11.6.14

"immagine...". Una poesia di Edoardo Sanguineti letta da Gian Luigi Beccaria

immagina un'immagine di me, ristrutturata da te (a stralci, a strappi), tra gli stracci
e i ritagli del mio io, in questo rimescolabile minestrone di un tredicimila giorni
in cifra tonda (un esempio sarà una mano che si distorce, sfocata, in un corridoio
tenebrosamente alberghiero, nel '54, in Vicenza, presso un facchino gobbo), scavando,
a caso quasi, dentro le tante cianfrusaglie stipate nella tua testa (sarà altro esempio
il candido flebòlito da lastra, in vescica, che significa il mio pietrificarmi, e anzi
un nostro ridurci a solidali concrezioni solide): (puoi confondere le nostre ecografie,
e così coniugarci in un resistente impasto cementizio):
e immagina lo sterminato numero
di perturbate permutazioni aperte (come in un paroliere sconfinato, in un instabile
caleidoscopio scarabeico), che dunque ci moltiplica, noi due, per intricati incroci, per spostamenti equivoci:
e immagina che escogiti per me, tenta e ritenta, poi, una parola estrema (a definirmi, a finirmi):
(a farci qui, come a due punti, un punto):

settembre 1990
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Glossa alla "glossa"
di Gian Luigi Beccaria
Negli anni sessanta, un nucleo dì intellettuali che partono da posizioni di marxismo critico (Benjamin, Scuola di Francoforte) affermano con vigore la tesi del carattere ideologico di ogni linguaggio, tesi secondo la quale chi usa un linguaggio è da esso usato, nel sema che è costretto a farsi portatore dei contenuti della società che ha costruito quello strumento. Anche la poesia è inesorabilmente condannata alla mercificazione. La si dovrà praticare con l'eversione soprattutto linguistica della tradizione.
Da queste premesse muove Edoardo Sanguineti (n. 1930), il capofila della neoavanguardia italiana, la personalità di maggior spicco del Gruppo 63, che ha ripreso l'ambizione (già futurista) di depositare sulla pagina frammenti di vita moderna e attuale, e quindi (con intenti parodici ed eversivi) spezzoni di conversazione piccolo-borghese, gli stereotipi più usurati, residui dissacrati di lingue colte, e gli emergenti codici corporativi (politico, burocratico, pubblicitario eco.), con l'intenzione di contestare una cultura di massa che tutto ha uniformato e trasformato in oggetto insignificante d'uso, e col convincimento che ogni rinnovamento ideologico e formale deve cominciare con la destrutturazione del linguaggio lirico, intimistico, o fraterno.
Con Laborintus (1956) lo sperimentalismo di Sanguineti aveva proposto una poesia razionalistica, iper-letteraria, che gettava la sua rete dottissima su un disagio esistenziale. Nella sezione Palus putredinis (la palude mefitica come metafora del caos, della fine dell'universo poetico ordinato) e nei successivi Erotopaegnia si impone vistosamente la tecnica combinatoria del componimento poetico come somma di centoni culturali, arte sapiente di manipolare linguaggi. Abilissimo nell'usare materiale già usato, Sanguineti non ha voluto parlare se non per citazione, come il suo Gozzano (al quale dedicava appunto un mirabile saggio).
Da Wirrwarr, 1972, a Postkarten. 1978, a Stracciafoglio, 1980, a Scartabello, 1981, a Bisbidis, 1987, i suoi versi si sono andati man mano allontanando dalle regioni polemiche dell'avanguardia e hanno lasciato emergere ragioni anche più individuali e private, e di conseguenza imboccato talvolta vie di maggiore effabilità; attraverso una dimensione spesso diaristica, Sanguineti ha ricostruito il filo discorsivo, articolando con mirabile energia una voce recitante capace di dare alla testura una compatta unità tonale. Da queste inedite Glosse (alle “perturbate permutazioni” di una vita, ad un decadimento corporale, ad una vita a due che si avvia al punto) emergono caratteri rilevanti della poesia di Sanguineti, la delirante, straordinaria esattezza del dettato costruito con un linguaggio stupendamente finto.

“L'Indice dei libri del mese”, Anno VIII n.4 Aprile 1991

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