologica a quel tipo di problemi mentali: ci si sono messi anche
fattori ambientali e familiari, perché la sua era indubbiamente una famiglia disfunzionale. Però,
insomma, qualcosa di predisponente c’era.
…precisa Sartori: «C’era un quesito da risolvere e noi lo abbiamo risolto. Il perito è tenuto a lavorare usando tutte le tecniche migliori a sua disposizione ed è quello che abbiamo fatto…». Solo che il passetto successivo è mettere in crisi il libero arbitrio, mica roba da poco. Quanto era inevitabile che Stefania ammazzasse la sorella e i genitori, quanto avrebbe potuto impedire a se stessa di farlo?
Anche Pietrini conviene che «la questione adesso si fa interessante. E si deve riflettere un bel po’ anche sul senso della pena». Già, perché se dici che la diabolica ha colpito anche per cause biologiche, inscritte nel suo Dna, combinate a traumi infantili irreparabili, come fai a pensare a una pena che abbia un valore rieducativo? «Infatti abbiamo suggerito al giudice, e il giudice ha recepito, di prevedere una prima parte della reclusione in un ospedale psichiatrico giudiziario, perché oggi sappiamo che non è vero che il cervello non si modifica nel corso della vita. Così lei può essere prima curata e poi punita».
È una cosa che gli scienziati chiamano plasticità: le connessioni tra i neuroni cambiano col tempo, con le esperienze ma anche con le terapie, sia con le psicoterapie sia con i farmaci. Quindi la situazione di Stefania ha margini di correzione, dicono i neuro scienziati, ed è giusto che alla diabolica si offra la possibilità di essere curata. «Dopo sarà anche in grado di prendere coscienza del disvalore sociale delle sue azioni», chiosa Pietrini.
… Non è nemmeno il primo tribunale in Italia in cui siano arrivate le prove neuroscientifiche: è almeno il terzo, e in tutti e tre i casi il giudice ha trovato assolutamente ovvio che andassero considerate. La differenza è che nel caso di Stefania questi erano periti della difesa. Ma anche qui il giudice ha considerato queste prove le più oggettive possibili. Bene, quanto sono costate? «Le neuroimmagini niente: noi l’abbiamo fatto gratis e l’imputata doveva comunque sottoporsi a una risonanza magnetica cerebrale per una questione clinica sua», spiega Pietrini…
E lei, Stefania, adesso dov’è e come sta? «Si trova a Castiglione delle Stiviere, dove i medici sono bravissimi: giorni fa ha scritto al suo avvocato ringraziandolo, perché sta prendendo coscienza di quel che ha fatto», conclude Pietrini. Il Male incarnato non esiste: la risonanza magnetica nucleare sì.
Daniela Ovadia

Il buio mentale in un’immagine
Intervista a Daniela Ovadia
Daniela Ovadia, giornalista scientifica e membro della International Neuroethics Society,tiene il blog Mente e psiche sul sito internet della rivista Le Scienze. E per scrivere un post di commento si è letta tutto, ma proprio tutto, sul caso della «diabolica» Stefania: perizie, trascrizione del dibattimento in aula, sentenza e relative motivazioni. Alla fine esprime un timore che va al di là dell’aula di tribunale di Como: «la paura che casi di questo tipo possano far passare l’idea che gli scienziati, con una macchina o un’analisi del sangue, siano in grado di leggere il nostro carattere e i nostri difetti».
Ma se nella letteratura scientifica ci sono già centinaia di studi che associano all’aggressività certe variazioni del cervello, o certe varianti geniche, o certe risposte a quei test psicologici, perché non usare questi risultati anche in tribunale?
In realtà non esiste una relazione diretta di causa effetto tra una certa conformazione genetica e il successivo comportamento asociale, né si può quantificare questo rischio, e lo dicono anche i periti. Ma qualcuno potrebbe pensarlo leggendo le cronache spesso superficiali di questa storia. Per quanto riguarda uno dei test utilizzati, si discute molto, negli ambienti scientifici, sulla sua riproducibilità. E sarebbe il caso di discuterne prima di tutto a livello sociale. Che cosa vogliamo fare della scoperte
della scienza sul carattere e il comportamento, specie quando sono ancora oggetto di dibattito tra gli scienziati? Che peso possiamo dare alla biologia e quale all’ambiente? C’è un problema di accettazione sociale delle persone portatrici di un «difetto» biologico e il rischio di aprire a un nuovo lombrosianesimo?
Però le conclusioni dei periti ottenute così sono in accordo con quelle ottenute con i sistemi classici.
Nessuno mette in discussione il fatto che Pietrini e Sartori abbiano svolto una consulenza accurata e precisa, o che le conclusioni siano corrette. È vero: hanno fatto un lavoro decisamente scrupoloso. Ed è vero anche che il sistema classico della perizia psichiatrica è viziato da problemi di riproducibilità e di mancanza di oggettività forse persino peggiori delle tecniche che hanno usato loro. Ma, insomma. Anch’io credo molto nelle potenzialità delle neuroscienze. Però alcune di queste tecniche meriterebbero forse un supplemento di sperimentazione, specie per quel che riguarda il loro valore prognostico.

