27.5.12

Mario Mineo. Marxista senza miti (R. Covino - "micropolis" - maggio 2012)

"Micropolis" di maggio, a 25 anni dalla morte, dedica tre pagine speciali a Mario Mineo, un grande marxista rivoluzionario da troppi dimenticato. Questa pagina, curata da Renato Covino è la prima delle tre. (S.L.L.) 


Venticinque anni fa, il 3 giugno 1987, a 67 anni moriva, stroncato da un infarto, Mario Mineo. Ai più – giovani e anziani – il nome dirà poco o niente. E’ anche questo un frutto dell’eclissi della memoria che contraddistingue i nostri tempi. Per molti dei redattori di “micropolis” Mineo è stato non solo un compagno e un amico, ma colui che – caso raro anche nella sinistra della prima repubblica – offriva proposte di analisi e praticava un’idea di politica al tempo stesso basata sull’oggettività dei processi economici e sociali e priva di qualsiasi mitologia.

La rivoluzione possibile
Mineo era un marxista e un comunista senza alcuna propensione ideologizzante, convinto che Marx avesse offerto non un corpo dottrinario, ma un metodo che consentiva di leggere le società contemporanee. Da ciò la sua attenzione alle possibilità di contaminazione tra il filosofo di Treviri e i grandi scienziati sociali “borghesi” di fine Ottocento e del primo trentennio del Novecento: da Schumpeter a Keynes. Era questo il motivo della sua opposizione allo stalinismo, che leggeva come un tentativo di ridurre il marxismo ad una sorta di catechismo che offriva un’interpretazione semplificata il mondo. Mineo era un comunista che riteneva la rivoluzione possibile, ma non probabile, da ciò il suo leninismo, molto poco “sovietico” e piuttosto modellato sul famoso saggio scritto da Luckacs nel 1924, dopo la morte del rivoluzionario russo, che individuava i tratti caratterizzanti del suo agire politico nelle categorie della congiunturalità e della totalità, ossia come frutto di un processo mondiale e di una situazione particolare su cui il partito operaio deve dimostrarsi capace di agire. Da ciò la sua attenzione alle strutture politiche ed istituzionali, alla loro crisi, vista come elemento fondamentale su cui fondare un’ipotesi rivoluzionaria. Mario Mineo, peraltro, basava la sua critica all’Urss su una ipotesi che individuava lo stalinismo come frutto del blocco della transizione, ossia del fallimento dell’ipotesi leniniana della rivoluzione russa come rottura destinata a produrne altre in Europa occidentale. Da ciò era derivato uno stato che rappresentava la negazione dell’idea di democrazia radicale propugnata da Marx.
A questo corpo di analisi Mineo è stato caparbiamente attaccato. Apparteneva a quel tipo di militanti che – come ebbe a dire a suo proposito Vittorio Foa – erano fedeli non ad una organizzazione ma alle proprie idee, ciò spiega la sua irrequietudine e le rottura con le forme organizzate in cui ha militato (Pci, Psiup, IV internazionale, Manifesto – Pdup, ma la stessa chiusura di “Praxis” la rivista che aveva fondato). Molte delle sue analisi – sullo Stato e sulla transizione, sul socialismo reale, sul partito – appaiono oggi difficilmente utilizzabili; altri spunti teorici, come quello del dialogo tra marxismo e i grandi scienziati sociali del Novecento, trovano sempre più conferme; altre ipotesi – più direttamente legate alla realtà italiana – mostrano tutta la loro attualità e il loro valore interpretativo. Soprattutto a queste ultime sono dedicate le pagine che
qui gli dedichiamo.

