27.12.16

Giuseppe Avanzato e gli altri. Eravamo minatori a Marcinelle (Beda Romano)

Avanzato è un cognome tipico dell'Agrigentino. Ce ne sono tanti a Canicattì e a Palma di Montechiaro, e non ne mancano al mio paese, Campobello di Licata, o a Ravanusa. La fisionomia che ho visto qualche mese fa nel domenicale del "Sole" ha per me un non so che di familiare, mi ricorda gli Avanzato che conosco. A uno di loro, mio compaesano, attore e cantante folk, non di rado accade di rievocare la tragedia di Marcinelle attraverso l'epopea del minatore Turi Scordu e della sua famiglia, così come la racconta nel poemetto Lu trenu di lu suli il grande Ignazio Buttitta. (S.L.L.)

La miniera di carbone di Bois-du-Luc, una delle più antiche del Belgio, è ormai chiusa dal 1973. Ma la città operaia, situata tra Mons e Charleroi, continua a suscitare innegabili emozioni. Costruito tra il 1838 e il 1853, il sito è rimasto inalterato. Il pozzo è chiuso. I minatori mancano ormai da quarant’anni. Eppure sembra quasi che la fabbrica, la chiesa, la scuola, e soprattutto le abitazioni a schiera in pietre scure siano disabitate per il fine settimana; e che lunedì l’intera città tornerà a girare, i macchinari a sbuffare, gli operai ad armeggiare, come ai vecchi tempi.
A pochi chilometri di distanza, sulle sponde del Canal du Centre nei pressi di La Louvière, le vecchie abitazioni di minatori costruite dall’impresa Gustave Boël sono oggi un ristorante, La cantine des Italiens. Paradossalmente, la località è più simbolica dei vecchi pozzi di carbone di Bois-du-Luc riflette meglio l’eredità italiana in questo paese. Ancora oggi, il luogo è quello prescelto dalla comunità immigrata in questa zona del Borinage per le grandi riunioni di famiglia, tra canti, balli e lunghe tavolate festose a cui spesso si associa la popolazione locale.
«Non so se l’integrazione degli italiani sia stata pienamente un successo – nota Christian Druitte, un ex amministratore della RTBF, la rete televisiva pubblica francofona -. Certo, l’ex primo ministro Elio Di Rupo ha dimostrato che in questo paese tutti possono fare fortuna. Mi sembra, tuttavia, che in generale l’impatto italiano in Belgio sia avvenuto in campo culturale. Non c’è collettività immigrata che abbia influenzato così tanto la cultura popolare». Nel 1976, per ricordare il ventennale della tragedia di Marcinelle, nella quale morirono 262 persone fra cui 136 minatori italiani, Druitte presentò in prima serata una diretta di cinque ore.
Le doppie celebrazioni di quest’anno - oltre al drammatico incidente di Marcinelle, il Belgio ricorda anche il settantesimo anniversario dell’accordo italo-belga del 1946 con il quale i due paesi organizzarono uno scambio carbone contro manodopera - sono l’occasione per una rivisitazione del passato e un esame del presente, a cui contribuisce un ricco programma di incontri, film, convegni e conferenze organizzato dall’Ambasciata d’Italia, dall’Istituto italiano di cultura a Bruxelles e dalla Cineteca reale del Belgio, la Cinematek, presieduta dall’italiano Nicola Mazzanti.
A seconda del paese, l’immigrazione italiana nel Nord Europa ha lasciato impronte diverse. Il principio dell’assimilazione fa sì che la Francia faccia storia a sé: pochi si ricordano che Edith Piaf, Pierre Cardin o Yves Montand erano italiani. In altri paesi, le cose sono andate diversamente. Mentre in Germania l’impatto ha colpito la cucina, e in parte la moda, in Belgio l’immigrazione italiana ha segnato la cultura popolare. Dolorès Oscari è direttrice del Théâtre Poème, a Bruxelles. Istriana di origine, e con passaporto italiano, la sua famiglia è arrivata in Belgio nel 1947, come migliaia di altri italiani alla ricerca di un lavoro: «Ai tempi, da un punto di vista culturale, la regione del Borinage era il deserto».
«La comunità italiana – racconta la signora Oscari – aveva uno stile tutto suo: cantava, rideva, mangiava. La differenza rispetto al Belgio profondo di quel periodo era evidente. Mentre gli italiani cuocevano la pasta con sofisticati sughi profumati, i belgi condivano i maccheroni con lo zucchero di canna… Il parmigiano per loro aveva il sapore del vomito… Mi ricordo ancora che una famiglia appena arrivata dalla Penisola era convinta che il rumore di passi sui sampietrini della località dove abitavamo fosse quello dei cavalli. In realtà, erano i nostri vicini: ai tempi nelle campagne belghe non c’erano scarpe di cuoio, ma zoccoli di legno…».
«Non c’è dubbio – nota Marco Martiniello, sociologo dell’Università di Liegi –: gli italiani hanno vivacizzato il paesaggio culturale del Belgio. Ma il risultato finale è diverso dalla cultura popolare così come è intesa in Italia. È nata una nuova cultura belga, grazie all’influenza degli immigrati italiani». La lista degli artisti di origine italiana è lunga: i cantanti Salvatore Adamo, Rocco Granata, Frédéric François e Sandra Kim; l’amministratore di teatro Serge Rangoni; il compositore di jazz Bruno Castellucci; e il romanziere Girolamo Santocono. Il successo è stato soprattutto nel Belgio francofono, fosse solo perché la maggiore parte degli immigrati italiani si è fermata nel Sud del paese.
In un Belgio spesso uggioso e triste, che «ha per sempre il cuore a bassa marea» secondo Jacques Brel in Le plat pays, è facile immaginare che i belgi siano rimasti affascinati da «una cultura dell’apparenza», come la chiama la signora Oscari, di una comunità italiana forte negli anni 70 di 300mila persone. In Vallonia, ancora 50 anni fa, c’era in inverno l’abitudine nelle case belghe del noir quart d’heure, un quarto d’ora di silenzio a luce spenta durante il quale i membri di una famiglia, seduti nel tinello, riflettevano sugli avvenimenti della giornata appena trascorsa, tra sentimenti di malinconia e desiderio di risparmio sulla bolletta elettrica.
La musica ha certamente facilitato l’integrazione di migliaia di immigrati. La canzone Marina di Rocco Granata risale al 1959, ed è stata venduta a milioni di copie. «La tragedia di Marcinelle – spiega ancora Druitte – ha aperto gli occhi dei belgi sulla deplorabile situazione in cui vivevano ai tempi molti italiani, spesso costretti ad abitare nelle baracche usate subito dopo la guerra dai prigionieri tedeschi». Nel contempo, il matrimonio del futuro Re Alberto con Paola Ruffo di Calabria nel 1959, le immagini televisive dei giochi olimpici di Roma del 1960, e le vittorie ciclistiche di Eddy Merckx con la squadra italiana Faemino-Faema contribuivano a far conoscere l’Italia al Belgio profondo.
Non per questo l’integrazione italiana in Belgio può dirsi però pienamente riuscita, come rilevava in precedenza lo stesso Druitte. Anne Morelli, una sociologa dell’Université Libre de Bruxelles, è convinta che il successo dei Di Rupo e degli Adamo «sia l’albero che nasconda la foresta», una eccezione in un panorama dove l’esclusione sociale è spesso la regola in un paese, che oggi fa drammaticamente i conti con le difficolà di integrazione della sua comunità musulmana. Eppure, in un suo numero recente, il settimanale Le Vif-L’Express titolava in copertina: «Made in Italy – Comment les Italiens ont transformé notre pays». Quanti turchi in Germania, filippini in Italia, algerini in Francia, marocchini in Olanda possono contare su un tale riconoscimento?


