20.12.14

L'infernaccio della città. Una poesia di Vladimir Majakovskij (1893-1930)

Natal’ja Gončarova, Aeroplano sulla città (1913), Museo nazionale Kazan
Le finestre frantumarono l'infernaccio della città
in minuscoli infernucci succhianti con le luci.
Rossicci diavoli, si impennavano le automobili,
facendo esplodere le trombe proprio sull'orecchio.

E là, sotto l'insegna con le aringhe di Kerc,
un vecchietto stravolto cercava tastoni i suoi occhiali
e ruppe in lacrime quando, nel tifone del vespro,
un tram di rincorsa sbatté le pupille.

Nei buchi dei grattacieli, ove ardeva il minerale
e il ferro dei treni ingombrava il passaggio,
un aeroplano lanciò un grido e cadde
là dove al sole ferito colava l'occhio.

E allora ormai - sgualcite le coltri dei lampioni -
la notte si diede al piacere, oscena e ubriaca,
mentre dietro i soli delle vie in qualche luogo zoppicava,
non necessaria a nessuno, la flaccida luna.


Da Poesia russa del Novecento, Feltrinelli – Traduzione di Angelo Maria Ripellino

19.12.14

Il ruggito di Roma (Carlo Levi)

Il testo che segue è l'incipit di un libro importante, L'Orologio di Carlo Levi, pubblicato nel 1950 ed ambientato nel 1945, in quell'autunno nel quale, con la caduta del governo Parri, sembravano venire meno le speranze di una palingenesi democratica dell'Italia, che erano state alimentate dalla Resistenza. L'attacco che qui si legge, lirico nella tematica (i suoni della notte), mostra nello stesso tempo l'aspirazione a un'epica coralità. A me sembra assai bello, anche a prescindere dal libro cui dà inizio. (S.L.L.)
La notte, a Roma, par di sentire ruggire leoni. Un mormorio indistinto è il respiro della città, fra le sue cupole nere e i colli lontani, nell'ombra qua e là scintillante; e a tratti un rumore roco di sirene, come se il mare fosse vicino, e dal porto partissero navi per chissà quali orizzonti. E poi quel suono, insieme vago e selvatico, crudele ma non privo di una strana dolcezza, il ruggito dei leoni, nel deserto notturno delle case.
Non ho mai capito che cosa producesse quel rumore. Forse invisibili officine, o motori di automobili sulle salite? O forse il suono nasce, più che da un fatto presente, dal fondo profondo della memoria, quando fra il Tevere e i boschi, sulle pendici solitarie, si aggiravano le belve, e le lupe allattavano ancora i fanciulli abbandonati?
Tendevo l'orecchio ad ascoltare, e scrutavo nel buio, sopra i tetti e le altane, in quel mondo pullulante di ombre; e il suono penetrava in me come un'immagine infantile, spaventosa, commovente ed arcana, legata a un altro tempo. Anche nato da macchine è un suono animalesco, che par venire da viscere nascoste o da gole aperte invano a cercare una parola impossibile. Non è il suono metallico dei tram notturni nelle curve, lo stridere lungo e eccitante dei tram di Torino, grido dolente ma fiducioso di quelle notti operaie nell'aria fredda e vuota. È un rumore pieno d'ozio, come uno sbadiglio belluino, indeterminato e terribile.

Lo si sente da tutte le parti della città. Lo avevo ascoltato In prima volta, tanti anni or sono, penetrare dalle inferriate di una cella di Regina Coeli, insieme agli urli dei malati e dei pazzi dell'infermeria, e a un lontano battere di ferri; pareva allora il respiro di quella libertà misteriosa che pur doveva esistere, fuori. E lo ascoltavo ora, pochi mesi dopo la liberazione, da una stanza alta su via Gregoriana, porto effimero e provvisorio, in quei tempi di mutamenti, secondo che ci conduceva, qua e là, un provvidenziale destino.

Carlo Levi, L'Orologio, Einaudi, I edizione nei Supercoralli, 1974

Storia del Re Sole. Una poesia di Gianni Rodari

In un arazzo. Luigi XIV, quando era di mezza età
Filastrocche di poche parole
dove si parla del Re Sole.
Sulla Francia egli regnò
sessant'anni e ancora un po'..
Nel palazzo di Parigi
stava spesso il gran Luigi.
Se non c'era, non si sbaglia:
è un segno che stava invece a Versaglia.
Stesse qui o stesse là,
in campagna o in città,
stesse in guerra oppure a caccia
non si lavò mai la faccia.
Un batuffolo di cotone
gli faceva da acqua e sapone:
intorno agli occhi sul nasetto
glielo passava il suo paggetto,
e in baleno era fatta così
la pulizia del Re Louis.
Era il Re Sole, e certo brillava
di luce propria... ma non si lavava
perché non aveva una mamma o una zia
che ogni mattina, con energia,
gli ficcassero la capoccia 
dentro una vasca o sotto la doccia.

16.12.14

La rana rise, e fu il diluvio. I miti degli aborigeni australiani (Maurizio Bartocci)

