26.4.18

Luciano Canfora e Tucidide. Si gioca senza regole la partita del potere (Mario Vegetti)


Uscirono due libri assai interessanti tra il 1991 e il 1992, quando finita l'Unione Sovietica e archiviato il sogno comunista, infuriava la retorica democratica e si proclamava la necessità di universalizzazione della democrazia occidentale, il cui modello originario veniva fatto risalire all'antica Atene. Il primo, tratto dall'opera di Tucidide, ne isolava, per la cura di Luciano Canfora, Il dialogo dei Melii e degli Ateniesi (Marsilio, 1991), il secondo – dello stesso Canfora, affrontava in termini più generali il tema di Tucidide e l'impero (Laterza, 1992). Luciano Canfora non ha cessato di scavare sul tema della democrazia, estendendo la propria indagine ad altri momenti storici. Ricordo qui soprattutto La democrazia. Storia di un'ideologia, pubblicato da Laterza nel 2004.
Quella qui “postata” è la recensione ai quei libri del 1991-92, scritta per “la talpa libri” de “il manifesto” dal filosofo Mario Vegetti, che mi pare sintetizzare efficacemente i punti chiave della ricerca di Canfora, facendo anche ricorso a un aureo volumetto della Sellerio che Canfora aveva curato 10 anni prima per la collana “La memoria”, diretta da Leonardo Sciascia. (S.L.L.)
Un'immagine di Tucidide
Luciano Canfora viene da tempo proponendo all’attenzione (non solo degli specialisti) due testi del pensiero politico antico, tanto lucidi quanto scomodi per il rigore inquietante delle loro analisi storico-sociali. Scomodi lo sono stati senz’altro per la storiografia di ispirazione classicistica (di cui Canfora è buon conoscitore e critico impietoso), che a lungo ha cercato di «normalizzarli», con tutte le risorse della filologia, perché non disturbassero troppo il quadro armonioso, pacificato ed esemplare della grecità che essa amava presentare.
Il primo di questi testi è il saggio anonimo sulla Costituzione degli ateniesi (La democrazia come violenza, Sellerio, Palermo 1982). Il secondo è il dialogo tucidideo fra gli Ateniesi e i Meli.

Un maestro violento
Entrambi derivano dalla lezione di quel «maestro violento», che fu per i Greci, secondo le parole di Tucidide, la guerra del Peloponneso, con i conflitti che essa scatenò, all'esterno e all’interno delle città, fra regimi democratici e regimi oligarchici. La Costituzione degli ateniesi costituisce una cruda analisi, da un punto di vista oligarchico, della democrazia ateniese. Si tratta, senza dubbio. di un regime che funziona ed esprime al meglio gli interessi di chi vi detiene il potere. Essa è, nel senso letterale del termine, «violenza di popolo», della moltitudine dei poveri, a danno dei ricchi.
Se questi governassero, il loro regime sarebbe migliore, perché essi sono più colti, più intelligenti, più virtuosi della «canaglia»: e proprio per questo, essi la ripagherebbero con la stessa moneta, riducendola in schiavitù.
Non ci sono valori condivisibili universalmente o comuni regole del gioco, secondo quegli assiomi cari ai moderni teorici della democrazia, che Tucidide, sulla scorta del «maestro violento», considerava soltanto come arnesi buoni per la retorica assembleare o tutt’al più argomenti validi quando ci fosse una momentanea impasse del conflitto, un equilibrio transitorio delle forze in campo. I peggiori (democratici) e i migliori (aristocratici) conquistano e gestiscono il potere esattamente nello stesso modo, con l’oppressione degli avversari. Da questo punto di vista, la «democrazia» ateniese è stata a lungo considerata (e legittimamente, secondo Canfora), come l’antenata della dittatura giacobina e della dittatura del, proletariato - frutti inevitabili anche se non desiderati del pensiero liberatore di Rousseau e di Marx.
Nel dialogo tra Ateniesi e Meli - che Tucidide isola volutamente dal suo contesto storico per farne un caso esemplare destinato alla riflessione politica - sono in questione non i rapporti fra gruppi sociali ma quelli fra stati. Il potente impero ateniese impone alla piccola isola di Melo la secca alternativa fra asservimento e distruzione. I Meli cercano di sottrarvisi ricorrendo agli argomenti classici della morale greca: invocano le norme universali della giustizia, e confidano nella speranza della protezione ai giusti. La risposta ateniese é implacabile. La giustizia esiste solo laddove c’è parità di forze, «eguale necessità», altrimenti i forti agiscono in ragione del loro potere e i deboli subiscono. C’è una sola legge eterna, di natura, che vale sia per gli dei sia per gli uomini, ed è che essi «laddove hanno la forza, lì esercitano il potere».

La razza dei signori
Del resto, gli Ateniesi stessi non sono liberi di scegliere: o conservano l’impero, con il terrore che esercitano su sudditi e nemici, o finiranno a loro volta asserviti. Dopo un’accanita resistenza, tanto negli argomenti quanto in battaglia, la conclusione è inevitabile: i combattenti meli catturati vengono massacrati, le donne e i bambini venduti schiavi, e gli Ateniesi ripopolano l’isola con i loro coloni. Questi testi furono usati fin dall’inizio dai loro autori - entrambi di tendenza oligarchica, sia pure con diverse intonazioni - per smascherare l’ideologia della città: cioè il tentativo - prima di parte aristocratica, poi democratica - di convincere che con l’avvento della forma politica, della legge, delle regole del gioco assembleare, della giustizia giuridica, il conflitto fra gruppi sociali e stati avesse ormai trovato la sua soluzione definitiva, la sua mediazione in un confronto pacificato di opinioni, ragioni, argomentazioni e valori. Ciò che viene ricordato - e l’avrebbero fatto in questa epoca anche sofisti come Crizia e Trasimaco - è che una simile ideologia copre soltanto l’oppressione esercitata da chi detiene il potere, e che questo potere è in ultima istanza legittimato solo dalla forza.
Canfora riutilizza i suoi testi come una medicina da guerra contro le ideologie classiciste che riattualizzano l’antica ideologia della città per fare della Grecia il regno esemplare della legge, della giustizia, dell’armonia fra classi e stati. La «bella» grecità non fa purtroppo eccezione, nonostante ogni edulcorazione del classicismo di ogni tempo, alla dura legge, sociale e antropologica, del primato del conflitto e della forza. Ciò non significa tuttavia che Canfora faccia di questa legge, alla maniera di quella che egli definisce la teoria «demenzial-razzistica» di Nietzsche - la «bestia bionda», le «razze dei signori», che siano Ateniesi, Vandali o Goti - il pretesto di un’esaltazione della violenza superomistica. Egli ne trae piuttosto ragioni per una riflessione che coniughi realismo storico-antropologico con ragionevoli valutazioni e «insopprimili auspici utopistici».