“Il Sole 24 Ore – Domenica”, 31 luglio 2016

La mia valigia. Una poesia di Patricio Sanchez-Rojas (Chile, 1959)

La mia valigia conosce tutte le stazioni del mondo.
La pulisco, la lucido.
È di cuoio, di cuoio
Di Patagonia.
Mi accompagna in tutti i miei viaggi.
Un giorno eravamo tutti e due,
Di fronte a una strada di Valparaiso.
La riconosco dalla sua forma, dal suo modo
Di percorrere tutte le strade.
Tra poco avrà un anno di più.
Di troppo.
Non saprei.
Lei mi accompagna da sempre.
Porta le mie camicie,
Un vecchio ombrello rosso,
Un cappello offerto nel 1960 dal mio zio Dario.
Porta le mie matite e i miei quaderni di poesie.
Due o tre ricordi senza importanza: un pettine
E un foulard, e un vecchio pigiama
Comprato un mattino piovoso al mercato di Praga.


In “fili d'aquilone” n.44 – ottobre-dicembre 2016 (a cura di Vivian Ciampi)

“Se fiorisce la ginestra”. Nicola Badaloni racconta Cesare Luporini (Francesco Erbani)

Cesare Luporini con Louis Althusser
Livorno - Cesare Luporini moriva nell'aprile dello scorso anno, a ottantaquattro anni. Da tempo, contrario alla nascita del Pds aveva abbandonato la militanza politica. Come in un percorso circolare, era tornato a studiare Giacomo Leopardi, al quale nel 1947 aveva dedicato Leopardi progressivo. Quel saggio invertì la rotta negli studi sul poeta di Recanati, la figura centrale, più di Marx, più di Heidegger, del tragitto filosofico di Luporini, iniziato in Germania, a metà degli anni Trenta, e proseguito lateralmente rispetto ai grandi filoni del pensiero italiano del dopoguerra.
Di Luporini si parla oggi e domani a Firenze, in un convegno all' Università al quale partecipa, fra gli altri, Norberto Bobbio. Una relazione molto attesa è quella che pronuncia Nicola Badaloni, filosofo come Luporini, e come Luporini intellettuale comunista mai allineato agli obblighi di partito. Ed è con lui che proviamo a ricostruire la personalità di Luporini.

Luporini visse gli ultimi anni lontano dalla politica attiva. Su cosa concentrò le sue riflessioni? "Luporini, e non solo lui, hanno vissuto gli anni più recenti in un isolamento forzato. Ma la passione politica non venne in lui mai meno, come confermano l'interpretazione di Leopardi e la sua critica ad Heidegger. Egli sosteneva che le forze progressiste non dovevano perdere i loro punti di riferimento, la pace, il rifiuto dell'emarginazione. Nell'immediato avrebbe voluto che tutto ciò divenisse motivo di aggregazione. Ogni segnale che indicasse un' unità dei progressisti a questi livelli alti, lo interpretava come segno della permanente, profonda vitalità degli italiani, in cui persisteva a credere".
I rapporti fra Luporini e il Pci furono difficili fin dai tempi in cui con Ranuccio Bianchi Bandinelli e Romano Bilenchi, diede vita alla rivista “Società”. Che peso ebbero in questa vicenda la sua avversione all'idealismo, allo storicismo, il suo antidogmatismo e quanto, invece, posizioni più strettamente politiche?
"I rapporti con il Pci non sono stati facili, ma mai però di rottura. Luporini fu un punto di riferimento per tutti coloro che respingevano chiusure e arroccamenti, ma non volevano rotture. Il pds fu per lui un' altra cosa, cioè una rinuncia ad approfondire la vastità e profondità della lotta. Luporini non volle condividere questa ritirata".
Torniamo al Luporini filosofo. La sua formazione, diversamente da quella di tanti studiosi italiani, avvenne negli anni Trenta in Germania con Heidegger e Hartmann. Quanto tutto questo inciderà sul suo pensiero?
"Il contatto con Heidegger fu decisivo. Da lui ricavò l'idea della finitezza e della drammaticità della situazione umana. Ma questa vicenda tedesca non fu estranea alla filosofia italiana, bensì un modo per stabilire con essa una tensione critica".
Ma in che modo Luporini innestò le esperienze maturate in Germania nel marxismo?
"Durante il fascismo Luporini partecipò, con Guido Calogero, Aldo Capitini e Norberto Bobbio, al movimento di "Giustizia e libertà". La Resistenza e la tendenza di una parte del movimento a chiudersi in partito lo convinsero che la redenzione dell' Italia dal fascismo e il suo progresso dovessero sfociare in un più ampio collegamento di energie della cultura laica e di sinistra con le masse popolari. La lezione di Heidegger si trasformò nell'idea di un più forte nesso fra intellettuali e popolo. Non era un'apertura pedagogica, era piuttosto la percezione che le lotte operaie potessero produrre fermenti utili alla qualità del lavoro intellettuale. Almeno in un primo tempo, Luporini sviluppò la filosofia dell'azione di Marx, le sue audaci previsioni circa la conseguenza del processo di mercificazione, le contraddizioni che lo sviluppo tecnologico non poteva non suscitare, mettendo in rilievo l'alternativa che esso poneva tra una tirannia tecnocratica più o meno mascherata e una società largamente partecipata in senso democratico".
Questa alternativa è oggi di straordinaria attualità...
"Luporini approfondì questi temi avendo presenti gli sviluppi più recenti. L'informatica gli appariva come un potente strumento di dominio. La società complessa, quella del capitalismo maturo, doveva essere analizzata con strumenti logici più profondi che non quelli espressi dalla teoria delle astrazioni storiche. Luporini, a differenza di Louis Althusser, rifiutò lo storicismo, perché voleva dare della storia una visione più complessa".
È in questa prospettiva che si colloca l'interesse di Luporini per Leopardi?
"Leopardi è l' autore della Ginestra, che profetizza un mondo di uomini associati contro la matrigna natura. Nei suoi ultimi scritti, Luporini insiste però sull'assoluta assenza di ogni sicurezza e finalità garantite, quali erano immaginate scaturire dalla natura buona. Ogni intenzionalità volta a fine non può che scaturire da individui umani associati, che accettano la sfida e fanno della profezia il risultato possibile di uno sforzo eroico. Heidegger aveva insistito su paura e angoscia come stimoli emotivi profondi in vista di un'esistenza autentica. Ma nella contemporaneità, l'unica componente emotiva che può sollecitare l'azione è l'orrore, un sentimento non analizzato da Heidegger e intravisto da Leopardi. Secondo Luporini, dopo Hiroshima e Auschwitz, l'orrore deve essere uno degli impulsi emotivi che spingono dal profondo l'individuo umano al rifiuto dell'autoritarismo, anche di quello paternalistico, perché non ha occhi sulle miserie del mondo...".


