2.3.14

Filinnio, una vampira nella Grecia antica. Intervista a Tommaso Braccini

Una trasposizione filmica di Lucy Westenra
Fantasmi, vampiri e altri mostri nella Roma antica, grazie a Flegonte di Tralle, «ripescato» dal filologo classico Tommaso Braccini, docente all'Università di Torino che ha curato (insieme a Massimo Scorsone) Il libro delle meraviglie e tutti i frammenti (pp. 115, 25 euro, Einaudi). Ne parliamo con il curatore.

Come e dove ha incontrato Flegonte?
«Il mio incontro con Flegonte risale a quando studiavo all'università di Firenze: approfittando di un certo margine di tempo libero che era concesso a noi studenti del vecchio ordinamento (gli ordinamenti successivi hanno prodotto un'irreggimentazione non sempre positiva da questo punto di vista...), mi divertivo a scovare in biblioteca testi curiosi e poco noti che magari avevo trovato indicati in una noticina del manuale di letteratura greca o latina. Mi ricordo che iniziai a sfogliare il testo con curiosità, trovandomi subito catapultato nel bel mezzo della storia di Filinnio, la morta innamorata. Rimasi subito molto colpito e affascinato, anche perché quella che emergeva era un'antichità davvero poco convenzionale, e da allora ho sempre continuato a frequentare Flegonte, fino ad arrivare a curare quest'edizione insieme a Massimo Scorsone».

Chi sono e cosa hanno in comune Filinnio e Lucy Westenra?
«Filinnio, nel racconto di Flegonte, è una fanciulla greca che muore giovanissima, subito dopo il matrimonio. Questa scomparsa prematura la lascia per così dire affamata d'amore, e per questo sei mesi dopo la sepoltura ottiene dagli dei degli Inferi il permesso di tornare tre notti sulla terra per amare un giovane uomo, Macate, che nel frattempo è giunto come ospite in casa dei suoi genitori. Saranno proprio questi ultimi, accortisi che stava accadendo qualcosa di strano, a fare irruzione nella stanza del giovane nel corso della terza notte, rompendo questa sorta di incantesimo. Filinnio cade di nuovo morta, questa volta definitivamente; Macate, sconvolto, si suicida. Anche Lucy Westenra, uno dei personaggi più memorabili del Dracula di Stoker, muore giovanissima, alla vigilia del matrimonio: tornerà come una voluttuosa e feroce vampira, che prima di finire impalata dal vampirologo Van Helsing cercherà di sedurre e uccidere il fidanzato Arthur. Entrambe queste figure sono revenantes, morte che ritornano, per quanto Lucy sia sicuramente più minacciosa. Ma tra le due molto probabilmente c'è un legame: la più mite Filinnio, infatti, in età moderna era stata spesso citata come esempio di inquietante cadavere posseduto dal demonio in vari manuali per inquisitori e raccolte di storie di spettri, e da lì il personaggio era stato recuperato da Goethe, che l'aveva rielaborato nella sua Sposa di Corinto facendolo diventare il prototipo della perfetta vampira, che poi ispirò tutta la produzione letteraria successiva, compreso il Dracula di Stoker».

Anais Nin osservava: «Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo noi», che cosa hanno visto dunque nel Libro delle meraviglie autori come Goethe o Le Fanu o Leopardi?
«Autori come Goethe o Le Fanu probabilmente vi videro una sorta di proprio precursore, un anello di congiunzione che univa l'antichità classica, che per entrambi costituiva un punto di partenza irrinunciabile, al gusto moderno del romanticismo e della nascente letteratura dell'orrore. L'approccio di Leopardi è più indiretto: lui arriva ad emendare e cesellare filologicamente il testo di Flegonte perché incuriosito da quelli che riteneva gli errori popolari degli antichi ».

E che cosa ci ha visto lei?
«Io ho visto nel Libro delle meraviglie un prezioso e affascinante frammento sopravvissuto quasi miracolosamente (in un solo codice medievale, per giunta assai malconcio) al naufragio di tanta parte della letteratura antica, soprattutto quella meno canonica».

Se dovesse aggiungere un frammento alle meraviglie elencate da Flegonte, quale «meraviglia» contemporanea sceglierebbe?
«Nel Libro delle meraviglie c'è una continua tensione tra l'umano e il non-umano: non solo vengono ricordati revenants che tornano misteriosamente dall'aldilà, ma anche il rinvenimento di fossili di giganti, e la nascita o la cattura di creature mostruose... Forse una meraviglia contemporanea, se posso sconfinare nella fantasia, potrebbe essere la notizia del rinvenimento di un alieno, magari ibernato nei ghiacci dell'Antartide, e trasferito in qualche deposito segreto governativo: non sarebbe troppo distante dal paragrafo in cui Flegonte riferisce della cattura di un centauro in una remota località dell'Arabia, dalla quale poi i resti dell'essere, appositamente imbalsamati, erano stati inviati a Roma dov'erano custoditi nei depositi imperiali».

‘Se l'ho scritto esiste’, questa pare l'idea ontologica chiusa in molti frammenti del libro di Flegonte. Lei, come filologo, si sente abbastanza creatore?
«Il vero creatore, da questo punto di vista, è il narratore: il lavoro del filologo è più simile a quello di un critico d'arte o di un restauratore di quadri. Però, per parafrasare una celebre massima latina, proprio in quanto studioso di testi il filologo sa che quod non est in scriptis non est in mundo: ciò che non è scritto, non esiste».
Chiara Valerio


l’Unità, 12 Dicembre 2013

L'enigma del fulmine. Storia e misteri della Madonna di Foligno (Marco Carminati)

Di ritorno da Milano, ov’era stata in mostra a Palazzo Marino dal 28 novembre 2013 allo scorso 12 gennaio, la Madonna di Foligno, prima di rientrare ai Musei Vaticani s’è fermata a Foligno, in esposizione al Convento di Sant’Anna dal 18 al 26 gennaio. Successo clamoroso: in poco più di una settimana cinquantamila presenze. Pare che nessun Folignate in grado di compierla si sia sottratto all’obbligo di una visita. Qualcuno ha commentato: moda, imitazione, presenzialismo, campanilismo. E’ probabile che ci sia un po’ di tutto questo alla base delle lunghe code davanti al Convento, ma è comunque da sperare che ne siano scaturiti curiosità e interessi e che alla fine la cosa giovi al vivere civile della città. Qui ho ripreso un bell’articolo sulla storia e  i misteri del dipinto che ha risposto a molte mie  domande. (S.L.L.)   