23.10.11

Il bello e il brutto. Una poesia di Antonio Machado.

Bello è saper che i bicchieri
ci servono per bere;
il brutto e che non sappiamo
a che serve la sete.

Da Cantari e proverbi in Campi di Castiglia (Trad. Claudio Rendina)

Sciascia e i giudici. Appunti per un convegno (Salvatore Lo Leggio)

A futura memoria è il volume che raccoglie gli ultimi “scritti civili” di Leonardo Sciascia, soprattutto articoli per quotidiani e periodici, molti dei quali dedicati a temi “giudiziari”: tra essi il celebre (o famigerato) articolo sui “professionisti dell’antimafia”. Il libro, pubblicato nel 1989, è stato letto (a mio avviso indebitamente) come una sorta di testamento e perciò ad esso soprattutto ci si affida per ricostruire il sentire e il pensare del “maestro di Racalmuto” su giustizia e giudici.
Non sono persuaso che sia la via migliore; io comunque, in questi appunti, ho scelto di seguire un percorso diverso, cercando di rintracciare questo sentire e questo pensare in scritti più da storico e letterato che da intellettuale “impegnato”, scritti in apparenza rivolti al passato e senza legami immediati con l’attualità, opportunamente ricordando che Sciascia stesso si definiva “scrittore impuro” e mai rinunciava a ricavare da fatti lontani, da polverosi documenti, tutta la contemporaneità che riusciva a rintracciarvi.

La Colonna Infame
Lo scrittore siciliano ha raccontato (in una intervista a Giulio Nascimbeni ripubblicata l’anno scorso dalla rivista degli “Amici di Leonardo Sciascia”, la cui testata non casualmente è “A futura memoria”) di aver imparato a memoria da ragazzo la Storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni. Si tratta dell’illuministico libretto che il grande scrittore milanese dedicò al secentesco processo agli untori, alle superstizioni che lo animarono, ai carnefici e ai giudici.
Proprio su questi ultimi si ferma l’attenzione nel saggio che Sciascia dedica alla Colonna Infame e inserisce in Cruciverba: usa parole di fuoco contro un critico novecentesco, Fausto Nicolini, che in un libro del 37 (Peste e untori) di quei giudici aveva tentato l’apologia (“un Monti e un Visconti, uomini di cui tutta Milano venerava l’integrità, l’illibatezza, l’ingegno, l’amore pel bene pubblico, lo spirito di sacrificio e il grande coraggio civile”), accusando il Manzoni di “moralismo”. “Secondo Nicolini – osserva Sciascia - quei gentiluomini che condannarono i presunti untori, il Monti e il Visconti, avevano ingegno, erano onesti. Due qualità che, nel caso, non potevano coesistere: perché è possibile che fossero onesti ma imbecilli: o che fossero disonesti essendo intelligenti”. Se poi Nicolini portava a spiegazione dell’orribile sentenza “l’oscurità nelle menti e la tortura nelle istituzioni”; Sciascia obiettava che, trattando quella condanna come se fosse “un fatto di natura, un terremoto, un nubifragio”, egli parlava in nome del “più pedante storicismo” diffondendo “sciocchezze da ricercatore d’archivio intriso d’estetica crociana che non riesce a vedere i fatti nella loro totalità e nel loro significato”.