La crisi di regime
Il concetto nasce dall’analisi dell’esaurirsi del centro sinistra dei primi anni sessanta, che per Mineo rappresenta il fallimento di una ipotesi di adeguamento della struttura dello Stato ai mutamenti intervenuti nell’economia e nella società italiane. Per chi ricorda quegli anni risulta evidente come ogni proposta di riforma trovasse una sorda resistenza da parte di settori moderati e conservatori e da parte di comparti consistenti del settore pubblico (apparati repressivi, settori imprenditoriali, fino ad arrivare al Governatore della Banca d’Italia Guido Carli che arrivò, di fronte alle leggi del primo governo di centro sinistra, ad evocare il colpo di Stato). Per Mario Mineo ciò significava la sconfitta del tentativo di un’evoluzione in senso riformista dello Stato italiano e il rimanere in campo di due ipotesi: o una evoluzione in senso autoritario del sistema istituzionale o un cambiamento radicale in senso socialista della società. La questione che si poneva era, allora, quella di attrezzare in tempi rapidi la sinistra a tale prospettiva, cosa che comportava la crescita di una forza politica diversa dalla sinistra tradizionale sufficientemente consistente per porre sul tappeto la questione della rottura degli equilibri statuitisi con la vittoria democristiana del 1948. L’alternativa era quella che si era posta qualche anno prima in Francia con il passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica, attraverso il “colpo di Stato pulito” di De Gaulle, con la significativa variante, tutta italiana, che il colpo di stato pulito potesse degenerare in un colpo di stato reazionario gestito dai generali, dall’esercito, dagli apparati repressivi. Non era un’ipotesi campata in aria. I tentativi di colpo di Stato - da quello del generale De Lorenzo in poi - fanno parte della storia d’Italia, come il coinvolgimento dei servizi segreti italiani e stranieri e di settori significativi delle forze che si rifacevano al fascismo. La crisi di regime, insomma, rappresentava la forma specifica della crisi del sistema politico istituzionale italiano e costituiva una possibilità per le forze rivoluzionarie. C’era dietro a questa concezione un elemento di metodo. Mineo riteneva una sciocchezza la teoria del crollo di staliniana memoria che faceva coincidere l’occasione rivoluzionaria con la crisi economica, come si oppose ne “Il Manifesto” all’idea, propugnata da Lucio Magri, secondo cui - in coincidenza e per effetto della crisi economica del 1973-1974 - si era alla vigilia di una crisi di sistema, ossia dell’insieme dei rapporti e degli equilibri della società italiana. Per Mario Mineo invece il lungo sessantotto italiano rappresentava l’effetto dell’inadeguatezza dello Stato e della sua capacità di risposta alle esigenze del paese. La crisi politica nella sua visione era da questo punto di vista centrale, da qui lo sforzo di unire l’insieme delle avanguardie e dei gruppi della sinistra italiana per aggiungere quel minimo di massa critica che consentisse di costruire una riposta adeguata e credibile dal punto di vista organizzativo e programmatico.
In realtà le variabili impreviste che entrarono in gioco nella fase successiva (dal terrorismo all’ipotesi di compromesso storico fino alla sconfitta operaia alla Fiat, lo squagliamento della sinistra rivoluzionaria) non provocarono né la svolta autoritaria né l’affermazione di una forza capace di intervenire in modo efficace nella crisi politico istituzione, determinando un cambiamento radicale del quadro. La fase che va dal 1981 al 1992, caratterizzata dai governi del Caf, vide la cronicizzazione della crisi di regime, interi pezzi di ceto medio vennero “comprati” attraverso l’uso spregiudicato delle finanze pubbliche, con il conseguente effetto dell’aumento esponenziale del debito pubblico e dei fenomeni di corruzione politica. Si poteva pensare che con la vittoria di Berlusconi nel 1994 si sarebbero accelerate le tendenze alla democrazia autoritaria, complice la stessa Unione europea che poteva al più eliminare le tendenze fascistoidi delle classi dirigenti italiane. Tuttavia la chiusura della principale anomalia italiana (il Pci), il rafforzamento degli esecutivi, le leggi elettorali maggioritarie, i processi di smobilitazione dell’attività economica dello Stato, lo stesso dominio dell’ideologia liberista non sono state in grado di chiudere il “caso italiano”. La crisi di oggi si presenta come una riedizione senza via di sbocco di un passato che ormai dura da un cinquantennio. La categoria di “crisi di regime” mantiene tutta la sua forza interpretativa, con l’aggravante che se non sorgono rapidamente forze nuove di sinistra, esterne al quadro politico esistente, il paese è destinato ad un putrescente disfacimento, ipotesi che negli ultimi anni della sua vita Mineo riteneva concreta e tutt’altro che remota.

Maggio perugino. Il sindaco e la droga (da "micropolis" - maggio 2012)

