Il pappagallino di casa ha udito le parole tenere
che di notte si sono bisbigliati i due giovani:
e quando, al mattino, le ripete forte
davanti ai genitori, tutta affannata per la vergogna
la sposa gli infila nel becco il frammento di rubino
che le pende dall'orecchio, e con la scusa
di dargli un seme di melograno
gli impedisce di parlare.
da Centuria d'amore (a cura di Daniele Sagramoso Rossella), Marsilio, Venezia, 1989
Politica,storia,letteratura e varia umanità. Pezzi vecchi e nuovi d'ogni provenienza. Ogni lunedì una poesia. Borghesi e reazionari, pretonzoli e codini, reggicode e reggisacchi, ruffiani e pecoroni, tremate!
27.11.16
Il pappagallino. Una poesia di Amaruka (India, VII o VIII sec.)
Come vota l'accozzaja (il Bartoccio)
No' semo l'accozzaja,
no' semo la marmaja,
'na razza de gentaja,
la bassa farsumaja,
la pora minutaja,
la più peggio plebaja,
la più peggio canaja,
la più trista teppaja,
ma sta ghenga e sta
ciurmaja
dice NO e nun se sbaja!
Postilla
Ho trovato la poesiola, senza firma individuale, nella pagina fb del
Bartoccio, una storica ed illuminata associazione perugina di poesia
dialettale fondata – tra gli altri – da Bruno Orsini, partigiano,
comunista antistalinista e direttore didattico, oggi animata – tra
gli altri - da Renzo Zuccherini, anche lui direttore didattico, uno
degli intellettuali perugini più fedeli all'insegnamento e
all'impegno nonviolento di Aldo Capitini. (S.L.L.)
Troll (Paolo Bottazzini)
Nella mitologia di Internet, i troll
sono personaggi ostili alle comunità in cui si infiltrano. Simulano
l’affinità con lo spirito del gruppo e l’adesione alle regole di
conversazione, per aprire un varco alle loro incursioni fatte di
provocazioni e disinformazione.
da Chi decide se il trolling è reato? in "Pagina 99", 26 novembre 2016
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«Il populismo di Bergoglio più eversivo di Trump». Intervista a Loris Zanatta (Domenico Lusi)
Una lettura “liberale”
del fenomeno Bergoglio, discutibile ma molto interessante, è quella
che si legge in questa breve intervista, che merita verifiche e
approfondimenti. (S.L.L.)
La parola popolo è tra
le più usate da Bergoglio, dopo Dio e chiesa. «Questo non deve
stupire», sostiene Loris Zanatta, professore di storia dell’America
latina all’università di Bologna e autore de La nazione
cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio
(Laterza, 2015). «Francesco può a tutti gli effetti essere definito
un papa populista, se si usa il termine come strumento analitico e
non nel senso negativo a cui siamo abituati. Il suo popolo non è
però quello della tradizione illuminista, ma è il popolo della
tradizione latinoamericana di cui il peronismo è stato il più
tipico caso: una comunità organica, riflesso della volontà divina.
Una sorta di “popolo mitico”, come lo ha definito il papa».
Da questo punto di vista
il populismo di Bergoglio presenta similitudini con quello di Donald
Trump. «Entrambi», osserva Zanatta, «condividono la critica
radicale della globalizzazione, evocano un popolo unito, in armonia,
minacciato dalla disgregazione sociale. Evocano un mondo che va a
rotoli e promettono una redenzione: protezione, un senso d’identità
perduta, un senso di destino». Ciò che li allontana è il tipo di
salvezza: «Bergoglio è per la globalizzazione della solidarietà,
un ritorno a un’antica civiltà cattolica in cui il popolo era
intriso di valori evangelici. Una comunità organica tipica della
tradizione latinoamericana visceralmente antiliberale, come tutti i
populismi latini e cattolici, che siano Chavez, Peron, Castro o
Podemos in Spagna. Un populismo che nelle estreme conseguenze può
sfociare nel totalitarismo». Diverso il mondo anglosassone. «Per
quanto radicale, Trump propone il ritorno alla grande America, al
mito di un popolo iper-liberale e individualista che non tollera i
vincoli imposti dallo Stato e che però non ha alternativa alla
democrazia liberale. In tal senso, per la democrazia liberale il
populismo del papa è, sulla carta, più eversivo di quello di
Trump».
Anche il binomio
malattia/corpo ricorrente nei discorsi di Bergoglio, osserva Zanatta,
«viene dal cattolicesimo nazional-cattolico argentino, imbevuto di
una visione organicistica in cui ogni individuo è sottomesso alla
collettività, tutto è in armonia per volontà divina e dove i mali
del mondo sono visti come attentati alla salute di quel corpo. La
metafora del mondo come corpo malato, a causa dell’allontanamento
da Dio verso il secolarismo, è il presupposto apocalittico della
redenzione. Da qui i continui riferimenti del papa al cambiamento.
Una visione tipica dei monoteismi che Francesco esaspera,
trasponendola sul piano sociale ed economico».
Per Zanatta questa
concezione «è preoccupante perché tende a sottoporre i diritti
dell’individuo al benessere di una collettività, chiamata popolo,
che non lascia spazio al pluralismo e riduce la vita politica e
sociale a un’eterna lotta tra bene e male, una guerra di religione
costante. Non a caso il papa non parla mai della dimensione
politico-istituzionale, di democrazia, diritti individuali, Stato di
diritto».
Eppure – dai gay al
perdono per l’aborto – Bergoglio appare più aperto dei
predecessori. «Dal punto di vista dei diritti e del riconoscimento
dell’appartenenza alla chiesa di categorie prima escluse», ammette
Zanatta, «il papa è di certo più “liberale”. Ma attenzione.
Per Bergoglio la cattolicità è un fattore di organizzazione del
mondo. Se per Ratzinger, cresciuto in Germania, la chiesa è una
parte minoritaria di una società ormai secolarizzata che va difesa
nella sua ortodossia, un gruppo di pochi ma puri, per Francesco la
chiesa deve includere tutti per plasmare il mondo sulla dottrina
cattolica. Ratzinger era più tollerante e rispettoso del pluralismo,
mentre Bergoglio è fautore di una riconquista cristiana assai meno
tollerante verso la secolarizzazione».
Pagina 99, 26 novembre
2016
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Maestri del folk revival. Ritratto della famiglia Seeger, tra note e rivolte (Giovanni Vacca)
![]() |
| Mike, Peggy e Pete Seeger |
«Se dovessi dire davvero
in poche parole il mio debito e la mia riconoscenza verso Pete, direi
che ’grazie’ non è abbastanza. Egli non ha cambiato la mia vita.
Egli è stato una parte integrante della mia vita fin dall’inizio.
Le canzoni, il banjo, la generosità di spirito, l’ottimismo. Si
faceva amare dovunque andasse. Ha 90 anni ora e non riesco a
immaginare il mio mondo, il nostro mondo senza di lui. E lui sta
facendo del suo meglio per restarci...».
Queste toccanti parole,
riportate con le maiuscole originali, ce le ha mandate Peggy Seeger e
sono la sua testimonianza per celebrare i novant’anni del fratello
Pete. Sono però anche parole ideali per introdurre in breve ciò che
è stata la stessa famiglia Seeger, una delle più prestigiose e
importanti famiglie musicali dell’intero Novecento, la cui
influenza è andata ben oltre quella dei confini degli Stati uniti.
Pete, infatti, è solo il più celebre dei fratelli Seeger,
ugualmente centrali per lo sviluppo e la diffusione del folk music
revival in tutto il mondo. Con il padre, Charles, siamo poi
addirittura agli albori dell’etnomusicologia modernamente intesa:
la disciplina, infatti, all’inizio del secolo scorso, cominciava
lentamente ad affrancarsi dalla primitiva impostazione datale dalla
scuola berlinese, che con Eric von Hornbostel e Curt Sachs l’aveva
fondata come «musicologia comparata», per aprirsi a una serie di
problemi metodologici ed epistemologici in linea con quelle che
all’epoca erano le più aggiornate istanze dell’antropologia
culturale.