I burocrati del Male
Parole ancora più pesanti lo scrittore adopera per i due giudici milanesi, usando come termine di paragone un libro sugli orrori nazisti di Charles Rohmer, L’altro: “Quei giudici erano onesti e intelligenti quanto gli aguzzini di Rohmer erano buoni padri di famiglia, sentimentali, amanti della musica, rispettosi degli animali. Quei giudici furono «burocrati del Male»: e sapendo di farlo”.
E’ l’atteggiamento che Sciascia assumerà, a mio ricordo senza eccezioni, in tutta la carriera di scrittore, verso gli uomini di legge (non importa se del passato o del presente, se della cronaca o dell’immaginazione), cui è demandato l’ufficio pubblico di “fare giustizia” da indagatori, da inquisitori e soprattutto da giudici. Non c’è per Sciascia contesto che possa giustificare l’acquiescenza verso l’ingiustizia, la menzogna, l’impostura, la violenza di cui il potere (tendenzialmente ogni potere) si nutre.
E’ responsabilità di ognuno scegliere tra il ruolo di “burocrati del male” o la ricerca attraverso il dubbio di un varco verso la verità e il bene.
Per questo Sciascia mette in primo piano il singolo individuo, con i suoi dilemmi, eroismi, abiezioni e viltà, ancora una volta seguendo il modello di Manzoni, che anche nel romanzo maggiore sembra attento, oltre che agli imperscrutabili disegni della Provvidenza, alla dialettica giustizia-ingiustizia nelle terrestri istituzioni civili, ove non solo “i signori hanno fatto le leggi secondo il comodo loro”, ma sovente riescono a sfuggire alle leggi che hanno fatto, mentre “contro i poveri c’è sempre giustizia”.

Racconti-inchiesta. “I pugnalatori”
Scrive Sciascia che la Colonna infame “prefigura il «genere» dell’odierno racconto-inchiesta di argomento giudiziario” e di sicuro, quando lo scrive, pensa  - credo – ai testi di questo tipo che ha già composto, a partire dal primo, Morte dell’Inquisitore, dedicato alla figura di fra’ Diego La Matina, un “siciliano di tenace concetto”, e a quelli che progetta.
Dentro questa produzione di brevi pamphlet il tema della “giustizia di classe” – come si sarebbe detto in altri tempi – è uno dei rovelli dello scrittore di Sicilia. Lo è per esempio ne I Pugnalatori, il cui protagonista è un magistrato. Il procuratore Guido Giacosa (con il giudice istruttore Mari, che lo affianca) nel 1862 deve affrontare un caso di terrorismo: l’accoltellamento e il ferimento grave, talora seguito da morte, di ben 13 persone in diversi luoghi della città di Palermo. Lo scrittore attraverso i documenti, segue  anche nei suoi rivoli l’indagine scrupolosa e intelligente che i due conducono nell’ostilità dell’ambiente.
Ne emerge un “complotto” guidato dall’alto, una congiura “borbonica” vera o, più probabilmente, finta, cioè tesa a ottenere di più dal nuovo potere sabaudo, lasciando intravedere minacce di restaurazione. Al vertice del complotto terroristico risulta essere un potente e ricchissimo aristocratico, il principe di Sant’Elia, massone di una loggia di destra, che Vittorio Emanuele II ha voluto senatore del suo nuovo regno.
Tra delazioni vere e fasulle, doppi giochi, minacce, paure, teorie degli “opposti estremismi”, l’inchiesta riesce a collegare il senatore e un paio di suoi amici con dodici sicari di modesta estrazione sociale, panettieri, vetrai o guardapiazza, tre dei quali avevano fatto da reclutatori e organizzatori. Il fondamento di tali conclusioni sono la testimonianza di un pentito, il lavoro di una spia e pochissimo altro: gli imputati poveri non parlano, ché hanno famiglie bisognose d’aiuto.
C’è un momento emblematico dell’inchiesta: quando tre degli accusati stanno per entrare nella Cappella dei potenziali condannati a morte e il principe fa ingresso nella Cappella Palatina a rappresentare il Re di Torino.
Giacosa, che pure ha costruito la condanna a morte per i tre, è nell’angoscia, non si rassegna, scrive relazioni ai superiori, spiega che è assurdo il libero scorazzare del principe mentre “con basi assai meno imponenti” si sono arrestati “quei dodici disgraziati”, tre dei quali “pagheranno fra poco alla giustizia umana con terribile fio”. Aggiunge: “Non abbiamo badato alla qualità delle persone, ai loro precedenti, alla loro dignità, al loro carattere; abbiamo dimenticato il principe e il monsignore, il facchino e il guardapiazza. Per ricordarci solo che tutti erano uguali di fronte alla legge”.  Sottolinea: “Gli indizi contro i principi Sant’Elia e Giardinelli erano maggiori e più imponenti che non quelli contro tutti gli altri”.
In un’altra relazione, al ministro Guardasigilli, così conclude: “Scindere questo processo non si può. Conservar ciò che si riferisce agli altri, eliminare quel che si riferisce al Sant’Elia, è impossibile… accusare, giudicare, condannare, gli uni, mentre l’altro, confuso nelle stesse prove, menzionato negli stessi documenti, se ne va libero, onorato e potente… screditerebbe la magistratura e le patrie istituzioni”.
La commissione senatoriale delle immunità, dal canto suo, non solo salva il Sant’Elia dall’arresto, ma di fatto blocca il processo a suo carico. In Parlamento più deputati parlano addirittura di “insipienza” delle indagini e di “mulino a vento”: il principe senatore ottiene qualche solidarietà addirittura dal ministro Guardasigilli, che Sciascia chiama “l’ineffabile Pisanelli”, il quale, pur avendo difeso i loro atti sul piano formale, già pensa a trasferire i magistrati.
La conclusione è il culmine dell’ingiustizia: la confessione del pentito D’Angelo è usata per condannare i sicari, ma ignorata per gl’illustri mandanti. Giacosa (padre del futuro drammaturgo verista) si dimette per tornare in Piemonte alla privata avvocatura mentre il giudice Mari accetta “il trasloco”.

