29.11.16

Parole del mio paese. La penuria d'acqua e la “lavatura” (S.L.L.)

La penuria d'acqua non è cosa recente per gli abitanti del mio paese, Campobello di Licata. Il rubinetto nelle case di tutti o di quasi tutti è conquista relativamente recente, tra gli anni 50 e 60 del secolo scorso; ma, in senso stretto, l'acqua corrente c'è stata per poco tempo e solo in pochissime. Nella maggior parte delle abitazioni all'atto dell'allaccio all'acquedotto era già collocato un recipiente, il più delle volte in amianto-cemento, per conservare l'acqua onde rimediare ad una erogazione a singhiozzo, sempre più diradata nel tempo. 
A lungo in paese, anche dopo, rimasero attive le fontanelle ove si poteva fare liberamente rifornimento di acqua corrente. Vi si riempivano giarri e giarriteddri, cioè le giare di terracotta senza manici con collo sottile e piccola bocca a misura di tappo (tuppagliu), mentre la più grande giara a bocca larga, utile a molte conservazioni, era chiamata giarruni. E vi si riempivano quartari (recipienti più piccoli, a forma di anfora con due manici, di terracotta, raramente di zinco), bummuli e bummuliddri (anforette da pochi litri in terracotta), bagnere (bagnarole ovali di metallo per fare il bagno o per mettere a bagno la biancheria) e cati (catini di zinco). 
Più tardi arrivò il Moplen e fu il trionfo della plastica .
Il supplemento delle fontanelle serviva generalmente a integrare il fabbisogno idrico domestico, ma una parte usciva dall'abitato verso i campi. Le brocche di terracotta venivano sistemati su carretti, o più spesso in groppa a muli e somari, negli spazi appositamente predisposti dal bastaio (vardunaru), per dotare di una riserva di acqua potabile, fresca e ben conservata, chi andava a lavorare in campagna.
Poi, nel corso dei gloriosi Sessanta, i contadini diminuirono fortemente di numero, come pure le bestie da soma, sostituite da motoveicoli (l'Ape della Piaggio, soprattutto, la lapa in dialetto); e anche in campagna arrivarono i bidoni dell'industria petrolchimica.
L'acqua era comunque una risorsa scarsa e usata con parsimonia perfino eccessiva. Una buona pratica era quella di riutilizzare l'acqua di cottura della pasta, sempre abbondante per via delle famiglie molto più numerose che adesso e per la centralità della pastasciutta nella alimentazione dei campobellesi. La si usava per lavare piatti, pentole e stoviglie: era di aiuto l'alta temperatura e la leggera salatura, che faceva risparmiare la lana d'acciaio per strofinare, come pure la cinnireddra, la liscivia (liscìa in dialetto) o, più tardi, il detersivo liquido (Butasol o Persil, mi pare) che si comprava sfuso a decilitri, usando come contenitore riusabile una piccola bottiglia.
Dato l'uso prevalente che se ne faceva, l'acqua di cottura della pasta alimentare era chiamata lavatura anche quando ne veniva fatto un uso gastronomico. Molti, infatti, amavano rendere un po' più liquida, appunto con la lavatura, la salsa d'“aglio e oglio” che insaporiva gli spaghetti, altri usavano la lavatura per ammorbidire la ricotta che condiva i cavati o i ditali.

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