22.2.12

Le Ceneri. Un racconto di Padre Conti, mio professore al Liceo di Canicattì

Questo mercoledì delle Ceneri, piovoso e inquieto, mi riporta alla memoria il mio Liceo, l’“Ugo Foscolo” di Canicattì, sito nell'antico quartiere di Borgalino, e il mio professore di filosofia, padre Conti, che ne era un’istituzione.
Doveva essere il 65 e c’era ancora la Messa in Latino. Già governava il centro-sinistra, il primo, quello buono, ma le abitudini del regime democristiano non erano state ancora abbandonate. Sicché l’intera scuola, il mercoledì dopo carnevale, saltava la prima e la seconda ora per partecipare, in una chiesa vicina, alla Messa delle Ceneri, con un famoso predicatore che invogliava alla penitenza quaresimale e con il rito finale della croce disegnata da un carboncino sulla fronte dei fedeli.
A noi più grandi, credenti e non credenti, la cosa non dispiaceva: non solo era meglio che andare a scuola, ma era un'occasione di comunicazione con le ragazze del ginnasio, più mature dei loro coetanei e interessate a noi degli ultimi anni.
La terza ora del mercoledì, quell’anno, aveva lezione padre Conti, cui non dispiaceva di inframmezzare con aneddoti le sue lezioni assai stimolanti. Era uomo di grande cultura e apertura e spesso scherzava sulle cose di religione. In particolare giocava sulla stupidità dei preti, dei licatesi (“licatisi babbu” vale a dire “licatese babbeo”), degli alti (“longu e fissa”, cioè “alto e fesso”, si usa dire in Sicilia, ove i più hanno bassa statura). Era per padre Conti un modo per scherzare su stesso: oltre che prete, infatti, era licatese (inconfondibilmente, per via dell’accento) e misurava un metro e novanta d'altezza.
Così, quella mattina, date le circostanze, ci raccontò un aneddoto il cui protagonista era - come lui - prete, alto e licatese; e di conseguenza tre volte sciocco.
Il prete del racconto, parroco in uno sperduto paesino, era stato scosso nell’ultima domenica di Carnevale da un dubbio atroce. Tre giorni dopo avrebbe officiato la funzione delle Ceneri e pronunziato la formula: Memento homo quia pulvis est et in pulverem reverteris (“Ricordati, o uomo, che sei polvere e nella polvere ritornerai”); ma gli “uomini” tra i suoi fedeli erano una piccola minoranza e alla Messa erano preponderanti le “femmine”. Che senso aveva chiamare homo quella che era soltanto una femina?
I telefoni privati in quel paese non c'erano e quello pubblico funzionava malissimo e mai di domenica: era meglio attendere il lunedì e inviare un telegramma al vescovo, perché chiarisse la questione.
Così il prete fece. Ma il lunedì pomeriggio trascorse senza risposta e così l'intero martedì; giunse il mercoledì e il tempo della solenne funzione. Il prete alto viveva nel dubbio e nell’angoscia.
Solo a rito delle Ceneri iniziato arrivò il fattorino dell’ufficio telegrafico sventolando un pezzo di carta giallo. Il prete licatese non se la sentì di interrompere il sacro officio e lo mise in tasca. Il primo dei fedeli inginocchiato era, per fortuna un uomo; " Memento homo..." disse il prete. Ma appresso a lui c’era una donna, la moglie. Il parroco, dopo averne segnata la fronte, così declamò: “Fimmina, pi tia l’aiu ‘nsacchetta (Femmina, per te lo tengo in saccoccia)”.
Le nostre risate furono lunghe e fragorose. Si può obiettare che ci accontentavamo di poco, che la nostra ilarità era prodotto della repressione sessuale, per cui bastava un’oscena metafora o una vaga allusione a suscitarla. Sarà, ma contava moltissimo il contesto e contava la bravura di padre Rosario Conti, grandissimo narratore, oltre che eccellente professore.

21.2.12

Io e i gatti (di Osvaldo Soriano)

Il giorno in cui sono nato, c'era un gatto che aspettava dall'altro lato della porta. Mio padre fumava in cortile, a Mar del Piata. Mia madre dice che è stato un parto difficile, alle quattro e venti del pomeriggio d'un giorno d'estate. Il sole spaccava la terra. I giovani Borges e Bioy Casares se ne stavano da quelle parti, a Los Troncos, impegnati a creare le storie allucinate di don Isidro Parodi. A Borges i gatti gli andavano dietro. In una delle sue foto più belle, sta insieme a Maria Kodama, che ne tiene uno tra le braccia; Borges lo accarezza come un amico.
A me, un gatto ha portato la soluzione per Triste, solitario y final. Era nero, con lo sguardo deciso, molto simile a Taki, la gatta di Chandler. Un altro, el Negro Veni, mi ha tenuto compagnia nell'esilio ed è morto a Buenos Aires. Ce n'è stato uno, di nome Peteco, che mi ha tratto d'impaccio molte volte nei giorni in cui stavo scrivendo La resa del leone. Vivevo insieme a una ragazza allergica ai gatti, e poco dopo ci siamo separati. A Parigi, mentre lavoravo a L'occhio della patria, in un quinto piano inaccessibile, mi è apparso un gatto equilibrista che camminava lungo i tubi delle grondaie. Per sentirmi più sicuro di me, ho messo un gatto nero all'inizio e uno rosso alla fine di Un'ombra ben presto sarai. Per dirla in parole povere: ci sono gatti in tutti i miei romanzi. Sono uno di loro, pigro e distaccato. Anche se non ho mai imparato le finezze della specie. In questo stesso momento, una delle mie gatte si sta lavando le zampe distesa sulla tastiera, e devo scostarla con delicatezza per poter continuare a scrivere.

da Educazione sentimentale in Ribelli, sognatori e fuggitivi, Einaudi, 2003

"Radeschi int el culo"

Dalla rubrica Parole in corso su “Tuttolibri” de “La Stampa”, curata dal prof. Gian Luigi Beccaria, dove sovente attingo per questo blog riflessioni e curiosità, riprendo la nota del 14 giugno 2008, dedicata all’origine storico-aneddotica di alcune parole ed espressioni caratteristiche di lingue e dialetti. (S.L.L.)
Il feldmaresciallo Radetzky
Molte parole, e modi di dire, nascono spesso per caso, magari da una battuta. Da una storica battuta nasce per esempio la parola fronda nel senso di «opposizione politica». Si tratta di un francesismo, dal fr. fronde, che alla lettera significa «fionda», e che noi poi abbiamo accostato per falsa equivalenza a fronda nel senso di «ramoscello» (vedi appunto «vento di fronda»).
Quando nel 1648-49 il parlamento francese condusse una campagna di resistenza alla politica di Anna d'Austria e del cardinale Mazzarino, il giovane parlamentare Bachaumont fece un intervento in cui sosteneva che non era il caso di rispondere subito, ma era bene imitare i ragazzi che con la fionda lanciano sassi alle guardie e si disperdono quando queste intervengono, per poi ricominciare non appena abbiano voltato loro le spalle; quindi ai filogovernativi - cosi disse - «il faudra fronder comme il faut», converrà tirare colpi di fionda. La frase piacque e si diffuse, per cui fronda designò l'opposizione che in quel periodo il parlamento condusse contro la politica di Mazzarino, e si affermò poi per indicare in modo estensivo ogni sintomo di ribellione, di opposizione.
C'è chi dice che da una battuta sarebbe nata la parole che nel Veneto indica il falegname, il marangon. In passato a Venezia questi maestri d'ascia riparavano le navi della Serenissima lavorando nell'acqua che arrivava loro fino a mezza gamba, e anche si tuffavano per riparare le parti immerse della nave. Ciò li doveva far sembrare tanti uccelli acquatici, al punto che a qualcuno devono esser sembrati dei cormorani, che così spesso si immergono per catturare il pesce: «areli, i por marangoni!», guardali i poveri smerghi, potrebbe avere esclamato qualcuno. Di lì la nascita del nuovo significato. Una supposizione, solo in parte convincente, comunque assai interessante. Ci sono anche episodi minimi legati a personaggi importanti. Ne cito una assai curiosa, e divertente, ormai scomparsa, di cui ci informa quell'infaticabile dialettologo che è Manlio Cortelazzo. Si tratta del nome radeschi nell'accezione di «pedata nel sedere» («L s'ha ciapà 'n radeschi int el culo»), un significato che, come si racconta, era «entrato presto in circolazione dopo che il feldmaresciallo congedò con un calcio sul sedere il figlio, che aveva provocato, in un caffè cittadino, un prete». Questo modo di dire non si usa più, ma un tempo era di casa a Milano e nel Veronese, a ricordo del famoso generale austriaco. 

