5.4.15

Medioevo cristiano. I peccati di parola (Maria Corti)

Ugo di San Vittore
Per nostra fortuna ci sono ancora libri di cui con una certa tranquillità si può dire: questo rimane, sicuramente non scompare nel flusso dei testi effimeri. Eccone uno appena uscito: ha il bel titolo I peccati della lingua, sottotitolo Disciplina ed etica della parola nella cultura medievale; ne sono autrici due note medieviste, Carla Casagrande e Silvana Vecchio, editore l' Istituto dell'Enciclopedia Italiana (pp. 480, s.i.p.). Il tema è straordinariamente suggestivo oggi, epoca di trionfo dell'oralità attraverso una serie di canali, primi fra tutti quelli della pubblicità, della televisione e dello spettacolo.
Le riflessioni sulla lingua, organo dell'oralità, sono molto antiche nella civiltà cristiana: si parte addirittura dalla Epistola apocrifa dell'apostolo Giacomo, scritta nel genere dei libri sapienziali e vero bestseller nel corso dei secoli; in essa due immagini particolarmente colpiscono: la lingua è come il timone della nave, piccolo strumento da cui dipende tutta la navigazione, ed è come il fuoco che tutto può bruciare. Orbene, l'epoca in cui i peccati della lingua si impongono con urgenza alla riflessione teorica dell' uomo va dal secolo XII a poco oltre la metà del secolo XIII (anche se non mancano precedenti, come Pier Damiani del secolo XI): periodo limitato, ma con una produzione di testi incredibile e una altrettanto mirabile sfaccettatura problematica. Primi a interessarsi dell'uso della lingua sono filosofi, teologi, predicatori, canonisti e si arriverà con il domenicano Ugo da Strasburgo a individuare ben quarantacinque diversi peccati della bocca. Poi, fatto nuovo, ci saranno i laici che daranno al problema un'impostazione assolutamente diversa.
La ricerca intelligente, erudita e insieme vivace delle due autrici ci fa sfilare davanti in passerella i protagonisti di questo insieme di stupefacenti pensieri: da Giacomo da Vitry ad Alano di Lilla, a Pietro Cantore, che se la prende molto con gli avvocati che vendono la propria lingua ed è un sostenitore della brevità di ogni discorso, sull'esempio di Dio che parla poco. Naturalmente, dirà Pietro Cantore, c' è una buona taciturnità (bona taciturnitas) e ci sono dei cattivi silenzi, come ad esempio l'omertà. Interessante il pensiero di Rodolfo Ardente, vissuto nel Poitou alla fine del secolo XII: egli studia i costumi della lingua, cioè opera una sistematica descrizione antropologica, e in parte persino semiotica, dei canali della comunicazione e dei codici linguistici entro i tre tipi di realtà etica, la solitaria, la familiare, la politica. I costumi della lingua dipendono sì dagli imperativi etici, ma hanno leggi proprie, linguistiche e retoriche, che possono portare al bene o al male. Il lettore d'oggi è colpito soprattutto dal fatto che per un pensatore medievale l'oralità, in quanto legata al corpo dell'uomo per sua natura fragile, non può mai essere neutra: o è un male o è un bene; per lo più è un male; così ci sono demoni che provocano la garrulità (garrulitas), spesso presso i filosofi, e ce ne sono altri che spingono al cattivo silenzio.
Sempre nel secolo XII si indaga molto su quella che noi diremmo la situazione comunicativa; si crea allora uno schema o lista delle circostanze: chi parla, di che cosa, a chi, dove, quando, perché, come. Nel monastero dei canonici agostiniani di San Vittore di Parigi un grande maestro vittorino, Ugo da San Vittore, trasforma schema e lista delle circostanze in una vera disciplina o insieme di regole del parlare. Ugo si rivolge ai novizi dell' Ordine, ma in realtà avrà un successo enorme e lascerà segni anche nel pensiero di Dante.