Se finisce il bipolarismo
Le prime: tutto sommato l’impero ateniese, per quanto necessitato dalla logica del dominio, finirà per risultare comunque preferibile, agli occhi dello stesso Tucidide, rispetto al feroce «monopolarismo» spartano che ne prese il posto (un’allusione tanto più chiara in quanto Canfora paragona la vittoria ateniese sui Persiani a Salamina, su cui essi fondano la legittimazione dell’impero, alla battaglia di Stalingrado).
E la democrazia, come violenza di popolo, è pur sempre preferibile al dominio oligarchico, in quanto è collettivamente esercitata dalla parte più ampia della società. Per il futuro - un futuro lontano, dice Canfora - resta l’auspicio che democrazia e libertà possano finalmente coniugarsi: che cioè, secondo il pensiero dei suoi teorici, democrazia possa significare non oppressione e dittatura, ma libertà per tutti.
Per sperare ancora nel progetto illuministico, bisogna intanto non far finta di credere - sembrano volerci dire Canfora e i suoi testi «violenti» - che esso si sia mai realizzato, nell’antico e nel moderno. E quindi compiere le scelte possibili con lucidità, senza inganni ideologici o orpelli retorici.

il manifesto, venerdì 28 febbraio 1992

Fuga da Caporetto col baule sbagliato (Bernardo Valli)


Se mi sento di casa in questa Italia - scrivo da Udine -, sebbene non vi sia nato né vi abbia vissuto, è perché i nomi dei luoghi della Grande Guerra, di cui è stata il teatro, ricorrevano spesso in famiglia durante la mia infanzia e adolescenza. E mi sono rimasti nella memoria. Credo alla vita prenatale: e quella parte della mia esistenza, senza traccia anagrafica, si è svolta nella valle dell’Isonzo. Là si conobbero mia madre volontaria crocerossina e mio padre ufficiale medico. Si sposarono una decina d'anni dopo. Ma tra una battaglia e l’altra dell’Isonzo si crearono le premesse alla mia nascita. La dodicesima battaglia fu quella di Caporetto, di cui ricorre quest’anno, in ottobre, il centesimo anniversario. E per me, in qualche modo “figlio della Grande guerra”, non è soltanto una data storica, la più nefasta per il Regio Esercito poiché ricorda la sua più grave disfatta. Oggi Caporetto è in Slovenia e si chiama Kobarid.
E per avere visto tanti giovani morire, che mio padre, un cattolico antimilitarista, ritornato alla vita civile, appena spogliatosi della divisa, decise di dedicarsi come medico alle nascite, alla maternità. Mia madre era invece una cattolica fedele ai ricordi di guerra. Cammino per le strade di Udine, sobria ed elegante, e non posso evitare di immaginare la giovane crocerossina e il medico neolaureato nella città popolata di divise (il generale Cadorna vi aveva il quartiere generale), smarriti, intimoriti ma anche elettrizzati dal dramma in cui erano immersi.
Di quei giorni d’ottobre 1917 mi parlava spesso un prozio, generale "a riposo”, che al momento dell’offensiva austro-ungarica e tedesca era colonnello dei carabinieri a Udine. Lo zio Emilio era di corporatura massiccia. Calzava sempre stivali, anche d'estate, e la sua voce era gorgogliante per il frequente flusso di catarro. Era ormai da tempo in pensione. Dormiva su una branda militare e un giorno mise sull’attenti il figlio, a sua volta ufficiale dell’Arma venuto a trovarlo durante una licenza, perché aveva rovesciato un vaso con i pesci rossi. Quando morì d’infarto aprendo il cancello della villetta in cui abitava, non lontano dal Po, il re mandò due corazzieri al suo funerale. Con noi nipoti giocava a mercante in fiera e la posta in gioco erano dei fagioli.
Ci raccontava spesso brontolando di quello sbadato del suo attendente al quale nei giorni dell’offensiva d’ottobre, nella prospettiva, poi realizzatasi, che gli austriaci entrassero a Udine, aveva lasciato due bauli. In uno aveva messo scarpe vecchie e divise logore; nell’altro abiti e biancheria in buone condizioni e oggetti di valore. Era evidente quale dovesse essere salvato. E invece lo zio Emilio si trovò sulla linea del Piave, dove fu fermata l’avanzata nemica, con un baule di scarpe vecchie. Il racconto ci divertiva, e visto il successo lui lo arricchiva. Imberbi ascoltatori ammiravamo l’autorità del nostro imponente compagno quando ci illustrava, tra due partite di mercante in fiera, il suo ruolo durante la ritirata di Caporetto. Dal ciglio della strada osservava il fiume di soldati in fuga, e individuava gli ufficiali che avevano abbandonato il reparto di cui erano responsabili. E li apostrofava: «Dove sono i vostri uomini?». Le sue parole, impallidite dal tempo nella memoria, assumono un significato drammatico se accostate ad altre famose testimonianze, storiche e letterarie, sulla giustizia sommaria durante quella ritirata. Ma nel racconto del nostro generale non c’era nulla di tragico, e lui restava per noi bambini un nume dolce e ammirato.
Di quei giorni racconta preciso Carlo Emilio Gadda. Nel diario di guerra il sottotenente della 470esima Compagnia mitraglieri scrive come fu fatto prigioniero. «Lasciammo la linea dopo averla vigilata e mantenuta il 25 ottobre 1917, dopo le tre, essendo venuto l’ordine di ritirata. Portammo con noi tutte le quattro mitragliatrici, da Krasjj (Krasii) all’Isonzo (tra Terno-va e Caporetto) a prezzo di estrema fatica. All’Isonzo, mentre invano cercavamo di passarlo, fummo fatti prigionieri... La fila di soldati sulla strada d’oltre Isonzo: li credo rinforzi italiani. Sono tedeschi!». Gadda e i suoi soldati abbandonano le artiglierie, fracassano le mitragliatrici. Lo scrittore conclude quel giorno di cent’anni fa: «tragica fine».

L'Espresso, 28 maggio 2017

25.4.18

“Questo abbiamo fatto”. Una poesia per il 25 aprile (Giovanni Serbandini)


Giovanni Serbandini, nome di battaglia “Bini”, fu partigiano sui monti della Liguria, direttore dell'edizione ligure de “l'Unità” e deputato comunista. (S.L.L.)
Giovanni Serbandini

E quando non potremo più andare
per la vecchiaia o i malanni
su questo monte ci faremo portare
a dorso di mulo.
Batterà il cuore,
con l'ansia della prima azione
tentata quasi senz'armi,
al riconoscere nell'aria pulita
le foglie che allora ci salvarono,
le cime e i paesi familiari
con i distaccamenti
usciti più forti
nonostante Alexander
dai rastrellamenti invernali.

E se, risuonando
il nostro nome partigiano,
una mano ci stringerà
scura di fatica,
la vedremo in ogni casa contadina
spartire con noi la minestra,
indicarci la strada o il nemico,
una rude carezza passare
sul collo del mulo tornato
all'alba nel paese distrutto
scappando ai predoni fascisti.

Il vento scuoterà le fronde
come bandiere e i volti
riappariranno - giovani volti
dalle ferite segnati
e più dalla consapevolezza -
di Beppe, Cialacche, Berto, Pinan
e degli altri che dissero:
"Solo mi dispiace
di non poterci essere
alla battaglia finale".

Eppure con loro scendemmo
bloccate le strade al nemico,
e già con il loro nome
si chiamavano nelle fabbriche
nelle strade i fratelli
insorti a migliaia con l'arma in pugno.
Soprattutto a loro
il generale tedesco si arrese
quel venticinque d'aprile.