Australia. Una roccia venerata dagli aborigeni.
C'è una premessa da fare. La tradizione mitologica aborigena è esclusivamente orale. A differenza di altre cosmogonie note, dove le fasi della creazione del mondo sono documentate da testi sacri o pittorici, simbolici e metaforici, quella aborigena è strettamente legata alla forma del paesaggio del continente australiano e alle sue vicissitudini nel corso dei secoli.
E di conseguenza risulta assai più complessa di quanto possa rivelarsi alla semplice lettura di quei racconti a noi giunti in traduzione - per lo più inglese -, raccolti sotto l'etichetta «miti e leggende». Per quanto essi si sforzino di rimanere fedeli alla versione originale che si tramanda da più di quarantamila anni, non va dimenticato che molto è stato tradito dalla traduzione e molto non è stato rivelato all'orecchio profano e indiscreto dell'antropologo e dell'etnologo bianco.
Questi miti, infatti, raccontati in una ottantina di diverse lingue indigene, sono i gelosi custodi di una storia, di un codice di leggi, di ideali culturali e di un'ontologia che pongono alla loro base il sacro legame fra la terra e tutto ciò che su di essa esiste. Di conseguenza, anche la letteratura che questi miti incarna rimane assolutamente «sacra», a tratti completamente segreta, a tratti parzialmente rivelabile, diventando un vero e proprio veicolo intellettuale: dichiarazioni e affermazioni, categoriche e immutabili, valide sempre nel tempo.
Comunque, non tutte le storie sono sacre o semisacre. Ce ne sono alcune legate alla vita di tutti i giorni, comprese quelle che si raccontano ai bambini: sintetici abbozzi o versioni alterate dei grandi miti religiosi. Ma non tutti i membri di una comunità sono a conoscenza dei miti più importanti. Per esempio, nella tribù degli Aranda, solo gli uomini appartenenti a una certa lingua di terra detengono e preservano i miti ad essa associati, e solo loro ne possono eseguire i rituali. Dei miti più importanti, molto spesso, una buona parte della comunità non ne conosce affatto i dettagli e le sfumature.
Anche quando un mito è generalmente noto e diffuso, le sue versioni sacre sono sempre più complesse e più ricche, e non ne esiste mai una sola versione accettata come «vera e ufficiale».
In quasi tutta l'Australia, gli autentici miti sacri non prendono mai la forma della narrazione così come la concepiamo noi. Di solito vengono «trasmessi» attraverso dei canti che forniscono le parole chiave, o i riferimenti, senza mai essere, però, piatte descrizioni didascaliche. E siccome quasi tutti i miti sono legati a un luogo dalle coordinate ben precise e spesso a un oggetto sacro, i canti sono proprio il veicolo con il quale la gente arriva a fare le giuste associazioni. Praticamente ogni luogo, in qualche maniera rilevante per la vita degli aborigeni - come un sorgente, una pozza d'acqua nel deserto - o che abbia delle caratteristiche peculiari - una formazione rocciosa, come Uluru - hanno un rapporto con il mito o con una parte del mito.
I miti, dunque, variano da zona a zona, con differenze sostanziali fra il nord e il sud dell'Australia. Variano da comunità a comunità - da quella dei Nangas a quella dei Nyungars, da quella dei Kooris a quella dei Murris, solo per citarne alcune. Ci basti pensare che all'arrivo degli inglesi, nel 1788, erano presenti da 750.000 a un milione di aborigeni su tutto il territorio, suddivisi in più di 600 gruppi linguistici. Ma il loro denominatore comune, il perno attorno al quale ogni singola narrazione ruota e si sviluppa, è il concetto dell'eterno «Tempo del Sogno», il Dreaming, che in sé racchiude il passato, il presente e il futuro. Un'epoca astorica, che gli aborigeni dividono in tre parti: il tempo Prima del Tempo, il tempo della Creazione, e il tempo Presente.
In principio, nel tempo Prima del Tempo, c'erano solo la terra, l'acqua, l'aria e il fuoco. Ossia, la pura natura incontaminata popolata da alcune forme naturali, da spiriti, diversi per foggia e dimensioni, e mostruose creature: Quelli-di-Prima. Un mondo assopito che si risveglia solo nel momento in cui le divinità, eroi mitici o antenati ancestrali - i precursori del genere umano - fanno la loro comparsa sul continente australiano con il compito di dare forma e nome alla terra, di creare gli esseri umani, di istituire rituali, leggi e regole sociali ancora oggi validi e rispettati, perché questi esseri mitici continuano a vivere in forma spirituale e a esercitare la loro influenza sulle persone e sul paesaggio.
Esseri diversi, con diverse personalità che, attraverso un atto di autocreazione, sopraggiunsero dal ciclo o emersero dalla stessa terra. Con il loro arrivo tutto ciò che era successo prima perse di consistenza e diventò totalmente irrilevante. Essi non sono confinati in una zona particolare, ma si muovono lungo corsi d'acqua e attraverso tutto il continente, disseminando di azioni creative ogni luogo che toccano. Spostandosi, tracciano le «Vie del Sogno», che si incrociano e si diramano in tutte le direzioni e su tutto il continente, disegnando un'intricata mappa spirituale e una fitta rete intercomunicativa.
E fra gli atti da loro compiuti, il più importante fu appunto quello legato alla creazione dell'uomo.
Fra i miti sulla creazione dell'uomo, ve n'è uno che attribuisce l'atto creativo a due sorelle, il cui nome era Djanggawul. Esse erano le Figlie del Sole, e un giorno Bildjiwuraroju, la più grande, con Miralaidj, la più piccola, partirono con il loro Fratello da Bralgu, la terra dei morti ubicata in un luogo non ben precisato del Golfo di Carpentaria. A bordo di una canoa percorsero il Sentiero del Sole, muovendosi da Oriente verso Occidente, e approdarono nella Terra di Arnhem. Avevano portato con sé una serie di oggetti sacri, ma il più sacro di tutti era il ngainmara, un tondo tappetino conico - un utero simbolico. Una volta sbarcate le due sorelle cominciarono immediatamente a interagire con le altre creature mitiche arrivate prima di loro e già presenti sul posto.
Per prima cosa crearono il rangga, il primo albero dal quale nacquero poi tutti gli altri alberi. Successivamente crearono gli uccelli e cominciarono a plasmare il paesaggio circostante. Nominarono ogni luogo e ogni cosa; stabilirono usanze e cerimoniali, leggi e tradizioni di quella zona. Dopodiché, come ultima cosa, diedero vita ai primi esseri umani, che vennero chiamati i figli di Djanggawul. Ebbero poi cura di assegnar loro un luogo di appartenenza e, con il sole che tramontava, scomparvero di nuovo verso Occidente.
Il ciclo Djanggawul, del quale esistono diverse versioni, è il più diffuso, se non altro nella Terra di Arnhem; ma ne esistono molti altri sul ruolo generatore femminile. Per esempio quello legato alle Sorelle Wawalag, anche loro associate a un uomo di nome Wojal, che aveva le gambe a boomerang e viaggiava nella loro stessa direzione.
In una delle tante versioni, le due Sorelle - Waimariwi, la maggiore, e Boaliri, la minore -, accompagnate dalle loro cagne Wulngari e Buruwal, si misero in viaggio per raggiungere una pozza d'acqua. Una volta arrivate a destinazione, si accamparono all'ombra delle meleleuche e la maggiore diede alla luce un bambino. Il sangue del parto attirò immediatamente un enorme pitone che viveva nelle vicinanze della pozza. Alla vista del serpente, le sorelle si spaventarono e iniziarono una serie di danze e rituali magici per allontanarlo. Esauste e convinte di averlo allontanato, si addormentarono. Ma il pitone era sempre lì e in un attimo inghiottì le sorelle, il bambino e le cagne, che continuarono a dormire nel suo stomaco.
L'origine del mondo e la creazione dell'uomo sono temi che continuano a essere centrali anche nelle opere degli artisti aborigeni contemporanei. Alla Art Gallery of New South Wales di Sydney sono esposti una serie di pannelli, opera di un pittore aborigeno della tribù Mawalan, della Terra di Arnhem, che rappresentano le varie fasi della bibbia aborigena, a partire appunto dalla Genesi fino all'Apocalisse, compreso un Diluvio universale. In questi dipinti si rintracciano corrispondenze molto forti con i miti della creazione di altre culture; corrispondenze abbastanza inspiegabili se si considera che, fino a epoche relativamente recenti, gli aborigeni sono praticamente vissuti in condizioni di assoluto isolamento.
Quello del Diluvio è, come sappiamo, un tema presente in numerosi racconti mitologici, da quello della tradizione sumero-accadica, narrato nella Tavoletta XI dell'Epopea di Gilgamesh, a quello della Bibbia con Noè.
Nella tradizione sumero-accadica, tutto comincia con un concilio degli dèi che decidono di annientare l'umanità, e i fautori della distruzione sono Ishtar, dea della guerra, ed Enlil, dio della terra, del vento e dell'aria universale. E la tragedia si compie con l'aiuto degli orrori delle tempeste e degli dèi degli Inferi.
Ugualmente nella Genesi (5:8-22) il diluvio avviene per volontà divina: «Sterminerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato» dice Dio, «dall'uomo fino agli animali domestici, fino ai rettili e fino agli uccelli del ciclo, perché sono pentito di averli fatti». E così piovve per quaranta giorni e quaranta notti, e le acque rimasero sulla terra per centocinquanta giorni.
Anche nella tradizione egizia v'è traccia di un diluvio, quando un grande serpente mise a secco la barca divina di Ra, dopo aver aspirato tutte le acque del mondo. A quel punto, adirato, il dio Seth infilzò il serpente, costringendolo a vomitare tutto ciò che aveva bevuto.
Ogni diluvio avviene per opera degli dèi come atto punitivo verso gli uomini che li hanno delusi con atti malvagi e pensieri volti al male. Il Diluvio della Genesi aborigena non avviene però per opera di nessuna divinità; ma ancora una volta, essendo il corpo mitologico e filosofico degli aborigeni strettamente legato alla terra e a chi la abita, la fautrice di questo diluvio, che è casuale e niente affatto punitivo, è semplicemente una rana.
La storia racconta che nei tempi remoti, quando giunsero nel continente australiano i primi uomini, viveva una rana gigantesca di nome Tiddalick. Non se ne conoscono le dimensioni, ma pare che fosse più grossa delle colline, e tutta la terra tremava quando si muoveva. Un giorno Tiddalick aveva sete e bevve tutta l'acqua del continente, prosciugando fiumi, pozze d'acqua, e laghi. Non si scorgevano segni di pioggia, così uomini e animali si riunirono per trovare il sistema di riprendersi l'acqua dalla rana, e arrivarono alla conclusione che facendola ridere, lei si sarebbe messa le mani sui fianchi e l'acqua sarebbe cominciata a sgorgarle dalla bocca. Il primo a provarci fu il kookaburra, uccello dalla risata inconfondibile e irresistibile, ma non ebbe successo. Quindi, chi prima, chi dopo, ci provarono tutti. Ma niente. L'ultima a provare fu l'anguilla Noyang, che con le sue contorsioni finalmente ci riuscì. Dapprima la rana si limitò a sorridere, e dai lati della bocca cominciò a sgorgare un fìumiciattolo. Noyang intanto continuava a esibirsi e la rana pian piano cominciò a ridere sempre più di gusto tanto che, dalla bocca ben spalancata, cominciò a sgorgare un vero e proprio oceano che trascinò via tutti.
Come nelle cosmogonie di molti altri popoli, anche il mondo primordiale aborigeno era popolato di creature gigantesche. E furono proprio i giganteschi fratelli Bagaginmbiri, spiriti della terra, sotto forma di enormi dingo, a ricreare l'umanità dopo il diluvio.
Ancora oggi gli aborigeni intrattengono buone relazioni con le varie creature titaniche che lasciarono un segno al loro passaggio. In Australia esistono molte zone che rappresentano delle porte aperte verso il cielo; dei veri e propri collegamenti con il mondo degli spiriti totemici del Tempo del Sogno. E il vero ombelico del mondo, il confine estremo tra gli uomini e il Tempo Mitico è rappresentato da Uluru (Ayers Rock), frontiera tra le Vie del Sogno e la dimensione umana.
Ogni caverna, ogni fessura, ogni incisione sulla roccia ha per gli aborigeni un preciso significato magico e un richiamo a un rituale segreto. Perché le creature mitiche furono e ancora oggi sono responsabili di ciò che la terra è diventata e diventerà. Come afferma Ronald M. Berndt, antropologo fra i più illustri studiosi di mitologia e cultura aborigena, l'Australia è una terra seminata di segni, una terra che parla e che continua a raccontare i miti viventi che l'hanno fondata e che continuano a sostenerla.