Il regime e le perizie
Racconti-inchiesta giudiziari Sciascia ne scriverà diversi. Alcuni si possono definire pirandelliani. Così Il teatro della memoria (1981) sul caso Bruneri – Cannella degli anni Venti del Novecento), in cui il processo ha al centro l’identità controversa di uno smemorato. Così 1912+1 (1987) sull’assassinio, probabilmente passionale, di un attendente da parte di una celebre contessa ligure, in cui lo svolgimento di causa, con attenzione morbosa e copertura giornalistica notevoli, vede il conflitto di verità soggettive ugualmente credibili. In nessuno di questi racconti mancano impreviste riflessioni sul mestiere del giudice e sui condizionamenti cui è sottoposto.
Si legga per esempio il seguente passaggio del Teatro sul rapporto tra politica e sistema giudiziario nel caso dello smemorato di Collegno: “(Il regime fascista) lasciò che tutto andasse con le lungaggini, le cavillosità, i qui pro quo e gli inesauribili conflitti formali che erano propri, e sono, all’amministrazione della giustizia in questo nostro paese che si proclama culla del diritto ma certamente ne è la bara. Del resto, la vicenda serviva benissimo a distrarre l’attenzione degli italiani dal regime che andava consolidandosi duramente, assorbendo le ultime opposizioni o liquidandole. Da giornalista e da uomo che governava l’Italia come un redattore-capo, Mussolini deve averlo capito: ben altre direttive, che quelle di accelerare un processo che tanto appassionava gli italiani, gli importava dare ai giudici, non tutti di servile sensibilità verso il nuovo ordine o il nuovo disordine delle cose”.
Nell’ultimo testo, a cui il titolo dannunzianamente scaramantico conferisce intenzionalmente il carattere di una divagazione, c’è questa riflessione, che a me pare attualissima nel tempo in cui la criminologia scientifica sembra moltiplicare le possibilità nella ricerca di prove nei processi indiziari: “Non c’è nulla, in un processo penale, che rechi incertezza, semini dubbio, crei confusione quanto le perizie. «Ognun sa che la perizia è segnatamente invocata a giudicare in modo autorevole»: ma ognuno sa pure che all’invocazione, all’istanza, alla domanda e alle domande che in un processo si rivolgono ai periti, l’autorevolezza di un giudizio è sempre messa in forse dall’autorrevolezza del giudizio opposto. Quando in un processo si scontrano con pari autorevolezza e nomea, il perito chiamato dal giudice, quello chiamato dalla difesa e quello chiamato dalla parte civile, la confusione è poi al colmo: e i giudici o accettano quella perizia più vicina al loro convincimento, che oggettivamente vale quanto le altre due, per il fatto stesso che le diverse risposte destituiscono di assolutezza la scienza, o debbono fare tabula rasa di tutte per affidarsi alla loro conoscenza del cuore umano e della legge”.