A Charles Seeger fu
dunque affidata la vicepresidenza della Società per la musicologia
comparata quando fu chiaro che, sotto il nazismo, sarebbe stato
impossibile in Germania continuare un lavoro proficuo e indipendente.
La società, purtroppo, non riuscì a mantenersi in vita ma lo
spostamento di baricentro verso il più dinamico mondo americano
avrebbe prodotto nel tempo l’irreversibile «rivoluzione» della
ricerca sul campo (già moneta corrente in antropologia) che i
tedeschi ignoravano completamente, limitandosi a delle comparazioni
fatte a tavolino.
Pete Seeger è il figlio
della prima moglie di Charles, la musicista Constance Edson, mentre
Peggy e Mike sono figli della sua seconda moglie, la compositrice di
musica d’avanguardia (ma anche appassionata studiosa di musica
tradizionale) Ruth Crawford. Peggy, strepitosa polistrumentista
(oltre a cantare e a scrivere testi e musiche suona perfettamente la
chitarra e gli strumenti della tradizione folk americana: il banjo,
il dulcimer, l’autoharp, la concertina), arriva negli
anni Cinquanta in Europa e, tramite l’amico di famiglia Alan Lomax,
incontra e sposa il grande folk singer inglese Ewan MacColl. Il loro
sodalizio di vita e musica costituirà l’architrave del folk music
revival britannico e produrrà un’incredibile quantità di
concerti, dischi, pubblicazioni, ricerche, documentari, trasmissioni
radiofoniche su tutti gli aspetti della cultura popolare
anglosassone: dai canti dei pescatori alle ballate industriali, dalla
musica dei nomadi alle testimonianze dei gruppi marginali della
società inglese, come i malati di poliomielite o il mondo del
pugilato semiprofessionistico. Dopo la scomparsa di Mac-Coll, nel
1989, tutto il materiale dell’enorme lavoro svolto dalla coppia è
custodito al Ruskin College di Oxford. Peggy è anche una delle più
importanti cantanti e autrici della canzone femminista (tra i suoi
album, Different Therefore Equal e Penelope Isn’t Waiting
Anymore), autrice di un vero e proprio «inno» del movimento
come I’m Going to Be an Engineer.
Mike Seeger è anch’egli
pluristrumentista e cantante: fondatore dei New Lost City Ramblers,
si è dedicato con passione alla musica della tradizione rurale «old
time» e resta fondamentale, e bellissimo, tra i circa quaranta
dischi incisi, Fresh Old Time String Band Music. Numerosi sono
i riconoscimenti che gli sono stati attribuiti e la sua attività ha
dato un formidabile impulso alla riscoperta, alla rivitalizzazione e
alla diffusione di repertori che oggi rappresentano, per i musicisti
folk statunitensi, le basi per cominciare seriamente a lavorare sulla
musica di tradizione popolare. Oltre ad aver fatto conoscere la
musica «old time» in tutto il mondo - ha suonato anche nel nostro
paese -, Mike si è poi dedicato all’insegnamento con manuali e
sussidi didattici audio e video, e la sua influenza è stata
riconosciuta da musicisti rock come i Grateful Dead e dallo stesso
Bob Dylan.
Da sempre l’attività
musicale dei Seeger è stata legata all’attivismo politico a favore
delle cause democratiche, antirazziste e progressiste, un impegno
costante che ha provocato a tutti i membri della famiglia problemi e
difficoltà di non poco conto nel rapporto con le autorità
soprattutto in momenti di forte tensione sociale. Se Pete fu più
volte arrestato e perseguitato in vario modo, Peggy non è stata da
meno: resta memorabile quando, nel 1984, venne processata per la sua
partecipazione a una manifestazione antinucleare avvenuta in
Inghilterra un anno prima e nella quale era stata arrestata insieme a
centinaia di persone. In sua difesa scrisse e cantò una canzone
(Tomorrow) per spiegare il suo comportamento, ma fu espulsa
per oltraggio alla corte senza aver nemmeno terminato la prima
strofa, per essere di nuovo arrestata e infine multata.
Va detto, tuttavia, che
esiste anche un nutrito gruppo di detrattori, da anni ormai impegnati
in una rilettura «al negativo» dei protagonisti del folk revival
anglo-americano, visti come esponenti di una borghesia bianca radical
chic e romantica, antimoderna e sostanzialmente opportunista.
I Seeger furono anche
protagonisti della scoperta casuale e del rilancio di una grande
cantante di blues: Elizabeth Cotten, l’indimenticabile interprete
di Freight Train. Cotten (che Charles e Ruth conobbero quando
Penny, un’altra figlia, si perse in un grande magazzino e fu da lei
ritrovata e a loro ricondotta), venne assunta come domestica nella
grande casa di famiglia, ma pare che Peggy e Mike, appena
adolescenti, la sostituissero spesso nel lavare i piatti per farle
suonare la chitarra...
"alias il manifesto", 3 maggio 2009
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26.11.16
“Furfante” e “farfanti” (S.L.L.)
La dichiarazione del dichiarante. Da "Ladro lui, ladra lei"
I dizionari italiani,
anche quelli specializzati nelle etimologie, riconducono il
sostantivo furfante a un arcaico verbo forfare o
furfare, del cui uso forniscono in verità una documentazione
scarsissima e rinviano al francese fors faire (“fare
fuori”). Il verbo in questione, a quanto raccontano, veniva usato
come intransitivo assoluto nel senso di “fare del male”, ma
poteva anche legarsi a un complemento indiretto con il significato di
“recare danno” o di “fare un inganno” (forfare a qualcuno)
o essere addirittura transitivo (furfare qualcosa) nel senso
di “rubare”.
Questo forfare o
furfare, pochissimo usato e con valore semantico fluttuante,
si collegherebbe anche a forfè o forfait (alla
francese) e a tutti i termini connessi.
Codeste congetture (di
questo si tratta) rivelano la loro debolezza se si confrontano i
vocaboli toscani furfante (“persona senza scrupoli capace di
inganni e raggiri”, “malfattore” o anche, scherzosamente,
“birbaccione”) e furfanteria (“furberia furfantesca”),
progressivamente affermatisi dopo il 1500, con i siciliani farfanti
(il cui significato principale è “bugiardo”, “imbroglione” o
anche, più benevolmente, “interessato contaballe”) e
farfantaria, cioè la bugia, l'inganno, la menzogna piccola o
grande.
Occorreranno opportune
verifiche, ma c'è già materia per ipotizzare una diversa (e comune)
origine sia del vocabolo toscano che di quello siciliano. In Sicilia
si usa dire latru di pinna (ladro di penna) e latru di
bancata (per indicare il bottegaio disonesto); ma c'è anche il
ladro di parola. In latino fur fans è appunto un ladro che
parla, che usa le parole per imbrogliare e derubare e dal latino fur
fans potrebbero sia farfanti che furfante. Il
vocabolo continentale privilegia l'atto del depredare, in quello
dell'isola dei sofisti è prevalente la seduzione realizzata con
l'arte del dire, ma entrambi contengono l'una e l'altra sfumatura di
significato. Il Gatto e la Volpe di Collodi straordinariamente
esemplificano questa pregnanza.
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È nato un bambino (Hannah Arendt)
Il
miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla
sua normale, "naturale" rovina è in definitiva il fatto
della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà di
agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e
il nuovo inizio, l'azione di cui essi sono capaci in virtù
dell'esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può
conferire alle pratiche umane fede e speranza, le due essenziali
caratteristiche dell'esistenza umana che l'antichità greca ignorò
completamente, rimuovendo la fede in cui essa ravvisava una virtù
assai infrequente e di nessunissimo conto, e confinando la speranza
nel novero delle funeste illusioni del vaso di Pandora. È questa
fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa ed
efficace espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò
la "lieta novella" dell'avvento: 'Un bambino è nato fra
noi'.