“la Repubblica”,13 maggio 1994  

La cultura secondo Federigo Enriques (Umberto Bottazzini)

Federigo Enriques (1871-1946)
«Rivedendo l’opera immensa di Federigo Enriques comprendiamo quale perdita irreparabile abbiano subito con la sua morte la matematica, la filosofia, la storia della scienza nel nostro paese». Non sono certo di circostanza le parole con cui il presidente Guido Castelnuovo annuncia ai Lincei l’improvvisa scomparsa dell’amico e collega, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 giugno di settant’anni fa. Matematica, filosofia, storia della scienza, dice Castelnuovo. Ed in geometria si manifesta il genio precoce di un Enriques poco più che ventenne che, fresco di laurea alla Normale e vincitore di una borsa di studio, nel 1892 si presenta a Castelnuovo a Roma.
Ben presto tra i due si instaura un sodalizio scientifico, che alimenta un fitto carteggio quando Enriques si trasferisce a Bologna, si salda in un rapporto familiare con il matrimonio di Guido con Elbina, sorella di Federigo, e trova forma in lavori a due e quattro mani. Con cadenza quasi quotidiana i due matematici affidano alle loro lettere intuizioni e dubbi, risultati e ripensamenti, progressi, delusioni, entusiasmi.
Il 4 maggio 1896 Enriques sorprende l’amico scrivendogli che «da più giorni» si sta «occupando di un’altra questione che dalla matematica prende solo il pretesto. Sentendone il nome tu proverai più orrore che stupore», egli avverte Castelnuovo.
È infatti il «problema filosofico dello spazio» l’“altra questione” che ha cominciato ad appassionare Enriques. «Assaporo con voluttà, tentando di estrarne il succo» libri di critica della conoscenza, di logica, fisiologia e psicologia comparata, continua Enriques che non esita a confessare: «porto nella ricerca un entusiasmo, che tu stimerai degno di miglior causa, ma che è certo maggiore di quanto ne abbia mai provato per qualsiasi altra questione».
Nientemeno! Venticinque anni Enriques, trenta Castelnuovo. Matematici nel fiore dell’età creativa, che si sono avventurati nei territori inesplorati della geometria delle superfici algebriche.
Dieci anni più tardi, con la classificazione di quelle superfici si conclude il loro comune lavoro di ricerca, ma non quello di Enriques che continua con la collaborazione di numerosi allievi. Al tempo stesso sono giunte a maturazione anche le sue idee in filosofia. Convinto che la filosofia «debba essere fatta da spiriti scientifici, ed in servigio della scienza», dà alle stampe i Problemi della scienza (1906), vero e proprio manifesto della «filosofia scientifica» con cui egli si affaccia sulla scena filosofica italiana e internazionale.
Nel settembre di quell’anno Enriques è protagonista del primo congresso della Società filosofica italiana (Sfi). In polemica con il ministro della Pubblica istruzione, nel suo intervento sostiene «l’assurdità di preparare i futuri filosofi con una esclusiva educazione storica e letteraria», e rivendica per la matematica «un posto d’onore fra gli insegnamenti che preparano alla filosofia».
Eletto presidente della Società, stila un ordine del giorno approvato all’unanimità, che deplora «la netta distinzione delle Facoltà che in ispecie allontana la Filosofia dalle scienze matematiche, fisiche e biologiche», e auspica «la costituzione di una grande Facoltà che accolga e coordini alla Filosofia tutte le discipline teoriche».
A Milano, a pochi giorni di distanza dal congresso della Sfi si tiene anche il congresso dei Naturalisti italiani in cui il matematico Vito Volterra, in piena sintonia con Enriques, lancia la proposta di una Società italiana per il progresso delle scienze (Sips). «L’insieme dei fatti scientifici nuovi ha rinnovellato in una con le abitudini della vita, l’indirizzo generale della cultura, ed ha sviluppato e consolidato un sentimento tutto nuovo, moderno e originale, che chiamerei sentimento scientifico, il quale domina beneficamente la nostra epoca», afferma Volterra nel 1907 nel discorso inaugurale della Società, che Enriques si affretta a pubblicare nella «Rivista di scienza» (Scientia), la rivista cui ha dato vita quello stesso anno per promuovere «una Filosofia libera da legami diretti coi sistemi tradizionali» ed «affermare un apprezzamento più largo dei problemi della Scienza».
Le pagine della rivista ospitano contributi di Russell e Poincaré, Rutherford e Mach, Freud e Einstein. È una ventata d’aria fresca nel panorama filosofico del nostro Paese, che tuttavia non è affatto apprezzata dai filosofi idealisti, come sono con sfumature diverse Croce e Gentile.
Per quest’ultimo la rivista di Enriques «non può incoraggiare se non il dilettantismo scientifico», e i suoi Problemi della scienza non offrono altro che «vagheggiamenti di una filosofia scientifica» che «non si scontrano mai con la filosofia». Sono le prime avvisaglie di una lotta per l’egemonia in campo filosofico con un antagonista come Enriques che trova largo credito nella comunità filosofica internazionale.
Dal piano accademico la polemica scivola sul terreno pubblico nel 1911 all’indomani del Congresso internazionale di filosofia organizzato a Bologna da Enriques. In una velenosa intervista rilasciata a un quotidiano Croce non esita a definire il matematico-filosofo un «volonteroso» professore, «che con zelo ma scarsa preparazione si diletta di filosofia» e «si addossa le fatiche dei congressi dei filosofi, meritorie quanto sarebbero meritorie e disinteressate le mie, se organizzassi congressi di matematici».
Nel 1919 Croce la svilisce a «polemichetta» con un matematico che «era stato preso da zelo per quella filosofia astrattamente razionalistica, che sorge facile nei cervelli dei matematici e cerca e trova fortuna nei circoli democratici e massonici. Con l’aiuto dei quali, mise insieme il Congresso internazionale di filosofia in Bologna nel 1911».
La prima guerra mondiale segna per Enriques la fine di una stagione, che è resa emblematica dal suo abbandono della direzione di «Scientia». Dagli anni Venti promuove studi e ricerche in storia della scienza e, messe da parte le antiche polemiche, collabora con Gentile dirigendo la sezione di Matematica dell’Enciclopedia Treccani.
Con l’idealismo trionfante in Italia Enriques continua la sua battaglia filosofica all’estero, soprattutto in Francia. «Io appartengo alla generazione di coloro che, educati nell’ambiente della filosofia positivista, hanno visto, nella loro stessa giovinezza, risollevarsi lo stendardo dell’idealismo metafisico e ingaggiare una lotta violenta contro lo spirito positivo», afferma a Parigi nel 1935 al Congrès de Philosophie scientifique che segna la nascita ufficiale dell’empirismo logico. «Dopo trent’anni, dominati da queste correnti di pensiero – continua Enriques – assisto oggi al ritorno della filosofia scientifica…. È questo un avvenimento che saluto di tutto cuore».
Dagli eredi del Circolo di Vienna è considerato uno dei pensatori che ha «preparato il terreno ad una teoria moderna di empirismo scientifico» come dice Neurath, che lo invita a scrivere il testo introduttivo per il primo fascicolo Unity of science della nuova Enciclopedia Internazionale dell’Unità della Scienza. Ma negli stessi anni Enriques prende le distanze dal neopositivismo logico, e in una relazione ai Lincei rivendica di fronte a Gentile l’importanza della storia del pensiero scientifico e l’unità della cultura.
È il suo ultimo intervento in Accademia, il 6 febbraio 1938. Pochi mesi prima che le leggi razziali, bandendo dalle scuole e dalle università studenti e professori ebrei e i libri di autori ebrei, gli tolgano cattedra, voce pubblica e parola scritta.