“il manifesto”, 6 settembre 2000

15.12.14

La poesia del lunedì. Alberto Caeiro

Il mio sguardo è nitido come un girasole.
Ho l'abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra,
e talvolta guardo dietro di me...
E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene...
So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero...
Mi sento nascere a ogni momento
per l'eterna novità del Mondo...

Credo nel mondo come a una margherita,
perché lo vedo. Ma non penso a esso
perché pensare è non capire...
Il Mondo non è stato fatto perché lo si pensi
(pensare è un'infermità degli occhi)
ma perché lo si guardi e si sia d'accordo con esso...

Io non ho filosofie: ho sensi...
Se parlo della Natura non è perché sappia cosa essa è,
ma perché la amo, e la amo per questo,
perché chi ama non sa mai quello che ama
né sa perché ama, né cosa sia amare...

Amare è l'eterna innocenza,
e l'unica innocenza, non pensare...

da Fernando Pessoa, Poesie, Passigli, 1988

Alberto Caeiro è uno degli "eteronimi" usati da Fernando Pessoa (Lisbona 1888 - 1935), il "Maestro" nella cui opera "la stessa idea del nulla (la più orribile di tutte per chi è capace di sentire) possiede qualcosa di luminoso ed alto, come il sole che batte sulle nevi di vette irraggiungibili".

A proposito di Mafia capitale. Vittime e colpevoli (S.L.L.)

Nei giorni scorsi c'eravamo assuefatti a vedere politicanti televisivi, con Salvini in testa, che imputavano all'immigrazione le schifose e criminali speculazioni di quella che è stata definita “Mafia Capitale”. Da veri e propri “canazzi di vuccirìa” mettevano a carico degli “invasori” lo sviluppo del grande giro di affari loschi e corruzione politico-amministrativa che l'indagine prospetta. Ora vedo su “L'Espresso” un articolo di Lirio Abbate che denuncia gli agganci del clan Buzzi-Carminati tra politicanti e burocrati alti e medi non solo a Roma e fa intravedere il progetto di estendere ad altre contrade il raggio d'azione. Da qui il titolo allarmato e allarmante: VOLEVANO TUTTA L'ITALIA.
Qualcosa tuttavia non quadra. Ad illustrare quel titolo è stata utilizzata una foto dell'intervento di soccorso Mare Nostrum, con lo sbarco a terra di donne afroasiatiche sopravvissute al naufragio. La didascalia, svelando la superficialità del nesso con i contenuti dell'articolo, così recita: “Immagine dell'operazione Mare Nostrum. I profughi per il clan erano business”. E nondimeno quel titolo piazzato lì, su quella foto (e non, per esempio, con la foto della celebre cena, emblematica del diffuso “magna magna”), suggerisce – certo involontariamente – che a volersi prendere tutta l'Italia siano, tra gli altri, gli immigrati.
Non voglio attribuire razzismi e xenofobie inconsce a titolisti e impaginatori del settimanale romano (l'autore dell'articolo in questi casi non c'entra), ma sono temi delicati e una maggiore attenzione e professionalità non guasterebbe. Tanto più che della polemica leghista fa parte la denuncia di quanti milioni ci costa l'accoglienza di naufraghi e profughi, considerati parassiti e approfittatori. Con quelle risorse – dicono – si potrebbero fare tante buone cose per gli italiani.
E' vero che l'accoglienza costa. Chiedere all'Unione Europea di pagare la sua parte per la gestione del problema (che talora diventa “emergenza” per le tragedie economiche e militari che continuano a funestare molti paesi d'Asia e d'Africa) è cosa che i governi italiani dovrebbero fare di più e meglio; ma l'accoglienza resta un dovere di un paese civile ove arrivano masse di disperati. In ogni caso, i soldi spesi per offrire tetto, cibo e assistenza ai profughi valgono per il prestigio internazionale assai più di quelli sprecati nel potenziamento degli armamenti o in missioni militari “umanitarie” inutili, quando non dannose.
In verità – così mi dicono i competenti – la spesa impegnata dall'Italia nelle attività di soccorso, di accoglienza e di controllo non è affatto alta, se si considera il numero delle persone che arrivano e la mancanza di strutture adeguate. Il problema è che l'esternalizzazione di queste attività e il loro affidamento a organizzazioni che restano private, anche quando sono cooperative e si dichiarano senza fini di lucro, ha favorito il malaffare e la penetrazione mafiosa. Se codeste attività fossero state gestite in proprio dallo Stato, ci sarebbero state molte meno ruberie e sarebbero state svolte con maggiore efficienza. Si poteva affidarle, per esempio, ai carabinieri, addestrando alla bisogna gruppi specializzati nell'assistenza; o, se si temeva la “militarizzazione”, si poteva costruire una struttura civile “ad hoc”. Ma non si doveva usare la disperazione per alimentare illegali mangiatoie.
Occorre in ogni caso dirlo e gridarlo: dei crimini della Mafia Capitale gli immigrati e i profughi sono le principali vittime. L'affare d'oro che i farabutti festeggiano nelle emergenze lo realizzano proprio derubando questi poveracci, sul loro alloggio, sul loro vitto, sulla loro assistenza sanitaria. I sovraffollamenti, la sporcizia e e altre sofferenze dei profughi accolti nei centri sono in gran parte imputabili alla rapacità dei Carminati e di altri consimili individui. 
Da ultimo va aggiunto che anche le persone provenienti da categorie disgraziate  che lavorano nelle “cooperative sociali”ex carcerati, ex drogati o altri emarginati, da qualcuno accusati di “togliere il lavoro alle persone perbene”, sono quasi sempre dei supersfruttati, delle cui condizioni di debolezza si approfitta. Con loro i mafiosi a capo delle strutture spesso non rispettano i contratti, non curano la sicurezza, non pagano gli straordinari, sottraendo reddito e diritti a più non posso. In alcune di codeste “imprese senza fini di lucro” è d'uso addirittura il pizzo: quando i lavoratori ricevono l'assegno, versano ai capi una percentuale in contanti. Occorrerebbe far tacere la canea che vorrebbe approfittare dell'inchiesta romana per mettere fine a ogni progetto di reinserimento nel lavoro. Gli ex carcerati, i drogati eccetera della Mafia Capitale sono vittime. Esattamente come i profughi e gli immigrati. E come tutti gli onesti cittadini.