Persino Giorgio Vasari, che di quadri ne aveva visti molti, entrando a metà Cinquecento nella chiesa di Santa Maria dell'Aracoeli a Roma era rimasto quasi senza fiato. Sopra l'altar maggiore aveva ammirato un quadro di Raffaello «singulare e bellissimo», con una «Nostra Donna in aria con il Cristo putto che scherza con il manto della Madre» e i Santi Giovanni, Francesco e Gerolamo, quest'ultimo in atto di raccomandare alla Vergine un «cameriere di papa Giulio».
Si tratta dello stesso dipinto che i milanesi possono ammirare fino al 12 gennaio 2014 nella Sala dell'Alessi di Palazzo Marino a Milano, ma non nella posizione lontana e inaccessibile in cui lo vide Vasari sull'altare dell'Aracoeli, bensì a misura d'uomo, praticamente a terra, e così a portata di mano che ci si potrebbe accomodare dentro. Tra l'altro sotto una luce magnifica.
Il quadro in questione è uno dei capolavori assoluti di Raffaello, è una grande pala d'altare originariamente dipinta su tavola e oggi su tela, alta tre metri e larga quasi due, che venne realizzata a Roma nel momento di maggior fervore creativo del maestro urbinate, tra il 1511 e il 1512. Raffaello sta decorando le Stanze Vaticane e contemporaneamente dipinge affreschi, ritratti e pale d'altare di sublime equilibrio classico. In più ha scoperto il colore rutilante dei pittori veneti e gli accenti chiaroscurali dei pittori ferraresi: a questa fase magica appartiene il capolavoro che abbiamo dinnanzi, universalmente noto con il nome «singulare» di Madonna di Foligno.
La lettura del dipinto, i suoi enigmi e le vicende storiche che lo hanno visto protagonista costituiscono la trama di un'avventura avvincente, e credo sia utile rievocarla qui, per sommi capi, al fine di possedere una piccola chiave di comprensione dell'opera ora a portata di mano.
Cominciamo con la semplice lettura. Che cosa vediamo? Partendo dall'alto vediamo una Madonna con Gesù Bambino in braccio, inserita in un disco solare sullo sfondo e seduta su un ammasso di nuvole che si trasformano verso l'alto in una corona di figure angeliche. La Vergine appare a cinque personaggi raffigurati in basso. A sinistra c'è San Giovanni Battista vestito di pelli che guarda verso di noi e ci indica la visione celeste. Davanti a lui, inginocchiato, c'è San Francesco d'Assisi che contempla in estasi l'apparizione mariana, e dalla parte opposta c'è San Gerolamo vestito di blu, con il leone ai suoi piedi, che presenta a Maria e al Figlio un nobile vegliardo in ginocchio, ritratto con grande incisività, abbigliato di velluto nero con cappa rossa dai risvolti di pelliccia bianchi. Al centro del quadro è rappresentato un angelo che, alzando gli occhi alla divina apparizione, regge tra le mani una targa priva di iscrizione (tecnicamente una «tabula ansata»). Dietro di lui si apre un bellissimo paesaggio, con campi e montagne, al centro del quale si scorge un abitato attraversato da un fiume, con torri, ponti e case. sopra una casa si nota un ammasso di luce arancione che sta per precipitare dal cielo e colpire un edificio. Contemporaneamente un arco di luce gialla sovrasta la cittadina sotto un cielo nuvoloso.
Questo è ciò che vediamo. Ora dobbiamo cercar di decifrare il significato di queste immagini. E cominciamo dall'alto. La chiave per comprendere l'apparizione si trova nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. Questo libro narra che la Sibilla Tiburtina venne convocata da Augusto lo stesso giorno della nascita di Gesù, attorno a mezzogiorno. L'imperatore voleva sapere dalla profetessa se fosse legittima l'idea formulata dal Senato di venerare il sovrano come un dio. Ma la Sibilla ebbe all'istante una grandiosa visione: sopra il Campidoglio di Roma vide apparire nel cielo un sole d'oro dentro il quale stava seduta una donna con un bambino in grembo. Mostrando la visione ad Augusto, la Sibilla ammonì l'imperatore: «Questo bambino è più grande di te, perciò adoralo». E una voce dal cielo proclamò: «Hoc est ara coeli! (Questo è l'altare del cielo!)». A seguito di ciò, Augusto rinunciò a farsi adorare come dio ed eresse un "altare del cielo" sul Campidoglio a ricordo della visione, nel punto in cui sarebbe sorta la chiesa mariana detta appunto «dell'Aracoeli».
Il quadro rievoca dunque l'episodio dell'apparizione della Vergine alla Sibilla Tiburtina e ad Augusto ed era destinato all'altar maggiore della chiesa dell'Aracoeli di Roma dove Vasari, come abbiamo accennato, ebbe modo di ammirarlo personalmente.
Nel dipinto Raffaello immagina che anche i Santi Giovanni Battista, Francesco e Gerolamo assistano alla visione di Augusto e la indichino ai fedeli. Il Battista è qui in veste di precursore di Cristo (ecco il significato del suo gesto indicante), San Francesco è l’«alter Christus» dotato di stigmate che mostra con la destra, ma è anche il titolare dell'Ordine Francescano che gestiva la chiesa dell'Aracoeli. E poi c'è San Gerolamo, considerato il primo segretario apostolico della storia, qui ritratto in qualità di protettore del committente del quadro, che era - come dice Vasari - il «cameriere» di papa Giulio II della Rovere, ovvero il suo «maestro di camera» e segretario particolare.
Questo personaggio è ovviamente decisivo per la comprensione dell'opera. Vediamo di conoscerlo. Il suo nome era Sigismondo de' Conti, era un raffinato umanista nato a Foligno nel 1432 e morto a Roma il 24 febbraio 1512 che aveva lavorato con Sisto IV, Innocenzo VIII, Alessandro VI e Giulio II come storico di corte (scrisse una Historia sui temporis libri XIX) e come segretario pontificio con mansioni varie, che andavano dalla stesura delle lettere papali all'espletamento di missioni diplomatiche. Il fatto che nel quadro egli indossi il robone rosso non deve trarre in inganno: essendo coniugato con prole, Sigismondo de' Conti non poté mai assurgere alla carica di cardinale.
Il maestro di camera di Giulio II si spense nel febbraio del 1512 e venne sepolto nel coro della chiesa di Santa Maria dell'Aracoeli. Prima di morire aveva commissionato a Raffaello questa pala per l'altar maggiore posto a pochi passi dalla sua tomba. È interessante ricordare che il coro dell'Aracoeli era allora ammantato di affreschi di Pietro Cavallini (poi distrutti) che illustravano proprio le «Storie della visione di Augusto e della Sibilla Tiburtina».
Fece in tempo Sigismondo de' Conti a vedere l'opera finita? Non lo sappiamo. Secondo alcuni studiosi Raffaello portò a termine il quadro dopo la morte del committente e il profilo scheletrico di Sigismondo deriverebbe dalla sua maschera funebre.
Tuttavia non è questo l’enigma più rilevante del quadro. I veri misteri si concentrano nella figura dell’angelo centrale che regge la targa senza scritta, e nel paesaggio di fondo, con la singolarissima scena di una "bomba" arancione che sta per colpire una casa.
Che cosa significano questi dettagli? Nessuno lo sa con certezza, ma naturalmente sono state avanzate molte ipotesi. Le sintetizziamo in due filoni.
Il primo filone vedrebbe in quell'oggetto volante e infuocato una cometa che sfreccia sopra Betlemme in occasione della nascita di Cristo, legando così il paesaggio alla scena della visione di Augusto soprastante. Il putto angelico con la targa muta in primo piano alluderebbe in questo caso alla destinazione funebre del pala, richiamando il dettaglio dei sarcofagi paleocristiani dotati di «tabula ansata» priva di iscrizione, un elemento iconografico che rimandava simbolicamente all'anima umana e alla vita dopo la morte.
Un secondo filone ritiene che la pala rappresenti un colossale ex voto alla Vergine dell'Aracoeli per uno scampato pericolo da parte di Sigismondo de' Conti. Un meteorite caduto dal cielo avrebbe lasciato miracolosamente illesa la sua casa. Oppure un fulmine, scatenatosi nel bel mezzo di una tempesta tra nuvole minacciose e la presenza dell'arcobaleno, avrebbe risparmiato la vita del segretario. In entrambi i casi, il putto angelico avrebbe retto la targa con le parole dell'ex voto, che però il de' Conti non sarebbe riuscito a dettare per tempo essendo sopraggiunta la morte. Stiamo navigando nel mare incerto delle ipotesi.
Più solide certezze ce le fornisce invece la storia successiva del quadro. Eccola. A seguito dell'abbattimento dell'antica abside medievale dell'Aracoeli voluta da papa Pio IV nel 1564, i parenti di Sigismondo de' Conti ritirarono l'opera di Raffaello e la portarono a Foligno presso il convento delle Contesse, di cui era badessa Anna de' Conti, nipote di Sigismondo. La pala prese da allora il nome di «Madonna di Foligno». Per due secoli le suore folignati subirono pesanti pressioni per vendere l'opera (ad esempio da Augusto II di Sassonia), ma resistettero con dignità. Non poterono tuttavia fermare le truppe di Napoleone che in virtù del trattato di Tolentino (1797) prelevarono il dipinto e lo spedirono a Parigi. In Francia avvenne il trasporto della pellicola pittorica dalla tavola alla tela, e quando la stella di Napoleone tramontò Antonio Canova riportò l'opera a Roma.
A questo punto le suore di Foligno preferirono vendere il "loro" Raffaello al papa, e dal 1816 la Madonna di Foligno entrò a far parte della Pinacoteca Vaticana. Qui fu sottoposta ad amorevoli cure e restauri ma visse anche un momento di gravissimo pericolo: il 27 gennaio 1989 un visitatore in sedia a rotelle di nome Thomas Lange si avvicinò al quadro, gettò su di esso del liquido infiammabile e tentò di incendiarlo. La reazione immediata di un custode vaticano, che con un cappotto estinse le fiamme, salvò il Raffaello. A Milano - nonostante sia davvero a portata di mano - il quadro è al sicuro. Si trova collocato dentro un'invisibile e solidissima vetrina Goppion, in grado di resistere - garantiscono - a colpi di fulmine e a eventuali piogge di meteoriti.

"Il Sole 24 ore", domenica 8 dicembre 2013

Ricordi di scuola (Salvatore Lo Leggio)