La rosa rossa di Teheran. 1974, il poeta comunista assassinato dallo scià.

Khosro Golesoskhi
In rete non trovo che poche, labili tracce della vicenda di Khosro Golesorkhi, il poeta marxista che il regime dello scià condannò a morte in un processo che si svolse nel 1974 a Teheran, di fronte a un tribunale militare.
Delle sue poesie e dell’ultima parte della sua storia conservo memoria grazie a un ritaglio del 31 agosto 1988, dal quotidiano comunista “il manifesto”. Come ultimo articolo della serie Processo ai processi sotto il titolo Un poeta contro lo schah, viene pubblicato un resoconto del processo che vide la condanna di Golesorkhi, inframmezzato da brevi testi poetici dello stesso. Il pezzo è firmato Said, evidentemente uno pseudonimo, e una postilla avverte che ne esiste anche una versione tedesca.
Golesorkhi fu giustiziato di notte, il 18 febbraio. Non era quello il primo dei processi politici organizzati dagli sgherri di Rezha Palhevi conclusi con la soppressione degli accusati, la novità consisteva nella sua pubblicità, cui il regime era stato costretto dalla pressione internazionale. L’accusa era “cospirazione terroristica”. I dodici, quasi tutti intellettuali, secondo l’accusa, progettavano il sequestro della regina Farah Diba e del principe ereditario durante un festival cinematografico, in cui alcuni di loro avevano possibilità di accesso e movimento in quanto registi. Grazie a questo sequestro essi intendevano ottenere la liberazione di numerosi prigionieri politici. Un’altra accusa si riferiva al progetto di uccisione dello scià durante le sue vacanze invernali a St. Moritz, per il quale alcuni accusati si sarebbero procurati armi.
Le prove erano labili per tutti gli accusati: oltre al ritrovamento di una sola arma in casa di uno di loro, le ammissioni di alcuni appartenenti al gruppo. In regimi come quello dello scià è del tutto evidente che le ammissioni potevano essere estorte con la tortura. Quanto alla mancanza di armi sufficienti a compiere il sequestro, gl’inquisitori sopperivano con l’accenno di uno dei rei confessi che “sarebbero dovute arrivare dall’estero”, ove per estero si intendeva soprattutto l’Unione sovietica. Questo delle armi dall’estero era, del resto, una sorta di ritornello nei processi politici intentati dai tribunali militari di Rezha Palhevi.
Le accuse erano ancora più fragili contro Golesorkhi, personaggio noto, popolare per la sua poesia e l’inflessibile opposizione: a suo carico c’era solo la testimonianza di una donna che in passato aveva fatto parte del suo circolo marxista. Coinvolgere Golesorkhi era assai importante per il regime serviva a mettere in causa marxismo e comunismo, collegandoli al terrorismo.
Il poeta accettò la sfida del regime con vigore. Ho trovato in rete un blog in italiano nel quale un democratico iraniano parlando di coraggio come “virtù sociale” scrive: “Un italiano può anche non saperlo e non immaginarlo. Un iraniano che ha visto Khosro Golesorkhi, intellettuale alto 1.60 per 60 chili, battersi come un leone per mettere sotto accusa il re anziché difendersi in un tribunale che lo stava condannando a morte per crimini non commessi, chi ha visto questa scena dicevo dovrebbe avere idee molto più realistiche sulle forme in cui il "coraggio" si manifesta”. (http://abolrish.blogspot.com/2010/02/un-errore-di-valutazione.html ).
Si trova in rete qualche video costruito con foto del processo, in cui il sonoro è costituito dalla registrazione delle dichiarazioni di Golesorkhi durante il processo, un vero e proprio atto d’accusa contro quel “subimperialismo” del Pavone assai potente per i proventi del petrolio e l’appoggio incondizionato degli Usa. (http://www.youtube.com/watch?v=lz84RQZg9lQ )
L’articolo del “manifesto” da quelle dichiarazioni riprende alcuni importanti passaggi che trascrivo più avanti come appendice. Qui giova ricordare che Golesorckhi era nato nel 1944 e aveva al tempo del processo trent’anni.
Non c’è scritto nell’articolo come il poeta venne “giustiziato”, ma penso di non sbagliare se ipotizzo l’impiccagione, che dai boia di quelle parti è il sistema di assassinio legale preferito.
Quando Golesorkhi fu ucciso, la sua giovane moglie era in prigione e il figlio, di soli tre anni, fu adottato da parenti. Il discorso di Golesorkhi di fronte al tribunale, le sue poesie, le sue critiche sferzanti, ma soprattutto il suo inflessibile coraggio fecero di lui un simbolo nazionale. Golesorchi vuol dire «rosa rossa».
Il giorno della sua esecuzione, migliaia di persone a Teheran, nelle scuole, nelle fabbriche, nelle università, portarono una rosa rossa all'occhiello. Molti insegnanti e professori osservarono con i loro allievi un minuto di silenzio in ricordo del poeta assassinato. Le enormi proporzioni di questa testimonianza popolare sorprese a tal punto la Savak che non fu in grado di intervenire : tante persone, tante rose, non potevano essere arrestate.
Appendice.
Le dichiarazioni di Khosro Golesorkhi
In  nome del popolo iraniano oppresso, la società iraniana  deve venire a sapere che io vengo qui condannato per le mie idee marxiste. Poiché sono qui presenti anche dei giornalisti stranieri dichiaro di protestare contro quest’accusa e contro questo verdetto di fronte a tutte le istanze giuridiche del mondo. Questo tribu­nale non si è nemmeno data la pena di leggere gli atti che mi riguardano...».
«Qui, in questo processo, di fronte al popolo iraniano, non voglio pietire per la mia vita. Voglio difendere il mio popolo e i miei ideali. Io sono un marxista e Marx dice: in una socie­tà di classe da una parte si accumu­la la ricchezza, mentre dall'altra cresce la miseria; ed è proprio la classe sfruttata che produce ogni ricchezza... E la classe dominante cerca con ogni mezzo di mantenere il potere. Uno di questi mezzi è la giustizia politica.
La giustizia politica in Iran non ha bisogno di prove, né di atti pro­cessuali; le dichiarazioni della poli­zia e le confessioni strappate sotto tortura le sono pienamente sufficienti. Io stesso sono un buon esem­pio di tutto questo.
Fui arrestato nel marzo del 1973 con l'accusa di avere fondato un rag­gruppamento marxista, benché la Savak, la polizia segreta, non avesse trovato nelle abitazioni di nessuno di noi libri, materiali o altro che potes­sero suffragare l’accusa. Fui brutal­mente torturato, fino a urinare san­gue. Poi fui trasferito in un'altra pri­gione, dove fui interrogato di nuovo per mesi, fino a che non fui rinviato a giudizio con un'altra accusa: co­spirazione contro la persona dello schah. Non conoscevo neanche la metà degli accusati di appartenere a questo presunto gruppo. Qui, in questa sala, li ho visti per la prima volta. Questa è la giustizia politica in Iran…».
« Signor presidente, le prigioni di questo paese sono piene di giovani, il cui unico delitto consiste nel fatto che pensano con la propria testa, o che, forse, leggono libri. Tribunali come questo li hanno condannati a lunghissime pene detentive. Questi giovani, quando vengono rilasciati e escono di prigione, non prendono più in mano libri, ma armi…».
«Il vostro regime spende milioni per un apparato culturale la cui unica attività consiste nel sequestrare i libri e nell'arrestare i loro autori, traduttori ed editori. Signor presidente, lei e il suo sistema mi ricordano 1'Inquisizione cattolica…».
« Signor presidente, il signor pubblico ministero sta difendendo qui la riforma agraria. Basta questo a dimostrare che qui non si tratta di altro che di un tribunale,politico. Ma, in questo caso, permetta anche a me di dire qualche cosa in breve di questa riforma agraria. Che cosa ci ha portato questa riforma agraria? In primo luogo ha servito a preparare la strada perché la nostra società diventasse dipendente dai consumi, dipendente dalla sovrapproduzione dei paesi imperialisti di inutili articoli di lusso. L’imperialismo ha appoggiato quelle riforme che avrebbero potuto ostacolare e frenare la rivoluzione delle masse”. (A questo punto il presidente del tribunale lo interrompe: “Non si metta a raccontarci favole e pensi a difendere sé stesso”)
«A proposito della mia personale difesa non ho nulla da dire. Qui voglio difendere il mio popolo e i miei ideali».
«Signor presidente, la storia di tutte le rivoluzioni dimostra che perfino la più grande potenza può essere sconfitta da un popolo deciso. Uno sguardo al Vietnam, al Laos, alla Cambogia e al movimento rivoluzionario palestinese...» (Di nuovo il presidente lo interrompe : «Venga alla conclusione della sua difesa!»)
«Signor presidente, così come stanno qui le cose, è la classe dirigente iraniana che deve preparare la sua difesa finale. Perché prima o poi questa classe si troverà di fronte a un tribunale rivoluzionario del popolo iraniano».