14.12.14

Scienze. Lo strumento matematico nella descrizione dei fenomeni (Vito Volterra)

Vito Volterra
«Lo studiare le leggi con cui variano gli enti suscettibili di misura, l'idealizzarli, spogliandoli di certe proprietà o attribuendone loro alcune in modo assoluto e lo stabilire una o più ipotesi elementari che regolino il loro variare simultaneo e complesso; ciò segna il momento in cui veramente si gettano le basi sulle quali potrà costruirsi l'intero edificio analitico. Ed è allora che si vede rifulgere tutta la potenza dei metodi, che la matematica largamente pone a disposizione di chi sa usarli [...]
Plasmare dunque concetti in modo da poter introdurre la misura; misurare quindi; dedurre poi delle leggi; risalire da esse ad ipotesi; dedurre da queste mercé l'analisi, una scienza di enti ideali, sì, ma rigorosamente logica; confrontare poscia con la realtà; rigettare o trasformare, man mano che nascono contraddizioni fra i risultati del calcolo ed il mondo reale, le ipotesi fondamentali che han già servito; e giungere così a divinare fatti ed analogie nuove, o dallo stato presente arrivare ad argomentare quale fu il passato e che cosa sarà l'avvenire: ecco, nei più brevi termini possibili, riassunto il nascere e l'evolversi di una scienza avente carattere matematico».

Da Il momento scientifico presente e la nuova Società italiana per il progresso delle scienze (1906)

citato in Giorgio Israel, Modelli matematici, Editori Riuniti, 1986

13.12.14

Dinaru, Dinocchiu, Diri. Modi di dire siciliani

Continuo il recupero di alcuni modi di dire dal dizionario siciliano-italiano di Antonino Traina (1868), che sto consultando nell'anastatica pubblicata nel 1974 da SORE, Palermo e curata da Elena Bono e da Antonino Uccello. Alla traduzione (quasi mai letterale) di Traina, aggiungo talora, qualche mio commento. La scelta è in gran parte fortuita: dal vocabolario aperto a caso estraggo locuzioni od espressioni che mi sembrano avere qualche ragione di interesse. (S.L.L.)
Tuccarisi li dinocchia
Helmut Newton, Paris, 1975

Pigghia i dinari ca nun gridanu
Alla lettera, “prendi i soldi (e scappa), ché non gridano”. Traina spiega: “Proverbio dei ladri... perché gli oggetti possono venire ad essere riconosciuti, i denari no”.

Dinocchiu balistrinu
“Ginocchio piegato indietro”.

Tuccarisi cu li dinocchia
Toccarsi con i ginocchi. Per il Traina: “muto linguaggio d'amore, che si fanno gli amanti vicini”. Assomiglia al piedino, che si fa quando gli amanti stanno l'uno di fronte all'altro. Con le ginocchia oltre alla posizione frontale (con i tavolini piccoli) è possibile quella laterale. Ma si tratta, in ogni caso, di gioco assai più castigato dell'altro.

Nun vi dicu né vi cuntu

“Modo di dire volendo esprimere meravigliosa quantità o che: non istò a dirvi” (A.T.)

Abbajari, Abballari, Abbanniari, Abbannunari. Modi di dire siciliani

Inizio qui il recupero di alcuni modi di dire dal dizionario siciliano-italiano di Antonino Traina (1868), che sto consultando nell'anastatica pubblicata nel 1974 da SORE, Palermo, e curata da Elena Bono e da Antonino Uccello. Alla traduzione (quasi mai letterale) di Traina, aggiungo talora qualche mio commento. La scelta è in gran parte fortuita: dal vocabolario aperto a caso estraggo locuzioni o espressioni che mi sembrano avere qualche ragione di interesse. (S.L.L.)
Lu putiaru zoccu avi abbannia

Abbaja cu li cani e roccula cu li lupi
“In chiesa co' santi e in taverna co' ghiotti”, rende il Traina a senso. Letteralmente si potrebbe dire: “Abbaia con i cani e fuggi via con i lupi”. Rocculari è francesismo ormai desueto in siciliano, ma ben vivo nel dialetto calabrese: il significato originario, “rotolar giù”, dà l'idea di una fuga precipitosa, tipica di territori montuosi come quelli abitati dai lupi.

Abballari o Fari abballari senza sonu
“Ballare o far ballare senza suono” traduce Traina e spiega “far o far fare checchesia anco malvolentieri”. E' un bel po' - credo - che in Italia ci fanno ballare senza suono.

Lu putiaru zoccu avi abbannìa
“Ognuno dà quel che ha”. Alla lettera "il bottegaio reclamizza ad alte grida solo la la merce di cui dispone".

Abbannunari lu munnu 
“Farsi religioso”.

12.12.14

Accelerato. Una poesia di Eugenio Montale


Fu così, com’è il brivido
pungente che trascorre
i sobborghi e solleva
alle aste delle torri
la cenere del giorno,
com’è il soffio
piovorno che ripete
tra le sbarre l’assalto
ai salici reclini -
fu così e fu tumulto nella dura
oscurità che rompe
qualche foro d’azzurro finché lenta
appaia la ninfale
Entella che sommessa
rifluisce dai cieli dell’infanzia
oltre il futuro -
poi vennero altri liti, mutò il vento,
crebbe il bucato ai fili, uomini ancora
uscirono all’aperto, nuovi nidi
turbarono le gronde -
fu così,
rispondi?