Da
VITA ACTIVA. La condizione umana, Tascabili
Bompiani, 1991
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Incipit. La prigione terrestre (Hannah Arendt, VITA ACTIVA, 1958)
Nel
1957 un oggetto fabbricato dall'uomo fu lanciato nell'universo, e per
qualche settimana girò intorno alla terra seguendo le stesse leggi
di gravitazione che determinano il movimento dei corpi celesti - del
sole, della luna e delle stelle. Certamente, il satellite costruito
dall'uomo non era come la luna o le stelle, non era un corpo celeste
che potesse rimanere in orbita per un tempo che a noi mortali,
vincolati al tempo terrestre, sembra eterno. Tuttavia, per un certo
periodo, esso riuscì a rimanere nel cielo e si mosse in prossimità
dei corpi celesti, come se fosse stato ammesso in via sperimentale
alla loro sublime compagnia.
Questo
avvenimento, che non era inferiore per importanza a nessun altro,
nemmeno alla scissione dell'atomo, sarebbe stato salutato con
assoluta gioia se non si fosse verificato in circostanze militari e
politiche particolarmente spiacevoli. Ma, per un fenomeno piuttosto
curioso, la gioia non fu il sentimento dominante, né fu l'orgoglio o
la consapevolezza della tremenda dimensione della potenza e della
sovranità umana a colmare il cuore degli uomini che ormai,
sollevando lo sguardo dalla terra verso i cieli, potevano scorgervi
una loro creatura. La reazione immediata, espressa sotto l'impulso
del momento, fu di sollievo per «il primo passo verso la liberazione
degli uomini dalla prigione terrestre». E questa strana
affermazione, lungi dall'essere la trovata accidentale di qualche
reporter americano, involontariamente riecheggiava la straordinaria
epigrafe che, più di vent'anni prima, era stata scolpita sul
monumento funebre di un grande scienziato russo: «L'umanità non
rimarrà per sempre legata alla terra».
Questo
sentimento è stato per un certo tempo un luogo comune. Esso mostra
che gli uomini, in qualsiasi campo, non solo non tardano a mettersi
al passo con le scoperte scientifiche e gli sviluppi della tecnica,
ma li precedono addirittura di decenni. Qui, come in altri campi, la
scienza ha realizzato e confermato ciò che gli uomini avevano
anticipato in sogni che non erano eccessivi né vani. La novità era
soltanto che uno dei giornali americani più rispettabili riportò in
prima pagina ciò che era confinato fino allora in una letteratura
non precisamente rispettabile, la fantascienza (alla quale,
purtroppo, nessuno ancora ha dedicato l'attenzione che merita come
veicolo di sentimenti e di desideri di massa). La banalità
dell'affermazione non dovrebbe farci trascurare il suo carattere
straordinario; infatti benché i cristiani abbiano parlato della
terra come di una valle di lacrime e i filosofi abbiano considerato
il corpo come prigione della mente o dell'anima, nessuno nella storia
dell'umanità ha mai concepito la terra come una prigione per i corpi
degli uomini, o manifestato realmente la brama di andare
letteralmente fin sulla luna. Sarebbe questo l'esito
dell'emancipazione e della secolarizzazione dell'età moderna,
iniziate con l'abbandono, non necessariamente di Dio, ma di un dio
che era il Padre celeste: il ripudio sempre più fatidico di una
Terra che era la Madre di tutte le creature viventi sotto il cielo?
Da
VITA ACTIVA. La condizione umana, Tascabili
Bompiani, 1991
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Citazioni del Re Sole
“Se le occupazioni, i
piaceri ed il commercio della società, come accade sin troppo
spesso, vi distogliessero un giorno dal piacere dei libri e delle
storie - l’unico in cui i giovani principi trovino mille verità
senz’ombra di adulazione, - la lettura di queste Memorie
potrebbe supplire in qualche modo a tutte le altre...”
“Ho riflettuto alla
condizione, in questo dura e rigorosa, dei re, che devono, per così
dire, rendere un conto pubblico di tutte le loro azioni a tutto
l’universo e a tutti i secoli, e tuttavia, nel medesimo tempo non
possono renderlo a nessuno, senza andar contro i propri interessi e
scoprire il segreto della propria condotta... Coloro i quali hanno
doti sufficienti per riuscire quasi sempre hanno una certa
magnanimità nel riconoscere i propri errori”.
da Memorie di Luigi
XIV. Le istruzioni del Re Sole al Delfino,Tascabili
Bompiani, 1977
25.11.16
Una gemma, una leggenda. L'Ametista
Nacque l'ametista in una profonda
caverna dell'India antichissima, dove i templi dedicati alle loro
divinità, si ergono alti nel cielo, pur aderendo spettacolosamente,
mirabilmente alla montagna nella quale si inseriscono.
Le caste vi pregano, nettamente
separate. E gli Intoccabili possono avere accesso nel tempio,
soltanto da un lato, nascosto alla vista degli altri credenti. Ma
quando l'Amore ha deciso di scoccare la sua freccia, non vi sono
barriere.
Era il figlio del notabile più
importante della regione, l'uomo designato dal piccolo Dio ad
innamorarsi della bellissima figlia del più miserabile degli
Intoccabili. E fu proprio nel tempio che questo accadde. Prostrati
nella preghiera, gli appartenenti alla prima casta non s'avvidero che
il figlio di uno di essi aveva sollevato il capo, per fissare una
bellissima fanciulla nell'altro lato del tempio, nascosta da una
pesante tenda.
Ma perché questa barbara
divisione, quando la sorgente della vita e una e divina, quando la
giovinezza non conosce barriera? Era la stessa divinità, quella a
cui s'inchinava lui, il figlio dell'uomo più importante e più
temuto del luogo, e la figlia del più miserabile, del più
disprezzato intoccabile.
Ma l'uomo potente vide certamente lo sguardo
estasiato del figlio posarsi sulla fanciulla povera, e ne fu talmente
adirato da chiamare gli uomini del suo seguito perché facessero
scoccare la freccia ed uccidessero la bella fanciulla. Cento, mille
frecce scoccarono, ma per volontà divina, deviarono ed infransero
l'idolo indiano. Un urlo si levò dalla folla in preghiera. La
maledizione sarebbe certo caduta su quella terra. Ed infatti il
tempio, in un tremendo boato, ruinò, e dall'occhio dell'idolo caduto sortì una gemma, che penetrò nella montagna.
La bellissima
gemma, di un caldo colore tra il viola ed il turchino, diventò poi
immensa : questa pietra era l'ametista.
Oggi e domani, Agenda per la casa dell'Istituto Nazionale Assicurazioni, 1956
Oggi e domani, Agenda per la casa dell'Istituto Nazionale Assicurazioni, 1956
Oligarchi v/s resto del mondo (Roberta Carlini)
Dell’1% sappiamo,
ormai, quasi tutto. È del restante 99% che sappiamo assai poco. E le
disparità che si sventagliano all’interno della massa delle
persone distanziate dall’élite del top 1% non sono meno
importanti. Nel loro libro Diseguaglianze (Laterza, 2016) i
due economisti Maurizio Franzini e Mario Pianta si propongono di
spiegare “quante sono” le diseguaglianze che ci affliggono, prima
ancora di dire “come combatterle”.
