Quando verrà il giorno
in cui sarà tanta la nostra ansia di
vivere
di fiorire sulla pietra
che vorremo morire?
Lo sguardo prigioniero nel tenue
cristallo di rocca
la lancia acuminata nel vivo dei
capelli
l’ago invisibile nella lingua dove
invano
chi dice sogno dice amore
Non potremo che stringerci piano nella
nebbia
con il sangue che monta in noi
fino alla gola della notte
percorsa dagli zoccoli ammalata
dal fruscio delle solitudini
Quando verrà il giorno
in cui sarà tanta la nostra
beatitudine umana
da ridere nel fiotto vivo
dell’arcipelago
come scaglie abbaglianti
trascinate dalla risacca fino alla sete
delle rive?
Noi semplici forme che una mano
chiama dal fango della creazione
a danzare nell’ora breve
Quando verrà il giorno
in cui io e tu ci ritroveremo
guardando vacillare la stella
tra l’arco della notte e il mare
mescolati nella primavera dell’anno
con la bocca perfetta e la carne
intagliata da un dio ignoto?
Dimenticheremo allora
la vuota eternità dove vivemmo – noi
effimeri –
senza conoscerci e ci ridesteremo
presso una casa di vecchie pietre
con il clamore delle foglie
insonne dei nostri rami
per toccare di là dalla scorza
per entro la fibra dura
le nostre carni dolci
Da: Per le cinque dita (1958-1980),
Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro
Nessun commento:
Posta un commento