Da "micropolis" in edicola oggi con "il manifesto", la rubrica il fatto. Il pezzo non è firmato, ma ho eccellenti ragioni per attribuirlo al direttore, Stefano De Cenzo. (S.L.L.)
Il fatto
Maggio perugino
La primavera perugina non sta andando come il Sindaco Boccali aveva previsto. Più che da festival e da rassegne, infatti, l’attenzione dei perugini è di nuovo catturata dalla questione sicurezza. Dopo gli scontri della notte dell’8 maggio la tensione è salita, amplificata dai media. Il Ministro dell’Interno ha inviato 40 uomini di supporto alle Forze dell’Ordine, le associazioni cittadine (alcune in verità non bene identificate) si sono mobilitate, chi in nome della salvaguardia della socialità chi della “peruginità”, le forze politiche si interrogano; qualcuno, per fortuna, dice anche cose sensate.
Sensata è, sicuramente, una dichiarazione che lo stesso Sindaco, da quanto apprendiamo dal quotidiano on line Tuttoggi.info, avrebbe fatto lunedì sera 14 maggio nel corso di un incontro presso la Casa della Studentessa di via Faina, “La lotta alla droga è fallita - avrebbe dichiarato Boccali - Gli assuntori ci sono, e non si tratta solo di studenti fuori sede. Sarebbe meglio legalizzare le droghe leggere”. Peccato che il giorno dopo sia corso a Roma dal Ministro Cancellieri per chiedere più forze dell’ordine nell’acropoli, ottenendo rassicurazioni. Giano bifronte? Le cose non sono così semplici. Il sindaco, l’abbiamo detto più volte, è in difficoltà e con lui la maggioranza che lo sorregge.
La questione droga altro non è che l’epifenomeno di una crisi profonda della città intera e se, riguardo alla prima, le responsabilità non possono certo imputarsi né a Boccali né a chi lo ha preceduto, per la seconda il discorso è ben diverso. In questi giorni cresce la memoria del “bel tempo che fu”, salvo poi dovere riconoscere, come pochi in verità fanno, che Perugia, anche perché città universitaria, piazza fiorente di droga lo è da almeno un ventennio. Lo era già negli anni Ottanta, quando l’eroina si diffondeva nelle periferie e lo spaccio minuto era praticato dagli stessi “tossici”. Allora cosa è cambiato? E’ cambiato che la città, in nome della rendita, si è progressivamente deteriorata sul piano urbanistico e funzionale, che è diventata multietnica, che è mutata tanto la manovalanza dello spaccio quanto la tipologia di consumatori. Boccali di colpe ne ha, ma come prosecutore di quella politica urbanistica che ha consentito non solo lo svuotamento dell’acropoli ma scempi come quello dell’ex Bellocchio, passato da quartiere popolare a bordello.
Adesso si cerca di correre ai ripari, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: da un lato rassicurando i cittadini con la promesse di nuove caserme e posti di polizia, attraverso il riutilizzo di beni demaniali da tempo abbandonati (dall’ex Carcere all’ex Distretto Militare); dall’altro rispolverando l’anima sociale che parla ai più giovani e affronta il tema del consumo di sostanze stupefacenti nell’unico modo possibile che non è certo quello della repressione. Da una situazione del genere non si esce né facilmente né presto. Per restituire un’identità – che naturalmente non potrà più essere quella del passato – ad una città ci vogliono anni, scelte politiche coraggiose che si traducano in azioni concrete, risorse. Al momento di tutto questo non c’è traccia, tantomeno nel campo delle opposizioni, da sempre, al di là dei lai di facciata, conniventi. Intanto, però, se il Sindaco volesse sul serio impegnarsi per una battaglia di civiltà come quella della legalizzazione delle droghe leggere, saremmo ben contenti di sostenerlo.

La divisa non si processa (di Ascanio Celestini)