Se dunque più dei malanni
o della morte ci pesa
l'ipocrisia dominante,
oh non temete:
questo abbiamo fatto
e questo resterà
luminoso come il sole
sulle foglie del monte.

Da Poesie Partigiane, Guanda, 1961

Don Bobbio. Un'epigrafe partigiana a Chiavari


Don Giovan Battista Bobbio, nato a Bologna il 3 luglio 1914, era diventato parroco di Valletti, un paese allora poverissimo in provincia di La Spezia, nel 1939. Dopo l'8 settembre del 1943 divenne amico e collaboratore di quei giovani che, sull'Appennino ligure, avevano scelto la strada della lotta per la libertà, dando un gran contributo al lavoro per la costruzione di una nuova vita democratica (giunte popolari, vettovagliamento dei partigiani e della popolazione sulla base della solidarietà, scuole, ecc.). Il sacerdote, diventato cappellano della Brigata d'assalto Garibaldi "Coduri", non solo assistette spiritualmente i partigiani, ma contribuì a rafforzarne i ranghi, facendo da intermediario per portare soldati della Divisione alpina repubblichina "Monterosa", che presidiava il passo di Velva e il litorale, nelle file della Resistenza. Riuscì persino a far passare con i partigiani, a Torriglia, l'intero Battaglione "Vestone". Era il 4 novembre del 1944.
Poco meno di due mesi dopo, il rastrellamento in grande stile, che i nazifascisti misero in atto con lo scopo principale di catturare il prete partigiano. Don Bobbio, consigliato di allontanarsi, non volle abbandonare i parrocchiani. Quando i nazifascisti arrivarono a Valletti, presero d'assalto la canonica, la devastarono e la diedero alle fiamme. Il sacerdote, già nelle mani dei fascisti, riuscì ancora a confortare due giovani paesani che sarebbero stati di lì a poco eliminati sul posto. Venne poi trascinato per la montagna, lasciato per un'intera notte legato ad una palizzata mentre turbinava la neve e poi, da Santa Maria del Taro, trasportato in autocarro a Chiavari. Qui fu tenuto per due giorni in totale isolamento, prima che il suo calvario si concludesse al poligono di tiro, con la fucilazione senza processo.
Riprendo da “l'Unità” l'epigrafe che correda il suo busto collocato nei giardini di Chiavari e dettata da Giovanni Serbandini (nome di battaglia “Bini), combattente partigiano sulle montagne liguri e per alcuni anni direttore dell'edizione ligure de “l'Unità”, oltre che poeta e appassionato di poesia. (S.L.L. - Notizie tratte dal sito dell'ANPI)
 Quando gli chiesero
al poligono di tiro
se voleva pregare prima di morire
ai nazifascisti rispose
«Io sono già a posto con la mia coscienza
ma pregherò per voi»
e cadde con le mani in croce
Don Bobbio
parroco di Valletti e della “Coduri”
a testimoniare con serena fermezza
cristiana e partigiana
il valore di un'intesa
salvatrice della patria e dell'umanità.

l'Unità”, 25 aprile 1958

Le nocciole e le origini dell'orzata (Giuseppe Mantovano)


Le nocciole nell'antichità ebbero un vasto impiego nel campo dolciario. Nel manuale attribuito ad Apicio vengono usate per un dolce a base di miele, vino puro, passito e ruta con pinoli, noci, spelta lessata, nocciole tostate e sminuzzate. Venivano chiamate anticamente pontiche, secondo Plinio perché provenienti dal Ponto o avellane forse perché la zona di migliore produzione in Italia era allora quella di Avella cittadina della Campania. All'esame della medicina antica, ripresa ancora in epoca rinascimentale, le nocciole facevano male allo stomaco, ma se pestate e bevute nell’acqua mielata guarivano la tosse vecchia, arrostite e mangiate con un poco di pepe maturavano i catarri, bruscate assieme ai gusci e tritate in polvere con grascia ovvero grasso d'orso facevano rinascere i capelli, eterno problema dell’uomo vanitoso. Dicevano alcuni che la cenere dei gusci applicata nella fronte dei fanciulli mischiata con olio avrebbe trasformato i loro occhi bigi in neri. Cosa avevano mai di colpevole gli occhi bigi? Forse perché assimilabili a quelli dei gatti spesso personificazione del maligno.
La nocciola assume sempre più importanza con la diffusione dello zucchero. Bartolomeo Platina nella seconda metà del Quattrocento ci ricorda che le nocciole, così come le mandorle, i pinoli, la cannella, i semi di coriandolo, messe a bagno nell'acqua pulita e poi immerse nello zucchero sciolto diventano confetti. E sono quei confetti che chiuderanno i grandi pranzi di corte sino a quando lo sviluppo della confettureria non darà alle nocciole un più ampio sviluppo. Fra i tanti impieghi delle nocciole l'anonimo autore settecentesco delle «Confetturiere Piemontesi», suggerisce quello per una fresca bevanda estiva: l'orzata. «Pestate ben fine tre once di nocciole già mondate con l'acqua calda e assieme tre once dei semi freddi, e di tanto in tanto bagnatele con alquanto d’acqua, acciò non si convertano in olio; e quando saranno ben peste stemperatele in un catino con una pinta d'acqua; poi passatele più volte per una tovaglia bagnata e quando saranno ben passate mettetevi tre once di zucchero col succo di mezzo cedro che mescolerete bene col detto succo delle nocciole e quando lo zucchero sarà liquefatto, passate ancora una volta l'orzata nella tovaglia, poi mettetela a rinfrescare».
Il repertorio di dolci a base di nocciole diventa sempre più vasto. L'industria ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. Con pane e «nutella» si scavalcano i picchi più alti delle montagne, si portano a compimento le imprese più ardue. La nocciola trasformata in crema equivale agli spinaci di Braccio di Ferro. Ma tornando alle ragioni dei gusto cosa sarebbero i baci di dama al cioccolato e certi «brutti ma buoni» proposti come dessert anche dalla grande ristorazione del nostro tempo, senza il contributo delle nocciole? E c'è infine in estate ma anche in ogni stagione dell’anno l'uso della nocciola triturata nel gelato di crema gianduia. Il nome Gianduia ci riporta nelle Langhe dove è celebre una torta popolare che qui ha un sapore più alto e nobile che altrove per via della nocciola «gentile». Un dolce questo che più dell'estate ama le atmosfere, tuttavia non molto lontane, del malinconico autunno.