Mi capitò una sola volta in tutta la carriera di insegnante di far scuola a ragazzi piccoli, anzi a ragazze piccole. In assegnazione alle magistrali quasi certamente per un solo anno (al classico – ove avevo perso il posto - c’erano ben tre pensionandi), il preside, il buon Morelli, mi affidò una prima, la classe di collegamento del corso (allora) quadriennale. Non so se fui all'altezza, ma mi affezionai presto.
Erano in maggioranza ragazze di campagna, figlie di mezzadri, o metalmezzadri, o mezzadri piccoli imprenditori. Diverse venivano da lontano, il lago, l'alta valle del Tevere. Qualcuna doveva svegliarsi alle sei e mezza per prendere il bus o il trenino della Centrale Umbra: la stanchezza si leggeva nelle facce, negli occhi, nei capelli scombinati dal sonnecchiare in viaggio.
Da insegnante ero esigente, bisognava studiare ogni giorno: lo fui anche con loro. Niente interrogazioni programmate e niente “giustificazioni”: per l’ultima lezione si era sempre scusati, senza dover dare spiegazioni; approfittavo della cosa per ridiscutere qualche argomento importante dei giorni e delle settimane precedenti. Chiamavo alla cattedra a sorteggio: la povera Pepponi, numero 16, che ora fa – immagino ottimamente – la poliziotta, veniva estratta spessissimo. A Latino orale accumulò una decina di valutazioni sul registro.
Per i voti, in quella come in altre classi, non usavo né il “più” né (tanto meno) il “meno meno”, solo il voto pieno o i mezzi voti. Usavo però tutta la scala: dal 10 all’1. L’1 era riservato solo a chi rifiutava la verifica rimanendo al suo posto; bastava venire alla cattedra e fare scena muta per guadagnarsi un 2. Ma non succedeva quasi mai: negli ultimi dieci anni proprio mai. Le ragazze e i ragazzi capivano come funzionava e tentavano comunque di dialogare (non senza i prevedibili effetti comici in caso di impreparazione); io avevo sempre una domanda di riserva. Per decidere il voto facevo un computo mentale, rapidissimo: i contenuti, il linguaggio, la capacità di ragionare e argomentare, il senso critico; poi la tara, mezzo voto in più ai più antipatici, mezzo in meno a quelle e a quelli che mi erano più cari. In quella prima magistrale non rammento ragazze antipatiche, se non forse la prima della classe a cui, una volta o due, assegnai perfino il 10.
Non ricordo lamentazioni o proteste, allieve ed allievi generalmente sembravano accettare la valutazione come giusta,. Rivedo, sì, qualche faccia delusa e mortificata, più per un esito del colloquio al di sotto dell’impegno e delle aspettative che per il voto. Io ne soffrivo un po’. In quella classe di ragazze studiose la cosa succedeva soprattutto per il latino: alcune sembravano negate, forse per un qualche rifiuto originario a base psicologica, forse per la didattica. Nel triennio non avevo mai insegnato le basi del latino e dovendolo fare per quell’unico anno, scelsi di seguire pedissequamente il testo adottato dai predecessori, senza tentare strade nuove. I risultati non furono appaganti: una decina di quelle trenta ragazze andava assai male nella pratica della traduzione ed anche le altre, con poche eccezioni, stentavano. Ai compiti in classe facevo una vigilanza occhiuta: non si doveva imbrogliare; si poteva del resto rimediare all’orale, ove oltre alla lingua si studiavano, attraverso letture adatte, alcuni aspetti della civiltà di Roma antica. Alla fine non feci una carneficina: rimandai a settembre sei o sette ragazze che ci misero un po’ d’impegno e, in qualche modo, passarono. Una sola fu bocciata: andava male in tutte le materie. A noi insegnanti confessò che era a causa di un amore ingarbugliato: evidentemente ne capitano anche a quattordici anni.
In ogni caso il giorno della versione in classe (come quello del compito di matematica) era per quelle ragazze tremendo e faticoso. Ricordo una volta che vidi molte di quelle figliole scapigliate, sospiranti, con le facce preoccupate, pallide. Passai tra i banchi e capii che c’era più di un intoppo: non avrebbe dovuto esserci, ma c’era. Commosso, mi assalì la tentazione di dare qualche dritta, ma mi bloccò l’esigenza di capire chi ce la faceva e chi no.
Qualcosa tuttavia volli fare. Lì al vecchio convento del Parione, di fronte al carcere ove i fascisti rinchiusero Camilla Ravera, c’era una bidella all’antica, più nonna che mamma; anche se non era tra i suoi compiti istituzionali, la mandai a comprare caramelle e cioccolatini e, a sorpresa, ne feci distribuzione tra i banchi, 5 o 6 pezzi per alunna. Le ragazze diedero vista di apprezzare molto. Certo è che la versione andò molto meno male del prevedibile e addirittura meglio del solito. Non è da escludere che alla base della difficoltà ci fosse una crisi glucidica.

Un’altra volta vidi passare un bigliettino da un primo a un secondo banco e corsi a sequestrarlo. Era una disperata richiesta di aiuto: “Se mi passi la versione, ti regalo un cane”. Dovetti fare il severo e frenare la risata, ma non riuscii a frenare l’ondata di tenerezza e una lacrimuccia di commozione. Forse era pena troppo lieve per una tentata corruzione, ma mi limitai a cambiare collocazione alla colpevole: la misi in cattedra, al mio posto.   

Coltivo una rosa bianca. Una poesia di José Martì (Cuba 1853 – 1895)

Coltivo una rosa bianca
in luglio come in gennaio
per un amico sincero
che mi porge la mano franca
e per chi crudele mi strappa
questo cuore con cui io vivo
nè cardo nè ortiche coltivo:
coltivo una rosa bianca.


Traduzione di Gioia Minuti

POLPETTINE DI TONNO (di Ornella)

Ho trovato la semplice ricetta che segue in un sito gastronomico molto milanese visitato per caso (“il corriere della polpetta”). L’ho provata per la combinazione, per me inedita, tra tonno e ricotta e il risultato m’è parso eccellente. Va bene (e perfino meglio) anche il tonno al naturale, purché di buona qualità (non dev’essere secco e stoppaccioso), e va benissimo, se non ci sono controindicazioni salutistiche, la frittura. (S.L.L.)

Ingredienti per circa 15 polpettine
240 grammi di tonno in scatola
200 grammi di ricotta
1 uovo
2 fette di pancarré bagnato nel latte
un po’ di sale
parmigiano
pan grattato

Preparazione

Sgocciolare bene il tonno dall’olio, aggiungere il pane strizzato, l’uovo, la ricotta, parmigiano e pangrattato a occhio per una giusta consistenza e un po’ di sale. Dare forma di piccole polpette schiacciate, infornare nella placca del forno rivestita di carta forno per 20-25 minuti a 170°, girandole una volta a metà cottura e fino a che raggiungono la doratura. Sono buone sia calde sia (secondo alcuni di più) a temperatura ambiente.

Sognare (di Giulio Giorello)

“Compagni, bisogna sognare!”. 
Chi si aspetterebbe che un razionale stratega della lotta di classe come Lenin concluda così il suo capolavoro politico, Che fare(1902)? 
Eppure, senza i sognatori, niente scoperte scientifiche, innovazioni tecnologiche, riforme sociali – e nemmeno lotte contro discriminazione e intolleranza […] 
Ma capita che il conformismo, magari in modo “democratico”, cancelli la “diversità” delle opinioni e degli stili di vita; che alla variegata “confusione” del dissenso si sostituisca un grigio consenso “di massa”; che infine compaia qualcuno che ti impone di sognare i suoi sogni, invece che i tuoi…


da la ribellione è una pioggia,  in “Emergency il mensile”, n.7 2011

I ricordi di Mariangela Melato: "Io e mio padre".

Frequentavo Brera, ma soprattutto il bar Jamaica. C’erano artisti come Dova, Manzoni, Migneco, Recalcati, i grandi fotografi come Mario Dondero e Alfa Castaldi. Ero una ragazzina truccatissima, alla Juliette Greco. A volte coi capelli corti e verdi, altre volte lunghi e neri, ma con ciocche rosse e gialle. Ero affascinata da quel mondo e a distanza di tanti anni lo ricordo con affetto e gratitudine.
Nessuno aveva cercato di approfittare del mio entusiasmo, della mia ingenuità. E in ogni caso vigilava mio padre, vigile urbano. Quante volte è venuto a prendermi per le orecchie e a portarmi a casa. Abitavamo lì vicino, in via Montebello. A volte bastava un cenno. Appariva sulla soglia, in divisa, e via andare.
Ma non l’ho mai sentito come una presenza repressiva, anzi lo sentivo più vicino di mia madre. Poche parole, lui, però mai uno schiaffo, mai un urlaccio. E com’era bello con i baffi curati, un David Niven in divisa di ghisa. E’ morto che avevo appena cominciato a fare l’attrice, giusto qualche particina. sapevo che era fiero di me, che veniva a vedermi di nascosto. Ci rimase male la sera della prima di Settimo:ruba un po’ meno con Dario Fo. Sul cartellone tra gli ultimi c’era il mio nome con l’indicazione della parte: “la prima puttana”.
Da quella sera, mentalmente, ogni prima la dedico a lui. Si chiamava Adolf Hoering, radici ad Hannover, cognome italianizzato in Melato dal fascismo. Era stato internato a Dachau…


Da Conversazione con Mariangela Melato di Gianni Mura in “Emergency – il mensile”, n. 4, 2011

Dalle "Finestre" di Eduardo Galeano. La luce



Sulle montagne più alte di Cajamarca, quelle che c'impiegarono di più a svegliarsi e ad innalzarsi quando nacque il mondo, ci sono immagini della terra e segni del cielo. Sono figure dipinte diverse migliaia di anni fa da artisti senza nome. Quei tatuaggi colorati sui lati della pietra sono sopravvissuti alle intemperie, nonostante i colpi della pioggia e le morsicate del tempo. Le pitture sono e non sono, a seconda dell’ora. Alcune si aprono quando si apre il giorno e a mezzogiorno spariscono; molte vanno cambiando forma e colore seguendo il cammino del sole, dall’alba fino alla notte, e altre si lasciano intravedere solo quando arriva il crepuscolo, perché le pitture sono nate dalla mano dell’uomo, ma sono anche opera della luce e sono ai suoi ordini. Lei, la luce, l’altra artista, regina e signora, le nasconde e le mostra come vuole e quando vuole.