Ma ecco che a un certo momento del secolo XIII di fronte alla cultura clericale ne nasce una laica, che facendo proprio il modello della riflessione sulla lingua ne cambia spirito e motivazioni. Nel 1245, vent' anni prima della nascita di Dante, Albertano da Brescia riprende la lista delle circostanze in un trattatello sull' Arte del dire e del tacere in cui, rivolgendosi al figlio Stefano, gli dirà che, come il gallo prima di cantare agita tre volte le ali, così prima che la parola passi dalla mente alla bocca bisogna chiedersi una, due, tre volte se ciò che si sta per dire è adatto alle circostanze elencate nella lista. La novità di Albertano sta nella sua legittimazione del comunicare sociale e quindi delle parole degli avvocati, degli oratori, degli uomini di lettere, dei laici colti partecipanti alla vita pubblica: lo spettro del peccato della lingua sembra eclissarsi dal libro che così termina: “mi sono impegnato a scrivere questa breve dottrina sul dire e sul tacere per te (Stefano) e per gli altri tuoi fratelli litterati (uomini colti) perché la vita dei litterati consiste più nel dire che nel fare”.
Ma in effetti lo spettro del peccato della lingua continua ad apparire nelle pagine di altre opere importanti, per esempio nella Summa di Guglielmo Peraldo che allo schema settenario dei vizi capitali, risalente a Gregorio Magno, aggiunge un ottavo vizio, il peccato della lingua. L'uso libero della parola, le nuove tecniche, la presenza di tante parole nuove, segni di cose nuove, preoccupano i predicatori del Duecento, per i quali è in pericolo la parola di Dio. Ma su questo e sulla riflessione nuova di filosofi e teologi non è qui possibile soffermarsi.
Nella seconda parte del libro le autrici trattano di quel nucleo di peccati della lingua che sono più significativi e più presenti nelle trattazioni medievali; fermiamoci su uno, la menzogna, anche perché a questa nozione è stato recentemente dedicato un convegno internazionale a Palermo, di cui Laura Lilli ha parlato su “Repubblica” del 10 dicembre. Intanto c'è una stabile triade costituita da menzogna, spergiuro, falsa testimonianza, tre peccati contro la verità; filosofi e teologi e predicatori li legano insieme, anche se ben a ragione si insiste più sulla menzogna, di cui gli altri due peccati sono forme sociali. Perciò l'analisi della menzogna risulta la più stimolante a partire da alcuni testi di S. Agostino, che riporta l'origine di questo peccato alle due cadute di Lucifero e dell'uomo, che si sono allontanati dalla verità.
Per i medievali la menzogna è un peccato legato all'uso delle parole, scritte o orali, sicché se ne elencano ben otto specie, dalla menzogna pura, creata per il solo piacere di mentire, alle varie motivazioni etiche e logiche. Si sa che l' uomo medievale ama le classificazioni, che investono non solo la cosa, ma lo status o condizione dell' individuo che dice o fa quella cosa: una bugia, che è un peccato veniale in un uomo comune, diventa gravissima per chi si è dato a una vita di perfezione, come il monaco. Così la bugia di un povero è molto più lieve della bugia di un potente, come dice la Bibbia. Chi governa si guardi dalle menzogne, scrive il Peraldo, così come si guarda dalla contraffazione delle monete. C' è poi chi torna, a proposito della menzogna, alla tradizionale opposizione oralità/silenzio, in quanto alla oralità appartengono il multiloquio e la garrulità, due pericolosi modi di parlare da cui è facilissimo sdrucciolare nella menzogna. E, attenzione! Dalla menzogna si arriva alla punizione di Anania e Safira, morti sul colpo per aver mentito all'apostolo Pietro. Affascinante universo medievale che, attraverso figure, metafore e simboli, ha sempre qualcosa da dirci, anche sui nostri modi di vivere e di comunicare.


“la Repubblica”, 27 febbraio 1988  
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