“L'arcigoloso – l'Unità”, 28 agosto 1989

Un ebreo non ebreo (Cesare Cases)


Essere ebrei è una faccenda terribilmente complicata. Io per esempio mi ritengo ebreo pur non essendo sionista e trovandomi bene tra gli italiani, di cui mi cullo nell’illusione che siano «brava gente» (e in buona parte lo sono anche se ho appreso che per ordine del Duce in epoca non sospetta - 1932 - Guglielmo Marconi scriveva una E accanto ai nomi dei candidati ebrei all’Accademia d’Italia, che così non venivano eletti), e pur essendo ateo. Questa seconda precisazione è necessaria oggi in tempi di religioneria imperante anche nella sinistra; non lo sarebbe stata ai tempi di Marx e di Engels, quando costoro potevano scrivere che la critica della religione era «cosa fatta» in Germania (ma anche in Inghilterra) e quasi tutti gli intellettuali erano atei o facevano finta di esserlo. Perché allora mi ostino a definirmi ebreo? Per la semplice ragione che con minor fortuna sarei finito a Auschwitz. Come afferma Sartre, non è l’ebreo che crea l’antisemita, ma l'antisemita che crea l’ebreo.
Come si situa nell’attuale costellazione del mondo, in cui ce rischio che il conflitto del Medio Oriente si trasformi in una deflagrazione definitiva, un siffatto «ebreo non ebreo», per riprendere il titolo dell’ultimo libro di Isaac Deutscher? Anzitutto egli non farà finta, come sembra fare Stefano Levi della Torre (in una lettera a “l'Unità dell’11 aprile) che tutto cominci adesso. Per utilizzare un immagine dello stesso Deutscher, si è trattato del salto di un individuo malconcio e azzoppato, sopravvissuto ad Auschwitz, sulle spalle di un altro che risiedeva da tempo in quel luogo. Sarebbe stato bello se avesse avuto ragione Max Nordau con il suo slogan: Una terra spopolata per un popolo senza terra.
Purtroppo la Palestina non era spopolata. Io sono del parere che, una volta risolto a favore dell’ebraico più o meno biblico il conflitto con l’jiddish, non ci fosse ragione di ignorare la profonda parentela tra popolazioni e lingue semitiche. È nel giusto Uri Avneri che sottolinea la convergenza di entrambe, che già una volta, ai tempi di Maimonide e di Averroè, aveva prodotto splendidi frutti. Ma la storia non segue sempre, anzi quasi mai, le vie della ragione. Non si era più ai tempi degli abassidi, l’impero ottomano era crollato e gli ebrei che finanziavano il sionismo erano adepti del capitalismo, se si prescinde dall’esperienza dei kibbutzim di cui si sente la nostalgia negli scritti di Amos Oz. Quando nel 1948 il paese fu diviso e al dramma degli ebrei succedette il dramma dei palestinesi, questo conflitto si presentò fin dall’inizio in forma di conflitto tra civiltà rurale e cittadina, tra sviluppo e sottosviluppo. E gli israeliani salvo rare eccezioni non fecero nulla per dissipare tale impressione, per esempio accogliendo arabi ed ebrei nello stesso sindacato. Ancor oggi un giornale certamente non sospetto come “la Repubblica” parla della morte di «13 israeliani e alcune decine di palestinesi». Gli individui si contano, gli altri no. Sicché Israele apparve sempre più come una semplice emanazione degli Stati uniti, da cui almeno nei primi anni dipendeva economicamente. Quando poi le grandi potenze si ridussero ad una, questa continuò a identificarsi coi governi israeliani, compreso quello di Sharon, responsabile della seconda Intifada e dell’aggravarsi della situazione. Ora è arrivato Powell che si destreggia tra i due campi tenendo fermo che solo uno può essere accusato di terrorismo.
Perché? È qui che l’ebreo non ebreo non ci sta più. Egli è senz’altro d’accordo con Levi della Torre, Gad Lemer e (ahimè!) Giuliano Ferrara sulla necessità di salvare lo stato d’Israele, che lo merita, ma non condivide la paura che possa essere vittima del terrorismo. L’indebita estensione di questo concetto è già stata denunciata (cfr. “Le Monde diplomatique” dello scorso febbraio) e può giovare solamente a una politica imperialista. L’abbattimento delle torri gemelle è stato effettivamente un atto terroristico, preparato da lungo tempo. Ma si può dire altrettanto dei kamikaze palestinesi di ambo i sessi? Sottolineo: di ambo i sessi, poiché c’è una certa vulgata islamica secondo cui i maschi sarebbero lieti di suicidarsi per raggiungere il paradiso delle Uri. O non sarebbe meglio parlare di differenza di livello tecnologico e di livello di vita per cui è meglio rinunciare a questa se non si è in grado di combattere ad armi pari? O forse tali supposizioni sono dovute al mio inguaribile razionalismo, superato dalle tre confessioni religiose che fraternamente si contendono i Luoghi Santi? Poiché è chiaro che se non si fa la pace in Palestina non la si fa da nessuna parte e siamo alla vignetta in cui le scimmie annunciano che devono ricominciare da capo. Resta l’ipotesi di Heidegger: solo un Dio può salvarci. E laggiù ce riè addirittura tre. Speriamo che ci salvino.
Dopo tutto, a non crederci siamo rimasti solo in pochi.

il manifesto”, giovedì 18 aprile 2002

Stregonerie. Il bacio più infame (Armando Torno)


Nei testi sulla stregoneria apparsi tra la fine del Medioevo e il secolo dei Lumi si legge sovente il termine «sabba». Pare sia comparso la prima volta durante i processi di Carcassonne del 1318; nel Quattrocento, comunque, si diffuse. Di che si tratta? Evitiamo l'etimologia per dire semplicemente che era un convegno al quale partecipavano adepte di Satana. Tali donne, le streghe, dopo aver stabilito un patto con il signore delle tenebre per ottenere favori e poteri, si sarebbero ritrovate di notte in luoghi convenuti per compiervi riti orgiastici (sorta di antidoto blasfemo a quelli cristiani); in particolare si credeva che si unissero carnalmente al maligno. Esseri umani dai poteri magici – stando a quel che si legge nel famigerato Malleus maleficarum del 1487 – giungevano in volo cavalcando un animale, un bastone, una panca: nel luogo stabilito le attendeva il demonio, sovente nelle sembianze di un capro. Le streghe gli rendevano omaggio con l'«osculum infame». Fermiamoci a questo «bacio spudorato», giacché il resto della scena – secondo libri quali il Formicarius del 1475 o De lamiis et phitonicis mulieribus del 1489 – riguarderebbe parodie della messa, bestemmie, profanazione di ostie e irriverenze contro cose benedette.
«Osculum infame»: ci sono testimonianze del particolare bacio offerto alla regione sacrale del demonio già all'inizio del XII secolo (nel testo prototeatrale Ludus Theophili), le tracce della pratica si perdono soltanto alla fine del Seicento. Ne parlano documenti ufficiali della curia pontificia o si ritrova nelle «Chansons de geste», eccolo raffigurato nei manuali dell'Inquisizione; si immaginava come lo illustrano una scultura nello stallo del portale della cattedrale di Troyes o una xilografia di inizio Seicento nel Compendium maleficarum di frate Francesco Maria Guazzo. L'autore di quest'ultima opera era caro a Federico Borromeo, il cardinale de I Promessi Sposi: durante il suo episcopato a Milano si accesero nove roghi nei quali bruciarono altrettante disgraziate. Sono semplici cenni. Nella vicenda del legnaiolo geloso (e becco) dei Racconti di Canterbury di Chaucer si legge una deliziosa perifrasi: la bella Alison concede un bacio al chierico Assalonne, suo eterno spasimante, porgendogli il fondoschiena da una finestra. Il poverino non si accorgerà subito dell'inganno e Chaucer ne approfitta per ricordare che «baciò a lei l'occhio di dietro», sostituendo il volto al sedere. Altro si trova nei versi del trovatore provenzale Arnaut Daniel e altro ancora nella leggenda di Faust. Giunge sino a noi, pur escludendo la pornografia, come provano alcuni fotogrammi del film di Benjamin Christensen Häxan (1922); di certo non si spiegherebbe, senza ricorso all'«osculum infame», l'attività del gruppo Folk belga «Kiss the Anus of a Black Cat» che nel 2012 ha pubblicato l'album Weltuntergangsstimmung con musiche che evocano, appunto, l'atmosfera della fine del mondo.
Questa storia infinita l'ha ricostruita una filologa romanza, Pantalea Mazzitiello, nel libro Il bacio spudorato, prefato da Franco Cardini. È una ricerca condotta tra testi irriverenti e cerimonie simili a “messe rovesciate”, cercando le mille attinenze e le contaminazioni che ebbe la pratica, i suoi significati simbolici, le trasformazioni.
Si scopre, tra l'altro, che tra il sabba e il carnevale sussiste un nesso, giacché entrambi sono «movimenti verso il basso»: il primo «non porta a una nuova vita, bensì all'altra vita, quella dell'aldilà»; il secondo conduce alla rinascita e al rinnovamento, «alla festosità per gli aspetti corporali e terreni, sfogando le tensioni insite nella rigidità sociale che vige tutto l'anno».
La maschera, grazie al suo aspetto innaturale, rompe i legami tra l'uomo e il mondo e consente un viaggio tra due realtà opposte. Arlecchino, per esempio, prima di essere il personaggio burlesco della commedia borghese, giunge dal mondo infernale. La sua apparizione nell'Historia ecclesiastica del monaco inglese Orderico Vitale (XII secolo), lo mostra come un «selvaggio condottiero della schiera dei morti senza pace»; Dante parla di Alichino, uno dei diavoli della quinta bolgia (canti XXI e XXII dell'Inferno) il cui nome deriverebbe da Hellequin, Harlekin: gli elementi grotteschi, già nella Commedia, si evolveranno trasformandolo.
L'«osculum infame» nella letteratura contemporanea italiana è stato reso, dagli anni Sessanta, con il volgare e laico «leccaculo». Lo testimoniano Gadda e Bassani tra i primi. In tal caso è superflua ogni chiosa. Gli esempi sono troppi.