Il Sole 24 Ore – Domenica, 31 Luglio 2016

Il catechismo del rivoluzionario russo: distruggere tutto, anche se stessi (Pietro Citati)

Sergej Necaev
Il catechismo del rivoluzionario, un piccolo libro composto nel 1869, probabilmente da Sergej Necaev, (a cura di Michael Confino, traduzione di Giséle Bartoli, Adelphi pp. 268 e 9,30), è uno degli scritti capitali del nichilismo russo. Ho letto pochi testi animati da uno spirito di distruzione così feroce, spietato e assoluto, che occupa completamente la mente e il cuore di chi scrive, e si incide in una forma memorabile, che prescrive l’imitazione dei lettori. Secondo Necaev, bisognava distruggere tutto: lo stato, l’aristocrazia, la borghesia, la chiesa, i kulaki, gli stessi contadini, se la loro esistenza possedeva una qualsiasi forma. I rivoluzionari dovevano raccogliersi e concentrarsi: fare propaganda nei bassifondi, tra i pezzenti, i ladri e i briganti che occupavano il vasto mondo sotterraneo della Russia, scagliandoli contro il potere. Non doveva restare più niente: nessuna organizzazione sociale e politica, come poi pensò il comunismo sovietico, doveva prendere il posto del mondo distrutto.
Una sola cosa esisteva sulla terra, un solo pensiero, una sola passione: la rivoluzione, che escludeva ogni altra passione, interesse e sentimento. La rivoluzione si introduceva in tutte le classi della società, medie ed infime, nella bottega del mercante, in chiesa; e via via si allargava, insinuandosi nella casa signorile, nel mondo burocratico, militare, letterario, nella polizia segreta, e persino nel Palazzo d’Inverno, cioè nel luogo dove il potere si concentrava. La rivoluzione aveva una prodigiosa ubiquità: era dovunque, e si impadroniva di tutto. Gli uomini, secondo Necaev, vivevano di pregiudizi. Solo la rivoluzione non conosceva pregiudizi: perché, per affermarsi, usava ogni mezzo possibile — la forza, la violenza, la menzogna, l’inganno, la mistificazione, — e li usava contro i potenti e contro gli stessi compagni, che la preparavano.
Nel Catechismo Necaev descriveva stupendamente il carattere dei rivoluzionari. Anzi del rivoluzionario: perché non gli interessava il carattere del partito, del gruppo, del comitato segreto, ma esclusivamente quello del singolo, che agiva da solo e compiva una serie di azioni distruttive, immaginate e inventate nella sua mente sovrana. Dagli studenti e dai seminaristi affiliati, il rivoluzionario esigeva una sottomissione totale, una incondizionata partecipazione all’impresa, i cui scopi restavano loro completamente sconosciuti. Egli creava un piccolo circolo, composto da quattro o cinque persone: questo circolo generava un secondo circolo; il secondo ne generava un terzo, e così via, senza fine, attraverso il vasto corpo della Russia, senza che si potesse mai risalire al nucleo originario.
«Il rivoluzionario — diceva Necaev — non ha interessi propri, affanni privati, sentimenti, legami personali, proprietà. Non ha neppure un nome». Egli era spaventosamente duro verso sé stesso, come se fosse un pezzo di ferro o di legno. Ma era molto più duro verso gli altri: tutti i sentimenti terreni, che ammorbidiscono l’animo, come l’amicizia, l’amore, la gratitudine, l’onore, dovevano essere soffocati dall’unica, fredda passione per la causa. Per lui esisteva soltanto un’unica gioia: il successo della rivoluzione. Due sole inclinazioni variavano la freddezza della sua anima. La prima era l’odio, che provava non soltanto verso il governo e le classi dirigenti, ma verso gli stessi giovani che aveva trascinato con sé: per loro non aveva che avversione e disprezzo. La seconda era la mistificazione. Mentre abitava la società, egli si faceva passare per ciò che non era: tutte le sue parole non erano che menzogne ed inganno.
Il tempo precipitava verso la guerra all’ultimo sangue. «Quando si deve fare la rivoluzione?» si chiedeva un amico di Necaev, Tkacev. «Adesso, rispondeva, perché fra poco sarà troppo tardi». Anche Necaev credeva nell’assoluta imminenza della rivoluzione, che sarebbe accaduta tra pochi giorni. O almeno fingeva di crederci, quando, a Locarno, parlava con Bakunin, raccontando dei comitati immaginari che tendevano le loro fila nella Russia zarista.
* * *
Prima di lasciare la Russia, Necaev aveva compiuto un delitto. Ivanov, suo compagno politico, era un uomo agiato, che più volte gli aveva dato denari. Alla fine, gli disse che aveva perduto qualsiasi fiducia in lui, e non l’avrebbe più finanziato. Allora Necaev mentì: disse ai compagni che Ivanov era un agente della polizia segreta russa e si accingeva a denunciare l’organizzazione alla giustizia. Il 21 novembre 1869, i cinque compagni della Narodnaja Rasprava attrassero Ivanov, di notte, nel parco dell’Accademia dell’Agricoltura di Mosca e lo uccisero. Dimenticarono di avere una pistola: lo colpirono coi pugni e le pietre, e finirono per strangolarlo. L’uccisione avvenne in un clima sinistro e farsesco, che Dostoevskij raccontò mirabilmente in un capitolo dei Demòni.
Inseguito dalla polizia russa, Necaev fuggì in Svizzera, a Locarno. Lì viveva Michael Bakunin, famoso profeta della rivoluzione anarchica. Da trent’anni era lontano dalla Russia; la gioventù di Mosca e di Pietroburgo era per lui una terra incognita; si sentiva vecchio, debole, impotente; era pieno di rimpianti, e sognava disperatamente la patria che aveva lasciato nella giovinezza. Continuava a descrivere il suo programma. Secondo lui, il popolo russo conservava nella memoria l’ideale dell’antico comune libero. Ogni villaggio sentiva l’urgenza di un cambiamento assoluto, e nascondeva in fondo all’animo il desiderio di impadronirsi di tutta la terra dei nobili e dei kulaki.
Quando Necaev arrivò a Locarno, Bakunin lo accolse con profondissima ammirazione, credendo in lui come in un’immagine ritrovata della sua giovinezza. «Sono ammirevoli — diceva — questi giovani fanatici-credenti senza Dio, eroi senza frasi fatte». Venerava la sua passione rivoluzionaria, la sua energia scatenata, la sua volontà, il suo disinteresse, la sua instancabile alacrità, la sua abnegazione assoluta, il suo fascino. Non aveva mai incontrato — disse — nessun giovane così prezioso e santo; e lo riteneva capace di riunire intorno a sé, non per sé ma per la causa, tutte le forze rivoluzionarie della Russia.
A Locarno, si ripeté quello che era accaduto a Mosca: la forza della rivoluzione rivelò di non essere altro che mistificazione e inganno. Necaev aveva una sconfinata fiducia nella propria infallibilità, e un totale disprezzo per gli altri esseri umani, anche se erano suoi amici e compagni. Cercava di carpire i segreti di Bakunin e degli altri rivoluzionari; rimasto solo nelle loro camere, apriva i cassetti, leggeva la corrispondenza; se veniva presentato a un amico, la sua prima cura era di seminare discordie, pettegolezzi, intrighi; e cercava di sedurre le mogli e le figlie, violando ogni amore ed amicizia.
Bakunin fu profondamente offeso. «Dunque voi mi avete sistematicamente mentito», scrisse a Necaev. «Dunque la vostra impresa era marcia di menzogne… Credevo incondizionatamente in voi, ma voi mi stavate ingannando… Ora basta. I nostri rapporti passati e i nostri mutui obblighi sono finiti. Li avete distrutti voi stesso». Quando vide la rivoluzione incarnata in un essere umano, Bakunin si accorse di avere davanti a sé un mostro spaventoso; e rimpianse tutti gli anni che aveva dedicato al suo ideale impossibile.


Corriere della Sera 23 gennaio 2014

26.12.16

Partito d'Azione. Quattro gatti in libertà (Beniamino Placido)