Posto qui un ampio stralcio da un monologo di Celestini che ho trovato su un vecchio numero del "manifesto". Credo che ci sia anche su youtube, ma questo post è anche una verifica. Reggerà il testo alla lettura? A me è sembrato di sì. (S.L.L.)
Io sto fermo al semaforo nella mia auto.
Arriva il negro che mi pulisce il vetro. Adesso esco e gli do un calcio nelle palle. Anzi no, gli do un euro e una pacca sulla spalla. Anzi no, gli do un calcio nelle palle.
Perché io sono quello che esce dalla macchina della polizia ferma all'autogrill lungo l'autostrada. Dall'altra parte della strada c'è una rissa. Forse è una rapina, forse no. Lo saprò dopo che era una robba tra tifosi. Intanto adesso io sono quello che tira fuori la pistola, forse non sono l'unico con la pistola in mano che esce dall'auto della polizia, o forse no. Forse non lo saprete mai. Io sono quello col braccio dritto che spara davanti a se e vede che la rissa si placa. Poi lo saprò più tardi che è morto uno. Pure io ho visto il nome sul giornale scritto sotto alla fotografia. Se quello non moriva sul giornale non ci finiva e non ci trascinava nemmeno il mio nome accanto al suo. Adesso sarà più difficile scordarlo. Scordare lui e scordare me. Anche perché io c'ho un nome buffo. Da ragazzino a scuola mi ci prendevano in giro. Forse è anche per questo motivo che ho indossato la divisa e preso la pistola in mano. Adesso prendetemi in giro. Come si dice? Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Adesso il santo è lui. Il martire. E io sono il fante. Allora prendetemi in giro e scherzate con la mia divisa, ma il processo no. Non me lo farete il processo come fareste a lui se fosse stato quello che sparava a me.
Perché la divisa non si processa.
Io sto fermo al semaforo nella mia auto.
Arriva il negro che mi pulisce il vetro. Adesso esco e gli do un calcio nelle palle. Anzi no, gli do un euro e una pacca sulla spalla. Anzi no, gli do un calcio nelle palle.
Perché io sono quello accanto al guidatore nel defender, il gippone. Ci hanno tenuto un sacco di tempo chiusi in caserma a raccontarci che questi teppisti avrebbero saccheggiato la città, ci avrebbero accolto con le bombe molotov, avrebbero lanciato gli aranci con le lamette, il sangue infettato. Ci hanno chiuso nelle camionette sotto il sole, poi mi sono trovato questo ragazzo con l'estintore in mano. E poi mi sono trovato in mano la pistola. Ma dove cazzo ce l'aveva l'estintore? Ma che è… Eta Beta che c'ha l'estintore in tasca? Mannaggia a questa città che manco mi piace! Pure il pesto mi fa schifo di questo posto. Io sono calabrese, a me mi piace il peperoncino. 'sto basilico coi pinoli è una pappetta per neonati. Mi dispiace che è morto, ma se lo doveva aspettare. Lo dicono pure i cowboy che «quando un uomo con il fucile incontra un uomo con la pistola... l'uomo con la pistola è un uomo morto». Ecco, fate conto che al posto del fucile ci sta la pistola mia e al posto della pistola ci sta l'estintore suo. Lo dicono pure i film che l'uomo con l'estintore soccombe. Io sono finito sul giornale per un po'. Poi mi hanno mandato in pensione. Mo' mi chiamano per parlare ai convegni. Come quello che ha inventato la bomba atomica o la penicillina, quello che è stato sulla luna o al Grande Fratello. Io sono quello che ha ammazzato il ragazzo di Genova. Sono diventato bravo a parlare, mo' mi sa che mi butto in politica. Però la commissione d'inchiesta no. Quella non si deve fare. Sarebbe un pessimo esempio per tutti i colleghi che non tirerebbero più fuori la pistola manco per spolverarla…
Perché la divisa non si processa.
Io sto fermo al semaforo nella mia auto.
Arriva il negro che mi pulisce il vetro. Adesso esco e gli do un calcio nelle palle. Anzi no, gli do un euro e una pacca sulla spalla. Anzi no, gli do un calcio nelle palle.
Perché io sono quell'americano con l'aeroplano che ha fatto tutto quel casino al Cermìs, o quell'altro che ha sparato a quell'italiano dei servizi segreti al posto di blocco. Ma se voglio posso essere anche peggiore. Sono quello che ti porta in guerra, che bombarda una scuola per motivi umanitari. Che per vendicare 3.000 americani morti l'11 settembre ha ammazzato 300.000 arabi. Che per ogni euro che regala ai paesi del terzo mondo se ne riprende indietro 10 per fargli pagare il debito. È una porcheria?
Ma non importa, perché io sono lo stato. E lo stato non si processa.
E poi tanto domani ti sei già dimenticato.
Come con quel laziale che è morto sull'autostrada.
Chi si ricorda più. Ne muore così tanta di gente sull'autostrada il sabato sera.
Quello è morto domenica mattina, ma che cambia?
Certo che ti rodeva il culo la settimana dopo quando sono saltate le partite del campionato.
Cosa hai fatto senza il calcio? Te ne sei andato al cinema.
Per non perdere l'abitudine ci sei andato con la sciarpa della tua squadra.
Che palle il cinema!
Sei andato a cena fuori?
Che palle la pizzeria che manco si può fumare.
Meglio un dvd a casa con la pizza nel cartone.
Meno male che dopo una settimana si è ripreso a giocare.
Tifosi da una parte e guardie da quell'altra, questa è la vera partita.
Quella volta siete andati d'amore e d'accordo.
Niente calci nelle palle, solo pacche sulle spalle.
Io sto fermo al semaforo nella mia auto.
Arriva il negro che mi pulisce il vetro. Adesso gli do un euro e una pacca sulla spalla.
10-100-1000 volte di seguito gli darò una pacca e un euro, poi una volta ogni tanto arriverà il momento del calcio nelle palle.
Tanto per ricordare a tutti che il mondo non si divide tra buoni e cattivi, dove i buoni sono quelli che danno gli euro e le pacche, mentre i cattivi sono quelli dei calci nelle palle.
Il mondo è un'automobile e chi sta dentro comanda, chi sta fuori lava il vetro.
Chi sta dentro decide se dare calci o pacche sulle spalle, chi sta fuori può soltanto prenderle. E tornarsene a casa con le palle rotte o con gli euro nelle tasche.
Per questo non serve essere sempre violenti.
Basta picchiare una volta su mille per ricordare il concetto.

"il manifesto", 8 agosto 2008

La gloria. Una poesia di Tu Fu (Cina VIII secolo d.C.)

Tu Fu
Sul vecchio campo di battaglia
scendo di sella,
non vedo nulla fuorché le erbe
ondeggianti sotto il vento ostile,
lembi di nuvole sotto il firmamento,
foglie dorate che cadono qua e là;
dei caduti vedo gli scheletri
ora abbandonati alle formiche,
i rettili dentro i crani cavi
scivolano attraverso le occhiaie.
Ma sulle nostre frontiere
la guerra non s'è fermata,
si continua ad aggredire;
tutti avremo quella nuda gloria.

Ciro Bonocore. Un nome quanto mai eroico.