20.2.12

Autobiografia (di Osvaldo Soriano)

Giorni fa, una ricercatrice che sta preparando un libro di interviste a scrittori argentini, ha chiesto ai suoi interlocutori di tracciare ciascuno una breve autobiografia. Come fare? come parlare di noi se non sappiamo chi siamo? Le ho detto che non ho biografia. Me la inventeranno i gatti che verranno con me quando me ne starò, bello soddisfatto, seduto sul cerchio della luna.

Da Educazione sentimentale in Ribelli, sognatori e fuggitivi, Einaudi, 2003

La poesia del lunedì. Julio Cortàzar (1914 - 1984)

Ho avuto un fratello,
non ci siamo mai visti,
ma non importava.

Ho un fratello
che andava per i mondi
mentre io dormivo.

Gli ho voluto bene a modo mio,
ho preso la sua voce
libera come l'acqua.
Certe volte ho camminato
vicino alla sua ombra.

Non ci siamo mai visti,
ma non importava.
Mio fratello vegliava
mentre io dormivo.

Mio fratello che mi mostrava
dietro la notte
la stella da lui scelta.
Postilla
"Il giorno che seppe della morte del Che, Julio Cortàzar  ... gli dedicò questa poesia oggi dimenticata" (Osvaldo Soriano). Il testo di Cortàzar è stato messo in musica dal cantautore cubano Pablo Milanès.

La poesia e il commento in Osvaldo Soriano Ribelli, sognatori e fuggitivi, Einaudi 2001 

Italo Calvino. Un comunista al Cottolengo.

La giornata di uno scrutatore non è tra i libri più amati e conosciuti di Italo Calvino.
Pubblicato nel 1963 e ambientato nel 1953 ebbe una gestazione quasi decennale. Al Cottolengo, il celebre istituto religioso che a Torino si occupa di minorità, deficienze, deformità spesso gravissime, trasformato per l’occasione in seggio elettorale, Calvino aveva passato circa mezz’ora nel 1953, il giorno delle votazioni per il Parlamento, nella sua qualità di candidato alla Camera nelle liste del Pci per quella circoscrizione piemontese. Vi tornò nel 1961, nel ruolo di scrutatore per le elezioni amministrative, quando aveva già maturato l’idea  di un libro che collegasse la società politica con quel luogo di sofferenza.
Il racconto della giornata di Amerigo Ormea, scrutatore indicato dal Pci e proiezione dell’autore, è svolto in uno stile dimesso e ancora legato al cosiddetto “neorealismo”, ma nel corso della giornata il confronto con la malattia diventa confronto con il guazzabuglio del reale e del cuore umano. Tutto ciò mette profondamente in crisi le certezze illuministiche e marxistiche del protagonista che, senza rinunciare a un lumicino di ragione, giunge a ipotizzare una sorta di “rivoluzione sentimentale” fondata sull’amore, pur senza credere in alcuna palingenesi. Di fronte alla galleria dei votanti variamente anormali il personaggio Calvino sembra concludere che “L'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo”.
L’opera è letta da storici e critici come congedo dal neorealismo e  documento del definitivo passaggio a una letteratura sperimentalistica, non meno “impegnata” ad affrontare temi e problemi del reale, ma nella loro complessità irriducibile a formule. A me, invece, non sembra opera di transizione, ma matura in sé, un piccolo capolavoro, e perciò su di essa ho in animo di scrivere un organico saggio. Se “posto” qui l’incipit è per invogliare alla lettura dell’intero libro. (S.L.L.)
Amerigo Ormea usci di casa alle cinque e mezzo del mattino. La giornata si annunciava piovosa. Per raggiungere il seggio elettorale dov'era scrutatore, Amerigo seguiva un percorso di vie strette e arcuate, ricoperte ancora di vecchi selciati, lungo muri di case povere, certo fittamente abitate ma prive, in quell'alba domenicale, di qualsiasi segno di vita. Amerigo, non pratico del quartiere, decifrava i nomi delle vie sulle piastre annerite — nomi forse di dimenticati benefattori — inclinando di lato l'ombrello e alzando il viso allo sgrondare della pioggia.
C'era l'abitudine tra i sostenitori dell'opposizione (Amerigo Ormea era iscritto a un partito di sinistra) di considerare la pioggia il giorno delle elezioni come un buon segno. Era un modo di pensare che continuava dalle prime votazioni del dopoguerra, quando ancora si credeva che col cattivo tempo, molti elettori dei democristiani — persone poco interessate alla politica o vecchi inabili o abitanti in campagne dalle strade cattive — non avrebbero messo il naso fuor di casa. Ma Amerigo non si faceva di queste illusioni: era ormai il 1953, e con tante elezioni che c'erano state s'era visto che, pioggia o sole, l'organizzazione per far votare tutti funzionava sempre. Figuriamoci stavolta, che si trattava per i partiti del governo di far valere una nuova legge elettorale (la «legge-truffa», l'avevano battezzata gli altri) per cui la coalizione che avesse preso il 50%+ 1 dei voti avrebbe avuto i due terzi dei seggi... Amerigo, lui, aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c'è da aspettarseli da un giorno all'altro, come per un giro di fortuna; anche per lui, come per tanti, farsi un'esperienza aveva voluto dire diventare un poco pessimista.
D'altro canto, c'era sempre la morale che bisogna continuare a fare quanto si può, giorno per giorno; nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire. Amerigo non era uno che gli piacesse mettersi avanti: nella professione, all'affermarsi preferiva il conservarsi persona giusta; non era quel che si dice un «politico» né nella vita pubblica né nelle relazioni di lavoro; e — va aggiunto — né nel senso buono né nel senso cattivo della parola. (Perché c'era anche un senso cattivo; o anche un senso buono, secondo come uno la mette; Amerigo comunque lo sapeva.) Era iscritto al partito; questo sì, e per quanto non potesse dirsi un «attivista» perché il suo carattere lo portava verso una vita più raccolta, non si tirava indietro quando c'era da fare qualcosa che sentiva utile e adatto a lui. In Federazione lo consideravano elemento preparato e di buon senso: ora l'avevano fatto scrutatore: un compito modesto, ma necessario e anche d'impegno, soprattutto in quel seggio, all'interno d'un grande istituto religioso. Amerigo aveva accettato di buon grado. Pioveva. Sarebbe rimasto con le scarpe bagnate tutta la giornata.

Se si usano dei termini generici come «partito di sinistra», «istituto religioso», non è perché non si vogliano chiamare le cose con il loro nome, ma perché anche dichiarando d'emblée che il partito di Amerigo Ormea era il partito comunista e che il seggio elettorale era situato all'interno del famoso «Cottolengo» di Torino, il passo avanti che si fa sulla via dell'esattezza è più apparente che reale. Alla parola «comunismo» o alla parola «Cottolengo», capita che ognuno, secondo le proprie cognizioni ed esperienze, è portato ad attribuire valori diversi o magari contrastanti, e allora resterebbe da precisare ancora, definire il ruolo di quel partito in quella situazione, nell'Italia di quegli anni, e il modo di Amerigo nello starci dentro, e quanto al «Cottolengo», altrimenti detto «Piccola Casa della Divina Provvidenza» — ammesso che tutti sappiano la funzione di quell'enorme ospizio, di dare asilo, tra i tanti infelici, ai minorati, ai deficienti, ai deformi, giù giù fino alle creature nascoste che non si permette a nessuno di vedere — occorrerebbe definire il suo posto nella pietà dei cittadini, il rispetto che incuteva anche nei più distanti da ogni idea religiosa, e nello stesso tempo il posto tutt'affatto diverso che aveva assunto nelle polemiche in tempo d'elezioni, quasi un sinonimo di truffa, di broglio, di prevaricazione.
Infatti, da quando nel secondo dopoguerra il voto era divenuto obbligatorio, e ospedali ospizi conventi fungevano da grande riserva di suffragi per il partito democratico cristiano, era là soprattutto che ogni volta si davano casi d'idioti portati a votare, o vecchie moribonde, o paralizzati dall'arteriosclerosi, comunque gente priva di capacità d'intendere. Fioriva, su questi casi, un'aneddotica tra burlesca e pietosa: l'elettore che s'era mangiato la scheda, quello che a trovarsi tra le pareti della cabina con in mano quel pezzo di carta s'era creduto alla latrina e aveva fatto i suoi bisogni, o la fila dei deficienti più capaci d'apprendere, che entravano ripetendo in coro il numero della lista e il nome del candidato: «un due tre, Quadrello! un due tre, Quadrello!».
Amerigo queste cose le sapeva già tutte e non ne provava né curiosità né meraviglia; sapeva che una giornata triste e nervosa lo attendeva; cercando sotto la pioggia l'ingresso segnato sulla cartolina del Comune aveva la sensazione d'inoltrarsi al di là delle frontiere del suo mondo.