Il Sole 24 Ore Domenica”, 1 marzo 2015

Un comizio di Togliatti, nella bianca Lucca (Mario Tobino)


Quello che mi incantò fu il suo linguaggio che era insieme popolare, inteso da tutti, eppure ogni motto guardingo, puro italiano, ogni parola specchio esatto di ciò che voleva esprimere, ogni parola giusta a "sollecitare" il cuore e la mente di chi lo ascoltava. La piazza era gremita. Il comizio si svolse in silenzio, acuta in tutti l'emozione. Parlava il capo dei loro nemici, di loro lucchesi, bianchi, come un predicatore, dal pulpito, con calma, un'eco solenne... tale preciso parlare parve anche un omaggio a quel popolo che lì, sotto il piccolo palco, ascoltava e la lingua italiana, il dittaggio, eccome se lo conosceva e lo coltivava, eccome se attraverso i secoli aveva conservato il bel parlare, la lingua italiana.

Da Tre amici, Oscar Mondadori 2001

24.4.18

La Musa ai bagni. Una “poesia delle vacanze” di Gabriele D'Annunzio


L'espressione “poesia della vacanza” è stata adoperata per indicare gran parte della poesia dannunziana di fine Ottocento ed anche l'Alcyone, da tanti considerato il capolavoro della lirica del “vate” pescarese, può per molti aspetti ricondursi a quella indovinata denominazione. Quello che segue è un testo che può dirsi “poesia delle vacanze” in senso più proprio e stretto e - collegata com'è al primo emergere della società di massa - è anche un testo pubblicitario. 
D'Annunzio vi esalta le gioie della balneazione nei lidi della sua città natale con piglio parodistico. L'incipit rammenta quello dell'Iliade tradotta dal Monti e l'ottava ariostesca si nutre di citazioni dell'Ariosto; il lettore di poesia non tarderà peraltro a rintracciare altre riprese e allusioni. 
Non si può dire che la poesia sia una gran cosa, ma a me piace l'ironia di taluni passaggi: per esempio la lode dei “comunali annaffiatoi” o il blando erotismo gallista cui fanno da contrappeso provinciali e meridionali gelosie. (S.L.L.)
La "riviera" di Pescara in una foto del primo Novecento
Cantami, o verde Musa balnearia,
oggi il vago paese di Pescara,
dove un medicinal balsamo è l’aria
e la pigion di casa non è cara,
dove una grande selva solitaria
cresce tra l’acqua dolce e l’acqua amara,
una selva che l’ombre ha profumate
e benigne a le coppie innamorate.

Il marchese del Vasto è pio signore
de la selva che tante arene abbraccia.
Ivi chiome di pini ampie e canore
ondeggiano; e ciascun tronco s’allaccia
a l’altro; e ne ’l misterio de l’albore
i tronchi paion centomila braccia
che tutte si protendano ne l’alto,
pronte ad un qualche gigantesco assalto.

Ivi i bagnanti, e le bagnanti, quando
tramonta Febo dietro Montecorno,
si sparpagliano a stuoli, e ragionando
vanno e cogliendo le mortelle in torno.
Se de la luna il corno venerando
sale ne ’l ciel, l’acuto e roseo corno,
fioriscon l’ecloga ed il reuma a ’l lume
castissimo, secondo il buon costume.

Or migrano da l’Aquila, da Chieti,
da Teramo, da tutte le province,
i cittadini; e vengono ai quieti
lidi d’Aterno, qui dove li vince
l’ozio beato a l’ombra dei mirteti
(oh rima rara come occhio di lince!),
e dove la salubre aura marina
tanta ha copia di sale e di resina.

Da l’altra parte, che Castellammare
si appella, sorge uno stabilimento;
sorgono molte ville ilari e chiare
lungo la strada; e in fresco ondeggiamento
i platani da ’l tronco secolare
lungo la strada cantano col vento.
Van smorzando la polve annaffiatoi
rustici, tratti da cavalli e buoi.

Bello è veder passare i comunali
annaffiatoi per la riarsa via!
Dolce è sentir suonare in su i piazzali
l’organetto gentil di Barberia!
Dolce è sorbire i pezzi glaciali,
a ’l Caffè grande, in lieta compagnia,
e quindi su le tavole sonanti
danzar con le pieghevoli bagnanti!

Ma più bello e più dolce anco è vedere
il solco de le membra feminine
per mezzo a l'acque e l'onda de le nere
o bionde chiome a l’aure levantine
e il furtivo apparir, tra le leggere
spume, di spalle marse o marrucine,
e di ginocchi teramani, e d’anche
frentane e di vestine gambe bianche.

Voi, o signora, a cui dentro i quieti
laghi delli occhi amor torpido stagna,
e brilla qual ne’ fondi alti e secreti
l'oro de le galee del re di Spagna,
voi, diva in una corte di poeti
macra che vi sospira e che si lagna,
perché occultate il bel corpo ideale
a noi, temendo l'ira maritale?