Della serie Sbatti il mostro. Un articoletto di prima pagina (seconda colonna) dal quotidiano da cui trae origine "La Stampa", che ho ripreso dall'Archivio storico on line del giornale torinese. (S.L.L.)
Vocazione sbagliata.
Ciro Bonocore, un nome quanto mai eroico, è un soldatino dell’89° reggimento Fanteria, giudicato dal Tribunale militare per aver tentato con mala riuscita un genero di speculazione sugli «effetti di corredo,
In principio dello scorso luglio, trovandosi corto a quattrini, passò in rivista il suo corredo; preso  paio di stivali nuovi che gli erano stati dati dalla Amministrazione pochi giorni prima e li barattò ad un soldato della sua compagnia por per un altro paio del complessivo valore di centesimi 59, ricavando dal baratto un guadagno di centesimi 50..
Ma purtroppo per i negozianti di stivali non v’è fortuna in quartiere. La cosa si riseppe dai superiori che dichiararono nullo il contratto e denunziarono Cino Bonocore al Tribunale militare, il quale Io condannò a sei mesi di carcere.

“La gazzetta piemontese”, 22 settembre 1886, prima pagina.

25.5.12

Anghiari 44. Amicizie di pace


 Un soldato inglese aiuta una ragazza italiana a trasportare i secchi pieni d'acqua lungo l'erta che attraversa la bella città altotiberina, nell'estate del 1944, dopo la liberazione.

In La guerra di liberazione in provincia di Arezzo. Immagini e documenti a cura di Ivano Tognarini, Amministrazione provinxciale di Arezzo.

Oggi. Una poesia di Felicia Oliviero (1948-2005)

Mi allungo, mi accorcio,
mi allargo o mi stringo... non fa male!
Posso essere calpestata, spezzata
Non mi faccio più male.
Posso seguirti, abbracciarti, coprirti,
nascondermi o giocare. Non soffro più,
non ho più cuore, ricordi, desideri.
Vivo alla giornata. Sono ombra!
Mamma mia, sono proprio a terra oggi!

Da Legami controversi, Luciana Tufani editrice, 2007

Metamorfosi. Da uomo a belva (di Emilio Salgari)

Non era più lo stesso uomo di prima: la sua fronte era burrascosamente aggrottata, i suoi occhi mandavano cupi lampi, le sue labbra, ritiratesi, mostravano i denti convulsamente stretti, le sue membra fremevano. In quel momento egli era il formidabile capo dei feroci pirati di Mompracem, era l'uomo che da dieci anni insanguinava le coste della Malesia, l'uomo che per ogni dove aveva dato terribili battaglie, l'uomo la cui straordinaria audacia e l'indomito coraggio gli avevano valso il nomignolo di tigre della Malesia.

Da Le Tigri di Mompracem, Paravia, 1992

"Sfemminismo". Il fascismo e le donne. (di Giuseppe De Libero - 1938)

Quello che segue, scritto nel 1938, nel vivo della campagna demografica, è un durissimo attacco ad ogni progetto, attuale e potenziale, di emancipazione femminile, testo emblematico del pensare e dell'argomentare fascista. (S.L.L.)
Dicono che il femminismo sia causa di denatalità.
L'evoluzione della donna, nei vari secoli e nei vari luoghi, fino alla sua sublimazione nel pensiero cristiano, è stata un vero e proprio movimento femminista, se per femminismo intendiamo progresso, elevazione della donna.
Questo movimento progressivo, poi, non è stato per nulla nocivo alla natalità. Il femminismo, dunque, non è contrario alla maternità. Dalla donna dei tempi primitivi, alla donna del primo Ottocento, quando cominciò a comparire la denatalità, c'è una bella differenza! Questo progresso della donna, questo femminismo, non ha impedito all'umanità di crescere per mezzo della donna.
Da quando è cominciata la denatalità è cominciato anche quello che comunemente si chiama oggi il femminismo e che io chiamerei propriamente lo « sfemminismo, perché snatura la donna, o femminismo liberale ». Come l'umanesimo è il movimento di perfezionamento dell'uomo nell'umanità, così il femminismo dovrebbe essere il perfezionamento della donna nella femminilità. Il movimento femminista moderno vorrebbe, invece, fare della donna un maschio, e siccome ciò non può avvenire per il sesso, lo si fa nelle manifestazioni, nella moda, e nei gesti della vita. È la favola del pavone. Il corvo vuol divenire pavone e crede di aver fatto tutto vestendone le penne, ma resta sempre un brutto corvaccio. L'asino si mette la pelle del leone, ma resta sempre quell'asino che raglia.
Per questo movimento femminista o di mascolinizzazione, la donna non vuole più appoggiarsi all'uomo economicamente per formare la più perfetta delle società, la famiglia, ma vuole staccarsene e bastare a se stessa, anche per i suoi capricci.
Ora tutta questa mentalità scaturisce da una vera filosofia, se si può dire così, di libertinaggio, di sensualismo, di materialismo, di spudorato egoismo, di irreligiosità. Il cento e uno per cento di queste femministe sono delle incredule, delle vanesie, delle voluttuose, delle spostate, delle inette al matrimonio, delle sconfitte nella candidatura al matrimonio stesso, e si vogliono dar l'aria di superdonne, mentre sono delle sottodonne.
Per non ricordare che le più recenti, Ada Olberg, Ida Hanny-Lux, Vally Zepler, Maddalena Pellettier, Adams Lehmann propugnano apertamente un accoppiamento come quello dei cani, con chi si vuole, dove si vuole, come si vuole!
Questo femminismo si chiama pervertimento.

