25.7.14

San Pietro e Paolo. Due contendenti uniti dalla tradizione (Filippo Gentiloni)

El Greco, San Pietro e Paolo (1614),
San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage 
Pietro e Paolo: una delle coppie più famose della storia e non soltanto di quella cristiana. Furono amici? Non direi, ma è anche vero che l'amicizia non è una categoria che trovi posto, per lo meno ufficialmente, nei testi sacri. Una categoria troppo privata per il clima biblico, troppo psicologica, troppo moderna. La grande amicizia, per la Bibbia, è una sola, quella dell'uomo con Dio: meglio, quella che Dio concede all'uomo.
La storia di Pietro e Paolo, comunque, è una storia ricca di vita: convergenze e differenze, alleanze e litigi, il protagonismo di due personaggi che i racconti ci presentano a tutto tondo, anche se non è facile distinguere, come per tutte le storie vecchie di venti secoli, i fatti reali dalle concrezioni mitiche.
Fin dai primi tempi si cercò di presentarli insieme, quasi che le testimonianze delle rivalità e dei litigi si dovessero al più presto dimenticare. Si temeva il persistere di un dualismo, l'esistenza di due chiese parallele, quella di Paolo e quella di Pietro: progressisti e conservatori, anche allora. Il timore delle due chiese parallele creò la coppia: basti vedere l'iconografia dei primi secoli, con i due grandi sempre insieme.
Tutti e due, dopo diverse peripezie, dovevano per forza essere finiti a Roma, il luogo dove il martirio acquistava dignità e indicava un ruolo per il futuro. Tutti e due cominciarono, sempre a Roma, a essere ricordati e festeggiati lo stesso giorno, il 29 giugno, come oggi: bisognava suggellare nel ricordo un'amicizia che probabilmente non c'era stata.
Il martirio di ambedue nella stessa città capitale e nello stesso giorno, sotto Nerone. doveva far dimenticare che Paolo era stato un persecutore di cristiani, non era stato fra gli apostoli e non aveva neppure conosciuto Gesù: una lacuna grave nella chiesa apostolica. Di Pietro, poi, era bene dimenticare molte colpe e molte incertezze: soprattutto quell'infame tradimento prima del canto del gallo e quella esitazione nella controversia con i «giudaizzanti». Nessuno dei due aveva la fedina penale pulita.
Avevano avuto origini molto diverse, Pietro e Paolo. Ambedue ebrei e circoncisi, ma uno era di Galilea, l'altro, Paolo, era nato e vissuto a Tarso, in Cilicia. Scarsi i dati sulle carte di identità. Di professione, Pietro era pescatore e Paolo tessitore: continuò a tessere tele , per quanto poteva, anche durante i suoi grandi viaggi apostolici, per mantenersi senza dipendere economicamente dalle chiese (niente 8 per mille!).
Pietro era certamente sposato (Gesù interviene per guarirne la suocera). Sullo stato civile di Paolo si discute. Era celibe? Vedovo? Separato? Sembra certo, comunque, che al tempo della sua lunga missione apostolica non era legato a nessuna donna, caso piuttosto strano per quel tempo e quella cultura (alcuni attribuiscono a questa circostanza la sua durezza nelle questioni sessuali).
Sui dati fisici, nessuna notizia. Ma la barba dovevano averla, se si affermava (Musonio Rufo) che «la barba è per l'uomo come la cresta per il gallo e la criniera per il leone».
Sul carattere possiamo dedurre dai racconti qualche cosa di più. Pietro, bonario, incerto, contraddittorio, immediato nelle reazioni, forse anche incolto (gli si attribuiscono due lettere, ma non si è certi che le abbia scritte lui). Doveva maneggiare appena l'aramaico popolare. Paolo colto, fine predicatore e scrittore, ebreo di città, pienamente inserito nell'ellenismo del tempo, parlava bene il greco della koinè, a suo agio sull'acropoli di Atene come nelle prigioni imperiali di Roma o sulla prua di una nave in tempesta. Di Paolo sappiamo molto di più che di Pietro, eppure è di quest'ultimo il «primato»: una stranezza della storia o un vero «legato» lasciato a lui, rozzo, e debole pescatore, dallo stesso Gesù.
La storia quando li fece accostare, Pietro e Paolo avevano già vissuto a lungo (una quarantina d'anni per ciascuno?) e intensamente. Il loro incontro fu ben presto uno scontro. Ne possediamo due resoconti fondamentali, non del tutto convergenti, anche se ambedue sono nati in ambiente più paolino che petrino. Il primo, cronologicamente, è un testo della lettera di Paolo ai fedeli di Ga-lazia, una delle lettere che gli studiosi considerano autenticamente paoline. Il secondo testo è il racconto del libro degli Atti, scritto da quel Luca che fu anche autore del terzo vangelo.