Non è bene lasciarsi indurre nella tentazione di far le pulci all'articolo di Placido, appassionata recensione di un libro di Norberto Bobbio appena uscito e dedicato a quegli intellettuali politici che il filosofo torinese individuava come maestri e a quelli che sentiva come compagni. È forse possibile trovare in Placido qualche eccesso di semplificazione storiografica, che salta oltre distinzioni significative. Ma una cosa è la filologia, un'altra è la politica, e lo spessore etico-politico del testo di Beniamino Placido a me pare indiscutibile e – per di più – attualissimo a più di trent'anni di distanza. (S.L.L.)
Dal quotidiano "Non mollare", Firenze 1946
Ci si chiede spesso come faccia questo nostro paese, bellissimo e misterioso, a sopravvivere, a volte addirittura a prosperare: diviso com'è in bande che lo percorrono, lo aggrediscono, lo taglieggiano. Non mi riferisco soltanto alla P2: essa non è che l'ultima (per ora) incarnazione dell'indomabile tendenza degli italiani ad associarsi in bande, a proporsi - se del caso a imporsi - come banditi (anzi "banditti", come dicevano i viaggiatori stranieri dell' Ottocento, avidi del nostro pittoresco).
Com' è allora che questo nostro paese di "banditti" (o presunti, o aspiranti tali) se la cava sempre, riesce sempre a riemergere, non fa mai (quasi mai) naufragio? Di spiegazioni ne sono state proposte tante, tutte ampiamente imperfette. Forse bisogna avere il coraggio di proporre un' altra ipotesi, che quest'ultimo libro di Norberto Bobbio Maestri e compagni (Passigli, pagg. 300, lire 25.000) autorevolmente giustifica. L' ipotesi è che non tutte le bande sono cattive. Che ci sono state e ci sono nel nostro paese - a fare da contraltare a quelle cattive e pessime - delle "controbande" di uomini corretti, interessati alla giustizia ed al buon funzionamento delle istituzioni. Anzi: alla Giustizia e alla Libertà.
Dell'esistenza di una almeno di queste associazioni segrete (ma non tanto) siamo sicuri. È quella di cui si intravede il profilo in proprio quest' ultimo libro di Bobbio: la banda del Partito d' Azione. Alla sua ideologia, alla sua "cultura", alla sua area di influenza appartengono i "maestri e compagni" descritti in queste pagine: da Piero Calamandrei ad Aldo Capitini, da Eugenio Colorni a Leone Ginzburg, da Augusto Monti a Gaetano Salvemini. E vi appartiene in prima linea Norberto Bobbio, maestro, compagno, punto di riferimento essenziale di noi tutti, da sempre.
Per chi non lo sapesse, per chi - nato tardi - non l'abbia ancora imparato, va spiegato: che la "banda" del Partito d'Azione nacque negli Anni Trenta come una confraternita intellettuale interessata al liberalsocialismo di Carlo Rosselli; che si impegnò nell'antifascismo militante; che diede un contributo essenziale alla Resistenza con le formazioni di "Giustizia e Libertà" (erano quattro gatti, ma quando venne il momento scesero tutti e quattro in campo per fare il loro dovere, anche se penoso, anche se faticoso. Erano quattro gatti, ma si diedero tanto da fare da lasciare l' impressione di essere molti di più).
Nel dopoguerra, i quattro gatti intellettuali liberalsocialisti fondarono il "Partito d' Azione": il "ridicolo partitino d' Azione", come lo definiva sbrigativamente Guglielmo Giannini. Se ogni cosa piccola è di per sé ridicola, allora il fondatore dell' "Uomo Qualunque" aveva ragione. I quattro gatti del Partito d' Azione si erano contati, alle prime elezioni del dopoguerra, ed avevano constatato - con amarezza - che molti li stimavano, pochi li votavano. Per questo (anche per questo) poco dopo, al congresso di Roma del 1947, il Partito d'Azione si sciolse. La componente più liberale (Parri-La Malfa) si avvicinò al Partito Repubblicano. La componente più socialista (Riccardo Lombardi in testa) confluì nell'area socialista.
Questo dicono i libri di storia. Ma mentono. I quattro gatti del Partito d'Azione si sciolsero come partito, ma rimasero uniti (magari senza dirselo, magari senza saperlo) come "setta", come "banda". Si dispersero, si disseminarono un po' in tutti i partiti politici, ma continuarono ad ammiccarsi a riconoscersi, a parlarsi, a polemizzare fra di loro. Ad esercitare la loro funzione di vigilanza critica ovunque si trovassero. I nostri nemici lo hanno sempre saputo.