Nel secolo scorso,
scrivono i due, tutto era più lineare: le differenze nei redditi e
nella ricchezza erano in un modo o nell’altro collegate alla
struttura di classe della società. Al trovarsi dalla parte del
capitale, o del lavoro. Bei tempi semplici. Adesso, la dicotomia
capitale/lavoro (e la ripresa di quota distributiva e potere del
primo, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso) è solo uno dei
quattro motori della diseguaglianza, nella ricostruzione di questo
libro. Seguono gli altri tre: il “capitalismo oligarchico” – la
mirabolante e ingiustificata crescita dei redditi al top, in un
intreccio tra potere economico e influenza politica;
l’individualizzazione (spinta al massimo dalla concorrenza tra
lavoratori e carriere, e dalla frantumazione del mercato del lavoro);
l’arretramento della politica con la sua rinuncia a metter mano
alla questione della diseguaglianza. Che qui è indagata nelle sue
cause, oltre che nei suoi numeri; per arrivare alla conclusione che
la questione è complessa ma non irrisolvibile.
Bisognerà – sorpresa –
portare un po’ più di mercato e concorrenza ai piani alti (dove la
meritocrazia è sostituita dall’oligarchia), e stendere protezioni
su quelli più bassi. Il libro è dettagliato e le proposte a tutto
campo, ma ne citiamo qui due, relative ai redditi più alti e ai più
bassi: prevedere un tetto massimo nel rapporto tra i compensi del top
management e quelli dei dipendenti, ed escludere da appalti pubblici
e incentivi fiscali le imprese che non ci stanno; e introdurre un
salario minimo per chi vive del proprio lavoro. Sono solo due esempi
di misure di policy possibili; ma soprattutto, scrivono gli
autori, occorrerà invertire una rotta culturale; per riconoscere che
«l’avidità ha poco a che fare con il dinamismo economico e,
invece, molto a che vedere con i comportamenti socialmente
pericolosi».
pagina 99, 30 aprile 2016
Una speranza (S.L.L. - Stato di fb)
Dai toni usati dai
pretoriani del capo del governo - da ultimo contro Rosi Bindi e
contro i magistrati che annunciano un voto contrario al cambiamento
della Costituzione -, dalla esplicita volontà di tagliare i ponti si
può sospettare l'intenzione di "non fare prigionieri" dopo
il 4 dicembre, anche se non si può escludere qualche provvedimento
di clemenza a favore di chi vorrà fare un atto pubblico di
pentimento e di sottomissione.
Se andrà come costoro
sperano, taglieranno l'erba sotto i piedi alla parte più riflessiva
della nazione, nelle istituzioni, nella politica, nelle Università,
nel sistema delle comunicazioni. Ma, se davvero andasse così, a
molti cittadini democratici e progressisti tra l'imbonitore
fiorentino e l'urlatore genovese resterebbe solo la scelta della
corda a cui essere impiccati.
Se - al contrario - la
maggioranza degli elettori respingerà l'abrogazione della
Costituzione del 1948 e il passaggio a un nuovo regime politico,
potrà aprirsi uno scenario completamente diverso, molto più
positivo. Andrea Camilleri ha espresso una grande fiducia nella
saggezza di Mattarella. Sono d'accordo con lui. Il Presidente della
Repubblica troverà il modo per dare rapidamente al paese un governo
efficace e non avventurista e per persuadere il Parlamento al
rapidissimo varo di una nuova legge elettorale e di quelle limitate
misure di revisione costituzionale su cui esiste una larga
condivisione.
Un anno e mezzo di
dialogo costruttivo, di impegno fattivo, di decantazione delle
tensioni è il migliore strumento per sottrarre il paese allo spirito
di rivalsa e di vendetta.
Nonostante le
deformazioni dei truculenti di tutti gli schieramenti, il NO è il
voto più utile a restituire al paese quel clima di serenità
indispensabile per affrontare le sfide dure che lo attendono e che
riguardano, oltre alle gravi difficoltà economiche e sociali, la
pace nel mondo e nel Mediterraneo.
Paesi. La val d'Aso e Moresco (Franco Arminio)
Altrove coi mattoni hanno
fatto una muraglia. Qui, tra la riga del mare e il sipario teatrale
dei monti Sibillini, hanno fatto gioielli. La bella scena non è
dietro il sipario, la bella scena è davanti, dove ogni collina ha il
suo paese nel punto più alto e da ogni paese ne puoi guardare tanti.
Poggiate i vostri piedi
sulle piccole piazze, entrate nelle chiese, nei vicoli, guardate i
palazzi, le finestre, le porte. Tutto risente di un lavoro paziente,
come se chi posava un mattone sull’altro stesse componendo il
disegno di un volto, di un braccio. Dopo le chiacchiere dei teologi
medioevali, bisognava ristabilire un rapporto delle persone coi loro
luoghi naturali. Quante strapazzate e strapazzanti giornate ci sono
volute per uscire dalla cintura mezzadrile e per lisciare, ricamare,
accudire queste colline come si accudiscono le cose più care. Quanto
fiato c’è voluto, il piccolo fiato di ognuno, per fare le più
intime scale di pietra, per posare i mattoni dei palazzi e delle
chiese romaniche e farfensi.
C’è una bellezza
diffusa che tiene insieme spontaneità e simmetria; anche dove si è
lavorato all’impronta, l’insieme è sempre mirabile, come se da
queste parti ci fosse una naturale ritrosia per la bruttezza. Nulla è
mai troppo grande. Niente che appaia velleitario, intemperante ed
esagerato. Siamo in una provincia che ben conosce la decenza
dell'ospitalità e se ne serve adesso per mantenere una postura
civile in tempi scomposti e affannati. Valore e cortesia di una terra
senza fuochi fatui e senza trucchi, senza sorprese e stravaganze. Lo
straordinario non abita da queste parti. Siamo in un paesaggio
onesto, senza cupezze gotiche o artifici barocchi, un paesaggio
tipicamente italiano, moderato, armonico, lievemente poetico,
lievemente malinconico. Ogni paese è un sonetto costruito con
l’endecasillabo dei mattoni a vista. Ogni paese esibisce alla sua
periferia il verso libero delle costruzioni anni settanta.
L’economia meno florida
ha tenuto un po’ lontane le matite dei geometri e le betoniere. Il
contrasto con la Val di Tenna è abbastanza forte. Questi paesi
somigliano a chi li abita: attenzione a ciò che vale davvero,
sobrietà e compostezza, misura, discrezione, una timidezza
accogliente, un’umiltà sincera che inclina all’anonimato della
vita quotidiana piuttosto che alle vanità del primeggiare.
Il giro lungo la Val
d’Aso può iniziare salendo ad Altidona, dove nello stesso sguardo
puoi tenere il mare e le mura castellane. Quando arrivi in un paese
puoi seguire il crinale e presto ne trovi un altro, oppure puoi
andare a zonzo sul pettine della colline, scendere e salire per
andare a vedere il paese che sta su un altro crinale, dove trovi
un’altra piazza, altre mura, alte torri, altri merletti. Tutto è
un po’ diverso dal paese che hai appena lasciato, ma la pellicola
del mattone ti fa sentire nello stesso film.
In molti centri si può
anche evitare la sosta, ma non a Monterubbiano e nella adiacente
Moresco. Questo paese è come se fosse un proseguimento della
pittura. Qui hanno fatto coi mattoni quello che Piero della Francesca
ha fatto coi pennelli.
Scheda
Il paese. 600 abitanti e
una torre eptagonale che domina la val d’Aso
Moresco è un comune di
appena 629 abitanti in provincia di Fermo, nelle Marche (è comune
autonomo solo dal 1910). Secondo la leggenda, al tempo delle
scorrerie dei Mori lungo la costa adriatica, un gruppo di questi si
spinse un po' più all'interno per edificarvi una roccaforte nel
cuore della cristianità. Altri, al contrario, sostengono che il
Castrum Morisci sia stato costruito vicino al mare proprio per
respingere gli assalti dei Saraceni. Più probabile che il toponimo
derivi da una nobile famiglia di nome Mori, oppure dalla parola
dialettale morrecine che indica il mucchio di pietre su cui poggia il
castello. È considerato uno dei borghi più belli d’Italia, con il
castello, la caratteristica torre eptagonale con merlatura ghibellina
che domina la valle dell’Aso e un centro storico molto
caratteristico.