Tema dello scontro la questione che gli storici hanno poi definito dei «giudaizzanti». Una questione in apparenza secondaria, in realtà di portata essenziale: vi era in gioco l'essenza stessa del cristianesimo, anche al di là del rapporto con il giudaismo da cui era nato. La possiamo formulare così: i nuovi cristiani provenienti dal paganesimo - quelli a cui proprio Paolo si rivolgeva - dovevano passare attraverso il giudaismo? La circoncisione, cioè, prima del battesimo? In altri termini: Gesù sostituisce l'antica legge o semplicemente la riforma e la perfeziona?
Su questi interrogativi di estrema modernità - rifondazione, riforma, rinnovamento, rivoluzione... - Pietro e Paolo misero in gioco autorità e amicizia.
L'incontro-scontro si svolse in tre atti. Il primo dovette essere un breve incontro di cortesia, appena tre anni dopo la conversione di Paolo, che «salì», come si diceva allora, a Gerusalemme proprio per «fare visita» a Kefa, la pietra che Gesù aveva posto alla base della sua comunità. Tutto bene, dunque: forse era nata anche un'amicizia.
Il secondo atto si svolge, sempre a Gerusalemme, almeno una decina di anni dopo. Le conversioni di pagani sono aumentate: Paolo non li fa circoncidere né li obbliga a seguire le classiche prescrizioni giudaiche sul vitto, ecc. Per le chiese cristiane più tradizionali, quelle originate dal giudaismo, è un vero scandalo. Si convoca una assemblea, una sorta di primo concilio ecumenico. A capo degli “innovatori” Paolo, a capo dei conservatori l'apostolo Giacomo, con l'autorità riconosciuta di “fratello del Signore”. Pietro tenta una mediazione: niente circoncisione, ma la osservanza di qualche precetto antico, onde non urtare i cristiani di provenienza giudaica. Paolo accetta e riparte per i suoi lunghi viaggi missionari, fino alla Grecia, a Roma, alla Spagna.
Il terzo atto, ad Antiochia, è il più drammatico. Pietro, giunto nella comunità antiochena, in un primo tempo si era attenuto alla prassi stabilita, come Paolo, ma in un secondo tempo aveva ceduto alle forti pressioni dei conservatori e aveva imposto ai nuovi cristiani il peso delle antiche osservanze. Paolo freme: ma allora Gesù è morto invano? Il cristianesimo, allora, non è altro che una forma rinnovata di giudaismo? Senza alcuna soggezione, Paolo accusa Pietro di doppiezza (hypocrisis).
Benché abbia ragione, sulla base e delle decisioni di Gerusalemme e di tutta la storia successiva, Paolo esce perdente dallo scontro di Antiochia. «Proprio per questo sarà sempre più oggetto di dure contestazioni da parte dei giudeo-cristiani integralisti e la chiesa-madre lo guarderà con sospetto. Non per nulla l'autore degli Atti stende un velo di rispettoso silenzio sull'incidente di Antiochia, che aveva visto il protagonista della sua storia edificante messo in minoranza dall'iniziativa degli emissari di Giacomo e dal cedimento di Pietro (Giuseppe Barbaglio, Paolo di Tarso e le origini cristiane).
Il seguito della controversia è sotto i nostri occhi. La chiesa di Pietro ha vinto su tutto il fronte, e non soltanto in casa cattolica. Le varie chiese cristiane, quale più quale meno, anche se non hanno accettato la circoncisione, si sono ancorate alle leggi e alle osservanze, a tutto vantaggio di quelle garanzie che la roccia petrina offriva, ma a scapito di quella «libertà» che Paolo aveva predicato con scarso successo.
La storia, comunque, ha voluto unire due,protagonisti che le vicende avevano divisi. Pietro e Paolo, vicini l'uno all'altro nella iconografia cristiana, dicono a tutte le generazioni che le tensioni fra legge e libertà, tra vecchio e nuovo, tra carne e spirito non deve cessare: nessun dualismo purista deve prevalere su di una, anche ambigua, complessità.
Ci farebbe piacere sapere se, poi, dopo Antiochia, i due si incontrarono, forse nelle galere di Roma, e si riabbracciarono. L'amicizia biblica, d'altronde, non è orizzontale, ma verticale, scende dall'alto. Lo stesso immenso abbraccio del Cantico dei Cantici è un'immagine visibile e palpabile di quell'invisibile e impalpabile abbraccio che circonda la vita.


“il manifesto”, 11 agosto 1990

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