4.10.13

Strehler su Brecht… e Beckett (Paolo Di Stefano)

Nel 1995 un minifestival, al Piccolo Teatro di Milano, e una biografia scandalistica rilanciarono il dibattito su Bertolt Brecht. L’intervista che segue, a Giorgio Strehler, che di Brecht fu amico e mise in scena diversi drammi, è piena di malevolenza e di luoghi comuni contro la sinistra brechtiana, quella che da Cases a Fortini vedeva nel comunismo una parte essenziale e una scaturigine della grandezza del poeta. Il dire di Strehler contiene tuttavia una riflessione apprezzabile e una rivelazione interessante sul rapporto Brecht-Beckett. (S.L.L.)
Paolo Grassi, Bertolt Brecht e Giorgio Strehler  negli uffici del Piccolo Teatro di Milano

74 anni di passioni, Strehler agita le braccia, la sua voce si incupisce e poi di colpo si impenna quando pensa agli anni in cui correva freneticamente tra Milano e Berlino, dalla direzione "corsara" del Piccolo alle vivaci discussioni con il gruppo eterogeneo di giovani teatranti che girava attorno al maestro Brecht nel Berliner Ensemble. Maestro?
"Sì, certo, un maestro. Il primo maestro, anche se indirettamente, per me è stato Copeau. Ho succhiato il latte del teatro da lì. Copeau era un uomo molto severo, un oracolo anche nella vita, da cattolico si batteva per un teatro spirituale, mistico".
Si apre la porta, qualcuno gli consegna un ritaglio. Titolo:Un libro distrugge Brecht.
"Mascalzoni!", e lo butta di lato.
Torniamo ai maestri. Jouvet, per esempio, "ossessionato dal mistero dell'attore".
Ma il terzo maestro è lui, Bertolt Brecht: "Non so dove trovavo il tempo, con gli impegni del Piccolo, con le regie..., ma quando avevo un buco andavo a Berlino. Io ero un uomo della Resistenza, mi piaceva la sinistra libertaria di Rosa Luxemburg, e sono ancora convinto che senza libertà non esiste socialismo. Jouvet aveva un'idea totalizzante del teatro, ammirevole ma disumana, non c'era altro per lui. Io mi davo da fare, ero impegnato, facevo politica, da un lato volevo essere come Jouvet, dall'altro amavo le donne, il cinema, la vita".
Non lo ferma nessuno, Giorgio Strehler, quando parte in slalom tra i ricordi: "Rimasi affascinato da Brecht, anche se apparentemente non era un tipo affascinante, non aveva carisma. Aveva un grande humour, ma era un uomo del dubbio e della contraddizione. Noi avevamo venticinque anni, eravamo più trinariciuti di lui, che era sempre pronto a discutere su tutto per farci capire che il bene non sta completamente né da una parte né dall' altra. Questo gli ha creato molte antipatie".
Ed eccoci all'Opera da tre soldi, primo spettacolo brechtiano di Strehler, 1956. L'11 febbraio, il "Corriere della Sera" uscirà con un trafiletto siglato: "Bertolt Brecht è autore, regista, teatrante di idee originali ma non sempre chiare e spesso allo stato di elaborazione, e, convinto che la scena debba avere funzione sociale, coltiva un teatro di propaganda politica". Non si segnalava il fatto che tra il pubblico in visibilio quella sera c'era anche Bertolt Brecht, che ne fu entusiasta.
Ecco come andarono le cose: "Un giorno, a Berlino, dissi a Brecht che avrei voluto fare a Milano L'opera da tre soldi. Gli chiesi consigli:"Come faccio a portarla di là?". C' era la Guerra fredda, con tutti gli equivoci che si portava dietro. Fornari diceva che la nostra condizione di intellettuali socialisti era la stessa di quei figli che si trovano seduti a tavola tra una madre e un padre che non si sopportano. Anche Brecht fu vittima di quel terrore, non fu mai valutato per quel che valeva come poeta, come forgiatore di lingua e di stile, perché l'ideologia di chi lo leggeva, a destra o a sinistra, nascondeva tutta la sua grandezza".
Non serve a molto ricordare a Strehler i nomi di alcuni lettori italiani: Vito Pandolfi e Cesare Cases, Franco Fortini e Emilio Castellani, e tanti altri. Ma qual era la preoccupazione di Strehler, visto che Brecht era già noto in Italia almeno da un decennio?
"Mi preoccupavo, appunto, che fosse recepito più come poeta della contraddizione che come ideologo. Per questo scelsi L'opera da tre soldi, cercando di smussare le asprezze "politiche", mi interessava che il pubblico conoscesse l'universalita' poetica del testo. Si parlò di operazione gastronomica. Una delle cose che mi fanno più male, ancora oggi, è il fatto che Cases, che stimo molto, parlò delle regie leccate e gradevoli di Strehler. Non sopportava che una platea di borghesi applaudisse un testo di Brecht. Secondo Cases, come secondo Fortini e i “Quaderni piacentini”, Brecht non poteva e non doveva piacere a tutti, dimenticando che Brecht, come uomo di teatro, cercava la comunicazione. E' un'intellighentsia di trinariciuti che detesto. Pensano che il teatro debba andare contro il pubblico...". E ricorda che sulla tomba di Brecht c'è scritto: Qui c'è uno che ha fatto delle proposte, alcune sono state accettate. Intanto, la destra parlava del "caporale Brecht" come di un insopportabile scribacchino del socialismo reale.
E oggi? Strehler si infiamma: "Ora viene fuori che era solo un gran chiavatore, un sessuomane pazzo che non sapeva scrivere. Infami! Mascalzoni! Non voglio neanche parlarne, sarebbe come discutere se l'Olocausto è esistito o no. Per i "compagni", viceversa, Brecht è un santo, uno che non ha mai chiavato. Altra infamità ! Era uno che amava la vita, le donne, ambiguo, contraddittorio. Mi diceva spesso che sognava un teatro che dividesse la gente, non che unisse. I grandi poeti lanciano bombe di profondità che non si sa quando esploderanno...".
Prima o poi tornano, i classici: "Ora è finalmente possibile leggere Brecht con un po' di distacco, lontani dalle faziosità. Giangiacomo Feltrinelli un giorno mi disse: smettila di fare sempre Brecht. Oggi gli risponderei che ne ho fatti pochi, solo sette. E questo penso che sia il momento migliore per rileggerlo con serenità, come poeta, punto e basta".
Dunque, sempre più Brecht, sempre meno Beckett, i due avversari del nostro Novecento, il bianco e il nero? "Beckett ha raccontato la condizione umana nella disperazione, Brecht ha raccontato la condizione dell' uomo che costruisce, che fa: sono fratelli più di quel che si pensa, due testimoni della persistenza umana. Anzi, pochi sanno che Brecht voleva fare En attendant Godot. Mi disse che voleva mettere in scena Vladimir e Estragon con la seconda guerra mondiale sullo sfondo, al posto del vuoto avrebbe voluto mettere della gente che lavorava. Aveva un solo dubbio: dove situarli, tra i nazisti o nella Resistenza. Io lo dissi a Beckett. Dopo aver bevuto un po' riuscì a esclamare: "Nella Resistenza!".


Corriere della Sera, 10 ottobre 1995

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