Traduzione Marcella Trambaioli, "il manifesto", 30/5/2004 

Luigi Pintor scrittore (di Massimo Raffaeli)

L'incipit assoluto, ma sarebbe meglio dire l'origine di un'arte narrativa e insieme il pegno di tutta un'esistenza, è il richiamo al messaggio d'oltretomba che l'allora diciottenne Luigi Pintor (1925-2003) non avrebbe mai voluto ricevere. Si tratta della lettera che suo fratello Giaime gli spedì da partigiano in armi poche ore prima di passare il fronte e di perdere la vita per lo scoppio di una mina a Castelnuovo al Volturno, il 1° dicembre del 1943. In quella lettera, che è il testamento suo e di un'intera generazione, si dice appunto che la guerra, la guerra civile antifascista, ha deciso della vita di tutti e ha mutato il senso dello stare al mondo obbligando chiunque a uscire dal reclusorio della pura costruzione di sé, dai gesti convenuti di una cultura distaccata e appagata, infine da una educazione aristocratica che presumeva di restare indenne anche di fronte alla barbarie. Quella lettera, che gli ritorna in mente a cadenza e alla stregua di un imperativo categorico, è alla base di ogni scelta successiva da parte di Luigi, a sua volta partigiano gappista nella Roma occupata dai nazisti, poi redattore all' Unità e dirigente del Pei, quindi fondatore del “manifesto” e maestro riconosciuto di almeno due generazioni di giornalisti, infine scrittore, nei suoi tardi anni, dalla pubblicazione di Servabo ('91) che si apre infatti col richiamo al messaggio postumo di Giaime.
Insigne scrittore di memoria e di ricordi, Luigi Pintor, nella limpidezza di lingua e di stile che è soltanto sua, come avrebbe ribadito l'uscita in sequenza, fino in punto di morte, di altri tre libri, sottili e levigati come al solito, quali La signora Kirchgessner ('98), Il nespolo (‘01) e I luoghi del delitto ('03) ora finalmente riuniti in un unico volume dal titolo, che si immagina redazionale in mancanza di altre indicazioni, La vita indocile (Bollati Boringhieri). Sono quattro parti divise idealmente in due ante e la prima, costituita da Servabo e La signora Kirchgessner, è pensata nei modi di un romanzo di formazione. Ma in realtà si tratta di un romanzo di ricordi lentamente affioranti, riproposti come fossili o reperti liberati dall'alone di buio che prima li oscurava. Non ci sono nomi propri né precise indicazioni topografiche, semmai figure emblematiche, rare e ribadite con pietà ossessiva alla ricerca dell'essenziale, quasi un repertorio di scene iniziatiche le quali, traghettate dal passato al presente in Servabo, vagheggiano o tentano il recupero di un senso alla vita che si presagisce invece dileguante: Cagliari anteguerra, le spiagge, la luce costernata di un mondo per lui inderogabile, magico nel suo chiarore elementare, e poi di colpo guerra e distruzione, la fuga in un altrove che promette pace e redenzione ma ancora ripropone, come sinistre meteoriti, la malattia, il dolore e da ultimo un'aura di tremenda evanescenza o di sostanziale vanità per ogni attimo vissuto e patito.
Nella Signora Kirchgessner, che sta al libro d'esordio come il verso sta al recto e dunque rende espliciti o più riconoscibili i propri referenti, il fondo di amarezza e di malinconia emerge nudamente al presente nei modi di una retrospettiva e, anzi, di un dialogo muto con lo spettro del fratello: «Spesso mi domando che effetto gli farebbe, se potesse vederla, la distesa di fango secco che ricopre oggi le terre promesse. [...]Non riuscirebbe a trovare su nessun atlante la leggendaria città d'oriente che seppellì nella neve 147.000 guerrieri ariani. Inutilmente si guarderebbe attorno per capire dov'è finita la bandiera colorata che un soldatino piantò in gloria sulla porta Scea». Se anche Stalingrado e la bandiera rossa issata sul Reichstag adesso sono meno che pallide decalcomanie, lo sguardo posato sul qui-e-ora rivela un paesaggio accorante nella sua banale, e micidiale, normalità: «Quando dall'alto degli anni guardo il mondo o la sua parodia girare sui piccoli schermi mi sembra un grande mattatoio impiantato su un grande immondezzaio». Poche immagini rendono con tanta esattezza la condizione che diciamo postmoderna o finalmente globalizzata. Pintor, a leggerlo con attenzione, non è tanto uno scrittore di memoria (perché ne paventa il flusso nostalgico, riparatorio e, di fatto, autoassolutorio) quanto, al contrario, è uno scrittore di ricordi, sebbene di ricordi deprivati di connotazioni soggettive, per un fatto di riserbo e pudore ma per mantenere, soprattutto, quell'anonimato che li rende emblematici e, di conseguenza, universali. In altri termini, se il sarcasmo (il «sarcasmo appassionato» che invocava Antonio Gramsci) è l'impronta proverbiale di Pintor giornalista, viceversa la pietas, una forma ricettiva e capiente del rispetto umano, è la cifra elettiva di Pintor scrittore. Cioè il compositore di una musica la cui partitura non è più riferita alle inversioni vibranti della sintassi o agli scatti delle clausole ma viene scandita in profondità e certe volte in sordina, non più nei modi di un pensiero scintillante e calcolato ma nell'ordine di una emozione trattenuta, serbata, di continuo ripensata.
Lo stile mantiene il consueto nitore dell'essenzialità ma, nella contenzione di ogni estro e licenza, si modula a un ritmo più posato e introverso, con lunghe pause ed ellissi silenziose che ritrovano e si alternano al bianco della pagina. Col tempo lo stile del romanzo di formazione è divenuto lo stile della meditazione o anche della ricapitolazione interiore e così testimoniano Il nespolo e specialmente I luoghi del delitto. Qui i ricordi prendono il passo di pensieri vaganti e di aforismi, mentre il «prima» assoluto delle scene-madri o iniziatiche (il fratello, la guerra, la resistenza, l'impegno acerrimo nella politica) si rispecchia in un «dopo» non meno assoluto ma stavolta completamente disertato o persino desertificato, quando annota, per esempio: «Le rivoluzioni si fanno molte illusioni». Agli echi lontani del conflitto politico, al venir meno del sogno di una cosa, allo sfacelo e al paesaggio di ironiche rovine che oramai è divenuto il mondo, via via si sovrappone il gelo di una perdita, una duplice perdita, che ipoteca il futuro ostruendolo per sempre. Forse non esisterebbero i due libri terminali se Luigi non avesse perso prematuramente entrambi i suoi figli, Giaime e Roberta, ritrovandosi ancora una volta nella condizione del sopravvissuto. Qui è lui a dover dettare un testamento che sa di non poter contare su diretti destinatari, perciò si sente oppresso da un senso di colpa irremovibile, inespiabile, e arriva a ritenersi il responsabile di un duplice delitto, il più grave e nefando, che non ha mai commesso: «Mi trovo finalmente sul luogo del delitto che non ho mai commesso ma che non ho impedito e di cui mi confesso colpevole senza attenuanti. [...]Ma la mia mente è un archeologo che scava tenacemente nel passato e mi conduce di prepotenza dove non vorrei andare». Per estremo e più crudo paradosso, al compiersi della parabola egli ritrova gli spettri di una storia dissipata e andata a male nel volto impenetrabile, da sfinge, di una natura ostile e matrigna, quasi che la Natura, chiusa nella sua dinamica inviolabile, duplicasse in effigie la mattanza della Storia con il suo portato di dolore, morte, insensatezza. Ed è infatti un messaggio leopardiano quello che ci lascia lo scrittore Luigi Pintor, il nostro compagno più indimenticabile.