Da Il problema della natalità così lo risolvete! Roma, 1938
ora in Piero Meldini, Sposa e madre esemplare, Guaraldi, Rimini, 1975

"Simile a gas letale...". Una poesia di Günter Kunert (Berlino 1929)

5
Simile a gas letale
ondeggia su noi l'assuefazione: chi
non si preoccupa di stare
con un piede nella tomba, presto
vi giacerà con entrambi.

6
Su un vulcano si può vivere, dice
un'iscrizione a Pompei.

7
E i cittadini di Vineta, la città
ingoiata dal mare,
costruirono con il loro denaro chiese, le cui campane
qualcuno ancora immagina di sentire, anziché
un argine di difesa.

8
Io, che, al pari di molti, provo
scarsa inclinazione
a continuare la mia esistenza
come scampanio subacqueo, come iscrizione
più o meno classica,
porto solo un breve messaggio che dice:
non c’è sicurezza.

Da Porto un messaggio in “Quaderni piacentini” n.”8 settembre 1966
Traduzione di Cesare Cases.

"Comunicato N.1. Non vogliamo più padroni" (di Ferruccio Brugnaro)

Non vogliamo più padroni
di nessun genere.
Si sono divertiti già troppo
col nostro sangue,
hanno già fatto troppe feste
con la nostra vita.
Non fate tante domande.
Guardate le nostre ferite
le ferite dei contadini
dei minatori.
Questa pianta va tolta dal mondo
una volta per sempre.
Non chiedeteci altro. Abbiamo
deciso fino in fondo.
Non vogliamo più padroni,
perché i padroni
sono tutti uguali
perché la terra la vogliono
tutta per loro
perché il sole lo vogliono
tutto per loro
perché rubano, calpestano
instancabilmente
perché ammazzano, ammazzano
sotto ogni cielo giorno e notte.

Attesa. Una poesia di Vincenzo Cardarelli (1887 - 1959)

Oggi che t'aspettavo non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s'annuncia e poi s'allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L'amore, sul nascere,
ha di quest'improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.

Amore, amore, come sempre, vorrei
coprirti di fiori e d'insulti.

Dipende dal pollo.

E’ una ricetta ritagliata da “Panorama” negli ultimi anni Settanta, dalla rubrica di Garnaschelli Scotti. Non so se esista ancora il ristorante che gliel’ha dettata, Pierino sul Lungo Ticino Visconti. Il piatto, semplice nella preparazione, può essere eccellente nel risultato.  Dipende dalla qualità del pollo. (S.L.L.)

Pollo alla cacciatora
Affettare una grossa cipolla e metterla a bagno in acqua fredda per mezz'ora. Asciugarla bene in un canovaccio, poi soffriggerla con lardo bianco pestato e un cucchiaio d'olio. Metterla da parte. Nella stessa padella, rosolare bene un pollo spezzato; aggiustare di sale e pepe. Quando il pollo è colorito in modo uniforme, rimettere le cipolle, aggiungere mezzo bicchiere di vino bianco secco (o rosso se piace) e (per un pollo medio) circa 250 grammi di pomodori pelati. Tirare lentamente a cottura che durerà, a seconda della qualità del pollo, da 15 minuti a mezz'ora.

24.5.12

Alla fine... (S.L.L.)


Adam Smith
Parlo con un amico dell’articolo 18, del riposo festivo, delle pensioni. Ripete le argomentazioni di Confindustria e dei liberisti, mi ricorda la “mano invisibile”: “Lascia libera l’impresa, lascia fare il mercato. Alla fine ci guadagneranno tutti”. Alla fine… alla fine. “Alla fine saremo tutti morti” – diceva quello.

"Tutto passa..." Obama, l'Europa e la monotonia dei vertici (S.L.L.)

Monotonia dei vertici. A quanto pare anche Obama suggerisce all’Europa di impegnarsi per la crescita. Anche lui ritiene urgente rilanciare consumi e investimenti. In funzione di quest’obiettivo avrebbe chiesto ai governanti europei di ricapitalizzare le banche. Neanche a lui è venuto in mente che i denari si possono dare direttamente ai consumatori e agli imprenditori che creano occupazione e sviluppo. Tutto passa attraverso le banche. 

