8.1.19

Fotografia: una breve summa (Susan Sontag)


Il breve saggio è del 2000. Non mi pare che la diffusione capillare di nuove forme di comunicazione lo abbia invecchiato, forse lo ha reso addirittura più attuale. (S.L.L.)



1. La fotografia è, innanzitutto, un modo di vedere. Non l'atto di farlo.

2. È il modo ineluttabilmente «moderno» di vedere, che privilegia progetti di scoperta e di innovazione.

3. Tale modo di vedere, che ha ormai una lunga storia, incide profondamente su ciò che siamo abituati a notare e a a cercare nelle fotografie.

4. Il modo di vedere moderno consiste nel vedere per frammenti. Abbiamo l'impressione che la realtà sia sostanzialmente illimitata, e la possibilità di conoscenza infinita. Ne consegue che tutte le limitazioni, tutti i principi unificatori debbano essere ingannevoli, demagogici; nel migliore dei casi provvisori e, a lungo andare, quasi sempre falsi. Vedere la realtà alla luce di determinati principi unificatori ha l'innegabile vantaggio di dare forma alla nostra esperienza. Ma al stesso tempo - così ci insegna il modo di vedere moderno - nega l'infinita varietà e la complessità del reale. E di conseguenza reprime la nostra energia, e il nostro diritto a ricostruire ciò che desideriamo ricostruire: la nostra società, le nostre identità. Liberatorio, ci viene detto, è osservare quanto più è possibile.

5. In una società moderna, le immagini prodotte dalle macchine fotografiche forniscono la principale via d'accesso a realtà di cui non abbiamo esperienza diretta. Si presuppone che ognuno di noi riceva e registri un numero illimitato di immagini di ciò che non vive in prima persona. L'apparecchio fotografico definisce per noi quel che accettiamo di considerare «reale» e sposta continuamente in avanti il confine del reale. Si ammirano in particolare quei fotografi che rivelano verità nascoste su se stessi o su quei conflitti sociali poco seguiti dai mezzi d'informazione che hanno luogo in società vicine o lontane da dove vive chi li osserva.

6. Nel modo moderno di conoscere, devono esserci immagini perché qualcosa diventi «reale». Le fotografie identificano gli eventi. Conferiscono importanza a un evento e lo rendono memorabile. Perché possa divenire oggetto di un largo interesse, una guerra, un'atrocità, un'epidemia, o una cosiddetta calamità naturale deve arrivare alla gente attraverso i vari sistemi (dalla televisione a internet ai giornali e alle riviste) che diffondono immagini fotografiche tra milioni di persone.

7. Nel modo moderno di vedere, la realtà è innanzitutto apparenza, e in continuo mutamento. Le fotografie registrano l'apparenza. La registrazione fotografica è registrazione del mutamento, della distruzione del passato. Essendo moderni (e se abbiamo l'abitudine di guardare fotografie siamo, per definizione, moderni), capiamo che ogni identità è una costruzione. L'unica realtà irrefutabile - e il migliore indizio per comprendere un'identità - è il modo in cui appariamo.

8. Una fotografia è un frammento, un barlume. Accumuliamo barlumi, frammenti. Ciascuno di noi immagazzina nella propria mente centinaia di immagini fotografiche che può ricordare all'istante. Tutte le fotografie aspirano a diventare memorabili, vale a dire, indimenticabili.

9. Nell'ottica della modernità, il numero dei dettagli è infinito. Le fotografie sono dettagli. Pertanto, assomigliano alla vita. Essere moderni significa vivere affascinati dalla indomita autonomia del dettaglio.

10. Conoscere significa, innanzitutto, riconoscere. Il riconoscimento è la forma di conoscenza che oggi viene identificata con l'arte. Le fotografie delle terribili crudeltà e ingiustizie che affliggono la maggior parte della popolazione mondiale sembrano dire - a noi che siamo privilegiati e relativamente al sicuro - che dovremmo indignarci e desiderare che si faccia qualcosa per mettere fine a tali orrori. Ma ci sono anche fotografie che sembrano reclamare un'attenzione di tipo diverso. Nel caso di questo corpus di opere che continua ad arricchirsi, la fotografia non è una forma di invito alla mobilitazione sociale o morale, il cui fine è quello di indurci a partecipare e ad agire, ma è un'avventura dello sguardo. Osserviamo, prendiamo nota, riconosciamo. È un modo più distaccato di guardare. E il modo di guardare a cui diamo il nome di arte.

11. L'opera di alcuni dei migliori fotografi socialmente impegnati viene spesso criticata se appare troppo simile all'arte. E la fotografia considerata come arte può attirare critiche analoghe: ottunde la nostra capacità di partecipazione. Mostrandoci eventi, situazioni e conflitti che potremmo deplorare, ci chiede di mantenere un certo distacco. Può mostrarci qualcosa di davvero orripilante, ma solo per metterci alla prova e stabilire cosa riusciamo a guardare, cosa dobbiamo accettare. O, più semplicemente, ci invita - e ciò vale per gran parte della più ammirata fotografia contemporanea - a contemplare la banalità. A contemplarla e ad apprezzarla, facendo ricorso a quell'abitudine all'ironia ormai così sviluppata e consolidata dalle surrealistiche giustapposizioni di fotografie che caratterizzano le mostre e i libri più sofisticati.

12. La fotografia - forma suprema di viaggio, di turismo - è il principale mezzo moderno per ampliare il mondo. In quanto forma d'arte, la fotografia tende ad ampliare il mondo specializzandosi in soggetti ritenuti provocatori, trasgressivi. La fotografia può dirci: esiste anche questo. E quello. E quell'altro. (E tutto è «umano».) Ma che fare di ciò che in tal modo conosciamo, se davvero si tratta di conoscenza, dell'identità, dell'anormalità, di mondi ostracizzati o clandestini?

13. Chiamatela conoscenza, chiamatelo riconoscimento - di una cosa possiamo stare certi rispetto a questo modo così moderno di fare qualsiasi esperienza: il vedere, e l'accumulazione dei frammenti di ciò che vediamo, non potrà mai avere fine.

14. Non esiste una fotografia definitiva.


In Nello stesso tempo, Mondadori, 2008

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