E voi, signora dalle chiome flave
e da la pelle bianca più che latte,
e voi, signora a cui dentro il soave
occhio l’azzurro col verde combatte,
e voi, signora da ’l sorriso grave
e dall’ ampie pupille stupefatte,
voi perché, paventando le fortune
de l’acqua, non lasciate mai la fune?

Or taci, Musa verde. Immenso raggia
ne 'l pieno sole pomeridïano
il mare, e pe ’l silenzio de la spiaggia
perdesi lentamente il canto vano.
Vieni, o Musa: facciam opera saggia.
Vieni: ci annegheremo piano piano.
O cronisti, o cronisti, o tutti voi
colpevoli, annegatevi con noi!

“La Tribuna, 9 agosto 1885, ora in Tutte le poesie, Vol.III, Newton Compton, 1995

Piketty, ora la contesa è tra sinistra bramina e destra dei mercanti (Stefano Lepri)

Thomas Piketty

Alle elezioni del 4 marzo ci si è stupiti che il Pd sia andato bene quasi solo nei quartieri migliori di Roma, Milano e Torino. L’apparente paradosso che ha attratto i cronisti non ha in realtà nulla di strano, né di particolarmente italico; nemmeno forse è passeggero. Indica il punto dove è giunta una lunga storia.
Per riesaminare gli schemi con cui interpretiamo la politica, molti elementi erano già disponibili; occorreva montarli insieme. Ci prova ora Thomas Piketty, il noto autore di Il capitale nel XXI secolo (Bompiani 2014), con uno studio ricchissimo di dati, Brahmin Left vs Merchant Right: Rising Inequality and the Changing Structure of Political Conflict, accessibile sul sito www.piketty.pse.ens.fr. Mostra che sia il voto a sinistra della borghesia colta, sia la protesta popolare contro tutte le élite hanno radici profonde.

Usa, Francia e Inghilterra
Una grande mutazione è maturata per gradi nel corso degli ultimi sessant’anni. Quando il dopoguerra ha riportato la democrazia in tutti i grandi Paesi dell’Occidente, a votare per la sinistra erano innanzitutto i poveri. La discriminante politica principale era quella che alcuni chiamavano lotta di classe.
Lungo i decenni - lo studio esamina Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna - nell’elettorato della sinistra ha acquistato peso, fino a dominare, il livello di istruzione. Alla destra rimane invece l’ammontare del patrimonio (chi nasce ricco vota da quella parte); il livello di reddito personale, un tempo decisivo, influisce poco. Ne risulta che sempre più destra e sinistra rappresentano due élite rivali, una di censo e l’altra di cultura: Piketty, citando con ironia le caste indù, conia i termini «mercanti» e «bramini». Caste, per l’appunto, dirà qualcuno in Italia. Di fronte a esse, il popolo si è man mano ricollocato, secondo linee diverse da quelle del XX secolo.

La nuova spaccatura
La soglia che segna il mutamento, secondo lo studioso francese, è il momento in cui il 10% più istruito della popolazione comincia a votare più a sinistra del restante 90%. Secondo i dati da lui raccolti, Usa e Francia l’hanno varcata durante la seconda metà degli Anni 60 (il Sessantotto potrebbe entrarci qualcosa), la Gran Bretagna durante gli Anni 80. Dunque ben prima della globalizzazione e dell’afflusso massiccio di immigrati si indebolivano le ragioni classiste del voto a sinistra. I fenomeni recenti hanno aggiunto fattori di ricollocazione politica nuovi (eppure già visti: all’inizio del XX secolo, nei Paesi di immigrazione come Usa e Australia erano xenofobi i sindacati dei lavoratori).
Quanto la globalizzazione abbia accelerato la tendenza già presente, avverte Piketty, lo potrà dire l’estensione delle ricerche ad altri Paesi. Certo nella spaccatura di oggi - trasversale a quella destra/sinistra - tra chi sostiene l’apertura al mondo e chi vuole ripiegare sulle identità e sulla sovranità nazionale, il grado di istruzione conta assai. Negli Usa vota per il Partito democratico il 51% di chi ha una laurea breve, il 70% dei laureati ordinari e il 75% di quelli con diploma di terzo ciclo; nel 1948 erano nell’insieme il 20%. I francesi 60 anni fa votavano a sinistra per il 38% se laureati, per il 57% se con licenza elementare o meno; ora al contrario circa 60% i primi, 45% i secondi.
Piketty ha guadagnato fama documentando che le disuguaglianze nei Paesi avanzati sono parecchio cresciute negli ultimi due o tre decenni. Ma perché, si interroga ora, al contrario la gente se ne preoccupa di meno? Oggi appena il 51% dei francesi ritiene che lo Stato dovrebbe togliere qualcosa ai ricchi per darlo ai poveri; quindici anni fa erano il 63%.
Il mercato globale sembra arricchire una minoranza. Tuttavia l’azione dello Stato, se guidata dalla sinistra, può apparire vantaggiosa solo a una differente élite. Di qui il populismo. In Francia, una buona quota del 51% ostile ai ricchi vota Marine Le Pen. Ovunque è in voga la polemica contro gli «esperti», anche quando non collegabili alla sinistra, come la Banca d’Inghilterra a proposito della Brexit.

Intanto in Italia
D’altra parte una sinistra «bramina», votata da tutte le fasce di reddito, non sa se occorra premiare merito e iniziativa oppure puntare ancora sull’eguaglianza. In Italia, basta guardare le giravolte dei governi a guida Pd sull’istruzione: prima con la «Buona scuola» si promette di incentivare i migliori, poi per contrastare la perdita di consensi si sceglie una ministra vicina ai sindacati.
Benché la destra soffra dilemmi analoghi, tipo la scelta tra prezzi bassi del supermercato e sopravvivenza del bottegaio, a Piketty preme la sorte della sinistra. Dal suo lavoro alcuni, come l’economista turco-americano Dani Rodrik, concludono che bisogna tornare alle ricette egualitarie tradizionali. I risultati elettorali di Leu in Italia o della Linke in Germania non incoraggiano; Piketty ribatte suggerendo una nuova sintesi tra egualitarismo e internazionalismo.
Intanto le carte della politica continuano a rimescolarsi, seppure con soluzioni delle quali è arduo prevedere la stabilità: Emmanuel Macron va oltre destra e sinistra puntando sul merito e sugli esperti, i Cinque Stelle cercano un opposto finora non chiaro. La mutazione continua, chissà verso dove.

“La Stampa”,19 aprile 2018

Non c’è democrazia senza eguaglianza (Salvatore Settis)



La Costituzione non indica vaghi principi, ma obiettivi precisi e spiega come raggiungerli.
Il dibattito politico però ha rimosso il tema nelle sue declinazioni cruciali, l’accesso alle cure e alla cultura

Vita dura per chi, negli estenuanti negoziati all’inseguimento di ipotetiche alleanze di governo, cerca col lanternino non solo qualche rada dichiarazione programmatica, ma un’idea di Italia, una visione del futuro, un orizzonte verso cui camminare, un traguardo.