Su Bob Dylan e Glein Marcus (di Giovanni Vacca)

Giovanni Vacca su “alias” del 12 novembre 2011 ha recensito con l’acuta raffinatezza e la competenza che ne contraddistinguono gli scritti un volume di Glein Marcus su Bob Dylan, tradotto e pubblicato da Odoya. L’articolo, del quale trascrivo una gran parte, mi pare una sorta di trialogo con il grande musicista e con il suo critico. Sono ammiratore di Dylan, ma poco più che un orecchiante, tuttavia nei passaggi in cui esplicita un dissenso mi sento più vicino a Vacca che a Marcus. Inoltre, per quel che ho ascoltato e quel pochissimo che ne capisco, a me sembra che la parte più importante e duratura dell’esperienza di Dylan resti la prima. (S.L.L.)
«Come ha fatto Hibbing, nel Minnesota, una cadente città mineraria in mezzo al nulla, a generare uno come Bob Dylan?». «Se foste stati a Hibbing sapreste perché Bob Dylan è uscito di lì. Ci sono ancora dei bar dove le discussioni cominciate cent'anni fa tra socialisti e sindacalisti, e tra comunisti e trotzkisti, sono ancora in corso».
Difficile dire se qualche eco di quelle discussioni resti ancora nei pensieri e nelle azioni di Dylan; intanto, con il prezioso apporto di Mark Knopfler, l’enigmatico e sfuggente musicista statunitense è in questi giorni di nuovo in tour in Italia (dopo le date di Padova e Firenze, stasera sarà di scena al Palalottomatica di Roma e il 14 al Mediolanumforum di Assago): Dylan che si rifiuta di apparire all'Ed Sullivan Show perché gli censurano una canzone antifascista e Dylan che accetta la censura del governo cinese per esibirsi nel paese dei draghi; Dylan che diventa il paladino della protesta giovanile e Dylan che rinnega le sue canzoni di impegno politico; Dylan sostenitore dello stato di Israele e Dylan convertito al cristianesimo, Dylan idolatrato e Dylan scontroso sul palco, Dylan che esalta il gangster Joey Gallo e Dylan che cede le sue canzoni più importanti alla pubblicità...
Se Dylan, dunque, è stato probabilmente l'artista più controverso e inafferrabile che sia mai apparso nel mondo della popular music, Greil Marcus è stato certamente quello che lo ha braccato più da vicino, che lo ha meglio decodificato, che lo ha fatto arrabbiare e costretto a reagire discutendone criticamente il lavoro e non cercando nel suo bidone della spazzatura qualcosa da aggiungere a una biografia, come altri hanno fatto. Di colui che, secondo John Lennon, «mostra la strada», il celebre critico ha per anni analizzato i rapporti con la storia e la cultura americana, aprendo nuove prospettive di lettura a un'opera che resta tra le più significative del Novecento musicale.
È dunque senz'altro da segnalare la pubblicazione di questo ponderoso volume, Bob Dylan Scritti 1968-2010 (Odoya, 476 pagg. 30 euro), in cui Marcus mette ordine in tutti gli articoli, le recensioni e i saggi critici che ha pubblicato sul grande folk singer statunitense (fanno eccezione, ovviamente, i due libri specifici, quello importantissimo sull'album The Basement Tapes, chiamato a volte «La  repubblica invisibile» e a volte «Quella strana vecchia America», e quello sulla canzone Like a Rolling Stone, dal titolo omonimo): si parte con i ricordi del suo primo incontro con l'artista, nel 1963, al termine di un concerto di Joan Baez dove Dylan si esibì ancora sconosciuto, si indaga il contesto culturale delle origini (le frasi che abbiamo citato in apertura sono decisamente significative) e si giunge agli ultimi due decenni, ai quali è dedicata più della metà del libro. Ed è in particolare agli ultimi tredici anni che Marcus si applica; la cosa può sorprendere, perché di Dylan si ricorda soprattutto la prima fase della vita artistica, e la rivoluzione che provocò, mentre si tende ad ignorare il lavoro più recente.
Marcus, invece, la pensa diversamente perché, afferma, «quel che ha fatto in questi anni ha rimesso nuovamente in gioco tutta la sua opera precedente» […].
Il libro però, va detto, non è un'introduzione a Dylan e presume una più che buona conoscenza del lavoro di quest'ultimo: solo così, infatti, è possibile far sì che le idee di Marcus si rivelino nella loro originalità e coglierne i frutti copiosi, perché i fili che egli tesse attorno ai testi e alle musiche di Dylan, da anni candidato al Nobel per la letteratura, sono spesso intricati e si dipanano in direzioni che richiedono già di per sé ulteriori approfondimenti.
Un esempio può essere la suggestiva interpretazione della canzone Desolation Row, a partire da un celebre quadro di James Ensor, oppure le stimolanti riflessioni sull'album Time Out of Mind, per non parlare dello scavo costante che il critico fa nelle fonti stesse di Dylan, dal blues alle murder ballads della celebre Anthology of American Folk Music, quella serie di registrazioni di vecchi brani dei primi del Novecento che costituì un punto fermo per il folk revival anglosassone e di cui Marcus rimane forse il miglior commentatore (ne discusse ampiamente nel suo libro sui Basemet Tapes che abbiamo citato).
Intorno a Dylan, poi, gira ovviamente non solo il folk matutto il mondo del rock e del pop della sua epoca, con i Beatles, gli Stones, Springsteen, The Band, Hendrix, Van Morrison e molti altri. Certo Marcus non è un musicologo, e dal punto di vista strettamente musicale le sue analisi sono puramente impressionistiche («note piccolissime e modeste strisciano fuori dalla chitarra come girini, nuotando in cerca della propria melodia») ma il suo lavoro sugli aspetti culturali è spesso impagabile.
Non su tutto si è poi d'accordo, ovviamente: fu Street Legal, per esempio, un disco davvero «terribile», con brani memorabili come Changing of the Guards e Señor (Tales of Yankee Power) e la sua seducente veste gospel? E fu Hard Rain «il peggior album autorizzato di Dylan», quello dove i musicisti «non suonano ma cozzano l'uno contro l'altro»? Ed è possibile che di un ellepì strepitoso e unico come Desire si parli poco o niente e che l'incredibile Hurricane, una delle composizioni più belle di Dylan, venga citata di passaggio una sola volta?
Marcus, insomma, procede con il machete: taglia, seleziona, omette a suo insindacabile giudizio e questo è comprensibile facendo anche la ricchezza e l'autorevolezza del volume, libro critico nel senso pieno della parola.
E «critico», Marcus lo è davvero, e di quelli terribili: la sua recensione all'album Self-Portrait, per esempio, con il suo celebre incipit («cos'è questa merda?»), è rimasta celebre e il lettore la ritroverà anche qui, subito all'inizio della prima parte, insieme a pareri poco lusinghieri da parte di qualche celebre collega («Bob non è affatto autentico. È un plagiatore, e il suo nome e la sua voce sono finti. Tutto quello che riguarda Bob è un inganno». Joni Mitchell, intervistata dal “Los Angeles Times”). In un lavoro di tale mole è evidente che non tutte le pagine possono ripagare il lettore in ugual misura ma l'appassionato non avrà di certo a pentirsi del tempo investito, perché l'originalità con cui tutto questo materiale viene trattato è tale da meritare lo sforzo che pur richiedono le oltre quattrocento pagine del libro. […]

19.2.12

Dedalus. Umberto Eco racconta la sua collaborazione al "manifesto"