Dico "nostri" con una punta di imbarazzata, evidente immodestia. La mia prima militanza politica, poco più che infantile - ma entusiasta, dopo lo svezzamento dal fascismo - si è svolta nel Partito d'Azione. Ma non avendo potuto (o saputo) far nulla allora, so che passerò la vita a cercare di meritarmela, quella giovanile iscrizione alla "banda". I nostri nemici, dicevo, lo hanno sempre saputo. Hanno sempre individuato gli "azionisti" a colpo sicuro, dovunque fossero andati a finire: eccoli lì gli intellettuali, gli esigenti, i rompiscatole, i "visipallidi". Un intellettuale esigente, intransigente, qualche volta provvidenzialmente "rompiscatole", dotato oltretutto di un viso pallido ed arcigno, è Norberto Bobbio. Eccoli lì, i "pazzi malinconici", i visipallidi azionisti che "non sanno quello che vogliono, ma lo vogliono subito".
Ebbene, il libro di Norberto Bobbio fa giustizia, definitivamente, di questa vecchia ridicola accusa. Sicché non sapevano quello che volevano, uomini come Piero Calamandrei ed Augusto Monti, come Ferruccio Parri e Guido Calogero, come Tristano Codignola ed Ernesto Rossi? Andiamo! Lo sapevano benissimo. Volevano la democrazia. E la volevano subito perché bisogna volerla sempre; anzi bisogna costruirla sempre; perché ogni giorno la democrazia è insidiata, ogni giorno è in pericolo. È la nostra tela di Penelope. Qualcuno delle bande avverse nottetempo la disfa. E noi, che siamo una banda ma lavoriamo alla luce del sole, ogni giorno riprendiamo in mano la tela.
È possibile descrivere, sia pure sommariamente, la cultura del Partito d' Azione, quale risulta da queste memorie di Bobbio? Ci si può provare, isolando tre punti. Primo: nella cultura del Partito d'Azione non c'è posto per le vongole. Preciso: nessuna prevenzione nei confronti di questo benemerito mollusco. Ma una ferma avversione per "l'Italia alle vongole". Suppongo che qualche lettore si sia sorpreso quando ha incontrato questa espressione nell'articolo scritto da Eugenio Scalfari in morte di Berlinguer (la Repubblica, 10 giugno 1984). E forse una spiegazione era necessaria. Eccola: "l' Italia alle vongole" era una espressione cara ai visipallidi del Mondo quando - negli Anni Cinquanta e Sessanta - volevano indicare - e criticare - l' Italia mangiona e pasticciona, approssimativa e compiaciuta, delle grandi scorpacciate (gastronomiche e ideologiche) e delle digestioni sonnolente.
Ma qual è l'antidoto alle vongole? Il peperoncino, mi immagino. Ne ho avuto conferma apprendendo qualche giorno fa, in un "ricordo" di Gaetano Afeltra (“Corriere della Sera”, 5 giugno) che Raffaele Mattioli, il grande banchiere-letterato amico del Partito d' Azione, si portava sempre appresso un vasetto di peperoncino essiccato, e lo offriva ai banchieri di New York, e lo offriva ai professori di Cambridge. Certo: perché il peperoncino (che assumo qui nel suo valore simbolico, come ho fatto prima con le vongole) è un condimento aspro, abrasivo: stimola la digestione, tien desto l'intelletto. Saremo "visipallidi" ma stiamo meglio in salute dell'italiano qualunquista, pasciuto e pletorico. Secondo: in questa cultura non c'è posto per le "filosofesserie", come le definiva Gaetano Salvemini, al quale Bobbio dedica uno splendido ritratto. Non c'è posto per quel pasticciato delirio pseudofilosofico (tanto diffuso anche oggi) che funziona, diceva Salvemini, come un filtro alla rovescia: in cui le idee entrano chiare ed escono confuse. Gli uomini come Bobbio amano la chiarezza, la precisione, la ragione. Terzo: gli uomini come Bobbio amano la democrazia. È la loro vera passione. Ma non pensano che essa si esaurisca negli istituti che ne garantiscono il funzionamento formale. Questi istituti (ovviamente irrinunciabili) hanno senso se aiutano a costruire una democrazia sostanziale, a promuovere l'uguaglianza fra gli uomini: Giustizia e Libertà, per l'appunto.
Ed è questa tensione alla democrazia piena che ispira a Norberto Bobbio le pagine più belle. Alle quali rinvio. Ma spero di aver fatto abbastanza per segnalare l'esistenza di questa "controbanda" di visipallidi. Che c'è. Che esiste. Che resiste. Che ha un suo Capo. Anzi, un Grande Vecchio. Noi visipallidi siamo pallidi anche perché - confessiamolo - abbiamo paura. Di comportarci male, in qualche circostanza difficile che potrebbe sopravvenire, domani. Ma finché ci sarà questo Grande Vecchio che è, oltretutto, il più giovane di tutti, avremo sempre un po' meno paura. Un po' più di speranza. Un po' più di fiducia.