“il manifesto”, 5
gennaio 2012
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viaggi e geografia
"Aquel olor..." (Quell'odore). Una poesia di Rafael Alberti
Quell'odore di inaspettata morte,
di soldato senza nome né famiglia,
che dà ai formicai della terra
forse l'abito migliore della vita,
al bordo di un olmo
mi portò via l'aroma della mia amica.
Aquel olor a inesperada muerte,
a soldado sin nombre y sin familia,
dando a los hormigueros de la tierra
quizás el mejor traje de su vida,
de la vera de un olmo
se me llevó el aroma de mi amiga.
Da
Toro en el mar (Toro nel mare) in
Poesie, Newton
Compton, 1977
Trad.
Salvatore Lo Leggio
La bassa stagione di Gianni D’Elia (S.L.L.)
Nella primavera del 2004
“micropolis” aveva organizzato un evento inconsueto per il
giornale, la presentazione di un libro di poesia, Bassa stagione
di Gianni D'Elia. L'incontro con il poeta poi non si svolse, non
ricordo più per quale contrattempo, ma ho ritrovato –
digitalizzato – il testo dell'annuncio che contiene una mia breve
riflessione (nel giornale non firmata) su quel testo, che mi piace
“postare” qui, a futura memoria. (S.L.L.)
![]() |
| Gianni D'Elia |
Sulla copertina
dell’ultimo libro di Gianni D’Elia è stampata una terzina che a
noi di “micropolis” e di Segno critico capita spesso di recitarci
vicendevolmente. Abbiamo l’impressione che valga da sola una decina
di saggi ed un centinaio di editoriali. La riportiamo per intero:
…la bassa stagione,
che pareva bassa,
bassa non era ancora,
Ground Zero;
c’è da bruciarsi
anche ad andare in giro…
Non c’è mai capitato
come giornale e come gruppo di organizzare presentazioni pubbliche di
libri di poesia: è attività che non rientra nella nostra ragione
sociale; sarebbero tuttavia bastati quei versi per spingerci ad un
eccezione. In Bassa stagione (Einaudi 2003), d'altra parte,
non abbiamo trovato solo questa icasticità, questa straordinaria
concentrazione espressiva, ma tanto di noi stessi: la nostra
indignazione e la nostra refrattarietà, la nostra speranza e il
nostro malcontento, in negativo il senso d’impotenza e in positivo
la coscienza del limite che accompagna il nostro agire. Sentiamo
nostro il suo Marx non rinnegato, quello che ci mostra “le vite
asservite al capitale” anche in certi orrendi paesaggi
autostradali, il suo inesausto bisogno di utopia (il luogo che non è
o, vorremmo poter dire, non è ancora). Non vogliamo però togliere
il mestiere agli specialisti, lasciamo a loro analisi e giudizi
critici. Noi sentiamo D’Elia soprattutto come poeta nostro. Per
questo abbiamo voluto organizzare questo incontro, l’abbiamo quasi
forzato a venire a Perugia a presentare il suo libro. L’incontro
avverrà il 17 aprile alle ore di 17 a palazzo Penna. Ci guiderà ad
una migliore conoscenza del poeta, della sua poesia, delle terzine
della bassa stagione il nostro Walter Cremonte.
“micropolis”, marzo
2004
Addio Volodia. Vita, morte e romanzo di Simone Signoret (Nello Ajello)
Avevo letto duecento
pagine di Addio Volodia, il romanzo di Simone Signoret che in
settimana uscirà da Mondadori (lire 22.000), quando mi è arrivata
la notizia della sua morte. Pensavo di scrivere un articolo con
calma, fra dieci giorni, a lettura ultimata (di pagine, il libro ne
ha quasi cinquecento). Ma poi la "novità" mi ha indotto a
cambiare ritmo, e sono arrivato in fondo al libro con una curiosa
frenesia, sentendomi quasi il destinatario di una confidenza, di un
messaggio "finale" da parte dell'autrice.
Non sembri una trovata di
circostanza. L'uscita di Addio Volodia l'avevo aspettata con
ansia, come raramente può capitare in tempi come questi, in cui le
opere di narrativa inutili ci sommergono. Non solo. Desideravo
ardentemente che il romanzo fosse bello. Per cedere a simili impulsi
nei riguardi di un libro, occorre essere legati all'autore da vincoli
magari occulti o "ufficiosi", ma strettissimi. È il mio
caso.
Il tema scelto dalla
Signoret - la tragedia ebraica vista dalla Francia fra gli anni Venti
e Quaranta - mi interessava, certo, benché non potesse davvero dirsi
inedito. Mi incuriosiva, naturalmente, il fatto che a cimentarsi con
la letteratura fosse un'attrice, cioè l'esponente di una varietà
umana cui di rado si attribuiscono le capacità di pensiero ritenute
proprie di chi scrive. Ma il motivo vero di tanto entusiasmo era
personale o, direbbe un sociologo, "interpersonale": si
trattava dei rapporti antichi, intensi, fortemente venati di
emotività, che esistevano fra me e quella scrittrice. Cioè, fra un
uomo che era sui vent'anni nei primi anni Cinquanta e una donna che
proprio allora, sulla scia di un film memorabile, si convenne di
chiamare "Casco d' oro". Il fatto che la destinataria di
questi stati d'animo li ignorasse era innegabile, ma di scarsa
importanza. Poco o nulla contava che la Simone del 1985, malata,
alcolizzata e scrittrice di romanzi, non somigliasse quasi per nulla
alla splendida Simone del Casco d' oro (1951), e che anzi il
contemplare qualche sua foto recente potesse essere, per gli antichi
fans, motivo di disinganno.
Un libro è qualcosa di
diverso da un'istantanea impietosa. Può far "vedere" una
persona - la persona del suo autore - senza incrudelire sul dato
fisico, riprodurne l'essenziale salvandola dalle vendette del tempo.
È proprio ciò che io (ma forse faranno lo stesso altri miei
coetanei) sono andato a cercare nel libro della Signoret. Dire che
l'ansia sia stata soddisfatta in pieno sarebbe una bugia, e parlare
di rivelazione di una "grande scrittrice", come si è fatto
in Francia, suonerebbe come un incongruo elogio postumo.
Eppure, man mano che si
procede nella lettura, ci si accorge che fra Casco d'oro e la
scrittrice Signoret esistono legami evidenti. Per cominciare, una
certa idea di Parigi: una metropoli popolare o piccolo-borghese
suddivisa in borghi - l'indirizzo ufficiale della vicenda è: Rue de
la Mare, XX Arrondissement - con la sua vita da villaggio, i
ragazzini che giocano fra i materiali di palazzi in costruzione o fra
i detriti di case appena demolite, mentre le madri si parlano sui
ballatoi o si danno convegno in cucina. Dall'uscio di uno di questi
appartamenti sdruciti potrebbe sbucare ad un tratto la Signoret dei
bei tempi, l'eroina "positiva" di tanti film.
I ruoli adatti non le
sarebbero mancati: avrebbe potuto essere, ad esempio, una delle due
protagoniste femminili, Olga o Sonia, giovani ebree orientali che il
terrore dei pogrom ha trapiantato a Parigi. Il fondale è
appropriato, l'arco cronologico della storia - che abbraccia anni
cruciali fra il primo dopoguerra, il nascente nazismo e la democrazia
"entre deux guerres", con l'odio antiebraico e
l'engagement a sinistra, la viltà ancestrale dei piccolo-borghesi di
Francia e il rumoroso tripudio del Front Populaire, fino a un epilogo
che disperde, per un incidente casuale, i personaggi, alla vigilia di
quell'arrivo di Hiler a Parigi che ne avrebbe prodotto comunque la
morte - sembra collocarsi a metà strada fra ciò che Simone
rappresentava sullo schermo e ciò che era nella vita.