La pastora e la capretta (di Renato Fucini)

«Se non ritrovo la mia capretta, stasera non mi daranno da cena e Rosalba mi picchierà come l'altra volta... mi fece tanto male al petto! O Dio, Dio!».
Un ramarro, verde come le foglie del fico selvatico sul quale si era arrampicato per cercare gli ultimi raggi del sole cadente, vibrando la lingua veloce, la fissava, non visto, coi suoi occhi d'ebano, e Lucia singhiozzando pensava: «Mi manderanno via... domani! forse stasera! e non ci ho colpa. Le ho munte stamani alle sei, le ho contate e c'erano tutte... Dodici lire! e dove le trovo per dire a Rosalba: "Tenete; la capra è smarrita e queste sono le dodici lire che costava?". Non mi daranno da cena; Rosalba mi picchierà e mi chiameranno... O Dio, Dio!».
Una folata di vento più forte le portò via il fiore dai capelli; si alzò lesta per riprenderlo e il core le fece un balzo d'allegrezza al rapido fruscio che sentì tra le foglie a pochi passi da lei e credé ritrovata la sua capretta. Il ramarro, spaventato dal movimento di Lucia, s'era lasciato cadere dal ramo del fico selvatico, e, strisciando come una saetta, era corso a rifugiarsi nel cavo d'una ceppa di castagno.
Raccolse il fiore e se lo accomodò più forte tra i capelli. A Lucia era caro quel fiore come tutti gli altri che ogni mattina coglieva per adornarsene il capo e per offrirli la sera alla Madonna che pendeva a capo del suo letticciuolo. Anche quella sera non sarebbe mancato alla Vergine l'omaggio di quel povero fiore.
Lucia guardò il sole, e vedendo il suo disco mezzo tuffato sotto l'orizzonte lontano, sentì il proprio sgomento farsi maggiore e disperata chiamò per l'ultima volta: «Bianchina, Bianchina mia, teeeh!».
Un leggiero belato si udì ad un trar di ramo da lei; un lampo di gioia le balenò nei limpidi occhi celesti e, tra le spine, tra i sassi, attraverso ai rovi, ferendosi i piedi scalzi e gridando allegramente: «Bianchina, Bianchina bella, Bianchina mia», corse affannata verso il cespuglio dal quale era partito il belato, e, ficcandosi smaniosa tra i suoi rami fronzuti, sparì fra quelli tutti lieta, e sorridente. Lucia dall'alto della sua rupe non aveva scorto due occhi umani che da un'ora lacrimavano di stanchezza, avventando faville assetate agli occhi suoi, alle sue spalle, al suo colmo seno, e credé messo dalla sua capretta il belato che il ruvido Tonio scaltramente aveva imitato, ed era corsa... ed era corsa, povera Lucia! lieta e sicura, come l'usignolo innocente corre gorgheggiando nella bocca del rospo che digiuno lo guarda.

Da Lucia in Le veglie di Neri, 1882

"Il piatto piange" di Piero Chiara. Un minicapolavoro (di Giovanni Raboni)

I Cento romanzi italiani del Novecento sono un opuscoletto che il settimanale “L’Europeo” offri come omaggio ai propri lettori sul finire del 1986 e che scheda, appunto, una per pagina, cento opere narrative, dal Marchese di Roccaverdina di Luigi Capuana (1901) a Pinkerton di Franco Cordelli (1986, appunto). Fu curato da Giovanni Raboni, che si assunse la responsabilità dei criteri di selezione e della scelta. Il primo criterio fu “cento autori diversi con il loro libro più bello” (eventuali altri testi venivano segnalati a fine pagina), il secondo “non tenere conto delle vendite”, includendo cioè anche i libri più popolari, ma solo quando giudicati letterariamente rilevanti (insomma nulla di Liala, di Guido da Verona o di Umberto Eco). Una scelta problematica riguardò Piero Chiara, autore di best seller, di cui Raboni in persona curò la schedatura, giustificando le ragioni della sua inclusione. A fondo pagina non è segnalato nessun altro libro, neanche La spartizione, che a me pare assai bello. Una delle motivazioni addotte è quello che oggi si direbbe “radicamento nel territorio”. (S.L.L.)
1962  
Piero Chiara, Il piatto piange
Scrittore tanto sopravvalutato dal pubblico quanto sottovalutato dalla critica, Chiara ha dato in questo piccolo romanzo (con il quale, non più giovanissimo, ha esordito come narratore) il meglio della sua vena di malinconico umorista, «storico di cupidigie e di brividi» provinciali, cronista di spassi crudeli, oblomoviane pigrizie e mostruosità da tre soldi. Oltre alla penetrante finezza dell'osservazione, punto di forza dei suoi racconti è una scrittura così esatta e aggraziata da risultare quasi «invisibile» (tanto che troppo spesso si è parlato per lui di «oralità» e spontaneità, mentre, a guardare meglio, è chiaro che si tratta di una scrittura molto e sottilmente costruita); punto debole è invece, quasi sempre, una certa incapacità di sostenere la vivacità e imprevedibilità dell'intrigo.
Persino in quel minicapolavoro che è Il piatto piange, a un certo punto (precisamente da quando hanno inizio le sventure di uno dei personaggi, il Càmola, affetto da una banalissima ma chissà perché inguaribile malattia venerea) la storia comincia a girare su se stessa, non ingrana più. Ma tutta la prima parte è esemplare per singolarità di dettagli e tempestività ritmica; alcuni personaggi (per esempio il vecchio baro in pensione Rimediotti) hanno una dignità, una «classe» che trascende l'ambito di un sia pur felice macchiettismo; e anche il linguaggio ha improvvisi e appropriati bagliori, come quando, a proposito delle regole del baccarat e della travolgente passione per questo gioco che accomuna gli eroi del racconto, il narratore commenta: «Il Nove splendeva in alto come un sole». (G.R.)