Da Le Occasioni

Il favoloso Gianni. Rodari in pentola (Pino Boero)

Gianni Rodari durante un viaggio nella Russia sovietica
Quando nel 1974 la rivista del Centro Studi sulla Letteratura giovanile del Comune di Genova, "Il Minuzzolo" (oggi si chiama "LG Argomenti"), dedicò un numero monografico a Gianni Rodari fu facile accorgersi che il nome dell'autore di Filastrocche in cielo e in terra, Favole al telefono, Grammatica della fantasia era noto soprattutto nell'ambito della sinistra (Rodari era passato dalla direzione del "Pioniere" alla redazione di "Paese sera") e veniva speso sull'onda di quell'importante tensione al rinnovamento della scuola italiana che vide protagonisti, fra gli altri, il Movimento di Cooperazione educativa, Bruno Ciari, Mario Lodi, l'editore Luciano Manzuoli.
Nel '74 a Rodari non era stato ancora dedicato uno studio organico e completo e si può dire che la sua fortuna critica sia cominciata con la prematura scomparsa (1980): a Rodari sono state intitolate scuole, dedicate mostre e convegni, volumi di saggi autorevoli; sono stati ristampati testi del passato e nuove raccolte di filastrocche, storie, saggi al punto che, mentre per trent'anni di attività (1950-1980) Carlo Bonardi, attento curatore su "Schedario" di una bibliografìa rodariana, segnala cinquantasei titoli fra libri, opuscoli, ristampe e nuove edizioni (ma i volumi qualificanti risultano poco più di una ventina), negli ultimi cinque anni sono comparsi poco più di dieci nuovi volumi con il suo nome. Paradossalmente, dunque, Rodari ha cominciato ad essere autore noto e celebrato proprio in questi anni ottanta poco propensi ad accettarne totalmente il messaggio, ad assorbirne la tensione politica e la volontà di rinnovamento; Rodari corre il serio rischio di diventare autore da antologia, di essere estromesso dalla storia per finire in quella sorta di limbo che ospita gli autori per bambini: dai testi scolastici alle poesie d'occasione imparate a memoria.
In questo contesto le ultime operazioni editoriali di Einaudi condotte sul nome di Rodari suscitano ulteriori perplessità: già le Storie di re Mida (1983) erano uscite senza l'indicazione della provenienza e senza una nota che chiarisse l'origine del tema molto presente in Rodari. Oggi Il secondo libro delle filastrocche (Einaudi,1985) annuncia in quarta di copertina che si tratta di filastrocche "pubblicate su giornali e periodici, e per la prima volta raccolte in volume".
Marcello Argilli recentemente su "Paese sera" ha avuto buon gioco nel trovare ad una prima indagine una quindicina di filastrocche già uscite in volume: rispettivamente sei e cinque in Filastrocche lunghe e corte e in Il libro dei perché editi nel 1981 e nel 1984 dagli Editori Riuniti con belle illustrazioni di Emanuele Luzzati e doverosa citazione da parte del curatore Argilli delle fonti di reperimento dei testi ("Il Pioniere", "l'Unità"), due in Parole per giocare (Biblioteca di Lavoro, n. 101-102, 1979), una in "Schedario" (1981) e una addirittura nell'edizione einaudiana del 1972 di Filastrocche in cielo e in terra (si tratta di Le storie nuove a pag. 143 ripubblicata con qualche variante e con il titolo Un tale che sbagliava le storie alle pp. 61-62 del volume odierno). Insomma siamo davanti ad un pasticcio editoriale che non fa onore a nessuno anche se nel complesso la figura di Rodari poeta per bambini esce viva e articolata.
Vicolo del Pallonetto ("Filastrocca del Pallonetto / vicolo storto vicolo stretto..."), ad esempio, offre al lettore un saggio della produzione del primo Rodari ancora decisamente legata ad un'ispirazione sociale: la parte iniziale del testo citato prima di essere ripubblicata, come si è detto, in Filastrocche lunghe e corte era uscita nel volume Il treno delle filastrocche (illustrazioni di Flora Capponi, Edizioni di Cultura Sociale, 1952) come elemento della sezione "Il libro delle città" dedicata ai mali e alle piaghe sociali delle città italiane: "Signori, per piacere, / lasciatemi vedere / dietro le cartoline chi ci sta, / cosa dice, cosa fa, / chi ride, chi ha pena, / chi va a letto senza cena, / chi ha sonno e non ha letto, / chi ha freddo e non ha tetto. / / Lasciatemi guardare / dietro le lucide facciate / delle cartoline illustrate".
Autunno, poi, ci consegna un Rodari attento al quadretto efficace, al gioco delle immagini liriche: "Il gatto rincorre le foglie / secche sul marciapiede...". I gatti, naturalmente, non mancano neppure in questo libro: a loro, sornioni e liberi (si legga Ritratto del gatto), il poeta è legato dall'ultima immagine del padre conservata nella memoria fin dall'infanzia: "L'ultima immagine che conservo di mio padre è quella di un uomo che tenta invano di scaldarsi la schiena contro il suo forno. È fradicio e trema. E uscito sotto il temporale per aiutare un gattino rimasto isolato tra le pozzanghere. Morirà dopo sette giorni, di bronco-polmonite. A quei tempi non c'era la penicillina" (Grammatica della fantasia, pp. 68-69). Il gatto Carlomagno, che "suonava il flauto, sputava le tagliatelle. / Viaggiava moltissimo in punta di piedi, / tenendosi a distanza dalla vasca da bagno..." serve, poi, per introdurre il lettore in un altro settore della produzione rodariana, quello dei testi ironici e grotteschi: non è un caso, infatti, che Storia di un gatto, poesia abbastanza simile a quella edita da Einaudi, sia uscita nel '68 su "Il Caffé" di Vicari (è stata ripubblicata tre anni fa dagli Editori Riuniti nel volume Il cane di Magonza ottimamente curato da Carmine De Luca) e quindi sia stata destinata ad un pubblico ben diverso da quello abituale.
D'altra parte la satira amara che caratterizza certi testi per adulti di Gianni Rodari si riscontra anche in parte della sua produzione per l'infanzia: da alcuni brani di Novelle fatte a macchina (Einaudi, 1973) all'odierna filastrocca Il gatto e il topo in cui un topo di biblioteca abituato a mangiare topi di carta finisce per incoscienza e presunzione preda di "un gatto in carne e ossa, / con artigli lunghi un bel po'..." : — "Eccellenza, c'è un equivoco, / uno scambio di persona... / Sono un topo letterato, / la mia carne non è buona...".
A Il secondo libro delle filastrocche non mancano neppure esempi di nonsense (Un geometra sfortunato) e riferimenti ad altri temi tipicamente rodariani, dai viaggi di Giovannino Perdigiorno (Gli uomini di paglia) alla necessità di capire il linguaggio "internazionale" dei bambini vero elemento di sincerità e uguaglianza in un mondo di violenza e ingiustizia...

Il secondo libro delle filastrocche potrebbe dunque costituire un'antologia rodariana abbastanza completa, se la casualità con cui è disposto il materiale non rendesse difficile l'identificazione dei temi e delle diverse fasi della produzione di Rodari. Di occasioni mancate (e di inattesi successi) è piena la storia della letteratura per l'infanzia, ma in questo caso alla confusa sistemazione del materiale poetico si aggiunge il maldestro tentativo di legare il nome di Gianni Rodari ad un'operazione di bassa cucina editoriale e questo non può lasciare indifferenti coloro che nel "favoloso Gianni" riconoscono non solo un classico della letteratura per l'infanzia, ma anche uno degli intellettuali più lucidi di quella generazione venuta fuori dalle macerie della guerra.