La trama del romanzo
conta meno del sottofondo che la pervade. Ed è un sottofondo
d'amarezza e di scetticismo ideologico, così somigliante agli umori
recenti della Signoret. Su tutto, domina la cieca rivalsa che la
Storia esercita ai danni delle sue vittime - per la precisione, di un
gruppo di ebrei - incarnandosi prima nella "destra" di
Hitler, poi nella "sinistra" di Stalin. In una saga così
concepita il realismo trionfa, esattamente come nei film più belli
interpretati da Simone.
Se dovessi trovargli una
parentela italiana, accosterei Addio Volodia a talune opere di
Pratolini venate di un populismo un po' naif, oppure - se penso alla
tenerezza profusa dall'autrice nel descrivere i bambini, i loro
giochi, i loro sogni - alla vena felice di un'Elsa Morante (con tanta
professionalità in meno, com'è ovvio). A lettura terminata, si deve
comunque riconoscere che il suo vero romanzo Simone l'ha scritto
senza accorgersene, a puntate, sullo schermo e nella vita; ed è
stato il pubblico, cioè noi suoi contemporanei, a collaborare
coralmente alla stesura, come capita nelle saghe autentiche.
A trent'anni (tanti ne
aveva nel 1951, quando uscì Le casque d'or) Simone era una
donna straordinariamente bella, ma non era soltanto questo. Aveva
tutti i requisiti anche letterari adatti a suggestionare un pubblico
di gusti ancora "eurocentrici", reduce appunto, di fresco,
dalla tragedia dell'Europa. Prima di tutto la sua pariginità un po'
ruspante e sottoproletaria. Poi, la naturalezza con la quale sapeva
diventare una robusta gigolette suburbana e l'autorevolezza con la
quale arbitrava i duelli al coltello fra gli uomini che la
desideravano. E ancora: la sua umanità scontrosa e intensa: chi non
ricorda l'ultima scena di Casco d'oro - e mi scuso di citare
sempre quel film, ma non a caso è diventato un simbolo - mentre
Simone assiste da una finestra alla decapitazione di Serge Reggiani,
il giovane falegname che per amor suo ha ucciso un uomo, non ha mai
visto la tenerezza e la disperazione sul volto di una donna.
L'ambiente del film era
quello del feuilleton francese di "mala". C'erano gli
apaches di periferia, le osterie ombreggiate da pergolati, i
valzer danzati nei cortili al suono dell'accordèon. E le
"partite di coltello" fra i maschi, e le gigolettes
che assistono attonite alla tragedia immancabile. Un genere che nei
suoi momenti più alti evoca la penna di un Maupassant e il pennello
di un Renoir.
Di questo impasto "primo
Novecento" Simone era il lievito. Vi si muoveva come nel proprio
elemento. I suoi ruoli migliori, e più proverbiali, oscillavano fra
la ragazza "à la suite" della malavita e la prostituta di
strada. Nella Ronde di Max Ophuls, è lei che inizia e
conclude la serie degli incontri galanti, saldando il cerchio della
storia: dal soldatino interpretato da Serge Reggiani al conte, che è
Gèrard Philipe. Dall'osè al patetico, questi copioni le
sembrano cuciti addosso. Le scivolate nel Guignol non alterano la sua
recitazione: mai agitata, affidata all' immobile intensità degli
occhi, al loro fuoco interno. Col passare degli anni l'avremmo vista
incarnarsi in figure meno luminose ma sempre memorabili: nelle vesti,
ancora, di una prostituta (ma stavolta in disarmo) nel film italiano
Adua e le compagne; in quelle di un'anziana donna di piacere
che protegge un bimbo arabo, nel film algerino La vie devant soi
(non sono un critico di cinema nè un cineasta minuzioso: cito a
memoria).
Sempre più gonfia sia
per gli anni che per il bere, ma sempre così impastata di
letteratura "alla francese" da conservare quasi intatto, ai
nostri occhi, il fascino originario. E poco importava che i suoi menu
fossero ormai prevedibili, e che uno strutturalista non avrebbe
faticato a individuarne gli ingredienti canonici: gli apaches,
i bas-fonds, la Legione straniera come rifugio finale per i
reietti; e sullo sfondo un decennio di "cinèma noir"
con i riverberi del Fronte popolare di cui Simone è un'adepta
après-la-lettre, e sul taccuino del suggeritore le battute di
dialogo inventate da Jacques Prèvert o da un suo epigono... Un
miscuglio non sempre di serie A, ma per un mostro sacro del livello
di Simone faceva lo stesso. A sollevare le vicende dai bas-fonds
anche letterari, bastava lei. E poi, fuori dal set, c'era la vita del
personaggio Signoret, trascorsa accanto a quell' altro pezzo di
Francia che è Yves Montand. In combutta con lui, la solida gigolette
diventava una donna politicamente engagèe. Insieme hanno
simboleggiato, lungo quindici anni del recente costume europeo, la
"coppia militante", il "mènage di sinistra".
A quel tempo, Parigi
esportava un' immagine di sé in cui tutto sembrava miracolosamente
conciliarsi senza stridori o pericoli di banalità: le note delle
Feuilles mortes (fu la canzone che lanciò Montand nel film
Quando Parigi dorme) e le campagne per la Pace, Stalin e i
manifesti libertari, la frenesia per un esistenzialismo da locale
notturno e la lettura diligente dell' “Humanitè”, Juliette Grèco
e Maurice Thorez. Alle feste organizzate dal quotidiano del Pcf,
l'arrivo di Yves e Simone, la coppia rossa, coincideva con l'acme
dell'entusiasmo. In versione "impegnata" Casco d'oro
non perdeva tuttavia ai nostri occhi il diritto di rappresentare
l'Eterno femminino francese. Anzi.
Tutto ciò che trovavamo
insopportabilmente retorico nel comunismo italiano - infinitamente
meno convenzionale e polveroso, a dire il vero, del suo omologo
francese - se portava la firma di Simone ci sembrava suggestivo:
perfino l' epilogo, che ha trasformato la coppia rossa in un simbolo
della "marcia indietro", dall'idolatria per il paese-guida
alla denuncia dell'autocrazia che lo governa e vorrebbe opprimere il
resto del mondo. Sbagliavamo? Forse si trattava soltanto di due
commedianti furbi, specializzati in ruoli ideologici? Può darsi. Ma
per quanto riguarda Simone, il Casco d'oro dei film, la Tigre rossa
della cronaca francese, non mi piacerebbe ritirarle la mia postuma
ammirazione. Se proprio pentirsi è obbligatorio, ci sono peccati più
grossi di questo.
“la Repubblica”, 2
ottobre 1985
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24.11.16
«Aprite i libri di scuola alla storia dello sport» (Pasquale Coccia)
Intervista a Felice
Fabrizio e a Sergio Giuntini
L’incontro con i due
storici dello sport Sergio Giuntini e Felice Fabrizio avviene a
margine di un interessante convegno nazionale svoltosi a Milano poco
prima di natale, che ha avuto per titolo Fratelli sportivi
d’Italia. La città e la Nazione in 150 anni di vita sociale e
sportiva, snobbato dalla grande stampa sportiva. Entrambi gli
studiosi fanno parte della Società italiana di Storia dello sport e
con loro c’era anche John Foot, professore di Storia contemporanea
preso il Dipartimento di italiano dello University College di Londra,
autore dell’ormai classico Calcio. 1898-2010. Storia dello sport
che ha fatto l’Italia (Rizzoli). Nel suo intervento al
convegno, Foot si è meravigliato che in Italia la storia insegnata a
scuola non faccia alcun riferimento alla storia dello sport.