Salvatore Settis
Al cittadino comune non resta che gettare un messaggio in bottiglia, pur temendo che naufraghi in un oceano di chiacchiere. La persistente assenza di un governo è un problema, certo. Ma molto più allarmanti sono altre assenze, sintomo che alcuni problemi capitali sono stati tacitamente relegati a impolverarsi in soffitta. Per esempio, l’eguaglianza.
Di eguaglianza parla l’articolo 3 della Costituzione, e lo fa in termini tutt’altro che generici. Non è uno slogan, un’etichetta, una predica a vuoto destinata a restare lettera morta. È l’articolo più rivoluzionario e radicale della nostra Costituzione, anzi vi rappresenta il cardine dei diritti sociali e della stessa democrazia. E non perché annunci l’avvento di un’eguaglianza già attuata, ma perché la addita come imprescindibile obiettivo dell’azione di governo. L’articolo 3 dichiara che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, ma non si ferma qui, anzi quel che aggiunge è ancor più importante, e non ha precedenti in altre Costituzioni. “La Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. L’eguaglianza fra i cittadini è qui affermata attraverso la loro dignità sociale. La dignità, raggiunta mediante il lavoro, è identificata con il pieno sviluppo della persona. Dignità, sviluppo della persona e lavoro convergono per creare equilibrio fra i diritti del singolo e i suoi “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). La democrazia secondo la Costituzione è dunque “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, e il suo protagonista è il cittadino-lavoratore: perciò l’art. 4 garantisce il diritto al lavoro. Questa idea di democrazia risulta dalla somma di dignità personale e sociale, lavoro, eguaglianza, solidarietà. Dà forma concreta alla sovranità popolare dell’art. 1, ed è il fondamento di larga parte della Carta: non solo gli articoli sui diritti e doveri dei cittadini e sui rapporti etico-sociali (artt. 13-34), ma anche quelli sui rapporti economici (artt. 35-47) e politici. Una parte, questa, che include anche la seconda parte della Costituzione (Ordinamento della Repubblica).
Irraggiandosi su tutta la Costituzione, il principio di eguaglianza sostanziale introdotto dall’art. 3 comporta il progetto di una profonda modificazione della società. Qualcosa da cui siamo, in tempi di impoverimento crescente, di alta disoccupazione e di crescita delle disuguaglianze, più lontani che mai. Quel testo così rivoluzionario fu il “capolavoro istituzionale” di Lelio Basso e Massimo Severo Giannini, allora capo di gabinetto del ministero della Costituente, retto da Pietro Nenni. Dal libro sull’art. 3 di Mario Dogliani e Chiara Giorgi (nella bella serie sui principi fondamentali della Costituzione pubblicata da Carocci) risulta anche il contributo in Costituente di Moro, La Pira, Fanfani. Ma questa “norma-cardine del nostro ordinamento costituzionale” (Romagnoli), che dovrebbe ispirare ogni legge e ogni atto del Parlamento e dei governi, è stata troppo spesso ignorata. Eppure il traguardo costituzionale dell’eguaglianza, data la sua straordinaria, visionaria forza e ricchezza, dovrebbe essere la stella polare di qualsiasi programma di governo.
Per fare solo qualche esempio: il diritto alla salute prescritto dall’art. 32 della Costituzione è palesemente uno strumento di eguaglianza, dunque dev’essere identicamente garantito a tutti. Ma ognun sa che vi sono regioni (specialmente nel Sud) dove il costo pro capite della sanità è assai più alto che in altre (Centro-Nord), mentre i servizi offerti sono molto meno efficienti; per non dire della quota di famiglie impoverite che, a causa delle crescenti spese (ticket etc.), tendono a rinunciare a ogni cura (28.000 nuclei familiari in Calabria, 69.000 in Sicilia). C’è forse un piano per correggere questa stortura? E come rimediare alla crescente disoccupazione giovanile (58,7 per cento in Calabria)? Il “reddito di cittadinanza” è un rimedio ma non una risposta, e una vera politica del lavoro e della piena occupazione è di là da venire. A fronte di una Costituzione che individua nel lavoro l’ingrediente essenziale della dignità della persona e della democrazia, quali sono i progetti dei partiti? Per fare solo un altro esempio: anche la cultura, e in particolare l’istruzione scolastica, è secondo la Costituzione un ingranaggio irrinunciabile della dignità personale, dello sviluppo della persona, e dunque della democrazia. Ma che cosa si intende fare per invertire la rotta di una crescente disuguaglianza di classe favorita da una scuola che è stata battezzata “buona” proprio nel momento in cui da cattiva diventava pessima? E da cosa nascerà l’innovazione e lo sviluppo (dunque anche l’occupazione), se l’Italia investe in ricerca l’1,3 per cento del Pil, contro il 3,3 per cento della Svezia, il 3,1 per cento dell’Austria, il 2,9 per cento della Germania? E se l’università è mortificata da pessimi criteri di valutazione della ricerca, strangolata dalla persistente carenza di fondi, umiliata dalla precarizzazione crescente dell’insegnamento?
L’eguaglianza non è un traguardo facile, ma ignorarlo vuol dire calpestare quella stessa Costituzione che i cittadini hanno difeso nel referendum del 4 dicembre 2016. Quel voto, e così quello del 4 marzo di quest’anno, chiedono radicali cambiamenti, ma in quale direzione? Per uscire dalla palude bastano volti nuovi, nuove alleanze, nuovi slogan? Da questo Parlamento e dal futuro governo dovremmo esigere la competenza e l’immaginazione necessarie a indicare un traguardo degno della nostra Costituzione e della nostra storia. Un futuro per cittadini-lavoratori che nella dignità della loro persona e nella solidarietà riconoscano l’alfabeto della democrazia e la speranza per le nuove generazioni.

Il Fatto 19.4.18

Considerazioni sulla pace e sul disarmo (Jorge Luis Borges e Riccardo Campa, 1984)


Nel 1984 “il manifesto” pubblicò in anteprima alcune considerazioni sul disarmo, la guerra e la pace, che la scrittore argentino Jorge Luis Borges aveva scritto a quattro mani con il suo amico e ospite Riccardo Campo, ispanista, al termine di una sua visita in Italia che aveva ottenuto il crisma dell'ufficialità grazie ad un lungo incontro con il Presidente della Repubblica italiana del tempo, l'indimenticabile Sandro Pertini. La riprendo insieme ad una nota esplicativa siglata “l.phoe”, nom de plume che non so a chi attribuire. (S.L.L.)
Juan Luis Borges e Riccardo Campa a Roma, nel 1984