La collaborazione di Umberto Eco al “manifesto” con lo pseudonimo di Dedalus cominciò il 5 maggio 1971, una settimana dopo la nascita del quotidiano, con un articolo dal titolo Come la stampa borghese intreccia la bugia all’informazione, si concluse il 2 marzo 1975 con l’articolo A proposito dell’omosessualità. Poche parole sommesse ma non represse. Di quella sua collaborazione Eco, l’unico vero “tuttologo” della cultura italiana, ha ragionato con Valentino Parlato il 28 aprile 2011, in occasione del quarantennale del giornale comunista. Dall’intervista riprendo le prime risposte. (S.L.L.)   
E’ venuto Pintor a casa mia e me l'ha chiesto e poiché era tanto simpatico gli ho detto di sì. Ma c'era un'altra ragione. C'era una situazione tipica di una certa sinistra di allora, anche di quella di antiche origini cattoliche come la mia, che non riusciva a identificarsi col Partito comunista italiano. Specie noi della cosiddetta neoavanguardia del Gruppo 63, se eravamo certamente orientati a sinistra, stavamo per così dire sulle scatole alla cultura ufficiale del Pci, ancora guttusiana, pratoliniana, con la sua idea di intellettuale organico che non era compatibile, tanto per fare un esempio, con gli eretici come Vittorini, diffidente verso tante nuove tendenze culturali emergenti, quasi sempre bollate come trucchi insidiosi del neocapitalismo. Una volta il buon Mario Spinella mi chiese di scrivere un lungo articolo su “Rinascita” per indicare quali erano i problemi che una cultura di sinistra doveva affrontare. Io scrissi di sociologia delle comunicazioni di massa e dello strutturalismo: fui coperto di feci dall'intellighentia del Pci. Mi viene da citare l'attacco dell'allora marxista Massimo Pini, poi finito in An, e un personaggio francese che scrisse «ma cosa diavolo racconta questo Umberto Eco: da un punto di vista marxista lo strutturalismo è inaccettabile». Questo signore si chiamava Althusser e due anni dopo avrebbe tentato il suo celebre connubio tra marxismo e strutturalismo. C'era un clima molto difficile per chi volesse essere di sinistra senza stare con il Pci. All'epoca l'unica alternativa possibile era con il giro di Lelio Basso e con “il manifesto”: l'unico modo di essere di sinistra senza venire irreggimentati nel Pci, anche se non era più quello togliattiano che accusava di decadentismo Visconti perché aveva girato Senso ma ove tuttavia le sperimentazioni erano ancora accolte con diffidenza. Tanto per fare un esempio, nel 1962 Vittorini pubblicava “il Menabò” numero 5, quello dedicato a industria e letteratura, ma proponendo un nuovo modo di intendere l'espressione «letteratura e industria», focalizzando l'attenzione critica non sul tema industriale ma sulle nuove tendenze stilistiche in un mondo dominato dalla tecnologia. Era un coraggioso passaggio dal neorealismo (dove valevano i contenuti più che lo stile) a una ricerca sullo stile dei tempi nuovi, ed ecco che dopo un mio lungo saggio Sul modo di formare come impegno sulla realtà apparivano prove narrative molto 'sperimentali' di Edoardo Sanguineti, Nanni Filippini e Furio Colombo. Perciò accettai la proposta di Pintor; ma poiché avevo un contratto per la terza pagina del “Corriere della sera” non potevo mettere la stessa firma su due quotidiani e scelsi di firmare Dedalus

Mi sono divertito come un pazzo a scrivere i pezzi di Dedalus. Ricordo che un po' di anni dopo Fanfani mi incontrò, agitando la mano e facendo, garbatamente, finta di volermi picchiare. La ragione? Qualche tempo prima sul “manifesto” avevo scritto: «L'onorevole Fanfani, passeggiando nervosamente sotto il letto...». Altra polemica con Montanelli quando, attaccando la Cederna, aveva scritto che «annusa l'afrore degli anarchici sotto le ascelle». Scrissi: «una volta i polemisti portavano la penna all'altezza del cuore; tu, Indro, sei sceso molto più in basso». Poi Montanelli mi mandò un suo libro con la dedica: «In memoria di un colpo basso». Era un uomo di spirito.
“il manifesto” 28.04. 2011

Genova 71. Ciechi e metalmeccanici uniti nella lotta (di Silvia Neonato)

La rievocazione di una lotta esemplare del "lungo 68". La condizione dei ciechi in un istituto che è "mondo a parte", l'intervento degli studenti politicizzati della Fgci e dei gruppi, lo scontro con un potere ottuso e conservativo, il decisivo appoggio degli operai, la vittoria finale. Il tutto in un articolo da "alias" del 2007 che prende occasione da una mostra fotografica. Una lezione per l'oggi: quanto più avanzano la forza e i diritti del movimento operaio organizzato in classe tanto più si diffondono diritti e libertà per tutti. Vale anche il contrario: l'aggressione ai diritti dei lavoratori (comunque presentata o giustificata) prelude alla restaurazione di una società classista e autoritaria in tutte le sue pieghe. (S.L.L.)

Un'assemblea di lotta all'Istituto per ciechi Chiossone di Genova
Un ragazzo seduto sul pavimento, al centro della foto, legge con le dita un testo in braille appoggiato sulle ginocchia mentre un altro ragazzo gli tiene il megafono davanti alla bocca. Nel documento si chiede cambio più frequente di lenzuola, cibo meno scadente, che la trentina di ragazze dell'istituto non sia tenuta rigidamente separata dai maschi e maggiore libertà di scelta negli studi e nella vita quotidiana.
Ragazzi ciechi e vedenti sono insieme in una sala con robuste colonne di marmo, sotto il busto di Davide Chiassone, il baffuto benefattore fondatore dell'istituto per ciechi che porta il suo nome dal 1868. Quel giorno, il 5 marzo 1971, vi sono ospitati un centinaio di ragazzi non vedenti liguri, ma anche piemontesi, toscani, del Sud e delle isole, mentre i ciechi più anziani vivono già in un'altra residenza.
All'interno ci sono le materne, le elementari, le medie e le scuole per musicisti e centralinisti frequentate dai più grandi. È la prima volta di un assemblea al Chiossone con studenti della Fgci ed extraparlamentare, ragazzi e ragazze cattolici, alcuni dei quali vengono da tempo, in qualità di lettori e amici, ma non di «agitatori politici». Ci sono anche universitari appassionati alle idee di Franco Basaglia che si battono (e lo faranno anche in futuro) contro i ghetti in cui vengono rinchiusi i portatori di handicap.
I dirigenti del Chiossone non gradiscono affatto che si rompa l'isolamento dei loro ragazzi che vivono e studiano in istituto. E chiamano la polizia che alle 19 di una serata ancora fredda sgombera senza riuscire a separare i ciechi dagli «intrusi» esterni, non tutti almeno. Così i cronisti locali, arrivati per raccontare quell'assemblea già di per sé particolare, devono scrivere di uno strano corteo che attraversa il centro della città e si presenta, sempre scortato dalla polizia, alla sede del Pci.
Nasce nei giorni seguenti il Comitato di agitazione che si conquista persino le simpatie dei benpensanti colpiti dallo sgombero violento dei ciechi e che diventerà un inedito e scomodo soggetto sulla scena politica cittadina arricchendosi via via dell'appoggio di sindacati e consigli di fabbrica.
Infatti se in marzo parte l'indagine del giovane questore d'assalto Andrea Mazzoni con i ragazzi rientrati in istituto e i dirigenti pronti a promettere le attese riforme, a giugno succede un fatto gravissimo: la direzione del Chiossone, malgrado avesse promesse il contrario, espelle undici contestatori e ne diffida ventidue, inviando un telegramma alle famiglie.
È quasi estate, gli studenti ciechi e i loro amici vedenti non si arrendono. Chiedono aiuto ai sindacati e ai consigli di fabbrica. I metalmeccanici genovesi, che sono in lotta per il contratto, scendono in piazza. Il consiglio di amministrazione dell'istituto è costretto a revocare i provvedimenti disciplinari e si dimette.
Il prefetto nomina commissario straordinario Andrea Mazzoni. Resterà in carica 13 anni introducendo molte riforme che anticipano l'oggi: il collegio viene chiuso, i ragazzi integrati nella scuola normale o assistiti a casa.
Per capirci, occorre ricordare che nel '71 gli istituti per ciechi in Italia erano 21 in tutto e ospitavano 3.000 non vedenti, quasi esclusivamente ragazzi di famiglie non abbienti vittime di incidenti (come Mirco Mencacci, il protagonista del bel film di Cristiano Bortone Rosso come il cielo, da ieri nelle sale italiane, che poi è diventato un sound design del cinema, e ha lavorato con Ozpetek e Giordana) o malati e mal curati spesso per mancanza di mezzi (come testimonia uno studio di quell'anno di Antonio Frau sulla rivista “Inchiesta”: il 93% degli 80 mila non vedenti italiani apparteneva alla classe operaia o contadina).
La legge non consentiva del resto di frequentare la scuola normale così i ragazzi venivano chiusi in quello che Fabio Levi ha definito «un mondo a parte» e che è anche il titolo del suo libro sull'istituto dei ciechi di Torino (Il Mulino, 1980). Regole rigide, punizioni, clausura. Il Chiossone, come gli altri istituti del tempo, impone le regole educative che dalla metà dell'Ottocento hanno formato generazioni di ciechi.
Quando, nel 1996, con Monica Lanfranco, abbiamo scritto la storia di quei mesi di lotta abbiamo intervistato quanti più protagonisti di allora e ci colpirono i legami fortissimi che molti di loro avevano mantenuto nel corso del tempo: ciechi, sindacalisti, assistenti sociali, la mitica «supe», ovvero suor Paolina (la superiora che regalava loro di nascosto qualche dolciume in più) erano rimasti legati dal 1971.
Le loro voci sono raccolte in Lotte da orbi (Erga), che vanta il piccolo primato di essere il primo libro in Italia uscito in stampa e in braille. E che trae il suo titolo politicamente scorretto dall'espressione «botte da orbi»: fino ai primi del Novecento i ciechi erano infatti costretti a vivere spesso di carità e di lavoretti tra i quali quello di essere messi in coppia sul ring: il divertimento consisteva nel veder volare i pugni solo qualche volta a segno.
Oggi, probabilmente anche grazie a quella lotta e a tutto ciò che ne seguì, il Chiossone è uno dei centri più qualificati in Italia nel campo della riabilitazione visiva, con una particolare attenzione ai bambini sotto i 5 anni. «Non ridiamo la vista, ma lavoriamo per l'autonomia» è il motto degli operatori di oggi.