Le coliche del senatore
Tra gli ultimi libri di Sciascia è La strega e il Capitano del 1986, racconto manzoniano fin nella scintilla che dà l’avvio, un episodio citato nei Promessi sposi a proposito del “protofisico” Settala. Il rinomato medico, che pure “partecipava dei pregiudizi de’ suoi contemporanei”, nel romanzo rischia il linciaggio, accusato d’essere “il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste”. Qualche anno prima – racconta Manzoni - “con un suo deplorevole consulto” aveva cooperato “a far torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice sventurata, perché il suo padrone pativa dolori strani allo stomaco e un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei”.
Sciascia parte da qui per ricostruire la vicenda di costei, una Caterina o Caterinetta Medici, che aveva servito in casa dell’anziano senatore Luigi Melzi, il quale dal canto suo ne frequentava il letto. Il figlio del senatore, Lodovico, giurista “collegiato” (sarebbe diventato il “vicario di provvisione” dei Promessi sposi e in quel ruolo avrebbe avuto i suoi giorni di cattiva digestione), aveva denunciato magarìe e filtri della Medici che al padre avevano procurato coliche altrimenti inspiegabili. A questa denuncia s’era sovrapposta quella di ammaliamento d’un cavaliere, tanto che, nel corso del processo, il senatore, con soddisfazione sua e dei suoi, fu declassato da parte lesa a testimone d’accusa. E’ per Sciascia una delle stranezze del processo, mosso soprattutto dal “desiderio di vendetta della famiglia Melzi e dei giudici”. La poveretta finisce col cooperare  alla propria rovina, mentre il Settala partecipa “con definitiva autorità” alla perizia medica.
Un breve e secco capitoletto racconta la sentenza. Non c’è dibattimento: “La Curia pone e bandisce un termine a che qualcuno si presenti ad assumere la difesa di Caterina. Nessuno si presenta…”. Sciascia spiega che non fu solo il conformismo a determinare siffatto risultato, ma anche la brevità del temine, “di ore, non di giorni”, passato il quale “la Curia (non ecclesiastica: s’intende la Corte di Giustizia, Corte Criminale) si ritirò in camera di consiglio per deliberare la sentenza che fu di morte per rogo”.
Dopo la convalida del Senato compare il giudice Giovan Battista Sacco, un “burocrate del Male” di particolare zelo. Nel firmare e sigillare il fascicolo processuale, aggiunge una cosa che ritiene importante, tale da aiutare in nuove inquisizioni e processi: “In uno degli interrogatori, Caterina Medici ha detto di aver sempre sentito dire che tutte le streghe hanno il popolo più basso e più profondo delle altre donne”. Negli atti è scritto inequivocabilmente “popolo”, nel senso di pupilla, “corruzione della parola latina e richiamo a quella – popeeù – del dialetto milanese”.
Agghiaccianti appaiono l’allegato che conclude il racconto e il commento che lo correda: “«1617. 4 marzo. Giustizia fatta su la Vetra, fu abbruggiata una Caterina Medici per strega, la quale aveva maleficato il Senatore Melzi; fu fatta una Baltresca sopra la Casotta; fu strangolata su detta Baltresca all’alto, che ognuno poteva vedere; ma prima fu menata sopra un carro e tanagliata. Era sotto l’ufficio del signor Capitano, fu sepolta a Santo Giovanni; questa fu la prima volta che si facesse Baltresca». La baltresca era una specie di castelletto, a che tutti non perdessero nulla dell’orrendo spettacolo. E così – assicurò il boia – giustizia fu fatta”.