Filastrocca corta e matta (Gianni Rodari)

Viola mammola
Filastrocca corta e matta,
il porto vuole sposare la porta,
la viola studia il violino,
il mulo dice: - Mio figlio è il mulino -;
la mela dice: - Mio nonno è il melone -;
il matto vuole essere un mattone,
e il più matto della terra 
sapete che vuole? Fare la guerra!

da Secondo libro delle filastrocche, Einaudi, 1985

Il futuro torrido delle estati europee (Redazione "Le Scienze")

Una recente mappa climatica dell'Europa: il giallo rappresenta il clima caldo mediterraneo; l'arancione il clima semiarido freddo; le sfumature di blu il clima continentale umido/temperato; il verde il clima oceanico freddo (Wikimedia Commons)
L’estate del 2003 sarà ricordata come una delle più calde degli ultimi due secoli, ma il primato potrebbe essere presto battuto da analoghe ondate di caldo che colpiranno il nostro continente nel corso di questo secolo. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista “Nature Climate Change” da Nikolaos Christidis, Gareth S. Jones e Peter A. Stott del Met Office Hadley Centre a Exeter, nel Regno Unito, la probabilità che l’Europa abbia un’estate con temperature oltre limite è dieci volte superiore a quella che si poteva stimare appena 15 anni fa, e la colpa è del cambiamento climatico provocato dalle attività umane.
La connessione tra attività umane e ondate di caldo, in particolare per quel che riguarda l'estate del 2003, era già stata messa in luce da uno studio pubblicato su “Nature” nel 2004 da Peter Stott. Allora le stime, ottenute con modelli di riscaldamento globale e dati delle variazioni delle temperature medie, erano di un raddoppio delle probabilità di un'estate torrida.
Dal 2004, tuttavia, il trend di riscaldamento globale è continuato senza sosta, determinando un incremento medio delle temperatura di 0,81 gradi Celsius.
Christidis e collleghi hanno usato i dati aggiornati sulle temperature estive e nuovi modelli di previsione, confrontando in particolare quelli relativi al decennio 1990-1999 con quelli del decennio 2003-2012. In questo ultimo decennio, le estati molto calde - definite come quelle in cui la temperatura media è stata di 1,6 gradi superiore alla media della serie storica - si sono presentate ogni cinque anni, mentre in quello precedente, se estrapolate e rapportate al lungo periodo, una volta ogni 52 anni.
Se si guarda invece alle estati di caldo eccezionale come quella del 2003, in cui la media delle temperature fu di 2,3 gradi Celsius oltre la media del trentennio 1961–1990, la loro frequenza, rapportata sul lungo periodo, è passata da meno di una ogni mille anni a circa una ogni 127 anni.

Via via che le temperature salgono, aumenta di conseguenza anche la probabilità di estati molto calde, che potrebbero diventare abituali nel 2040, con punte di calore estremamente elevate. Questo dato dovrebbe essere tenuto in debito conto dai governi nazionali, perché in grado di causare migliaia di morti, come avvenne nel 2003.

11.12.14

Così ogni volta... Una poesia di Franco Matacotta (Fermo 1916 - Genova 1957)

Così ogni volta che te ne vai, e dal retro
dell'autobus mi dici addio addio
con un bacio lanciandomi dal vetro
l'ultimo tuo fiato,
sulla strada risalgo la mia ombra
e mi chiedo perché
si disunisce chi si ama, in alto
defraudata di se stessa 
la luna guarda fredda, disperata.

La vera storia del Laocoonte (Lidia Storoni)

Gruppo del Laocoonte, Musei Vaticani
Un giorno di gennaio del 1506, papa Giulio II mandò un palafreniere da Giuliano da Sangallo. Lo avevano informato che nella vigna di Felice de Fredis, presso Santa Maria Maggiore, durante uno scavo casuale s' era trovato un gruppo marmoreo imponente: andasse subito a vedere di che si trattava. In quel momento, in casa del Sangallo c'era Michelangelo; i due si avviarono insieme verso il luogo del ritrovamento, il piccolo Francesco (che raccontò il fatto in una lettera, molti anni dopo) in groppa al padre. Quando si trovarono davanti alla fossa, ordinarono agli scavatori di ampliarla per liberare il marmo dalla terra; emerse così quello che il Sangallo riconobbe subito per il Laocoonte descritto da Plinio. Una delle sculture più famose dell' antichità tornava alla luce dopo secoli, proprio nell'area delle Terme di Tito dove l'aveva vista Plinio, che l'aveva definita opera da anteporre a tutte nella pittura e nella scultura in bronzo.
L'aver tradotto in bronzo il termine di Plinio ars statuaria è uno degli argomenti, ampiamente documentati, addotti dall'autore del bel volume edito dal Saggiatore (Bernard Andreae, Laocoonte e la fondazione di Roma) per sostenere il suo assunto: che il gruppo marmoreo è una copia da originale ellenistico in bronzo. Da quando l'opera fu solennemente collocata in Vaticano, ebbe inizio la sua fama, incontrastata, di scultura inimitabile. Suscitò ammirazione ed emulazione negli artisti, ne fu influenzato Michelangelo; il quale, dopo la riesumazione dei corpi di Laocoonte e dei figli, avvinti e lacerati dai serpenti, impresse alla Madonna del Tondo Doni, ai profeti e ai nudi della Sistina, e ai Prigioni, quelle movenze impetuose, quella violenta tensione che preludono al barocco. Il prestigio dell'opera non venne meno nei secoli e suggerì a Winckelmann, che la credeva greca, la sua famosa definizione dell'arte classica: nobile semplicità e pacata grandezza. Solo Lessing, pochi anni dopo, ne propose la datazione all'epoca imperiale romana; incominciarono così ad affiorare dubbi sia sulla data del Laocoonte, sia sul suo valore formale. Il restauro del 1957, che collocò al suo posto il braccio mancante casualmente ritrovato nel 1905 nella bottega d'un marmista coincise con la scoperta delle splendide statue di Sperlonga e dell'iscrizione contenente le firme degli artisti, i rodii Atanadoro, Agesandro e Polidoro (gli stessi ai quali Plinio attribuisce il Laocoonte). Il problema sembrava così risolto: il Laocoonte veniva da Rodi e apparteneva al tempo di Tiberio, committente dei gruppi di Sperlonga. E invece i dati emersi offrirono lo spunto a nuovi interrogativi, indagini e ipotesi. L'archeologia, si sa, è un giallo: si lavora su indizi, su induzioni. Nel volume di Bernard Andreae, che è direttore dell'Istituto Archeologico Germanico di Roma, di misteri e di soluzioni proposte ce ne sono molti; l'esame dell' opera spazia infatti su tre momenti diversi, rimbalza dal Rinascimento al tempo di Augusto, e da questo a quello della presumibile esecuzione dell'originale.
Per Giulio II, la motivazione che lo spinge a mettere in particolare rilievo il Laocoonte è chiara: il papa aveva assunto il nome della gens Julia, conforme al suo intento di unificare l' Italia sotto lo scettro pontificio, e aveva adottato il messaggio adombrato da Virgilio nella famosa scena descritta nel II Canto dell'Eneide. Gli dèi puniscono il sacerdote troiano perché costui, subodorando l' inganno, ha tentato di dissuadere i suoi dall'introdurre il cavallo ligneo che cela nel ventre i guerrieri achei abbandonato sulla spiaggia dopo l'apparente ritirata. La morte del solo troiano diffidente era un chiaro presagio: le divinità che sarebbero diventate tutelari di Roma Giove, Giunone e Minerva con quella morte avevano voluto significare che un sacrificio umano era necessario affinché Troia fosse distrutta e dal sangue dei superstiti nascesse il popolo che avrebbe dominato il mondo. Dopo la visione di Ettore, apparso in sogno a Enea per ingiungergli di fuggire, l'orrenda fine di Laocoonte e dei suoi figli è il secondo segno inviato dai numi a colui che fonderà la nuova stirpe quando, dopo lunghe traversìe, approderà sulle sponde dell'umile Italia. Poi gli appare la sposa Creusa, che gli ripete la stessa esortazione, e di lì a poco la madre, la dea Afrodite: nell'Eneide, il protagonista prende coscienza della propria missione gradatamente, attraverso segni successivi.
Lo strazio di Laocoonte e dei figli è dunque il primo annuncio della peregrinazione fatidica di Enea, della fondazione dell'Urbe e della sua futura grandezza; forse fu lo stesso Augusto a suggerire quel soggetto al poeta, intento a creare il poema epico che mancava alla letteratura latina, e un albero genealogico mitico ai romani e alla famiglia del principe.
Della grotta di Sperlonga, che Tiberio, pochi decenni dopo l'Eneide, volle popolata dalle statue di Ulisse e dei suoi compagni nella scena dell'accecamento del Ciclope e dell' assalto di Scilla alla nave dell' eroe, Bernard Andreae, attento all'area culturale in cui un'opera viene prodotta, al momento storico, all'intento politico e religioso dei committenti, fornì una interpretazione avvincente in un volume edito da Einaudi nel 1984 (L'immagine di Ulisse. Mito e archeologia). In Ulisse si poteva riconoscere l' uomo intelligente, resistente alle più dure prove, cauto in politica come valoroso in guerra, che raggiunge la mèta dopo lunghe e dolorose vicissitudini e, accecando il Ciclope, dimostra la superiorità della cultura i romani sulla natura incolta e selvaggia i barbari : un'immagine nella quale piaceva a Tiberio identificarsi. Forse l'imperatore aveva portato con sé gli artisti da Rodi, dove aveva trascorso otto anni in volontario esilio; così nel Laocoonte, secondo Andreae, si sarebbe voluto rievocare la fine di Troia e ribadire il legame di sangue tra troiani e romani.
La data della copia esistente può ricavarsi dal fatto che la parte anteriore dell'ara è di marmo pario, la parte posteriore di Carrara: una cava che fu aperta al tempo di Cesare e sfruttata soltanto da Augusto in poi. Che sia una copia, è accertato anche da rilievi compiuti dall'autore sul marmo, dove sono riconoscibili le misure riportate dallo scultore, dopo averle prese sull'originale.
Restano alcuni punti oscuri: Virgilio descrisse la scena ispirandosi alla scultura? o viceversa fu lo scultore a desumere il suo soggetto dai versi del poeta? oppure si ispirarono l'uno e l'altro a una comune fonte letteraria o figurativa? Ma l'interrogativo fondamentale resta quello che riguarda l'opera originale. Dato per certo che il Laocoonte è una copia in marmo del tempo di Tiberio, chi poteva aver concepito in età ellenistica lo schema ideologico della parentela romano-troiana e aver avuto interesse a diffonderlo come programma politico?
Poi l' attenzione di Andreae si volge al Medio Oriente, ai luoghi dai quali provengono molte opere ellenistiche. Un primo indizio emerge dai dati formali: la figura di Laocoonte ricorda quella del gigante Alcioneo dell'ara di Pergamo (oggi al Museo di Berlino Est), il quale cerca di strapparsi dal capo la mano di Atena che l' ha afferrato per i capelli, e anche il volto del gigante scarmigliato e barbuto del piccolo donario. C'è stato più di un momento, nella storia di quel regno, in cui il governo fu incline a sostenere i romani; i sovrani di Pergamo furono infatti alleati di Roma nelle guerre vittoriose contro la Siria e la Macedonia ed ebbero in premio vasti territori. Ormai cosciente che l' espansione romana in Asia era infrenabile, l' ultimo re Attalide, morendo nel 133 a.C., lasciò il regno in eredità ai romani. Andreae ha inoltre sottoposto ad attente analisi il poema Alessandra d'un misterioso poeta, Licofrone; in esso si assiste alla riconciliazione tra Enea e Ulisse, che chiede perdono all' eroe troiano per aver ideato il cavallo fatale. I due si abbracciano, come i pergameni e i romani. Andreae suppone che sia stato proprio l' ultimo re di Pergamo il committente dell' opera, databile dunque al quinquennio del suo regno (138-133 a.C.) e che l' abbia voluta in occasione della visita di Scipione Emiliano, proponendosi un duplice intento: rammentare al suo popolo il vincolo di sangue che lo legava ai romani, evocando ai loro occhi la sconvolgente immagine della città distrutta e della sorte di chi si oppone al volere degli dèi, e inoltre offrire all'illustre visitatore, discendente dai vincitori della Siria, della Macedonia e di Cartagine, la riconciliazione. Come la tragedia greca, quella scultura doveva suscitare terrore e pietà, che conducono alla catarsi.
L'opera d'arte, quando è veramente tale, non comunica soltanto un messaggio d'occasione, ma dice a ogni generazione ciò che risponde alle sue istanze, alla sua sensibilità (il tempo, mi scrisse una volta Marguerite Yourcenar, non è l'ostacolo più grave tra gli esseri umani). Il Laocoonte, con mutato linguaggio formale, rivive nella statua con la quale lo scultore russo Ossip Zadkine commemorò il bombardamento di Rotterdam durante la seconda guerra mondiale.