Un’affermazione che fa il pari con quella dello scrittore
uruguayano Eduardo Galeano, che anni fa commentando il massacro dei
guerriglieri Tupac Amaru, uccisi dopo aver tenuto in ostaggio 72
persone nell’ambasciata giapponese di Lima, disse: «È uno
scandalo che i libri di storia non parlino di calcio. Non succede
nulla in America Latina che non abbia un rapporto diretto o indiretto
con questo sport. La carneficina perpetrata da Fujimori (allora
presidente del Perù, ndr) a Lima è avvenuta mentre
sequestratori e prigionieri giocavano a calcio e Nestor Cerpa
Cartolini, il capo del commando, è morto indossando la maglietta
dell’Allianca Lima» (e già che ci siamo ci sembra doveroso
ricordare come Oscar Washington Tabarez, l’allenatore-filosofo
dell’Uruguay che l’anno scorso ha vinto la Coppa America, prima
di sedersi in panchina fosse stato un maestro di scuola elementare a
Montevideo).
Con Giuntini e Fabrizio
parliamo allora del perché in Italia lo sport resti relegato alle
due ore settimanali di educazione fisica e non riesca a trovare posto
nei libri di storia come mezzo per sollecitare la curiosità degli
studenti.
È possibile insegnare
la storia dello sport a scuola?
Giuntini. «Non solo è
possibile ma sarebbe necessario. Lo sport costituisce una parte
integrante del vissuto delle giovani generazioni, che dimostrano una
grande sensibilità verso le tematiche sportive».
Fabrizio. «Condivido
pienamente. In quanto fenomeno culturale, lo sport fa parte a pieno
titolo della storia. Ignorarlo significa non tenere conto
dell’impatto che esso ha avuto e continua ad avere sulla vita
quotidiana di milioni di persone, in particolare degli adolescenti».
In che modo la storia
dello sport potrebbe suscitare l’interesse degli studenti?
G. «Partirei dalle
conoscenze di tipo diretto già possedute dagli studenti: la pratica
dello sport e il tifo. Si potrebbe ricostruire la storia delle
discipline e la dimensione comunitaria del tifo come partecipazione
collettiva ad eventi pubblici di grande significato simbolico. Un
aspetto molto presente nelle diverse epoche della storia della
civiltà umana».
F. «Aggiungerei altri
due spunti: l’accostamento alla dimensione mitica degli eroi
eponimi e l’impatto che le pratiche sportive hanno prodotto nel
tempo sulle realtà locali in quanto elementi identitari».
L’insegnamento della
storia dello sport darebbe una dimensione più culturale
all’educazione fisica, visto che da quest’anno come prevede una
circolare del Miur gli studenti avranno in pagella anche il voto
orale oltre a quello pratico?
G. «L'educazione fisica
ha bisogno di riaffermare la sua dimensione culturale. E un approccio
storico si presta molto bene a questo tipo di valorizzazione».
F. «Perché questo si
realizzi compiutamente è tuttavia necessario avviare e proseguire
una prassi di collaborazione tra docenti delle diverse discipline che
conferisca a ciascuno pari dignità».
Quali argomenti si
dovrebbero affrontare alle scuole medie per interessare i ragazzi
alla storia dello sport e con quali strumenti?
G. «I supporti
multimediali sono indispensabili per suscitare l’interesse degli
studenti. Proporrei dei metodi affabulatori che fanno leva anche
sulla dimensione mitologica dello sport, le biografie dei grandi
campioni come Coppi e Bartali, ma anche quelle più irriverenti da
Maradona a Balotelli. È un pretesto per tracciare degli excursus
più ampi della storia sociale dello sport nelle diverse epoche».
F. «Nella mia quasi
trentennale esperienza di insegnamento nelle scuole medie inferiori
della provincia e della periferia di Milano ho sperimentato con
successo anche altre modalità: le biografie individuali e
societarie, l’indagine statistica sulla presenza e sulla
distribuzione nel territorio delle discipline sportive, la
riflessione critica e autocritica a partire da testi scritti e
audiovisivi».
Chi dovrebbe insegnare
storia dello sport alle medie e alle superiori, il docente di
educazione fisica, di storia e filosofia o di lettere?
G. Alle medie si potrebbe
fare un lavoro interdisciplinare tra il docente di lettere e quello
di educazione fisica, ma si potrebbe allargare anche a una più ampia
interdisciplinarità. Alle superiori tra l’insegnante di storia e
filosofia e quello di educazione fisica. Se le lezioni di storia
dello sport sono concordate in tandem fanno più presa sugli
studenti».
F. «Concordo in pieno.
Nella mia esperienza, ho trovato spesso piena disponibilità anche da
parte degli insegnanti di inglese».
Se il ministro
dell’Istruzione vi chiedesse di stilare un programma di storia
dello sport da quali argomenti iniziereste e con quali finireste?
G. «L’Età
greco-romana è un punto di partenza imprescindibile; l’Età
comunale con il municipalismo che si manifesta in molte forme di
rivalità anche «sportiva»; l’Umanesimo e il Rinascimento per la
riscoperta della corporeità; l’Illuminismo per le idee pedagogiche
che aprono ad una educazione naturale e ludica; infine tutto il
Novecento e in particolare l'età dei totalitarismi: lo sport
fascista, nazista, comunista».
F. «Aggiungerei una
sintetica rievocazione del contributo spirituale e materiale che le
attività motorie hanno offerto al Risorgimento italiano».
Quali sono gli
avvenimenti più importanti del ‘900, che uno studente delle
superiori dovrebbe conoscere?
G. «Le Olimpiadi del
1896 e la figura complessa e per alcuni aspetti contraddittoria del
barone De Coubertin. I trionfi azzurri ai mondiali di calcio del 1934
e del 1938 e l’utilizzo propagandistico che ne fece il regime
fascista. Hitler, Goebbels e le Olimpiadi di Berlino del 1936. Le
Olimpiadi della contestazione a Città del Messico 1968, con il pugno
chiuso di Tommy Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri. Lo sport
durante la Guerra Fredda con i due grandi boicottaggi olimpici del
1980 a Mosca e del 1984 a Los Angeles. Infine il doping di stato
nell’ex Germania dell’est».
F. «Gli argomenti
fondamentali sono proprio questi. Si potrebbero integrare con un
excursus sulle tappe e sulle modalità attraverso le quali lo sport
moderno si insedia nell’Italia liberale».
Vi è ostilità da
parte del mondo accademico verso la storia dello sport e gli storici
dello sport? Siete considerati di serie B, rispetto alla Storia
ufficiale?
G. «Non più, oggi
finalmente i pregiudizi sempre superati. Nelle facoltà di Lettere,
Storia, Legge, Sociologia, Economia, Scienza delle comunicazioni
vengono assegnate numerose tesi con tema sportivo. E lo stesso vale
per i dottorati di ricerca ».
F. «E’ del tutto vero.
Persiste però una certa qual diffidenza da parte di un mondo
accademico diviso in chiesuole, ciascuna delle quali coltiva il
proprio orticello, verso l’outsider che viene a rompere le uova nel
paniere. E condivido pienamente lo stupore di John Foot che si
chiedeva come fosse ancora possibile in Italia ignorare la dimensione
sportiva nella elaborazione di qualsiasi saggio storico che pretenda
di occuparsi delle vicende economiche, sociali, politiche e culturali
del nostro paese».
Perché sui quotidiani
non compaiono quasi mai pagine di storia dello sport, che potrebbero
suscitare l’interesse degli studenti?
G. «In questi anni si è
avuto uno scadimento generale del giornalismo sportivo nei principali
quotidiani d'opinione e soprattutto nei tre quotidiani sportivi.