"Alias" n.10, 10 marzo 2007

17.2.12

Passato e presente (di William Morris)

William Morris, Tessuto da tappezzeria
Su William Morris artista, imprenditore e socialista questo blog contiene già notizia, attraverso il profilo tracciato sul “manifesto” da Giuseppina Ciuffreda e qui riproposto. Qui ne riprendo un brano esemplare, ove il senso della storia, della natura, dell’arte e l’ideale politico progressista ottimamente si fondono in una nitida argomentazione e in una bella comunicazione.
Il brano è tratto dall’antologia di scritti politici Come potremmo vivere, edita dagli Editori riuniti nel 1979, curata e introdotta da Lia Formigari. (S.L.L.)


Su Morris vedi anche

Un'immagine dal Berkshire, a sud di Wantage,
ove nacque re Alfredo detto il Grande
Mi ricordo tre brani di storia o cronaca contemporanea che un caso fortuito ha fatto giungere fino a noi e che illustrano curiosamente il cambiamento che ha avuto luogo nelle abitudini degli inglesi. Una signora che scriveva da Norfolk quattrocento anni fa a suo marito a Londra, tra le varie commissioni per la tappezzeria, la drogheria e gli abiti, gli raccomandava di non dimenticare di portare a casa una buona scorta di archi a croce e relative frecce perché le finestre della loro sala erano troppo basse per i lanci con gli archi normali. Un viaggiatore tedesco, che scriveva alla fine del periodo medievale, parla degli inglesi come di persone estremamente pigre e orgogliose, e i migliori cuochi d'Europa. Un ambasciatore spagnolo dello stesso periodo dice: « Questi inglesi vivono in case fatte di assi e fango, ma dentro vi regna un'abbondanza da gran signori ».
Debbo ammettere che provoca una strana emozione rievocare quei tempi e cercare di rendersi conto della vita dei nostri progenitori, uomini che portavano il nostro stesso nome, che parlavano all'incirca la stessa lingua, che abitavano gli stessi luoghi della terra, ma erano tanto diversi da noi per costumi, abitudini, modi di vita e pensiero quanto lo sarebbero stati se fossero vissuti su un altro pianeta. Lo stesso volto del paese è cambiato, e non mi riferisco soltanto a Londra e ai grandi centri industriali, ma al paese in generale; non c'è lembo del territorio inglese, eccettuati posti come la pianura di Salisbury, che non siano una testimonianza degli straordinari mutamenti che quattrocento anni hanno prodotto nel nostro paese.
Spesso mi diverto a cercar di immaginare il volto dell'Inghilterra medievale: i molti territori di caccia e grandi boschi, le strisce di terreno non recintato dedicate alle colture e al pascolo comunitari; le primitive forme di agricoltura e di allevamento di buoi, pecore e suini, specialmente questi ultimi, lunghi, magri, ossuti, inconcepibili per noi; le file di cavalli da carico lungo i sentieri; la scarsità di strade carraie, quasi inesistenti se si eccettuano quelle lasciate dai romani e quelle fatte per congiungere un monastero all'altro; i pochi ponti, e la gente che usava, dove poteva, traghetti e guadi; le piccole città con la loro bella chiesa e spesso anche con la cinta di mura; i villaggi, negli stessi posti in cui sono ora (eccettuati quelli di cui è rimasta soltanto la chiesa), ma migliori e più popolati di quanto non siano adesso; le loro chiese, alcune grandi e belle, alcune piccole e strane, ma tutte ricolme di altari e arredi e ravvivate dai quadri e dagli ornamenti; i numerosi conventi con la loro splendida architettura; i bei manieri, alcuni dei quali erano stati un tempo fortezze, resti di periodi precedenti; alcuni nuovi ed eleganti; altri sproporzionatamente piccoli in rapporto all'importanza dei loro signori. Come sarebbe strano per noi tornare nell'Inghilterra del XIV secolo! Solo la vista del crinale d'una collina a noi familiare — come quella su cui ancora si erge il segno di una tribù inglese, e da cui, guardando la pianura dove nacque re Alfredo, una volta mi capitò di pensare a tutto questo — ci direbbe in che parte del mondo siamo: ben poco d'altro è rimasto, salvo il nome.
Questo pensiero mi ridona speranza in quello che potrà accadere: lo stesso sarà di noi nei tempi futuri, tutto sarà mutato, un altro popolo abiterà qui in Inghilterra, un popolo che, per quanto possa essere del nostro sangue e portare il nostro nome, si chiederà come noi vivessimo nel XIX secolo.
In quella rigida società di casta del XIV secolo, con la sua rozza abbondanza, con la sua vita errabonda, con la sua serena accettazione della brutalità e della violenza, era in atto un'acuta
lotta di classe legata a una speranza di progresso secondo l'immagine che se ne aveva allora: i servi venivano gradualmente liberati, alcuni di loro diventavano abitanti delle città, alcuni diventavano giornalieri o « lavoratori liberi », come li chiamavano, altri diventavano piccoli concessionari agricoli. Nelle città le corporazioni si facevano più forti, le gilde degli artigiani conoscevano ascesa e corruzione, cresceva il potere della corona, assistita dalla nascente burocrazia; in breve
la borghesia si andava formando sotto le apparenze di un feudalesimo ancora intatto e tutto si stava preparando al decollo della grande epoca commerciale, alle cui ultime battute io spero stiamo assistendo. Quell'epoca cominciò con la prodigiosa trasformazione dell'agricoltura, cioè la coltivazione ai fini del profitto invece che della sussistenza. La terra fu dunque strappata al popolo, scomparve la figura del contadino libero e nacque quella del proprietario fondiario. La popolazione delle città crebbe, gonfiata dall'afflusso di uomini rimasti senza terra e senza signore, che andarono a costituire il vero e proprio proletariato o classe dei lavoratori liberi; e la loro stessa esistenza rese possibile un embrionale capitalismo industriale.

Celentani

In Brotture.net apprendo che nel “Trattato degli Animali Inferiori pel Vulgo” di Augusto Franzini (1677) si legge “havvi una spezie de Vermi che habitano lo intestino, de’ quali è difficile la liberazione, che nel contado soglionsi chiamare Celentani”. Una piccola ricognizione mi ha consentito di riconnettere a quei vermini una pasta alimentare (da qualche tempo industrialmente rilanciata) che ha forma serpentina e che ha nome di “celentani” o “cellentani”. Se tanto mi dà tanto i celentani del Franzini dovrebbero essere quei fastidiosi parassiti intestinali di colore chiaro che volentieri intorno a sé s’attorcigliano disegnando volute spiraliformi, ovverossia gli ossiuri. 