“alias-il manifesto”, 8 dicembre 2013

1.3.14

Flegonte di Tralle, “meravigliosa” zitella (di Carlo Carena)

Busto dell'imperatore Adriano
Il Libro delle meraviglie (Einaudi, 2013) di Flegònte di Tralle è il Guinness dei primati dell'antichità. L'autore, nativo della città di Tralle in Asia Minore, fu liberto e segretario a Roma dell'imperatore Adriano e forse compilò quella raccolta di storielle per lo stesso imperatore, curioso letterato e viaggiatore. E invero, chi voglia viaggiare nel mondo della fantasia più accesa, anche nelle poche pagine che ci rimangono dell'opera del dotto e ingegnoso asiano trova di che soddisfarsi ampiamente. Vi può accedere ora nella traduzione italiana che ne danno Tommaso Braccini e Massimo Scorsone con ricchezza di dati e di analisi, bibliografia, note e Appendice che superano in mole quella, purtroppo ridotta, del testo originale. Vi spiegano anche l'importanza di questo modesto letterato nella cultura letteraria moderna. Le sue rappresentazioni orrorifiche e demoniache ne fanno un antesignano del gotico romantico.
Quello dei mirabilia è un genere letterario che, nato dotto in epoca alessandrina, si popolarizzò poi su richiesta dei lettori e a soddisfazione non solo loro ma, si può credere, degli stessi scriventi. La mineralogia, la botanica, la zoologia, l'antropologia, la geografia, la storiografia offrivano un campo sterminato a chi volesse raccogliere il credibile e il vero, e volesse stupire con l'inverosimile eppure anch'esso vero. Flegonte spesso documenta l'impossibile o almeno lo sbalorditivo che viene narrando, riferisce fatti contemporanei, è minuziosamente circostanziato sul dove e sul quando, a volte garantisce addirittura l'autopsia (l’aver visto di persona, .d.r.). Nelle sue pagine superstiti è soprattutto l'uomo il protagonista di questi filmati di spessore millenario. Quanto più egli arretra nei tempi, tanto più si trova di fronte a un regno della natura che, perché primitivo, come tutto in primavera, è più sfolgorante e poderoso. Ciò gli mette il cuore in pace: «Non bisogna considerare con incredulità - scrive durante la rassegna di enormità di certi nostri antenati - nemmeno tali prodigi, se si pensa a come la natura in pieno rigoglio delle origini abbia fatto crescere tutti gli esseri mentre in seguito, sopraggiungendo per essa l'età del declino, si siano deteriorate di conserva anche le dimensioni degli esseri viventi».
Ciò si constata soprattutto in scoperte archeologiche o in apparizioni di spettri di trapassati. Che sono, per noi, l'argomento del primo capitolo dell'opera di Flegonte quale possediamo. «Non molti anni or sono» a Messene da un'urna spezzata emerse un teschio di dimensioni triple di quelle oggi normali; da un'iscrizione annessa fu facile riconoscervi il capo di Ideo, un eroe cantato da Omero nell'Iliade. In una grotta in Dalmazia «è possibile vedere» molte carcasse con costole superiori a 7 metri. Un terremoto a Reggio fece affiorare teste con denti di 30 centimetri; mentre i Cartaginesi scavando un vallo scoprirono due scheletri di 10 e 12 metri.
E quanto a lunghezza della vita, il capitolo dell'opera, o un'operetta parallela dedicata ai Longevi, parte da un elenco nominativo di 68 centenari basato sui censimenti romani, per arrivare ad alcuni centoquarantenni e approdare a Epimenide cretese, che secondo Flegonte muore a 157 anni e secondo i suoi compatrioti a 299 (bisogna peraltro tener conto che rimase addormentato in una caverna per più di un quarantennio).
Ma fin qui... Il bello viene nel museo degli orrori. Ermafroditi che lavorano come giardinieri, uomini che partoriscono, una madre che fa otto figli in un anno. Solo pochi decenni prima di Flegonte una donna a Roma partorisce una scimmia; ai suoi tempi stessi, 112 d.C, ancora a Roma venne alla luce un bambino con due teste (pochissime, ai tempi di Nerone se ne ebbe uno con cinque). Flegonte è poi uno specialista in revenants e fantasmi. Dalla nota novella con cui il suo libro inizia, quella delle apparizioni notturne di una fanciulla morta accanto all'innamorato; a Tiresia trasformato in donna e poi tornato uomo in un balletto piacevole e crudele assieme.
Al Libro delle meraviglie si aggiunge nella bibliografia di Flegonte, ed è aggiunta anche nell'edizione Einaudi, una Storia delle Olimpiadi dalla prima edizione fino ai suoi tempi, all'incirca la duecentoventisettesima (anni intorno al 137 d.C). La perdita di quest'opera, a parte il valore documentario, non sembra peraltro essere stata gravissima, se il patriarca Fozio, che ancora ne disponeva a Costantinopoli nel secolo IX, confessava di non aver retto oltre l'Olimpiade 177sima (72 a.C.) perché quell'elenco sistematico era di un tedio micidiale. Infine, la migliore definizione di Flegonte rimane forse quella messa in bocca al suo imperatore dalla Yourcenar nelle Memorie di Adriano: «L'insostituibile Flegonte ha i difetti d'una vecchia zitella, ma è il solo segretario che abbia resistito con me». Con i suoi racconti davanti al focolare diverte e a modo suo fa riflettere.


“Il Sole 24 ore”, 8 dicembre 2013

Francescanesimo (di Jacopo Manna – micropolis febbraio 2014)

E’ ripresa su “micropolis” la rubrica Parole, affidata questa volta a Jacopo Manna. Nel numero di febbraio la “voce” trattata è francescanesimo. Mi pare che corrisponda ottimamente all’intento di “rettificare i nomi” per recuperare un giusto rapporto tra le parole e le cose, reagendo a vecchie e nuove mistificazioni. Rimando per un primo approfondimento su alcuni temi suggeriti da Manna a un post di stamane, su questo stesso blog (http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2014/03/legenda-maior-san-francesco-edulcorato.html). (S.L.L.)

Il palazzo della Regione Umbria ospita una mostra dal titolo Francesco nel cuore delle regioni, dedicata alle “impronte francescane d’Italia”. Fuori dall’edificio un cartello dà indicazioni: “E’ dal 1939 - grazie al papa Pio XII che lo proclamò tale - che S. Francesco è il patrono d’Italia. Francesco
ha anche insegnato ad un’intera nazione a scrivere e a poetare, e ci ha donato il presepe, un’eredità culturale e profondamente popolare tra le più amate. Francesco ci chiama ancora oggi a costruire, una pietra dopo l’altra, la nostra Italia”.
Senza entrare nel merito della mostra e trascurando il fatto che Francesco non insegnò alla nazione né a scrivere né a poetare (il valore letterario del Cantico delle creature è stato ignorato fino all’Ottocento), il cartello riassume in poche righe una serie di convinzioni, divenute da molto tempo senso comune, su cui sarebbe ora di fare chiarezza. Accade a volte che di certi personaggi si divulghi una versione che a forza di smussature, fraintendimenti e rimozioni finisce per rendere l’originale irriconoscibile o addirittura rovesciarne il segno.
Francesco d’Assisi, figura scandalosa nella sua inconfondibile mescolanza di estremismo e mitezza, scelse di farsi ultimo tra gli ultimi: e ciò non per punire se stesso o per disprezzo dell’esistenza, bensì come gesto di imitazione amorevole nei confronti di Gesù Cristo, che si era abbassato dall’onnipotenza divina fino alla morte infamante sulla croce solo per gratuito amore dell’umanità. Un’imitazione tale da arrivare al più totale svuotamento di sé, da cui conseguiva un senso di vicinanza immediata a tutti gli esseri umani, in base al principio che solo chi non ha nulla da perdere non ha più nulla da temere e nessuno di cui diffidare. Da qui il culto per la povertà, trasformata nei discorsi del santo in una dama che lui e i compagni, simili ai cavalieri della Tavola rotonda, onoravano e difendevano.
Ma fu proprio questa povertà onorevole ed estrema a venire rifiutata e respinta, già forse a partire dagli ultimi anni di vita del santo, ormai isolato dalla maggioranza dei suoi seguaci che sembravano non capirlo più: immensamente cresciuti di numero erano divenuti un’organizzazione potente, per la quale Francesco dovette addirittura scrivere un regolamento. Mentre glorificano il loro fondatore, i frati minori fanno sparire il tema della povertà: in quegli affreschi della Basilica Superiore che, come ha ben spiegato Cacciari nel suo Doppio ritratto, danno della vita e delle scelte di Francesco d’Assisi una versione addolcita, censurando i conflitti interni all’ordine ed annullando proprio la rinuncia assoluta ad ogni possesso, la novità più sconvolgente del messaggio originario.
La nomina a Patrono d’Italia (così come i cospicui finanziamenti governativi alle celebrazioni francescane del 1926) è una delle tappe con cui il Vaticano e Mussolini, “l’uomo della Provvidenza”, risolvono il conflitto tra Stato e Chiesa, che in questo modo legittima il fascismo. Anche sorvolando sulla dubbia legittimità teologica di attribuire alla patria (entità storica) un protettore celeste, non si può non notare che a questo ruolo è stato chiamato proprio il meno regolare, il meno conciliante, il meno ufficializzabile di tutti i santi. Che ciò avvenisse durante il fascismo, quando come segno di identità non si poteva offrire alla nazione altro che miti e mistificazioni, è quasi ovvio.

Ma perché dobbiamo ereditare passivamente un rituale che mortifica la grandezza e l’originalità di Francesco d’Assisi?

