26.7.17

Francesca Bertini. La sua vita come una favola (Gian Piero Brunetta)

Non si è mai saputo bene se sia stato il cinema a tenerla a battesimo o se sia stata lei a tenere a battesimo il cinema italiano. Per l'ufficio anagrafe del comune di Firenze Elena Vitiello, in arte Francesca Bertini, era nata l'11 aprile 1888 e, per lo storico del cinema, aveva esordito nel 1906 a Napoli, nel film dei Fratelli Troncone Marito distratto e moglie manesca. La testimonianza dell'attrice era invece diversa: nel libro di memorie del 1969 (Il resto non conta) sosteneva di essere nata il 5 gennaio 1892, scegliendo salomonicamente tra il ' 91 e il ' 93, su cui era stata a lungo incerta. Quanto ai suoi esordi cinematografici ne aveva parlato in termini mitici già nel 1918: "E' da sempre vivo in me il ricordo della prima posa, nella dolce isola di Capri, in quell' isola azzurra, inebriata di canti e di suoni. La scia luminosa della mia arte scomparve sull' acqua fra un supremo giubilo di luce! Avevo allora 16 anni e fu il mio carissimo amico Salvatore di Giacomo che ebbe l'idea di farmi posare per un film: La dea del mare. Così fui protagonista di quella breve e fantasiosa leggenda".
Francesca Bertini aveva costruito una memoria della sua vita sul modello delle fiabe classiche riscritte da un mediocre epigono del poeta della vita inimitabile: fin dalla sua nascita tutta la sua vita era stata un succedersi di splendidi eventi, bellezza e amore avevano vinto ogni difficoltà, e tutta la storia circostante, per cui pure aveva, suo malgrado, dovuto passare, era percepita soltanto come un rumore fastidioso di fondo, facilmente eliminabile chiudendo porte e finestre e continuando a sfogliare, senza distrarsi, l'album dei ricordi meravigliosi.
Al di là degli stereotipi un po' facili e dell'attribuzione a se stessa di ogni importante scoperta e innovazione espressiva del cinema muto italiano, bisogna dare atto a Francesca Bertini di aver realmente dominato per anni, pressoché incontrastata, la scena del cinema muto a cavallo tra le due guerre e di aver ottenuto un successo internazionale del tutto legittimo. La Bertini aveva dato la scalata al successo ed impresso una spinta decisiva al fenomeno del divismo, in coppia con Lyda Borelli, cambiando casa di produzione anno dopo anno: dalla Pathè alla Cines, alla Celio, alla Caesar, aveva fondato infine una casa di produzione che prendeva il suo nome. La sua ascesa irresistibile era offuscata, nei favori del pubblico, soltanto dal successo di Lyda Borelli, rispetto a cui però la Bertini aveva da subito dimostrato di possedere una varietà di repertorio molto più ampia e moderna.
I suoi personaggi non erano soltanto interpreti della letteratura dannunziana e decadente: con estrema disinvoltura poteva indossare i panni della popolana nel dramma naturalista di Salvatore di Giacomo, Assunta Spina, o prodursi in una recitazione assai stilizzata nel ruolo maschile di Pierrot nell' Histoire d'un Pierrot di Baldassarre Negroni, il regista che per primo aveva saputo coglierne ed esaltarne le possibilità interpretative. Si era formata recitando con partners come Alberto Collo, Emilio Ghione, Gustavo Serena e i suoi registi preferiti sarebbero stati, oltre a Negroni, Ghione e Gustavo Serena (Assunta Spina), Nino Oxilia e Roberto Roberti per tutta l'ultima fase della sua attività dal 1918 al 1921.
Sia che fosse stata l'interprete del demi-monde o del teatro naturalista la Bertini aveva dimostrato come il cinema potesse ricoprire di colpo la distanza che lo separava dal teatro ed era riuscita a trasferire sullo schermo, senza grandi perdite, l'intero repertorio di successo di quegli anni: autori come Bracco, Di Giacomo, Dumas, Ohnet, Sardou, Bataille, De Flers e Caillavet, Zola e opere come La signora delle camelie, Lisa Fleuron, Fedora, Tosca, Eugenia Grandet, Odette (interpretato addirittura in tre versioni successive), La donna nuda, Spiritismo, La serpe, erano state realizzate con lo stesso scrupolo e la stessa cura delle contemporanee messe in scena teatrali.
Tra i personaggi più memorabili, oltre a quelli dei film già citati, mi piace ricordare quello di Mariute nel film omonimo di Edoardo Bencivenga, in cui l'attrice ha lasciato uno dei più straordinari esempi di parodia e di discorso di cinema sul cinema di tutti i tempi. Non solo in questo film rifaceva il verso a se stessa, come massima rappresentante della categoria divistica, ma riusciva anche ad offrirci tutti gli elementi utili per capire il fenomeno divistico dell'epoca. Nell'ultima fase della sua attività, all'indomani della guerra mondiale, il suo repertorio era molto più specializzato e ristretto e il suo fare forse "un po' troppo licenzioso", come le rimproverava la stampa d'epoca.
Nonostante la crisi fosse galoppante, la produzione fosse stata messa in ginocchio dalla concorrenza americana, nel 1920 la Bertini era riuscita a strappare un favoloso contratto di due milioni per la realizzazione di otto film: e, per quanto favorevole, l'esito di questi film non sarebbe stato neppure in grado di coprire le spese del suo contratto. Infatti il suo, come quello delle altre dive italiane, era diventato, nel giro di un paio d'anni, un cinema senza pubblico. In brevissimo tempo i divi americani avevano fatto piazza pulita di tutti quei surrogati di letteratura e teatro e avevano saputo proporre ben altri modelli e transfert al desiderio collettivo.


“la Repubblica”, 15 ottobre 1985  
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