La guerra ha sempre costituito un dramma per l'umanità. La guerra non è soltanto tuffetto delle pulsioni umane, "Il "precipua to storico di tendenze destinate a influenzare la storia. Essa rappresenta sempre un epilogo; e quindi una corruzio-Tutti gli esseri, nascono, vivono e muoiono: tutti gli esseri sono quindi candidati alla morte. Ma la morte è il limite della generosa impresa individuale una volta infrante le barriere di quel precario equilibrio nel quale consiste la vita.
Non si può quindi sostenere che la guerra è il compendio della defezione umana, della decadenza biologica dell’uomo perché nella guerra si manifestano in forma spesso enfatizzata quelle aspirazioni prometeiche e faustiane dell’uomo, che si illude di superare la linea divisoria del bene e del male e di sconfinare in un campo aperto privo di remore, congetture, previsioni. La guerra suborna le coscienze e le illude intorno all’autentico regime dell’assoluto: le guerre infatti si combattono all’insegna di un ideale, di un’ideologia, di un simbolo o di un pregiudizio (razziale).
La giustificazione della guerra tome metabolismo culturale (scambio di informazioni, redistribuzione delle risorse) prescinde dai propositi individuali: sembra che un demone s’impossessi di pochi uomini — o di uno solo — e questi riescano a sconvolgere con il concorso di tutti gli altri gli equilibri esistenti in un determinato momento storico.
Il demone continua a suscitare fantasmi; prorompe inconsapevole nell’etimologia della coscienza, fa razzia di ogni scrupolo etico o morale, confida nell’inganno, nell’autoinganno dell’uomo. Ognuno per un po’ di tempo si astrae, rimane assente dalla scena del mondo e agisce in prospettiva, nei recessi di una nuova immensa galassia di umori, energie, atmosfere recondite.
L’uomo della guerra si trasforma in pneuma: è alito nelle mani dell’Artefice. Si scontra con il fato, con le vestigia dell’empito creatore. La distruzione e la rinascita giacciono come idee nel grembo del tempo: l’uomo le rende evidenti, le rende palesi nei modi e nelle forme più congeniali alle sue risorse imitative. La guerra è una operazione allo specchio: tutti possono fingere con se stessi, possono accedere alla vanagloria come contrappunto dell’ozio di pochi in tempo di pace, come gestori del rivolgimento endemico dell’universo. La guerra rigenera soltanto i propositi di distruzione. Ogni dopo - guerra, infatti, è un nuovo cantiere, una nuova scalata all’Olimpo, del benessere e all’estrema atarassia. La guerra funge da alternativa all’ozio; è la sofferenza diffusa — socializzata — rispetto al valore esistenziale senechiano ed esclusivo. La guerra come democrazia della sofferenza si scontra quindi con l’aristocrazia del dolore.
Nella guerra si sono fusi infiniti embrioni di idee, si sono dissolte alcune passioni (civili) e si sono rivalutate tendenze, belluine, inconfessabili terminali di insensibilità. Tutto sembra precipitare, tutto sembra essere rimosso dal suo posto: un moto incessante s’abbatte sulle cose e le attraversa al loro interno fino a dissolverle. Il vento della steppa e la trasparenza del deserto si alleano in una lenta trasfigurazione del reale. Il guerriero s’illude di ritornare a vagire, di ritornare a cogliere i moti ciliari, le intime vibrazioni del creato; e di legiferare come un nuovo Mosè da un monte isolato sulla testa degli uomini che in basso spiano le mosse del messia e ne interpretano i segni prima ancora che siano espliciti, in una disperata corsa alla diffidenza reciproca.
Si recita di nuovo il copione dell’attesa: della manna celeste che folgora come il sospetto le menti meno proclive alla speranza.
La guerra — dice Juan Bautista Alberdi — è la perdita temporanea del giudizio, una sorta di vertigine collettiva che disgrega gli insiemi sociali esistenti nella presunzione di ricostituirli con il concorso di circostanze non ancora verificatesi. La guerra è una forma di amministrazione della «giustizia criminale»; e pertanto il culto del militarismo è un modo per falsificare la storia.
Già nella seconda metà del secolo scorso Alberdi sostiene l’inevitabilità della guerra e la necessità di renderla meno frequente, meno crudele e disastrosa. Questa previsione diventa tanto più attendibile quanto più ci si approssima all’epoca atomica, al nostro tempo, dominato dal pericolo della distruzione totale. La insostenibilità della contesa — se non in forma mimetizzata o sublimata — consente un margine all’immaginazione e all’utopia. Le stesse necessità che fomentano tradizionalmente i conflitti possono essere soddisfatte con altri meccanismi e altri criteri che non siano quelli dello scontro frontale fra belligeranti.
La tecnica ha creato un’intesa globale sul pericolo, ha già creato un’internazionale della paura, alla quale non si può rispondere che nel modo meno consueto alla valutazione dei vantaggi particolari. La sopravvivenza del genere umano è diventata un’aspirazione soggettiva. La guerra come sofisma - elusione e non risoluzione delle questioni — impone una definizione della pace che faccia astrazione del senso comune, della comune condizione del bene soggettivo in qualche modo contrapposto al bene universale.
Tutte le guerre — afferma Alberdi — pretendono d’essere difensive; di fatto non si giustificano se non come una sottovalutazione dei pericoli impliciti nella discriminazione al benessere che alcuni popoli attuano nei confronti di altri. Il mondo moderno rinuncia al rumore della gloria e a tutti quegli eccitanti giustificativi della lotta e perfino dell’individuazione del nemico.
La crisi della conoscenza, dell’unità della conoscenza e l’avvento del pluralismo conoscitivo hanno apportato un solo beneficio: hanno privato l’umanità dei tradizionali bersagli, del manicheismo concettuale e comportamentale.
La possibilità che s’intravede come benefico effetto di tale impasse è che una potenza egemone — quella a più alto livello diciamo così di coesione politica e amministrativa — corra il rischio del disarmo e obblighi moralmente la sua controparte a fare altrettanto.
Il presidente della Repubblica italiana è un grande testimone morale e un grande interprete dell’inquietudine del mondo. Egli è un autentico pacifista: qualcosa come un profeta disarmato e al tempo stesso un testimone delle aspirazioni più o meno esplicitamente espresse da un grande esercito di uomini e donne inermi, che nel lavoro quotidiano cercano il senso dell’esistenza.

IL TESTO
Una domenica Ostia Antica, leggendo Alberdi (l.phoe)
Al termine della sua visita «ufficiale» in Italia, Jorge Luis Borges ha scritto a quattro mani con il suo amico e ospite Riccardo Campa, professore universitario e ispanista, alcune considerazioni comuni sul disarmo, la guerra, la pace. Il testo, che presentiamo in anteprima, è scaturito dalla lettura di un raro volume argentino che, nel 1837, Juan Batista Alberdi ha dedicato a questi temi. Per il suo contenuto polemico e antimilitarista, il libro (che si intitolava El crimen de la Guerra), è stato a lungo proibito da tutte le dittature.
Borges ha approfittato dell’unico giorno di riposo (la domenica, trascorsa a Ostia antica con l’amico italiano e con l’infaticabile assistente Maria Kodama) per «scrivere» questo saggio «pacifista».
Lo stile del testo, lo si vede subito, non è «borgesiano». Ciò non dipende solo dal fatto che il letterato cieco è intervenuto con le sue osservazioni e riflessioni su una struttura scritta da Riccardo Campa. È piuttosto uno di quei casi in cui ci sembra giusto che il suo stile inimitabile e quindi fin troppo imitato, il culto borgesiano dell’avverbio, del paradosso, dell’esordio a sensazione e erudito, non prevarichino il contenuto. Forse «lo stile è l’uomo», ma troppo spesso leggiamo Borges come se non avesse nulla da dire al di là della scrittura, come se lo stile fosse un orpello fine a se stesso che combacia con una materia futile, preziosa e bizantina. Stavolta, anche con un’intervista che, si spera, rivelerà un pensiero inedito di Borges, possiamo andare dritti a catturare il suo messaggio, senza l’anestesia di troppe frasi «memorabili».

“il manifesto”, 20 ottobre 1984

statistiche