Legenda maior. San Francesco edulcorato (Francesco Stella)

Anche la questione francescana, come quella omerica, è nata dalla discussione filologica sulla paternità e l'intepretazione di testi (in questo caso relativi a Francesco d'Assisi), ma ha avuto riflessi ben più profondi sulle scelte di vita di molte migliaia di persone. Oggi, grazie alla forte visibilità del riferimento francescano di papa Bergoglio, il dibattito su cosa veramente abbia fatto, detto e disposto il santo e quale ispirazione si debba cogliere nella sua esperienza si è rinnovato ed esteso, sollecitando la produzione di nuove sintesi e la ristampa di celebri titoli di storia francescana (come Francesco. Il santo di Assisi all'origine dei movimenti francescani di Giovanni Miccoli, Donzelli, pp. XXTV-296, € 18,50) e coinvolgendo anche intellettuali e politici, che hanno conferito al dibattito un'insolita risonanza mediatica.
In età moderna, dopo la pubblicazione da parte di Wadding (1623) di oltre 256 documenti riferibili a Francesco e l'edizione delle biografie nella raccolta di Suyskens (1768), la prima vera occasione di analisi fu la Vita di san Francesco di Sabatier (1894), secondo il quale ogni ricostruzione storica del francescanesimo si doveva fondare non sulle testimonianze e sulle biografie «istituzionali» potenzialmente condizionate da interessi esterni, come quelle di Tommaso da Celano o di Bonaventura, commissionate dal papato o dall’Ordine, quanto dalle sue opere più autentiche, prima che la comprensione dei dati fosse progressivamente deformata dall'interpretazione della Chiesa e di fazioni dell'Ordine.
Francesco infatti, nonostante si dichiarasse ignorans et idiota, ha lasciato una trentina di scritti (quasi tutti in latino), il cui canone è stato fissato nell'edizione di Esser del 1976 (poi completata da Grau nel 1989), fondata sulla consultazione di tutti i testimoni manoscritti accessibili. Ma il risultato non si è rivelato definitivo perché già nel '78 la nuova edizione di Boccali escludeva alcuni testi, mentre attribuiva a Francesco altre quattro lettere, tre preghiere e il testamento di Siena. E pensare che secondo Tommaso da Celano, nel capitolo 82 della sua Vita, suggestiva e colorita come un dipinto di Giotto ma ispirata e lirica come una lauda di Iacopone, Francesco prescriveva che le sue parole fossero riportate alla lettera, anche se sbagliate, proprio nel timore delle deformazioni interpretative che avevano già colpito il Vangelo, di cui raccomandava infatti la lettura sine glossa.
La scelta dei suoi scritti pubblicata nel 2004 dalla Fondazione Valla nel primo dei quattro volumi sulla Letteratura francescana curati dal mediolatinista Claudio Leonardi, venuto a mancare nel 2010, fa riferimento all'edizione Esser-Grau e ne ridispone la sequenza alfabetica in ordine cronologico. Da poche settimane è in libreria il IV volume, uscito postumo come già il III (Bonaventura: La perfezione cristiana, Mondadori 2012, pp. 544) e come altre opere cui questo gigante della medievistica italiana stava lavorando nell'ultimo anno della sua vita straordinariamente feconda: si tratta di Bonaventura: La leggenda di Francesco (Mondadori, pp. 472) ossia la Legenda maior redatta fra 1260 e 1263 per fornire un riferimento unitario all'Ordine, che era cresciuto fino a contare oltre mille conventi sparsi nelle 32 (o 34) province di tutta Europa ma era dilaniato da lacerazioni interne. I poli della tensione dialettica dividevano moderati e rigoristi sulla scelta fra povertà assoluta e accesso a forme provvisorie di possesso, sulla opportunità o meno che i frati studiassero e dunque possedessero libri e addirittura insegnassero, sui rapporti con la Chiesa di Roma e con i Domenicani.
Su questo si innestava l'interferenza con l'interpretazione gioachimita, cioè riferibile a Gioachino da Fiore, l'abate calabrese dantescamente «di spirito profetico dotato», che - nella versione del francescano Gerardo da Borgo San Donnino (oggi Fidenza) - vedeva nei Minori «la realtà che nella Chiesa e nella storia annuncia il nuovo tempo», il tempo dello Spirito e della pace, la perfezione dell'umanità. «L'ordine minoritico riassume Leonardi nella rivoluziona ria introduzione al III volume di Letteratura francescana - è il soggetto per cui l'uomo diventa altro e la storia si muta in un tempo diverso». Ma Gerardo fu condannato da papa Alessandro IV e dovette lasciare l'incarico di ministro generale dei francescani. Al suo posto nel 1260 fu eletto Bonaventura di Bagnoregio, frate della fazione moderata, laureato a Parigi e autore di opere di altissimo anche se non sempre originale impegno teologico e mistico come l'Itinerarium mentis in Deum (tradotto e commentato nel III volume di Leonardi): il nuovo Ministro generale venne incaricato di redigere una vita di San Francesco destinata a diventare modello normativo per l'Ordine. Tre anni dopo la Legenda maior era pronta e fu approvata, e vennero distrutte le copie disponibili delle biografie precedenti: un atto certamente autoritario che nell'osservatore moderno può suscitare raccapriccio e che infatti Miccoli ritiene privo di paralleli «nella storia della agiografia e della cultura medievali», ma che Leonardi assimila alle prassi di eliminazione delle redazioni obsolete di testi legislativi, come per gli Statuti delle città. Per fortuna l'ordine non fu eseguito con cura e delle biografie pre-bonaventuriane di Francesco si conservò un numero di esemplari sufficiente a farle pervenire ai nostri giorni. L’operazione di Bonaventura riprende e aggiorna la struttura del Memoriale, o Vita secunda, di Tommaso da Celano: entro una cornice cronologica iniziale (origini, conversione, fondazione dell'Ordine e conferma ecclesiastica della Regola) e finale (morte e canonizzazione) vengono narrate decine di episodi biografici in sequenze tematiche: austerità della vita e conforto delle creature, umiltà e obbedienza, amore per la povertà, pietà e rapporto con gli animali, carità e desiderio di martirio, fervore ed efficacia della preghiera, spirito di profezia fino alle stimmate, alla morte e alla canonizzazione, seguita da un'appendice sui numerosi miracoli. Qui l'influenza della concezione teologica si fa vistosa: come nella mistica bonaventuriana, che si ispira alla struttura progressiva di Dionigi pseudo-Areopagita, la pienezza si raggiunge attraverso le tre tappe di purificazione, illuminazione e perfezione esposte da Bonaventura nel De triplici vita, così nella Legenda maior i capitoli 5-7 illustrerebbero le virtù ascetiche di tradizione monastica con la rinuncia a sesso, potere e proprietà, i capitoli 8-10 tratterebbero l'illuminazione nel rapporto con Dio e con le creature, i seguenti testimonierebbero la compiutezza di questa scalarità fino a quella che Leonardi interpreta come unione mistica con Dio alla Verna (testimoniata dalle stimmate come segno di immedesimazione, sulla cui intepretazione si è tanto discusso dopo la «decostruzione» di Chiara Frugoni).
Al di sotto di questa articolazione esterna Leonardi individua una struttura cristologica scandita dalle selle apparizioni della croce nella vicenda biografica e poi agiografica di limi pesco, che diventa così parallela al percorso delineato da Bonaventura nell’Itinerarium. Bonaventura sarebbe dunque riuscito nell'intento di proporre un modello di vita coerente con le sue elaborazioni teologiche e culminante nell'esperienza che egli pone al vertice dell'esistenza cristiana, cioè l'incontro con Dio. Questa lettura viene circostanziata dal commento di Daniele Solvi, uno dei migliori esperti italiani di testi francescani, che aiuta soprattutto a collegare la Legenda alla fitta rete di altri testi francescani senza aggirare quella che è la richiesta di ogni lettore interessato alla ricostruzione storica: individuare cosa Bonaventura abbia aggiunto, tolto e adattato dei dati che conosciamo da altre fonti, cioè verificare se e quanto sia intervenuto nel modificare la memoria di Francesco con lo scopo di adeguare le norme dell'Ordine alle esigenze della nuova fase storica.
Si scopre così che, per evitare di fornire riferimenti alle fazioni che stavano disgregando l'Ordine, Bonaventura mette in ombra i dissidi manifestatisi fra i seguaci di Francesco; analogamente valorizza il lavoro intellettuale (che la Regola di Francesco dichiara invece non indispensabile alla santità) rispetto a quello manuale privilegiato dal santo. Solvi non esita a individuare in Bonaventura anche l'oscuramento delle sofferenze di Francesco per le tensioni fra i frati riportate da Tommaso e della «grande tentazione» descritta dalla Compilatio Assisiensis.
L'analisi testuale conferma dunque in parte quanto sottolineato da Miccoli: Bonaventura oblitera ed edulcora, traducendo «in termini pedagogici, di esercizio ascetico individuale, ciò che originariamente era la radicale assunzione di un'ottica e di un punto di vista diversi, alternativi a quelli correnti della società» e propone un concetto di fedeltà al modello «limitata», partendo dall'assunto che nemmeno i dodici apostoli erano riusciti a raggiungere la perfezione di Cristo. L'operazione di Bonaventura è rappresentata da Miccoli come il compimento del processo di integrazione dei francescani nella vita delle città e delle istituzioni, secondo un destino comune - diremmo - a tutte le rivoluzioni, ma che ogni volta si espone a essere letto come un tradimento delle origini.
La lettura di Francesco come mistico proposta da Leonardi intende ridimensionare proprio le interpretazioni rigoriste e attualizzanti dei documenti francescani - dominanti nella storiografia francescana da Sabatier a Manselli a Miccoli a Merlo a Dalarun - viste come un cedimento, sulla linea gioachimita, alla proiezione del fatto di fede sulla storia e insieme come tentazione «gnostica» (secondo un'accezione derivata da Baget Bozzo) di visione del mondo che squalifica i beni materiali, esprimendo «un rifiuto dell'umano per accogliere solo lo spirituale».
La questione francescana, se non è del tutto risolta sul piano filologico, lo è dunque ancor meno sul piano interpretativo, e questa tensione aperta non può non far pensare ai giorni drammatici in cui Francesco, con gli occhi cauterizzati, incapace di camminare, piagato dalle stimmate, scosso dal vomito e da fitte al ventre, «ardeva di un indomabile desiderio di ritornare agli umili primordi», come racconta Tommaso da Celano in episodi «censurati» da Bonaventura, addolorato dai rilassamento disciplinare e dall'ambizione personale dei frati che pure avevano condiviso con lui l'eroica stagione delle origini. Il conflitto con il futuro era cominciato, ma se il modello di una povertà e umiltà radicali e di una solidarietà assoluta con l'umanità più marginale e con la natura è arrivato fino a noi senza disperdersi in riduzioni incoerenti e senza smarrire la sostanza del suo messaggio, lo dobbiamo in parte alla traduzione istituzionale, con tutti i suoi limiti, che ne fece il doctor seraphicus.