Dovere Onore Patria (il generale Mac Arthur ai cadetti di West Point)

Ho raccontato qui, qualche giorno fa, del mio incontro perugino con Filippo Fruttini, un mio ex allievo che è oggi colonnello dei carabinieri. ( http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2012/05/i-carabinieri-nel-cuore-di-perugia-un.html )
Cercandone notizie in rete ho appreso, tra l’altro, ch’era andato in visita a Petralia Sottana, ove il mio caro nonno Vittorio, maresciallo maggiore con speciali incarichi, aveva a lungo servito l’Arma con onore. Ho anche recuperato la cartolina che Fruttini mi mandò affettuosamente dall’Accademia, con un discorso del generale Douglas Mac Arthur ai cadetti di West Point, un esempio di alta retorica. Non amo le guerre e gli eserciti, le armi e i generali e su Mac Arthur ho, più che dubbi, certezze negative. Ed ho il fondato sospetto che nel discorso di West Point, oltre che ideologia (falsa coscienza) militarista, ci sia anche personale ipocrisia. Ma non posso negare che esso conserva un suo fascino, una sua forza di persuasione. (S.L.L.)
Tre sacre parole che vi additano ciò che dovreste essere, ciò che potete essere, ció che sarete. Esse sono il vostro caposaldo, attorno al quale riprendere coraggio quando il coraggio sembra venir meno, riacquistare la fede quando non si vede motivo per averne, ravvivare la speranza quando si dispera.
I miscredenti diranno che si tratta solo di parole, di una frase fatta, di un'espressione roboante. Il pedante, il demagogo, il cinico, l'ipocrita, cercheranno di degradarle facendone oggetto di scherno.
Ma sono parole che costruiscono. Costruiscono il vostro carattere. Vi plasmano come futuri custodi della difesa nazionale. Vi danno la forza di sapervi riconoscere deboli ed il coraggio di guardarvi in faccia quando avete paura.
Vi insegnano a sopportare l'insuccesso con fierezza e ad essere generosi nella vittoria, a non sostituire le parole ai fatti, a non cercare il compromesso, ma a fronteggiare le difficoltà e lo stimolo della sfida.
Vi insegnano a non piegarvi nella tempesta ma ad avere pietà di coloro che cadono, a dominare voi stessi prima di comandare, a conservare un cuore puro per un alto obiettivo.
Vi insegnano a ridere senza scordare come si piange, a guardare nel futuro senza mai trascurare il passato, ad essere seri senza mai prendervi troppo sul serio. Vi insegnano la modestia che vi farà ricordare la semplicità della vera grandezza e la moderazione della vera forza.
Queste parole vi danno una volontà equilibrata, un'immaginazione appropriata, un vigore d'emozioni; vi danno la freschezza delle profonde sorgenti della vita, un'intima prevalenza del coraggio sulla timidezza, dell'amore per l'avventura sulla ricerca della comodità. Queste parole vi insegnano, dunque, ad essere Ufficiali e gentiluomini.

23.5.12

Hai comprato i capelli... Un frammento satirico di Lucilio (II secolo a.C.)

Hai comprato i capelli, il belletto, il cerone,
il miele per il viso, persino i denti:
per lo stesso prezzo ti potevi comprare una faccia!

21.5.12

Dentro e fuori. L’immagine (di Brett Easton Ellis)

Prima di recarmi in riunione, inghiotto due valium con alcune sorsate di Perrier, poi mi detergo la fecola con batuffoli di cotone preinumiditi, quindi mi applico un idratante. Indosso un completo di tweed, camicia di cotone a righine, entrambi di Yves Saint Laurent, e cravatta Armani di seta. Ai piedi, porto scarpe nere Ferragamo, nuove, con mascherina. Mi sciacquo la bocca con antiplacca Plax, quindi mi lavo i denti. Quando mi soffio il naso scopro venature di sangue nel muco denso che si spande sul fazzoletto acquistato da Hermes per quarantacinque dollari. E' qualche tempo che sto bevendo venti litri d'acqua Evian al giorno e sto frequentando regolarmente il «tanning salon», quindi una singola sera di bagordi non ha inficiato la levigatezza della mia pelle né il suo colorito. La mia epidermide è ancora eccellente. Tre gocce di collirio Visine mi schiariscono gli occhi. Un impacco ghiacciato mi rassoda le guance. Insomma: dentro mi sento una merda, ma fuori appaio uno splendore.

da American Psyco, Bompiani, traduzione P. F. Paolini 

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