Salvare l’anima
Non è un “burocrate del Male” il giudice a latere, protagonista di Porte aperte del 1987, un breve romanzo d’immaginazione questa volta, ambientato in una Palermo corrotta fino al midollo, nell’era del fascismo che ha appena ripristinato la pena di morte; piuttosto si potrebbe definire, come La Matina, “un siciliano di tenace concetto”. L’epigrafe – tratta dal libro di un giurista, Salvatore Satta – pone con chiarezza il tema della storia raccontata: “La realtà è che chi uccide non è il legislatore, ma il giudice, non è il provvedimento legislativo ma il provvedimento giurisdizionale”.
Di questo si tratta, della pena di morte, della responsabilità del giudice, ma anche dei rapporti con un potere politico arbitrario, corrotto e corruttore. Il racconto si apre con un lungo colloquio tra il protagonista e il procuratore generale, cui il senso sciasciano della sfumatura dà un colore particolare. Parlano apertamente: del regime, dei tribunali speciali, perfino di Matteotti. Si chiude con una sorta di pantomima, un doppio saluto: una stretta di mano accompagnata dal “lei” dentro l’ufficio, convenevoli col “voi” e saluto romano sulla soglia, davanti all’usciere. 
Ma sullo sfondo c’è un processo, un particolare processo. Un uomo che ha ucciso la moglie, il capoufficio che l’ha licenziato, l’uomo che l’ha sostituito. Non ci sono dubbi sulla sua colpevolezza e lui stesso sembra volere andar incontro al proprio destino. Il regime, tutti quelli che a Palermo contano, la stessa plebe cittadina esigono la condanna a morte. Ma il giudice, pur di far emergere le attenuanti che salvino l’imputato, non esita nella conduzione dell’interrogatorio a lasciar trasparire un verminaio che coinvolge il morto, da cui emerge un personaggio importante del potere fascista, e con lui tutto il potere della città, nuovo e vecchio. 
La giuria popolare, da lui orientata, opterà per l’ergastolo, ma il piccolo giudice si giocherà la carriera, confinato in una piccola pretura. In un nuovo colloquio con il procuratore generale, che chiude il romanzo, lo scrittore ricava la possibile morale –  come accade più volte nei finali di Sciascia; e questa morale contiene, stranamente, una proposta in positivo. L’anziano magistrato spiega al giovane la vanità della sua azione: la Cassazione casserà, il nuovo processo si concluderà con la condanna che il primo ha evitata, in magistratura faranno strada i più servili e lui avrà soltanto “salvato l’anima”. Il giudice risponde: “Io ho salvato la mia anima, i giurati hanno salvato la loro: il che può anche apparire molto comodo. Ma pensi se avvenisse, in concatenazione, che ogni giudice badasse a salvare la propria…”.  Un messaggio per l’Italia d’oggi, mi pare, non solo per i giudici…

Inedito
         

Noi e Plutarco

Firmato da Plutarco, questo Sull’utilità dei nemici (Archinto, 2011), un titolo che potrebbe essere giudicato un ossimoro, ma infine appropriato, perché il libro si rivela un pamphlet dello scrittore di Cheronea, ricostruito sui suoi circa settanta scritti (tradotti da Matteo Codignola) raccolti da Moralia, a farne «un messaggio – come scrive Nicola Montez nella sua introduzione al libro – che resta valido ben oltre i limiti cronologici della vita del suo autore, e che appare oggi indispensabile, perché oppone al frastuono dei dibattiti televisivi, alla dialettica delle tribune politiche – fondata spesso sull’urlo –, alla continua necessità di vociferare e inveire (che si diffonde come un contagio insieme all’horror silentii, nuova e mortale piaga dei nostri giorni) la necessità di pensare». O come lo stesso Plutarco allude in Vita di Emilio Paolo, di servirsi della storia come di uno specchio.

Dalla rubrica Découpage, a cura di Romano Costa, in “alias” 1 ottobre 2011

Cubista

Picasso, Natura morta con bottiglie (1909), Particolare
Il Dizionario di Parole Nuove 1964-1984 di Cortelazzo e Cardinale (Loescher, 1985) comprendeva anche parole non nuove arricchite, nel ventennio in questione, di nuovi significati. Vi si trova, tra le altre, la seguente voce:

Cubista
abile a destreggiarsi col cubo magico (1984, V.Macchi).
E poi, ovviamente, quest’altra, di rimando:

Cubo magico o di Rubik
gioco composto di un insieme di cubi snodabili, che vanno ricomposti nel loro ordine nel più breve tempo possibile (1983, Zing.)

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