“alias – il manifesto”, 8 dicembre 2013

Paolo Villaggio e l'epopea di Fantozzi (Bruno Gambarotta)

Se volete fare un regalo a Paolo Villaggio, procuratevi dal Marocco un ghandora, lo farete felice; nel suo guardaroba ne ha già 40 di tutti i colori, ma non gli bastano mai. Per quei pochi che non lo sapessero, il ghandora è quella specie di camicia da notte che Paolo indossava ieri con invidiabile sprezzatura al Salone del libro, invitato per festeggiare la pubblicazione di Fantozzi, rag. Ugo. Tragica e definitiva trilogia, un libro che sancisce l'ingresso del suo autore nel pantheon dei grandi scrittori italiani del Novecento.
Come sostiene Stefano Bartezzaghi nella sua prefazione, il personaggio creato da Paolo Villaggio ha raggiunto lo stadio più vicino all'immortalità, dal momento che il nome ha perso la maiuscola ed è entrato nel lessico comune. Definiamo una situazione paradossale e catastrofica come «fantozziana», così come diciamo «kafkiana» per un incubo burocratico. Il mondo intorno a noi è diventato fantozziano. Già nel 2011, per il Salone del centocinquantesimo, Gian Arturo Ferrari aveva allestito la mostra dei 150 libri che hanno fatto la storia dell'Italia unita e fra questi c'era il primo libro di Fantozzi.
A Villaggio, che lo scorso 30 dicembre ha compiuto 80 anni, piace indossare i panni del vecchio decrepito, ma si tradisce manifestando curiosità per tutto quello che lo circonda. Nel pranzo che precede l'incontro, spazzola allegramente due abbondanti tartare di manzo e proseguirebbe se suo figlio non provvedesse a frenarlo. Vuole sapere tutto dei nostri vicini e mi chiede a voce alta chi è «quella vecchia» seduta a capotavola.
Il ragionier Fantozzi è uscito, come quasi tutta la letteratura russa, dal Cappotto di Gogol, e poiché a suo tempo Villaggio ha vinto il premio che porta il nome dell'autore delle Anime morte, gli chiedo delle sue letture. Non ho mai letto Cime tempestose, risponde, in compenso si lancia in un'analisi acuta e profonda di Delitto e castigo. «La gente vede i film e pensa che io sia solo un comico, ignora che le storie di Fantozzi le ho scritte io». Bene, questa è l'occasione giusta per dimostrare il contrario. Poi sale sul palco della Sala dei 500 e prima ancora di sedersi fa ridere tutti quanti. È più forte di lui.


“La Stampa”, 20 maggio 2013

Camorra. Tano Grasso recensisce la "Storia" del Barbagallo

La Storia della camorra di Francesco Barbagallo non è solo un fondamentale libro scritto da uno dei più autorevoli storici italiani, ma un’occasione per riflettere su temi e questioni al di là della materia studiata. C’era bisogno di un’opera di questo tipo, intanto per definire meglio alcune problematiche storiche.
Non a caso Barbagallo va di netto sulla questione delle origini, che ha sempre suscitato fascinazione in misura proporzionale all’evocazione di miti e leggende collocate magari indietro nei secoli, in un tempo non definito. La camorra come attività distinta dalla criminalità comune si diffuse «presumibilmente nel secondo quarto dell’Ottocento». Ricondurre il momento della genesi ai tormentati anni a cavallo tra vecchio regime borbonico e nuovo Stato italiano, significa, da un lato, cogliere nel disordine e nell’assenza di certezze di quegli anni quel «vuoto» che favorì l’affermazione della nuova realtà criminale e, dall’altro, collocare questo fenomeno sulla stessa linea di altri simili fenomeni, a partire dalla mafia siciliana.
Così come sono definiti gli inizi, altrettanto efficacemente è rappresentata quella fase che porta Barbagallo a parlare di fine della «camorra storica» nei primi decenni del Novecento, a partire dal famoso processo Cuocolo. In questo passaggio si manifesta una forte differenziazione tra camorra e mafia siciliana: se nell’isola la storia della mafia dopo la repressione del fascismo procede sostanzialmente senza significative rotture al punto da riemergere dall’«inabissamento» alla prima occasione (lo sbarco degli alleati), per la camorra si deve «parlare di una netta soluzione di continuità». Questa distinzione, ci spiega lo storico, dipende dal fatto che «la camorra ottocentesca resta comunque un fenomeno marginale e subalterno rispetto ai poteri dominanti», mentre la mafia si definisce in quel momento in cui acquisisce un’autonomia criminale e sociale e, per dirla con Franchetti, l’esercizio della violenza si «democratizza» e diviene un elemento costitutivo del sistema di potere.
Questo dato, la fine della camorra «storica», contro i rassegnati fatalismi, ci indica una concreta possibilità: non è ineluttabile una crescita criminale delle organizzazioni mafiose. Ci sono momenti in cui la loro esistenza dipende dalla volontà di contrastarle: alle «classi abbienti», diceva sempre Franchetti a proposito della Sicilia, «basterebbe agire d’accordo per tre giorni» per eliminare il fenomeno. Questo riferimento alla Sicilia descritta nel 1876 ha molto a che fare con il nostro discorrere sulla camorra di oggi. Perché c’è un altro momento, acutamente analizzato da Barbagallo, su cui è necessario soffermarsi e riguarda i modi in cui un fenomeno morto riappare per stagliarsi nei tempi della modernità criminale; e questo passaggio storico chiama direttamente in causa le classi dirigenti campane.
Una criminalità tollerata tra gli anni Sessanta e Settanta (contrabbando di sigarette), ad un certo punto diventa «maggiorenne» e lo diventa, in primo luogo attraverso il ruolo decisivo svolto dai mafiosi siciliani che riconvertono l’efficiente rete del contrabbando in quella assai più redditizia dei traffici di stupefacenti. Ma il salto di qualità decisivo si compie, per le responsabilità di una classe politica e imprenditoriale, negli anni della ricostruzione post-sismica, quando la camorra diventa un elemento, come in Sicilia, costitutivo della vita a tutti i livelli: imprenditoriali e politici in primis. E così si arriva ai nostri giorni.
Questa Storia, dicevamo, sollecita riflessioni più ampie. Una delle cose più interessanti del libro è la costante connessione tra analisi del fenomeno criminale e analisi delle dinamiche del Mezzogiorno, perché la questione meridionale, per quanto rimossa, si identifica in larga parte con la questione criminale: le mafie costituiscono il più serio ostacolo alle possibilità di crescita delle imprese e alla circolazione di capitali; in un mercato dal quale viene cancellata la libertà d’impresa è difficilissimo attirare investimenti e, soprattutto, far crescere le imprese locali.
Ma, e forse è la cosa che più ci ha intrigato, questa Storia è un duro atto di denuncia politica. Non si leggono qui le solite parole d’indignazione ma di lucida analisi di un percorso che ha visto la politica divenire «un potere secondario», rinunciando ad esercitare in prima persona un’attività contro un fenomeno che non è solo criminale e il cui contrasto non può essere delegato a poliziotti e magistrati.


Corriere del Mezzogiorno Giovedì 29 Aprile 2010 

Maglia rosa. Curiosità sul Giro d’Italia


Maglia rosa
Nel 1931 per la prima volta al capoclassifica viene data la maglia rosa, che lo rende riconoscibile alla folla e sponsorizza la Gazzetta dello Sport. Primo a indossarla, il 10 maggio, è Learco Guerra.

L’omaggio di D'Annunzio
Nel 1936 la diciannovesima tappa si conclude a Gardone Riviera, in omaggio a Gabriele d'Annunzio, che saluta i corridori con ventuno cannonate (a salve) esplose dal Vittoriale. «Tutte le vittorie sportive debbono essere salutate col fuoco», urla il poeta.