“la Repubblica”, 2 agosto 1984  

La poesia del lunedì. Federico Garçia Lorca (1898-1936)

Casida del pianto

Ho chiuso la finestra
perché non voglio sentire il pianto,
ma al di là dei muri
non si sente che il pianto.

Ci sono pochi angeli che cantino,
ci sono pochissimi cani che latrino,
mille violini stanno sulla palma della mia mano.

Ma il pianto è un cane immenso,
il pianto è un angelo immenso,
il pianto è un violino immenso,
le lacrime mordono il vento
e non si sente altro che il pianto.

Tutte le poesie, Garzanti, 1975 – traduzione Carlo Bo


Postilla
La "casida" è una forma poetica breve, che risale alla letteratura araba preislamica ed aveva avuto un ampio sviluppo in Persia nel Cinquecento e nei secoli successivi, ripresa da Garçia Lorca e da altri poeti del 900 spagnolo. (S.L.L.)

23.12.16

Notturno. Una poesia di Ruben Dario

Voi che auscultaste il cuore della notte,
che per tenace insonnia avete udito
chiudersi porte, risuonare un cocchio
lontano, un'eco vaga, un leggero rumore...

In quegli istanti del silenzio misterioso
quando dal loro carcere sorgono gli obliati,
nell'ora dei morti, nell'ora del riposo
saprete leggere questi versi impregnati d'amaro!

Come in un vaso verso in essi i miei dolori
di lontani ricordi e disgrazie funeste
e le tristi nostalgie della mia anima ebbra di fiori
e il dolore del mio cuore, triste di feste.

E il peso di non essere quello che sarei stato
la perdita del regno che mi era destinato,
il pensiero che per un istante potrei non esser nato
e il sogno che è la mia vita da quando nacqui!

Tutto questo arriva nel mezzo del silenzio profondo
in cui la notte avvolge la terrena illusione,
e sento come un'eco del cuore del mondo
che penetra e commuove proprio il mio cuore.
Traduzione S.L.L.

Managua di notte

Los que auscultasteis el corazón... (Nocturno)
A Mariano de Cavia

Los que auscultasteis el corazón de la noche,
los que por el insomnio tenaz habéis oído
el cerrar de una puerta, el resonar de un coche
lejano, un eco vago, un ligero rüido...

En los instantes del silencio misteriosos,
cuando surgen de su prisión los olvidados,
en la hora de los muertos, en la hora del reposo,
sabréis leer estos versos de amargor impregnados...

Como en un vaso vierto en ellos mis dolores
de lejanos recuerdos y desgracias funestas,
y las tristes nostalgias de mi alma, ebria de flores,
y el duelo de mi corazón, triste de fiestas.

Y el pesar de no ser lo que yo hubiera sido,
y la pérdida del reino que estaba para mí,
el pensar que un instante pude no haber nacido,
¡y el sueño que es mi vida desde que yo nací!

Todo esto viene en medio del silencio profundo
en que la noche envuelve la terrena ilusión,
y siento como un eco del corazón del mundo
que penetra y conmueve mi propio corazón.

In Poeti ispano-americani del '900, a cra di F. Tentori Montalto.

L'isola del silenzio. Una poesia di Ernesto Ragazzoni (Orta, 1870-1920)

C'era una volta un'isola
arcana, fra le rosse
acque d'un triste oceano
sperduta. Non so più
sotto a che latitudine
od in che mar si fosse,
ma credo dovesse essere
al sud... certo laggiù...

perché vi si attorceano,
come serpenti, i nodi
delle lïane. E l'agili
palme salienti al ciel,
tessendo ombre lunghissime
pei clivi e sugli approdi,
spargean attorno un balsamo
di resina e di miel.

Tra i cacti e le magnolie
dormiano gli oleandri,
l'agavi protendevano
le braccia agli aloè.
Ma, fra le nozze splendide
dei rami, in quei meandri,
giammai non si vedevano
orme d'umano piè.

Miriadi di mammole,
come occhi di fanciulle,
spiavano tra gli alberi
indarno un passegger.
Perché quell'era l'Isola
del Silenzio e mai sulle
mute sue rive l'áncora
calarono i nocchier.

L'aura appassita, al vespero
cadendo sulle cose
(Oh, che purpureo incendio
di rose era laggiù!)
non risvegliava un murmure;
nell'afa, accidïose,
illanguidivan l'anime
degli echi, e le virtù

dei suoni. Il suolo torrido,
(su cui parea premesse
l'incubo inesorabile
d'una maledizion)
non racchiudea che l'alito
dei fiori, e le promesse
dei fiori, e non un cantico
non una voce, non

un trillo... un grido, un fremito
di vita. Nel metallo
del mar, cadea l'immobile
vampa di strani fior.
E i fiori erano rigidi
petali di corallo,
e il sol parea, tra gli alberi,
come una lama d'or.

Così dormono i fulgidi
sogni nel mio pensiero:
Isola del Silenzio,
niuno vi penetrò.
E i balsami vi muoiono
come in quel cimitero
di fior, lungi dagli uomini,
che il mar dimenticò.

