23.4.15

Misteri filosofici. Il lògos di Eraclìto (Alfredo Giuliani)

Immaginiamo che poco meno di duemilacinquecento anni fa il sapiente greco di Efeso (colonia dell'Asia minore) abbia cominciato così il suo libro di aforismi : «Questo "lògos" che esiste sempre gli uomini non lo intendono, né prima di udirlo, né una volta che l'hanno udito. Sebbene tutto avvenga in conformità a questo "lògos", è come se non ne avessero esperienza, essi ohe pure fanno esperienza di parole e di opere, quali io mi accingo a spiegare distinguendo ogni cosa secondo la sua natura e mostrando come è».
Che cosa significa, nella fattispecie, «lògos»? E il «sempre» va legato all'espressione che precede o a quella che segue? La seconda domanda se la poneva anche Aristotele, per concludere che non era affatto chiaro. Per Aristotele, che leggeva il libro circa un secolo e mezzo dopo, la questione era indecidibile; ma molti dotti moderni hanno deciso che quel «sempre» va legato a «esiste». E se il sapiente avesse voluto far fluttuare apposta quel «sempre» tra ciò che lo precede e ciò che lo segue nella frase?
Peccato che Aristotele si preoccupasse, citando l'antico libro, soltanto della punteggiatura, anzi della mancanza di punteggiatura; tutto il resto, presumibilmente, gli era chiaro o supponeva che lo fosse. Anche il senso di «lògos», appunto. I dotti moderni hanno deciso che al tempo di Eraclìto, tale il nome di quel sapiente, «lògos» non significava «ragione», «legge razionale» o simili, ma semplicemente «discorso» o espressione (parlata o scritta) e addirittura «capitolo».

Nel tempio di Artemide
Non c'è traduzione da Eraclìto che non sia un'interpretazione. Che cosa voleva dire il sapiente affermando che bisognava dare ascolto non a lui, ma al «lògos»? E dobbiamo intendere: «Questo "lògos" che esiste sempre»; oppure: «che è quello che è»?
Già la tradizione più antica l'ha chiamato «l'oscuro», «l'enigmatico Eraclìto». Del suo libro ci sono giunti soltanto frammenti, o meglio citazioni. Era un periodo, tra la fine del VI secolo e il principio del V a.C., in cui i libri erano ancora rari e circolavano tra pochi. I greci, grandissimi chiacchieroni e ascoltatori di favole, erano per lo più analfabeti. Si aggiunga che questo Eraclìto era un tipo «disdegnoso e superbo», assai poco benevolo verso i suoi concittadini, i quali lo ricambiavano, a quanto sembra, ora ignorandolo e ora dicendogli: visto che sai tutto sul cosmo e la giustizia, facci tu le leggi.
E lui si ritirava nel tempio di Artemide, bellissimo monumento di Efeso, e lì, deposto il suo libro (perché si capisse che bisognava leggerlo con sacro rispetto), si metteva a giocare ai dadi con i bambini. E a chi si meravigliava faceva notare che era più sensato giocare con gli imberbi che occuparsi di politica con gli inetti. «Gli Efesii, dai giovani in su, dovrebbero tutti impiccarsi e lasciare la città nelle mani dei fanciulli, essi che hanno cacciato via Ermodoro, il migliore di tutti loro, dicendosi: nessuno sia il migliore tra noi, e se qualcuno lo è che vada altrove e con altri».
Severo e un bel po' sarcastico, Eraclìto non concedeva niente né alla folla, né agli aristocratici conservatori e goderecci, ospiti stranieri andati a visitarlo s'erano fermati sulla soglia nel vedere che stava riscaldandosi al calore del forno; al che egli li invitò a entrare senza timore: «Venite, venite, anche qui sono gli dei». Domestico e sovrano sogghigno del grand'uomo che affermava di aver investigato se stesso e distinto ciascuna cosa dell'universo intendendone la natura.
Le frammentarie citazioni del suo libro perduto, e le scarse testimonianze indirette, spesso leggendarie, esercitano un fascino potente. Chiunque l'abbia letto una volta non dimentica certi brani taglienti : «Arduo competere con la brama, che ciò che vuole lo compra a prezzo d'anima»; oppure: «...la stessa cosa sono Ade e Dioniso...» (coincidenza degli opposti: tenebra di morte ed esplosione di vita; anche invisibilità ed esibizione, austerità e oscenità, come notava Albino Galvano nel suo saggio su Artemis Efesia).
Di questo sapiente sono rimasti i «si dice», «ha detto», «per dirla con». Diogene Laerzio riferisce un aneddoto spiritoso. Euripide, che aveva dato a Socrate il libro di Eraclìto, gli domandò che cosa gliene sembrasse. E Socrate avrebbe risposto: «Quello che son riuscito a capire è di gran valore e, credo, anche quello che non ho capito. Solo che per leggerlo ci vuole un tuffatore di Delo». Ossia uno che si tuffa con disinvolta perizia a inaudite profondità.
L'ironia di Socrate non esclude, mi pare, l'ammirazione. E noi, possiamo noi tuffarci nei frammenti, qui, dalle colonne di un giornale? Ne dubito. Proveremo appena a sfiorarli, a toccarne alcuni con la punta del pensiero. Perché Eraclìto è tornato improvvisamente a parlare e a far parlare di sé.
A breve distanza l'una dall'altra sono comparse due edizioni. Una è quella a cui stava lavorando Giorgio Coili : La sapienza greca, III volume, Eraclìto» (Adelphi) ; l'altra è quella preparata da Carlo Diano: Eraclìto, I frammenti e le testimonianze (Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori Editore). I due studiosi, oggi scomparsi, avevano ultimato la traduzione e la sistemazione dei frammenti «entrambe le odi zioni hanno il testo eracliteo a fronte). Colli non ha avuto il tempo di stendere il commento (restano gli appunti pubblicati in appendice a cura di Dario Del Corno, a cui fanno seguito passi tratti da altre opere dell'autore dove è fatta menzione di Eraclìto). Diano aveva ampiamente annoiato i primi quattordici frammenti, il commento di tutti gli altri è stato compiuto da Giuseppe Serra.
Rimpiangiamo, vanamente, che nelle due edizioni manchino le previste pagine introduttive. Ne sarebbero balzate due immagini del sapiente alquanto diverse, ma tutto sommato contigue, intendo dire non incompatibili. Per Colli il vecchio Eraclìto è, se possibile, ancora più enigmatico di quanto abbiano mai creduto i filosofi e dossografi venuti dopo di lui. Eraclìto è colui che manifesta il «pathos del nascosto». Il discorso umano, accettabile come simbolo, è inadeguato a cogliere la realtà. Di qui l'antitetismo delle frasi eraclitee. Ma il nascosto, che non vediamo né tocchiamo, lo portiamo dentro di noi. Questo è il «léos».
Ma non è neppure giusto dire che il «lògos» è un che di intcriore, un che di cui si possa o non si possa discorrere. Colli lo traduce con la parola «espressione», che vuoi dire conoscenza non rappresentativa «di qualcosa di ignoto». Il «lògos» è l'espressione inesprimibile e sostanziale del «fondo», è la voce della Sibilla. Colli ci da dunque un Eraclìto interamente orfico: «i confini dell'anima, nel tuo andare, non potrai trovarli, pur percorrendo ogni strada : così profonda e l'espressione che le appartiene».