Ciclisti e soldati
Alla vigilia del Giro del 1940, il direttore della Gazzetta Bruno Roghi scrive: «Chi fa sport è - in attesa e in potenza - un soldato» e mescola all'evento agonistico riflessioni sul «nuovo popolo germanico, uscito dalla palestra, con volto nuovo, che sbalordisce il mondo con le sue imprese», concludendo l'articolo così: «Il Giro d'Italia vuole essere - e sarà - una testimonianza maschia di ardimento, lealtà agonistica, fierezza!».

Robot
«Banali è un uomo, Coppi un robot» (Malaparte).


Notizie tratte da: Mimmo Franzinelli, Il Giro d’Italia, Feltrinelli, su “La Stampa”, 18 maggio 2013

Lo chef Bernard Loiseau e il suicidio del cavolo

Bernard Loiseau
Destò scalpore una decina di anni fa il suicidio di un grande chef, Bernard Loiseau, che nella sua Francia era stato insignito delle più alte onorificenze, in campo gastronomico e non solo. Si parlò di stress dovuto alla perdita di valore gastronomico delle sue preparazioni, cui aveva contribuito la pressione della critica: qualcuno disse “lo ha ucciso Galt Millau”.  Secondo Gopnik (In principio era la tavola, Guanda) la scintilla che determinò la tragica decisione furono i cattivi risultati ottenuti con il cavolfiore, di cui egli aveva a lungo cercato la perfetta caramellatura.

In cucina. La regola del quattro più tre

Un bel trancio di tonno
Secondo Adam Gopnik (In principio era la tavola, Guanda, 2013) qualsiasi cosa (salmone, petti di pollo, tranci di pesce, bistecche di manzo, funghi, pane tostato) è più gradevole al gusto se la si scotta o la si fa saltare per quattro minuti da un lato a fuoco altissimo e poi per tre dall’altro, a fuoco un po’ più basso.

L’avidità dei Romanov. A morte coi gioielli (di Marina Mojana)

1914. Lo zar di tutte le Russie Nicola II Romanov con la sua famiglia
Probabilmente l’autrice dell’articolo, recensione di un libro sul tesoro dei Romanov, non solo simpatizza con i membri della famiglia dello zar condannati a morte dai bolscevichi – cosa naturale per chi nutre sentimenti umanitari – ma fortemente antipatizza per gli esecutori della condanna, chiamati “carnefici”, anche se dal suo stesso racconto traspare come nessuna letizia provassero nel tragico ufficio ch’era stato loro assegnato. Ma le informazioni che il pezzo contiene sono, in ogni caso, assai illuminanti sulla secolare ingordigia dei “succhion coronati” contro cui si era diretta l’ira del popolo e la Rivoluzione del 1917. L’attaccamento all’oro e ai diamanti dei condannati a morte ricorda il tragico attaccamento al denaro e alla proprietà dei borghesi nel romanzo naturalista dell’Ottocento. (S.L.L.)
Il diadema della zarina Alessandra realizzato da Bolin, gioielliere di corte
I gioielli cuciti negli abiti facevano rimbalzare i proiettili sui corpi delle donne che, ferite e spaventate, non smettevano di dibattersi in preda al dolore e al terrore. «Il mio aiutante dovette consumare un intero caricatore e poi finirle a colpi di baionetta», testimoniò a massacro avvenuto il commissario Jurovskij. A giustiziare nella notte del 16 luglio 1918 l'ultimo zar di tutte le Russie, Nicola II Romanov (il boia coronato), con l'intera sua famiglia (moglie, cinque figli e quattro persone del seguito) fu un commando di Soviet degli Urali fatto da operai, contadini e guardie dell'armata rossa. Queste ultime, però, si erano rifiutate di sparare sulle granduchesse adolescenti e sul giovane zarevic. Jurovskij dovette chiamare ex-prigionieri di guerra austro-unga rici che avevano aderito alla Rivoluzione e ai quali spiegò tutto in tedesco (la lingua madre della zarina, nipote della regina Vittoria). L'esecuzione durò venti minuti.
I cadaveri, caricati su una camionetta, furono gettati in una cava poco distante da Ekaterinburg, dove la famiglia imperiale aveva trascorso agli arresti domiciliari gli ultimi tre mesi di vita. Ma dai corsetti traforati dai proiettili uscivano strani bagliori: erano diamanti. I soldati si affrettarono a svestire i corpi e a rimuovere i preziosi; trovarono anche svariati fili delle leggendarie perle della zarina Alessandra cuciti nella stoffa della cintura. Jurovskij tornò in paese con nove chili di gioielli in borsa. Quando l'Armata bianca giunse - una settimana dopo - sul luogo della sepoltura vi trovò alcune pietre cadute nella confusione e un diamante a goccia di 12 carati, sfuggito agli occhi dei carnefici.
A far rivivere la storia dei Romanov, raccontata attraverso i loro gioielli, è un avvincente libro di Stefano Papi, splendidamente illustrato, uscito per i tipi di Thames & Hudson e Skira in occasione del quarto centenario dell'antica dinastia russa (1613-2013).
La linea maschile dei Romanov (1613-1730) si era estinta con Pietro II, mentre quella femminile con la zarina Elisabetta nel 1762. A essa succedette il nipote Pietro Ulrico di Holstein-Gottorp, del Casato degli Oldenburg, la cui moglie sarà l’imperatrice Caterina la Grande. Pietro III si sarebbe dovuto chiamare Holstein-Gottorp-Romanov, ma egli e tutti i suoi successori mantennero l'originario cognome. I Romanov regnarono fino al 1917, quando vennero deposti durante la rivoluzione di febbraio: molti di loro furono uccisi dopo la Rivoluzione d'Ottobre a opera dei bolscevichi perché «nemici del popolo» (si calcola una ventina di persone, circa un terzo degli adulti della famiglia imperiale), altri fuggirono in Francia, Inghilterra e Stati Uniti.
Dopo la caduta dello zar, il favoloso tesoro dei Romanov - simbolo dell'anrien regime fatto di oro, diamanti e mirabili pietre preziose - divenne proprietà del popolo russo. Nove enormi forzieri, colmi di oggetti di inestimabile valore, erano stati prelevati dall'Armeria del Cremlino di Mosca, portati in un luogo sicuro e lì custoditi fino al 1922. Nel settembre di quell'anno una fotografia pubblicata sulla rivista francese «L'Illustration» li mostrava sparsi su un tavolo, sotto l'occhio vigile dei membri del Comitato governativo: furono smontati, pesati, inventariati e valutati da Fabergé per un valore complessivo di circa 60 miliardi di dollari! Un terzo dei 63 membri del comitato, però, si era buttato in traffici illeciti di gioielli e fu necessario ricominciare da capo. Alla guida del comitato "epurato" fu nominato un accademico di spicco, Aleksandr E. Fersman e, secondo i servizi di intelligence francesi, il tesoro fu stimato in sette miliardi di franchi.
Come un segugio, sfogliando documenti d'archivio e vecchie fotografie, Stefano Papi (I gioielli dei Romanov. La famiglia e la corte, Skira, Milano, 2013) ricostruisce il corpus dei gioielli della Corona imperiale, compresi quelli rinvenuti negli appartamenti privati dell'imperatrice Maria Fedorovna la danese, (madre di Nicola II e moglie di Alessandro III) a Palazzo Anickov, dóve li aveva fatti trasferire per suo uso privato, violando un'antica consuetudine. Il pezzo più considerevole era uno zaffiro di 260 carati nella tipica montatura russa, circondata da 18 diamanti di taglio antico.
Dai tempi di Caterina la Grande e fino a Nicola II ogni occasione fu buona per organizzare feste a corre e commissionare parure ai gioiellieri di fiducia: lo svizzero Jérémie Pauzié, Bolin - il miglior artigiano di San Pietroburgo, Friedrich Koechli, il miniaturista Vasilij Zuev, l'argentiere Johann Viktor Aarne e i francesi Fabergé, Carrier, Boucheron, Chaumet. Una tabacchiera, una scatola, un uovo pasquale o un collier suggellavano incoronazioni, anniversari, compleanni, onomastici, fidanzamenti, matrimoni, battesimi, amori semiclandestini (come quello del giovane Nicola con la ballerina Matilda Ksesinskaja) o uscite galanti al Grand Prix di Parigi (come quelle del granduca Aleksej Aleksandrovic, zio dello zar Nicola II, con la cantante Lina Cavalieri).
I gioielli "vecchi" venivano smontati e ricreati secondo le mode del momento, utilizzando meravigliose pietre sciolte, custodite nel Deposito del Gabinetto Imperiale, l'istituzione amministrativa più importante della corte voluta da Pietro il Grande. Nel 1926 il governo bolscevico alienò parte dei gioielli della Corona e la prima asta pubblica si tenne a Londra da Christie's nel marzo 1927. Altri preziosi giunsero fortunosamente in Danimarca in un barattolo di cacao o a Londra, nascosti in un auto diplomatica svedese. Alcuni di questi finirono poi in testa o al collo di Wallis di Windsor, di Lady Lydia Deterding - moglie del magnate olandese del petrolio - o di Sua Maestà la regina Elisabetta II.

Il sole 24 ore - Domenica 8 dicembre 2013

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