“la Repubblica”, 29 aprile 1989  

Niente rima sulla 'ndrina. Una poesia di Pasquino Perugino

L'anonimo che si firma Pasquino Perugino fa circolare in rete poesie satiriche nel dialetto della città del grifo: quasi sempre gradevoli, talora molto pungenti. 
Quella che ho trovato oggi è dedidicata all'inchiesta "Quarto Passo", con la quale magistratura e carabinieri hanno individuato e colpito una vera e propria holding criminale insediata nella città.
A me sembra bellissima. (S.L.L.)

É dura far la rima sulla 'ndrina
ch'é troppo agghiacciante la materia
c'é poco da scherzar, é cosa seria
e qui la mia poesia si fa piccina.

É dura far la rima sulla 'ndrina
se non per celebrar chi ha lavorato
i ros, la procura, un magistrato
chi ha ripulito terra perugina.

É dura far la rima sulla 'ndrina
per chi ha denunciato con paura
le estorsioni, i traffici, l'usura
e adesso si alza meglio la mattina.

É dura far la rima sulla 'ndrina
per non diventare come loro
politicanti che dicono in coro
che in fondo da noi non s'assassina.

É dura far la rima sulla 'ndrina
perché io non mi mischio con quei fessi
che postano merdate come ai cessi
che tutti i calabresi son latrina.

É dura far la rima sulla 'ndrina
e quindi la poesia non la farò
mi limito, e solo scriverò
la mafia delle merde é la regina.

da fb, 12 dicembre 2014

Ritratto del gatto. Una poesia di Gianni Rodari

Il gatto non è amico di nessuno,
entra, mangia, si stira e torna via,
crede che la casa sia un'osteria.
Non fa festa al padrone,
non lo accompagna a spasso,
non ti riporta il sasso
che tu getti lontano,
non ti viene a leccare la mano
come fa il cane con quegli occhi buoni.
E quando miagola pare che stia
raccontando una bugia.


da Secondo libro delle filastrocche, Einaudi, 1985

Luigi Pirandello: “Scrittori di cose e scrittori di parole” (1931)

Nel discorso su Giovanni Verga tenuto alla Reale Accademia d'Italia il 3 dicembre 1931 Luigi Pirandello osservava: "Due tipi umani, che forse ogni popolo esprime dal suo ceppo: i costruttori e i riadattatori, gli spiriti necessari e gli esseri di lusso, gli uni dotati d'uno stile di cose, gli altri d'uno stile di parole; due grandi famiglie o categorie di uomini che vivono contemporanei in seno a ogni nazione, sono in Italia, forse più che altrove, ben distinte e facilmente individuabili".
E dopo aver delineato, lungo tutto il cammino della nostra storia, una netta contrapposizione fra Dante, Machiavelli, Manzoni, Verga, scrittori di cose, e Petrarca, Guicciardini, Monti. D'Annunzio, scrittori di parole, aggiungeva: "Se pensiamo che Dante muore in esilio e il Petrarca è incoronato in Campidoglio ... , che il Leopardi passa di vita quasi ignorato, quando si sa a quali venturosi onori pervenne il Monti, dobbiamo convenire che in questa nostra Italia d'immaginazioni storiche, di prodigiosa ricchezza in dolcissime e forti e piene sonorità verbali ... ha più diritto di cittadinanza chi sa dire più parole che cose". Ma, continuava Pirandello, chi riesce nello sforzo lucido di disegnare la dura sagoma delle cose non può che resistere al tempo: "A Dante, sempre si ritorna. Si ritorna a Machiavelli. Si ritorna al Leopardi e al Manzoni. E si ritorna a Giovanni Verga".