Gianni Brera, purtroppo, non sembra trovare successori. La storia
dello sport è sparita dai giornali, perché è scomparsa
progressivamente la cultura sportiva. Assistiamo a un generale
impoverimento dei contenuti, che ruotano esclusivamente intorno al
calcio».
F. «Aggiungo la pigrizia
degli addetti ai lavori e le scelte editoriali che privilegiano la
cronaca e la polemica faziosa a scapito del resoconto tecnico e della
riflessione».
I programmi televisivi
e radiofonici, che trattano gli avvenimenti storici sportivi sono
migliorati rispetto al passato? In che cosa? Potete indicare alcuni
di questi programmi?
G. «Negli ultimi anni si
è avuto un miglioramento sia della tv che della radio, partendo dal
presupposto che per me le telerisse alla Biscardi e le radio tifose
non fanno testo. Credo che le migliori trasmissioni siano Sfide
e Dribbling per quel che riguarda la tv e Zona Cesarini
per la radio. Sky talvolta è capace di approfondimenti che
meriterebbero uno spazio e un’attenzione maggiore».
F. «Questi programmi
sono purtroppo isole felici che galleggiano in un oceano sconsolante.
L’egemonia culturale della destra nel settore specifico del
giornalismo sportivo radiofonico e televisivo ha purtroppo lasciato
tracce profonde».
Scheda
I due storici
intervistati
Classe 1956, membro del
Consiglio Direttivo della «Società italiana di Storia dello Sport»,
Sergio Giuntini è autore di svariati saggi storici sullo
sport. Tra i suoi volumi più interessanti ricordiamo Lo sport e
la Grande Guerra (2001), Dorando Pietri, dalla via Emilia al
West (2004), Due secoli di Arena e grande atletica a Milano
(2007), Compagni di squadra. Racconti non solo di sport
(2006), Pugni chiusi e cerchi olimpici. Il lungo '68 dello sport
italiano (Odradek, 2008, con Maria Canella); Sport e fascismo
(Franco Angeli, 2009); L'Olimpiade
dimezzata. Storia e politica del boicottaggio nello sport
(Sedizioni, 2009); Pape Milan Aleppe. Il Milan è un linguaggio di
poeti e di prosatori (Sedizioni, 2011); Sport e stile. 150
anni d'immagine al femminile (Skira, 2011, con Maria Canella e
Marco Turinetto); I calciatori delle palestre. Football e società
ginnastiche in Italia (Bradipolibri, 2011).
Tra i pionieri nel campo
della storia dello sport, Felice Fabrizio è autore di due
importanti lavori che hanno inaugurato questo filone di studi in
Italia: Sport e fascismo. La politica sportiva del regime
1924-1936 (Guaraldi 1976) e Storia dello sport in Italia.
Dalle società all’associazionismo
di massa
(Guaraldi, 1977). Tra i suoi testi meritano menzione anche Lo
Sport nasce a… 1883-1940 un secolo di sport a Torino legato
alla mostra «Sport uomo-Torino 80», Alle origini del movimento
sportivo cattolico (Sedizioni 2009) e Fuoco di bellezza. La
formazione del sistema sportivo italiano 1861-1914 (Sedizioni
2011).
il manifesto sabato 7
gennaio 2012
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I viali irrigiditi... Una poesia di Ernesto Ragazzoni (Orta, 1870-1920)
I
viali irrigiditi
nell'argento
delle brine,
s'allungavan
senza fine
come
zuccheri canditi.
Giù
dai rami scheletriti
era un
vol di farfalline,
eran
petali e perline
bianche,
fiori seleniti.
Come
dolce era l'andare
sotto
il bianco incantamento
presso
presso, e stretti al braccio...
Le
parole usate e care
s'involavan
pure al vento,
... ma non erano di ghiaccio.
... ma non erano di ghiaccio.
da Poesie, Aldo Martello editore, Milano, 1956
"A lu paisi" e "a di fora" (S.L.L.)
Il paese, dalle mie
parti, è il luogo del molteplice. Un paisi di … significa
“una grande quantità di ...”. Il contadino che, tornando dalla
campagna, portava a casa un paisi di cirasi (ciliegie) faceva la gioia della moglie, della figliolanza generalmente numerosa
e talora anche della vicina incinta; mentre un marito che, pensando
di profittare del prezzo stracciato, aveva portato a casa un
paisi di pisci doveva subire le
rampogne della moglie bisbetica, che non si limitava a chiedere chi
li avrebbe mangiati, ma si rifiutava di pulirli.
Eppure,
nello stesso tempo, anche nel mio borgo natio che non ha mai avuto
mura o recinzioni, il paese era visto come una unità definita,
racchiusa in una cerchia ideale che coincideva con il perimetro
dell'abitato. Le terre che lo circondavano erano genericamente
chiamate a di fora (“al
di fuori”), anche quelle immediatamente contigue. Sicché quelli
che, abitando verso i margini e mancando di servizi igienici
domestici, facevano i loro bisogni a due o trecento metri
dall'abitato, accostati a una siepe non lontana dalla trazzera,
andavano a cacari a di fora;
e a di fora si
dirigevano quei contadini che, partiti all'alba con l'asino o anche a
piedi per appezzamenti di terreno lontani tre, sette o dieci
chilometri, sul far della sera (a la scurata)
s'arricampavanu a lu paisi.
Arricampari
significava “raccogliere”,
“portare a casa dalla campagna” con un riferimento specifico ai
prodotti dell'agricoltura (arricampari tri sarmi di
furmientu, “raccogliere tre
salme di frumento”); il contadino all'Ave Maria vespertina
arricampava se stesso,
trovava per se stesso accoglienza e ricetto prima nel paese e poi
dentro le mura della propria casa.
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23.11.16
Adolescentula. Una poesia di Vittoria Aganoor Pompili
Quando t'ho conosciuto era d'aprile,
quel mese traditore
che nell'ebbrezza del nascente amore
pinge ogni cosa d'un color gentile.
Quando t'ho conosciuto era d'aprile!
E al di là della siepe io t'ho veduto.
Tornavi polveroso
dalla caccia; eri solo, eri pensoso.
Mi rivolgesti un timido saluto.
Al di là della siepe io t'ho veduto.
Tornavi dalla caccia; sul cappello,
largo e bruno, un irsuto
pennacchio; la giacchetta di velluto,
lo schioppo a spalla e... mi sembrasti
bello
sotto la larga tesa del cappello.
Io tornavo dal bosco ov'ero andata
a coglier dei ciclami;
del mio sentier fra gl'intrecciati rami
ti sarò parsa una silvestre fata
di quei freschi ciclami incoronata!
Ed era, ben ricordo, era il tramonto;
veniva su dai prati
l'alito sano dei timi falciati,
la fragranza che vince ogni confronto;
ed era, ben ricordo, era il tramonto!
Ma finì quella dolce primavera.
Ti rividi soltanto
l'inverno, in un salotto, ed eri tanto
diverso, Dio! nell'abito da sera,
coi solini alti e la cravatta nera!
Io ripensai quei giorni spensierati
e le campestri danze,
quei sogni, quel desìo, quelle
speranze
di due giovani cori innamorati,
e ripensai quei giorni spensierati!
O fresco aprile, o sano odor di timo!
Ridir t'udii, tra i crocchi, una
volgare
celia; ti vidi, ignobile giullare,
di que' tuoi lazzi rider tu pel primo.
O fresco aprile, o sano odor di timo!
Tu nuove arguzie rimestando in mente
di me non t'eri accorto.
Io tremai come se vedessi un morto,
un caro morto amato inutilmente,
tra quella folla gaia e indifferente.
Sul cor mi cadde, come un velo fosco,
un subito sgomento.
E a chi di te mi chiese in quel momento
io rispondere osai: — Non lo
conosco! —
Sul cor mi cadde come un velo fosco.
Sul cor mi cadde come un velo fosco.
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