16.2.12

Lingua e dialetto. Il "pass" di Pirandello (Andrea Camilleri)



A casa mia si parlava un misto di dialetto e italiano. A scuola ti obbligavano a parlare italiano, perché il dialetto per il regime fascista era un fatto riduttivo dell'unità nazionale, quando invece tutti parlavamo il dialetto, voglio dire i piemontesi il piemontese, i toscani il fiorentino - anzi no, per l'amor del cielo, mi perdonino i toscani: i fiorentini il fiorentino, i senesi il senese e via di questo passo.
Ma a casa parlavamo in dialetto e in italiano. Quand'è che si parlava in dialetto e quand'è che si parlava in italiano? Questa è la domanda che mi sono posto quando ho incominciato a scrivere.
Un giorno analizzai una frase che mia madre mi aveva detto quando avevo diciassette anni: mi aveva dato le chiavi di casa e io tornavo tardi la notte. Mi disse: «Figghiu mii, vidi ca tu, si nun torni, iu nun rinescio a pigghiare sonnu. Si iu nun sento 'a porta ca si chiui ca vena a dire ca tu turnasti, 'un m'addurmisciu. Resto cull'occhi aperti vigliardi. Allora, pi' favuri, nun mi fari curcari addormisciri tardi, torna presto, e se questa storia dura ancora, io ti taglio i soldi che ti do, e tu mi spieghi che fai fino alle due di notte?».
Porca miseria, dissi, guardate un po', la prima parte di 'sto discorso è la mozione degli affetti, la seconda parte interviene il notaio, la giustizia, il commissario di pubblica sicurezza, il legalitario. Dunque, la lingua italiana, che è nata come lingua notarile, torna a essere lingua istituzionale al momento della minaccia.
E su questo ho cominciato a scrivere.
Supportato poi da Pirandello; un giorno scoprii uno scritto meraviglioso di Pirandello della fine dell'Ottocento, che dice: «Di una data cosa, il dialetto ne esprime il sentimento, della medesima cosa la lingua ne esprime il concetto», che è favoloso come pass ricevuto da Pirandello per scrivere a modo mio.

Da AA.VV. Io mi ricordo (libro e dvd), Einaudi 2009

Ottiero Ottieri, lo scrittore che fingeva di vivere (di Maria Giulia Minetti)

«Voglio essere un caso letterario, non un caso clinico»: così protestava sarcastico Ottiero Ottieri, autore anomalo, sopraffatto dalla sua fama di «narratore della psiche», insofferente della società libresca («scoglio a parte nella letteratura del secondo Novecento» come l’ha definito Andrea Zanzotto). Alle sue molte singolarità adesso Ottieri - nato a Chiusi nel 1924, scomparso a Milano nel 2002 - ne aggiunge una singolarissima: nel volume che gli dedicano i Meridiani Mondadori (Opere scelte), la «Cronologia», di fatto una corposissima biografia critica lunga più di settanta pagine, è firmata dalla figlia Maria Pace, scrittrice a sua volta ma, fino a poco tempo fa, tutt’altro che esegeta dell’opera paterna. «Mio padre ho cominciato a leggerlo tardi - informa -. Per difesa: dalla lettura in genere e dai suoi libri in particolare. Questo lavoro mi ha anche dato il modo di avvicinarlo come lettrice. Ora posso finalmente dire di conoscerlo».
Delle emozioni che questa conoscenza le ha dato, nella cronologia non c’è traccia esplicita. La parte emotiva, nel libro, la recita il curatore Giuseppe Montesano, che ha steso un’introduzione psicanalitica e lirica, appassionata: «Un uomo scrive, seduto a un tavolo che non è fatto per scrivere. L’uomo ha più di settant’anni, ma come un adolescente scrive di sodomie e amplessi. (…). L’uomo conserva le tracce di una bellezza che sul suo volto è esistita, una bellezza timorosa e avventata, ora distratta, ora insolente. (…). L’uomo moltiplica le parole come se potesse trasferirsi in esse, eppure pochi come lui sanno essere distaccati dalle proprie parole, altrove. Ma altrove dove? Se lo sapesse! È proprio questo che gli manca: un luogo dove possa vivere davvero…».
Preda di depressioni gravissime, sempre in analisi (il primo terapeuta sarà Cesare Musatti, l’ammirazione per Freud costante), frequenti ricoveri in clinica, Ottieri non può che scrivere «in» questa condizione, «da» questa condizione, «su» questa condizione. E lo fa in modo «impietoso», osserva la figlia. «Essendo la sua vita il soggetto della sua opera, era una persona condannata alla coscienza». Ma è proprio questa condanna a trattenerlo di qua dall’abisso: «Era come se la malattia gli garantisse una consapevolezza estrema e la possibilità in fondo di salvarsi proprio nel riuscire a oggettivare e descrivere il suo stare male».
Aggrappato alle sbarre della malattia, Ottieri si sporge verso il mondo che sta fuori. «Non riesce a mettercisi dentro, ma lo afferra molto bene - commenta ancora la figlia -. Lo guarda, lo osserva, lo capisce, lo sorveglia, a volte lo profetizza. Tutti i temi degli ultimi cinquant'anni sono presenti nella sua opera. Non c'è un altro scrittore italiano tanto aperto alla contemporaneità». Ha scritto Carla Benedetti in Ottieri, notissimo sconosciuto: «Di privato, nei suoi libri, c’è una cosa sola: il punto da cui muove la scrittura. (…). Ottieri nei suoi libri parla di un’infinità di cose: della fabbrica e della clinica, della malattia mentale e della questione meridionale, dell’ossessione e dell’alcolismo, dell’ansia e della dipendenza, degli psichiatri e dell’Italia, di Cassano e di Cossiga, della borghesia, degli imprenditori, delle infermiere, delle modelle, delle filippine, del jet set, del sesso e della morte (…). Ma Ottieri non scrive per guarire, scrive semmai per resistere, per resistere nella propria cocciuta "irrealtà"».
Una resistenza condotta con ogni mezzo letterario, passando per tutti i generi - il saggio, il romanzo, il diario, la poesia, il dialogo, il teatro, l’articolo di giornale -, adoperando una lingua classica molto colta e un continuo sperimentalismo, innestando la sua letteratura di gerghi: della fabbrica, della psicoanalisi, della pubblicità, della televisione.
I libri pubblicati in vita, dal primo Memorie dell’incoscienza (1954) all’ultimo Un’irata sensazione di peggioramento (2002), sono ventinove. Soltanto sei quelli compresi nel Meridiano. Una scelta difficile, in certo senso feroce, perché non è mai l’inclusione a rallegrare, ma l’omissione a dolere, come un arto amputato.
C’è Donnarumma all'assalto, 1959, il romanzo ricavato dall’esperienza di Ottieri capo del personale nella fabbrica Olivetti di Pozzuoli, che scopre la vulnerabilità di un’utopia razionale, illuminista: la salvezza attraverso il lavoro organizzato. C’è La linea gotica, taccuino 1948-58, che «registra la sconfitta di Ottieri e della sua scelta interiore per Milano e la classe operaia (…). Ma perdendo Ottieri si fa scrittore. La linea gotica è forse il suo libro migliore» scriverà Angelo Guglielmi quarant'anni dopo. C’è L'irrealtà quotidiana, 1966, saggio romanzesco su una condizione esistenziale che Valentino Bompiani sintetizza brutalmente così: «Ottiero Ottieri è nato scrittore. Nei periodi fra un libro e l’altro finge di vivere». C’è Contessa, 1975, dove è narrata la malattia di una terapeuta, con toni dolorosi, mondani e comici («Che cosa sarebbe accaduto se Cesare Pavese si fosse curato?» è il titolo della tesi di dottorato della terapeuta). C'è il torrenziale Pensiero osceno, 1996, dove «il protagonista è uno che vuole tutte le donne e tutti i ragazzi: il sesso come esempio della voglia di bersi il mondo, come desiderio di un'onnipotenza che ha rapporti stretti con l'impotenza». E c'è infine Cery, 1999, cronaca della guerriglia partigiana «felice e straziante» che il protagonista oppone ai medici di una clinica svizzera decisi a curarlo. Manifesto di irriducibilità, è la sintesi estrema di quell'Ottieri che, scrive Montesano, «a pochi anni dalla morte, allegro con disperazione, si proietta nell’oggi». Costruite con minuziosa efficacia, alla fine del volume, le «Notizie sui testi» di Cristina Nesi, veri «romanzi di romanzi», densi racconti di formazione di ognuna delle opere scelte.