10.12.14

Né mafia né Mori (Leonardo Sciascia)

Il titolo che ho scelto non è, quasi certamente, il titolo originario di questo articolo di Leonardo Sciascia dal “Corsera”; né sono in grado di controllare quale sia. Il libretto A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani/RCS, 1989-2012, da cui l'ho tratto, raccoglie interventi dello scrittore in materia di giustizia e di politica giudiziaria pubblicati su diversi quotidiani o periodici dal 1980 al 1988: ciascun pezzo porta, come in apertura, il giornale e la data di pubblicazione. Il titolo che io ho dato è uno slogan coniato da Girolamo Li Causi che piaceva molto a Leonardo Sciascia; l'idea che esso esprime è che la mafia si combatte meglio rispettando ed usando democrazia e diritto piuttosto che facendone a meno. (S.L.L.)
Corriere della Sera, 23 febbraio 1986
Una constatazione che mi avviene oggi di fare, piuttosto semplice ed ovvia, ma non priva di significato, è che la mia infanzia è stata in qualche modo segnata da tutto quel che sentivo intorno ai grandi processi contro la mafia che tra Agrigento e Palermo allora si svolgevano; e che oggi, in vecchiaia, mi trovo a seguirne altri - e soprattutto quello di Palermo, numerosissimo di imputati - che suscitano le stesse aspettative, le stesse speranze, gli stessi timori. E sono passati quasi sessantanni. E con una dittatura di mezzo che proclamava di volere annientare la mafia e che a tal fine mostrava di operare fino all'abuso. Ma il fatto è che il fascismo aveva soltanto anestetizzato la mafia, e spesso facendo più o meno volontaria confusione tra il dissenso politico e la criminalità associata; ma in quanto ad estirparla ci voleva altro.
Forse ci voleva anche più tempo, a far sì che la generazione mafiosa presa nella rete di Mori naturalmente si spegnesse e non tornasse in auge al crollo della dittatura; ma soprattutto ci voleva, per dirla semplicisticamente, più diritto: nel senso che bisognava mettere i siciliani nella condizione di scegliere, appunto, tra il diritto e il delitto e non tra il delitto e il delitto. Ma l'istanza del diritto ancora non appariva: si usciva da un mondo in cui ce n'era ben poco, perché se ne sentisse la mancanza. Il mondo della democrazia diciamo giolittiana, che io continuo a vedere attraverso il giudizio di Salve-mini.
In quelli della mia infanzia, che lo storico chiama "gli anni del consenso", tante erano le ragioni per darglielo, al regime fascista: a parte l'inattuata democrazia, specialmente nelle regioni del Sud, c'erano quei colpi di testa in politica estera che gli italiani vedevano come acquisizione di prestigio; c'era la rivalutazione del combattentismo; c'era la fine degli scioperi (poiché gli scioperi, ieri come oggi, sono sacrosanti quando li facciamo noi, insopportabili disordini quando li fanno gli altri); e c'era, soprattutto, il fatto che le cinquecento lire di stipendio dell'insegnante, dell'impiegato, mai sono state tante (in rapporto, si capisce, ai bisogni) come allora. E in Sicilia diventava ragione di consenso anche la lotta alla mafia.
Degli arresti, dei processi, delle condanne, nelle famiglie o in ristretta cerchia di amici si parlava con soddisfazione. E a tal punto arrivava la soddisfazione che delle torture, che si diceva gli arrestati subissero nelle caserme dei nuclei di polizia giudiziaria, si parlava con un certo raccapriccio ma senza disapprovazione. Torture da cui venivano fuori sporadiche confessioni che erano poi regolarmente ritrattate davanti ai giudici; né c'erano mafiosi pentiti. Più proficua era la tecnica di investigazione escogitata, pare, da Mori; e consisteva nel convocare quei "galantuomini" che negli ultimi anni avevano subito grossi furti, prevalentemente di bestiame, ed erano poi riusciti - non certo per intervento della polizia - a riavere la roba che era stata a loro involata. Su questi fatti, le informazioni gli venivano soprattutto dai "campieri", specie di guardie giurate del feudo che, prima in amicizia sia coi carabinieri che coi mafiosi, a quel punto avevano deciso di lasciar cadere i mafiosi e di tenersi ai carabinieri. Qualcosa di simile ai pentiti di oggi: e ne ebbero da Mori gratifiche, riconoscimenti e decorazioni al merito civico. Altra fonte d'informazioni erano i portieri degli stabili cittadini, che quasi per regolare precettazione erano tenuti a dare alla polizia notizie sugli inquilini.
Convocati, dunque, i "galantuomini" che si sapeva avessero subito dei furti e poi ottenuta la restituzione, la polizia chiedeva loro a chi si erano rivolti per ottenere tanto. Non rispondevano volentieri, si capisce: ci voleva spesso un soggiorno di qualche ora o di qualche giorno in camera di sicurezza. Ma finivano col dirli, quei nomi: che erano a volte di "mediatori" (così li chiamava don Pietro Ulloa, procuratore del re - del re borbone - a Trapani: il primo ad aver dato una descrizione precisa della "fratellanza" mafiosa), di "amici degli amici"; a volte di capi veri e propri. Su questi nomi veniva poi agevole intessere la trama dei collegamenti, delle dipendenze e interdipendenze; ed anche delle rivalità, non meno probanti delle amicizie. C'erano anche allora le "cosche" tra loro nemiche: e quel mio racconto che s'intitola Western di cose nostre, che qualche anno fa ebbe lunga diluizione televisiva, ne è esempio veridico, storia vera.
Furono i processi di allora, quasi tutti indiziari. Ma ricordando quel che se ne diceva, gli indizi andavano dritti come frecce al giusto bersaglio. In un paese in cui ci si conosce tutti, quelle imputazioni indiziarie che i processi sciorinavano erano già da prima certezze. E se ne parlava liberamente in famiglia e tra amici, ma con molta cautela fuori. Ed è comprensibile che qualcosa di simile oggi accada in una città come Palermo, ritagliabile in paesi e ciascuno in cui tutti si conoscono. Sulla soglia del giudizio, sul punto di dire la propria vera opinione, di esprimere la propria soddisfazione per gli arresti e i processi, il cittadino è assalito da un dubbio, da una paura: è davvero la volta buona, continuerà davvero questa lotta alla mafia fino a consegnarla, se non al definitivo annientamento, all'impotenza? Se dopo sessantanni ci si ritrova allo stesso punto, e anzi peggio; se la mafia ha dato tal prova di vitalità da resistere alla volontà di annientarla di uno stato tirannico, è possibile ci riesca invece lo stato democratico, con tutte quelle garanzie che offre alla libertà del cittadino e che non è difficile mutare in coefficienti d'impunità? 
Ma appunto questo è oggi il vantaggio (o meglio: il dato della speranza): che a muoversi contro la mafia è finalmente lo stato democratico, lo stato di diritto: e principalmente del diritto di non sopportare soprusi, angherie, diretti o indiretti sfruttamenti, torbide intrusioni della delinquenza associata nella cosa pubblica.

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