15.2.19

Tra realismo e cinismo. Il breviario del Cardinale Mazzarino: vizi privati mascherati da pubbliche virtù (Clotilde Doni)


Non rispettava la parola data, tardava nel liquidare i creditori ma, soprattutto, si muoveva a proprio agio tanto sul proscenio, quanto nei retroscena del potere, abile e capace come pochi di tessere la trama delle sue oscure e continue manovre. Risponde a questo profilo, il Mazzarino consegnatoci da certe cronache e dalla tradizione popolare. Cronache e tradizione alimentate anche da Alexandre Dumas che di Mazarino (nella variante con una sola «z») fa uno dei protagonisti di Vent'anni dopo e del Visconte di Bragelonne, seconda e terza «tappa» del suo Ciclo dei moschettieri.
Nato a Pescina, nei pressi dell'Aquila, nel 1602, morto a Vincennes nel marzo cinquantanove anni dopo, Mazzarino ricoprì - temutissimo - la carica di Capo Ministro, sotto Luigi XIV. È in questa veste che gli vennero attribuite le pagine, probabilmente apocrife, del Breviarium politicorum scritto in latino di cancelleria, un «latinus grossus» ma non per questo meno «vivo» e pubblicato (sempre col beneficio del dubbio, soprattutto sul luogo) per la prima volta a Colonia, nel 1684. Solitamente presentato ai lettori nella versione del 1698, il Breviario dei politici secondo il Cardinal Mazzarino (Nino Aragno editore, pagine 140, euro 12) appare ora, per la cura di Serafino Balduzzi e con una nota di Umberto Eco, nell'edizione del 1723, la più completa.
Nella sua introduzione, Balduzzi sottolinea come, benché comunemente ascritto alla «vasta famiglia degli apocrifi, che si diffondono dopo la morte di celebri personaggi», il libretto in questione possieda caratteristiche del tutto insolite. Genesi e intenti del testo, infatti, «appaiono assai più chiari a supporlo opera del cardinale, anziché di un ignoto ammiratore-detrattore». Di certo, tutto si può supporre, tranne che il Breviarium politicorum secundum rubricas Mazarinas (questo il titolo completo dell'edizione a stampa del 1684) sia opera di un volgare falsario. Quello che conta, suggerisce Balduzzi, è che risuoni la voce la voce del Cardinale e, sia o non sia lui lo scrivente, il suo punto di vista sia assunto senza il tono delle cosiddette «mazzarinate», dove è invece è la voce dei suoi detrattori a farsi sentire con più forza.
D'altra parte, l'opinione generale che l'opera non possa che essere apocrifa si fonda - sempre in via indiziaria - sul contrasto fra alcune massime e la concreta condotta politica del personaggio storico di Mazzarino. Un'opinione a dir poco ingenua, se si considera quanto l'incoerenza praticata per fini strategici e la pratica del «particulare» facessero a maggior ragione parte del profilo storico del Cardinale. A questo andrebbe aggiunto quanto osservava Croce nella sua Storia dell'età barocca in Italia, ovvero che «l'arte del simulare e del dissimulare, dell'astuzia e dell'ipocrisia, era, per le condizioni illiberali della società di allora, assai praticata, e forniva materia agli innumerevoli trattati di politia e di prudenza».
Conosciuto, disprezzato o apprezzato nelle traduzioni francesi che presero ben presto a circolare, il Breviario si collocava - mantenendo però tratti di originalità - in una scena culturale segnata e in qualche modo preparata da altri due noti manualetti: L'oracolo manuale o arte di prudenza di Baltasar Gracian e Della dissimulazione onesta di Torquato Accetto. Ma né Gracian, né Accetto erano uomini di potere. Mancava loro lo sguardo «tecnico» e forse anche cinico del grande successore di Richelieu.

il manifesto, 16 settembre 2009

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