“La Stampa” 20/10/2009

Il '68 e dopo, a scuola da Gramsci (di Giuseppe Prestipino)

Questo magnifico articolo, di Giuseppe Prestipino, fu sollecitato, nel maggio 2011, dalla polemica scatenata da un intervento di Luigi Cavallaro contro i sessantottini, fattisi complici e artefici della grande controrivoluzione neoliberista, magistrato, giurista ed economista anche per l’originaria ambiguità delle loro parole d’ordine. Aveva già risposto Guido Viale, mostrando con elementi fattuali come, al di là delle parabole opportunistiche dei capi, l’eredità del sessantotto fosse soprattutto la diffusa resistenza al neoliberismo presente nelle pieghe della società italiana, nel pubblico (scuola sanità, magistratura) come nel privato (impresa cooperativa e no animata dalla cultura ecologica e del limite). (S.L.L.)

Ecco i link sui testi della polemica
Sull’argomento vedi anche questa mia “battaglia” su “micropolis”.


Ancor prima che il capitalismo come sistema economico riconquistasse tutto il mondo, facendosi globale a tutti gli effetti, il mondo fu conquistato da una ideologia, il neoliberismo, che poté egemonizzare il senso comune di massa, ben più di quanto non avessero potuto il catechismo sovietico (dal diamat al mito della pianificazione centralizzata) o l'eresia maoista (la rivoluzione permanente detta culturale), il molto meno rilevante terzomondismo patrocinato dall'autogestione titoista o la quasi irrilevante "terza via" eurocomunista.
Alcune parole d'ordine del '68 avevano, inconsapevolmente, preparato il terreno, tra le giovani generazioni, al nuovo corso neoliberista, come sostiene Luigi Cavallaro (il manifesto, 13 maggio 2011)? Si può dire, al contrario, che alcune parole della rivoluzione passiva neoliberista ricalcano parole sessantottesche, appropriandosi del loro contenuto "rivoluzionario" per rovesciarlo. La domanda può essere formulata con l'abusato paragone conviviale: il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? O con un paragone militaresco: l'annessione delle speranze sessantottesche da parte della cultura neoliberista venne dalla debolezza del Sessantotto combattente o dalla forza dei nuovi eserciti neoliberisti?
Luigi Cavallaro conosce l'opera di Antonio Gramsci quanto me. Soffermiamoci allora, dapprima, sui "rapporti di forza", ai quali l'autore dei Quaderni guarda con attenzione. Il sessantottismo in senso lato perde il suo originario vigore anche per il venir meno dei suoi referenti nazionali e soprattutto internazionali: di quelli con i quali tendeva a identificarsi (ad esempio, un certo maoismo), di quelli contro i quali pronunziava nettamente la sua condanna (lo stalinismo) e di quelli che sfidava con una critica meno ostile o con una sua riluttanza al dialogo o al confronto (in Italia, il Pci). Si aggiunga la disfatta di quel movimento operaio che era stato il principale alleato, o persino il modello sottinteso, di una gran parte del moto giovanile nella sua vocazione "consiliare", anti-fordista e, appunto "operaista". Si determinano, a questo punto, le condizioni oggettive per una crisi materiale, organizzativa e ideologica dell'antagonismo novecentesco nel suo complesso. E' chiaro che il fattore decisivo è nel nuovo capitalismo rimondializzato e trionfante.
Sui rapporti di forza possiamo non aggiungere altre notazioni. Ma la riflessione gramsciana sulla sconfitta subita, nel suo tempo, dalla rivoluzione in Occidente ci conduce a due categorie interpretative esemplari: alla "rivoluzione passiva" e alla lotta tra "egemonie culturali". La rivoluzione passiva del capitale snerva l'avversario, lo paralizza, lo frantuma, lo risospinge in una fase disorganica e quindi imbelle, proprio incorporando e assimilando, in forme distorte, e talora "capovolte", alcune istanze persino programmatiche dell'avversario. Marx aveva scritto sul "comunismo del capitale". L'internazionalismo del capitale odierno non è quello descritto dallo stesso Marx nel 1848. E' un internazionalismo che viene dopo quello dei "proletari uniti", e gli risponde rovesciandolo. Incorporare elementi dell'avversario significa anche, per Gramsci, cooptare nel sistema dominante dirigenti rappresentativi della parte avversa, indurli a "cambiare casacca" e persino ad agire e a imbastire "narrazioni" contro i vecchi compagni. Gli ex sessantottini (ma non anche gli ex Pci e ex Psi?) che Cavallaro disprezza giustamente perché convertiti, promossi o foraggiati dall'odierna democrazia personalizzata, dal neoliberismo autoritario e insieme eversivo, hanno i loro progenitori in quella sinistra storica della quale Gramsci ricostruisce una triste vicenda risorgimentale e post-risorgimentale, caratterizzata anche dal trasformismo di capi fattisi colonialisti e parte attiva nelle repressioni dei moti popolari.
Infine, ragioniamo sulle "egemonie culturali". Il capitale globale dei nostri giorni ha imparato la lezione gramsciana meglio di coloro che si professano comunisti o che provengono dal partito di Gramsci, ancorché mutanti a seguito di un loro peregrinare piuttosto accidentato. Il capitale globale ha capito che, nel moderno e ancor più nel tardo-moderno, la partita si gioca principalmente sul terreno culturale. Già negli anni della guerra fredda la Cia aveva compreso che, per vincere, era necessario spendere somme enormi per la diffusione di messaggi attraverso i quali celebrare l'immagine di un modello di vita (occidentale) come superlativo, insuperato e insuperabile oggetto del desiderio. Il desiderio consumista, in alternativa al verbo produttivista, nasce in quegli anni. E a partire da quegli anni riesce a carpire, e a stravolgere, l'idea di libertà.
Cavallaro dice bene sui significati ambigui e anche perversi che il concetto di libertà può assumere, e condivido che libertà e liberazione debbano considerarsi una cosa sola. Ancora una volta è Gramsci colui che ci spiega, contro Croce, che non ha senso parlare di un secolo della libertà (il XIX secolo liberale), ma che tutta la storia è storia della libertà, perché anche nella "satrapie orientali" vi furono fermenti di liberazione nei subalterni. Se per fine delle ideologie intendiamo, riduttivamente, la presunta fine della storia o la cancellazione del futuro, allora è vero che le ideologie sono finite anch'esse e che, almeno in casa nostra, di quelle novecentesche non vi è più traccia o quasi. Ma se ideologia significa, come per Gramsci, concezione del mondo capace di tramutarsi in senso comune di massa e quindi di modificare o conservare il mondo nella pratica o nella machiavelliana "realtà effettuale", allora il neoliberismo è una ideologia potente. Tanto potente che, in presenza di una crisi economica dagli esiti virtualmente catastrofici, la cultura capitalistica dispone di messaggi e di nuovi mezzi (mediatici) efficacissimi nell'operare la conversione a destra, al razzismo, al localismo, allo pseudo-individualismo anti-solidale o al neo-corporativismo, al clientelismo o al servilismo, della stessa massa immiserita, sfruttata e deprivata di ogni diritto civile, politico, sindacale.
In un recentissimo incontro di studiosi gramsciani, un giovane ha accennato a una proposta che traduco a modo mio. Si formi un gruppo intellettuale di nuovi illuministi, non più aristocratici come Voltaire, Montesquieu ecc., ma "borghesi" e capaci di lanciare, in un sofisticatissimo motore di ricerca informatico, una Nuova Enciclopedia, allo scopo non più di fugare, tra le vecchie e nuove plebi, l'oscurantismo delle superstizioni o delle credenze religiose, ma di far penetrare una nuova concezione del mondo proiettata, massimamente, verso un (nuovo) mondo futuro. Come "dipingerlo"? Apprezzare un dipinto è possibile se ne vediamo il tutto non disgiunto dai "particolari". Perciò gli utopisti scendevano nei dettagli delle loro Città del Sole o Nuova Atlantide ecc. Mi pare che, per noi, anche ideologia e utopia (come nel libro di K. Mannheim) debbano stare insieme. Senza darsi pensiero del "socialismo scientifico". E forse i giovani si risveglieranno.

"il manifesto", 20 maggio 2011

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