Una terza immagine
Per Diano il «lògos» di Eraclilo è il «discorso» in quanto struttura. E tale struttura è omologa alla struttura del tutto : la coincidenza degli opposti governa il dire e il fare. Gli uomini fanno continuamente esperienza degli opposti che si toccano e si accendono l'uno per l'altro, ma non sanno riconoscerne l'incessante unità: «L'uomo accende a se stesso una luce nella notte, quando essa è spenta nei suoi occhi: il vivo è a contatto col morto quando dorme, desto è a contatto col dormiente». Il discorso, con la sua tensione antinomica, ci fa conoscere le cose come stanno, quello «che è».
C'è caso, però, che tali interpretazioni subiscano l'incantesimo della leggenda disinteressandosi al rapporto di Eraclito con la sua città. Il suo libro, secondo l'opinione del grammatico Diodoro riportata dal solito Diogene Laerzio, trattava della vita politica; gli argomenti riguardanti la natura vi si trovavano a titolo di analogia e parabola.
Ecco una terza immagine del sapiente di Efeso, tutta diversa dalle precedenti; con ingegnose indagini e congetture l'ha ricostruita Antonio Capizzi in un saggio, Eraclito e la sua leggenda (Edizioni dell'Ateneo & Bizzarri), che ci fornisce un'altra traduzione (senza testo a fronte) e un ennesimo riordinamento dei frammenti. L'ipotesi di Capizzi è rudemente antimetafisica. Di più: egli avanza un'interpretazione «non filosofica» del «lògos».
Capizzi ritiene che Eraclito cessa di essere «oscuro» se si segue l'indizio tracciato da Diodoro. Il «lògos» sarebbe, concretamente, un «discorso scritto» non da Eraclìto, ma dal suo amico Ermodoro! Quello che gli Efesii avevano cacciato dalla città. Dunque il libro di Eraclìto non sarebbe che un commento al testo politico, alla legge codificata da Ermodoro (tanto più importante perché essa era democratica e contempcrava gli opposti partiti). Allora il principio del libro verrebbe a dire: «Questo testo che esiste sempre (ossia: che è sempre in vigore, che non è stato annullato dalla cacciata di Ermodoro) vi sono uomini che non lo intendono...».
Come in un romanzo poliziesco — chi è il «lògos»? — un gran bel colpo di scena dopo quasi duemilacinquecento anni di speculazioni sbagliate! Credevate che il lògos fosse questo o quello, e invece era un altro. Io non so dire se la suggestiva indagine storica condotta da Capizzi consenta l'ardita congettura. Ho parecchi dubbi. Ma uno soprattutto: che Eraclìto era troppo sapiente per dire in una volta una cosa sola. Col che non nego che Capizzi abbia la sua parte di ragione. Ai tempi di Eraclito, e questo ci affascina principalmente, il «discorso» politico e quello religioso, la poesia e il costume e il pensiero contendevano e sconfinavano nello stesso cosmo. Ma soltanto il sapiente poteva dire, e cito la traduzione di Colli: «Contatti sono le totalità e le non totalità, il convergente e il divergente, il consonante e il dissonante: e fuori da tutte le cose ne sorge una sola, e fuori da una cosa sola sorgono tutte».
Non rivolgiamoci la bolsa domanda: che cosa ha veramente detto Eraclìto? Oltretutto, la risposta avrebbe un interesse assai limitato. Più significativo è il fatto che ogni studioso o lettore, a seconda delle sue inclinazioni ideologiche e seguendo il suo dèmone (il sapiente l'ha previsto: «Demone a ciascuno è il suo modo di essere» ), fa dire al sapiente ciò che più gli sta a cuore. Qual è il discorso comune a noi tutti? La coincidenza degli opposti, la Costituzione..., Pòlemos (la guerra)...

"la Repubblica", ritaglio senza data, ma 1980
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