Poesie, Editore Martelli, Milano, 1956

Gianfranco Contini. Una breve ma esaltante stagione politica (Silvia Giacomoni)

Perugia, 1929 - Gianfranco Contini (a destra) con Aldo Capitini (a sinistra)
Gianfranco Contini si definiva "antifascista frustrato". Nel 1989 ricordò a Ludovica Ripa di Meana (Diligenza e voluttà, Mondadori) la sua esperienza del 44 in val d'Ossola come rappresentante del Partito d' Azione. Per cinque settimane aveva lasciato Friburgo, dove insegnava da sei anni, e quell'esperienza, diceva, era stata "assolutamente esaltante": "La cosa più straordinaria è che la popolazione (...) era veramente entusiasta. E quando la val d'Ossola fu rioccupata, la gran parte della popolazione si rifugiò in Svizzera, e i fascisti trovarono la città deserta". Quanto al presente, affermava: "È forse ridicolo passare per moralista, ma io vorrei che si sentisse che esiste il prossimo". Cosa resta, ora, del Contini politico? "La stagione politica di Contini è stata breve ma molto intensa. E ci vorrebbe una messa a fuoco", dice Giovanni Pozzi, e lo sguardo gli si illumina di allegro interesse: "Lo farò io, un volumetto di Scritti politici di Gianfranco Contini anzi, di Scritti politici e morali. Lo farò per Adelphi, una cosa semplice, scritti ossolani e ticinesi, qualche altra cosa, e una prefazione".
Sono belli, gli scritti politici di Contini? "E di grande originalità: di un politico non professionale, dettati da premesse non ideologiche. Ci sono pagine sui giovani, sull'Europa, su Aldo Capitini, che sono riflessioni sulla moralità dell'azione. Per la parzialità delle informazioni che riceveva, le sue vedute politiche non sono tutte illuminate. Ma c'è grande attualità e freschezza nel modo di pensare politico con la doppia ispirazione morale e religiosa. La politica è l'arte del possibile, e lui ci mette un pensiero. Non vuole la politica pura, come non voleva la poesia pura, crociana. Non è mai vago, Contini, c'è sempre concretezza. Non c' è paragone con gli altri scrittori antifascisti che sono di cultura retorica, avvocatesca, meridionale. Qui siamo in Lombardia, di fronte a un intellettuale, che è critico militante di scelte molto esclusive, che è filologo nel senso stretto della filologia come tecnica testuale, e fa una parentesi... alla grande. In Italia non l'avrebbe mai fatto. Non c'erano luoghi, per farlo, in Italia".
Contini deve molto alla Svizzera e il ticinese padre Giovanni Pozzi, uno dei sette che si laurearono con lui a Friburgo, ne parla volentieri. L' università dei cattolici svizzeri, Friburgo, chiamò Contini alla cattedra di filologia romanza nel 1938. Contini ha 26 anni ed è celibe: per questo dato anagrafico non può insegnare in Italia. Friburgo è cruciale, per lui, anche sul versante politico. Dalla cattedra che è stata di Bertoni, di Monteverdi, di Migliorini, Contini scopre il cuore italiano della Svizzera nel canton Ticino, dove stringe amicizie, partecipa a una significativa giuria, recensisce il primo Pasolini e dà alle stampe Finisterre di Montale. Viene il 1943, l' armistizio, l'8 settembre, l'invasione dei rifugiati italiani ed emerge - dice Pozzi - "la solidarietà - poco ricordata - di una popolazione italiana che non appartiene all'Italia. In nome della cultura". Le università svizzere accolgono gli studenti italiani e i giornali ticinesi si riempiono di firme italiane. "Anche se c' era la censura, se la carta era razionata e i giornali erano esilissimi, fatti di due fogli, - ricorda Pozzi - tra il 44 e il '45 escono centinaia di contributi italiani". Firme disparate: da Montanelli che firma Calandrino a Franco Fortini, a don Gnocchi. In Cultura e azione, il supplemento del “Dovere”, quotidiano liberale radicale, che lui diresse dal febbraio al giugno 45, escono gli scritti politici del filologo, raccolti con altri da Renata Broggini nelle Pagine ticinesi di Gianfranco Contini (Salvioni). Cose straordinarie, come Noi e i tedeschi, uscito nell'aprile. Un articolo scritto per trasferire agli italiani il messaggio che Karl Barth, il teologo protestante di Basilea, rivolgeva ai connazionali complici del nazismo: "quanto più è religioso che l'uomo accetti le proprie colpe, piuttosto che affannarsi in ogni istante a proclamare la sua totale innocenza". Anche il Contini religioso è tutto da studiare.


la Repubblica, 28 gennaio 2000

22.12.16

Io sono comunista. Una poesia di Nazim Hikmet (?)

Io sono comunista
Perché non vedo una economia migliore nel mondo che il comunismo.
Io sono comunista
Perché soffro nel vedere le persone soffrire.
Io sono comunista
Perché credo fermamente nell’utopia d’una società giusta.
Io sono comunista
Perché ognuno deve avere ciò di cui ha bisogno e dare ciò che può.
Io sono comunista
Perché credo fermamente che la felicità dell’uomo sia nella solidarietà.
Io sono comunista
Perché credo che tutte le persone abbiano diritto a una casa, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso, alla pensione.
Io sono comunista
Perché non credo in nessun dio.
Io sono comunista
Perché nessuno ha ancora trovato un’idea migliore.
Io sono comunista
Perché credo negli esseri umani.
Io sono comunista
Perché spero che un giorno tutta l’umanità sia comunista.
Io sono comunista
Perché molte delle persone migliori del mondo erano e sono comuniste.
Io sono comunista
Perché detesto l’ipocrisia e amo la verità.
Io sono comunista
Perché non c’è nessuna distinzione tra me e gli altri.
Io sono comunista
Perché sono contro il libero mercato.
Io sono comunista
Perché desidero lottare tutta la vita per il bene dell’umanità.
Io sono comunista
Perché il popolo unito non sarà mai vinto.
Io sono comunista
Perché si può sbagliare, ma non fino al punto di essere capitalista.
Io sono comunista
Perché amo la vita e lotto al suo fianco.

Dalla rete, con un forte dubbio sull'attribuzione, confermato dal fatto che del testo non ho trovato traduzione in lingue da me conosciute. L'autore potrebbe essere Dario Pulcini, che ne rivendica la paternità. (S.L.L.) 

Indovinala grillo (Carlo Lapucci)

Si usa, sempre in tono scherzoso, per esprimere l'incertezza di una cosa: quando non si sa come andrà a finire, quale sarà il risultato, ecc.
Medico Grillo si dice per dispregio a un medico da poco, da Grillo contadino, divenuto medico a caso, del quale si racconta che teneva tante diverse ricette in tasca, e quando andava da un malato, ne pigliava una a casaccio dicendo tra sé: “Indovinala, Grillo; e dandola poi al malato aggiungeva: “Dio te la mandi buona” (Rigutini e Fanfani). Un poemetto d'un certo mastro Grillo, un contadino che faceva il medico e l'indovino, fu pubblicato nel 1519 a Padova: da questo forse è derivato il gioco di far indovinare a un grillo, posto in mezzo a un cerchio, dei numeri segnati intorno. Nel 1815 venne stampato a Padova un opuscolo per predire il futuro che aveva per titolo “Indovinala grillo”. Il detto deriva con tutta probabilità dal gioco.


Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Garzanti Vallardi, 1969

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