2.11.16

“A li pumé”. Il gioco dei bottoni (S.L.L.)

A li pumetta o – in forma contratta - a li pumé erano i giochi in cui li pumetta (i bottoni) erano nello stesso tempo strumento del gioco e posta. A seconda della grandezza i bottoni avevano un valore convenzionale. L'unità di misura era rappresentata dal caconci (i bottoncini della patta dei pantaloni, in Sicilia chiamata granatera); i bottoni più grandi valevano due, tre, cinque, fino a dieci caconci. Tanto valeva quello enorme usato in certi cappotti femminili e detto palanguni. Si giocava con qualsiasi tipo di bottone, a scelta del giocatore, che optava per questo o quell'altro sulla base del tipo di gioco, dell'abitudine o della disponibilità; ma il pagamento avveniva in caconci e solo quando si perdeva ci si privava dei bottoni più grandi, di preferenza utilizzati nel gioco.
I giochi, insieme di abilità e di fortuna, esclusivamente maschili, si svolgevano nelle strade del paese.
A la chianté (o a la chianteddha) era un gioco che aveva bisogno di un muro. Raramente si giocava di unu, più spesso di dui o di tri caconci. I giocatori stabilivano l'ordine con il tuoccu. una conta che aveva regole da rispettare e richiedeva una vigilanza occhiuta da parte dei contendenti e degli spettatori. Si roteavano i pugni chiusi, poi uno dei competitori prima selezionato gridava “Tuoccu i'”. A questo punto si dovevano squadernare le mani con le dita aperte che indicavano il numero, da uno a cinque, ovviamente, che, sommato agli altri numeri dava la cifra che consentiva la conta, da svolgersi in senso orario. Poi i giocatori lanciavano a turno un bottone verso il muro con la parte convessa rivolta verso l'alto. C'erano più turni di lancio, a seconda della posta in gioco. Vinceva chi riusciva a fare andare un proprio bottone più vicino al muro, ma si poteva giocare, come con le bocce, a scombinare la posizione dei bottoni degli altri (a scunsari). Se più di un bottone toccava la base del muro i lanciatori erano considerati pari merito, ma il massimo risultato era quando si riusciva a farlo poggiare come uno specchio alla parete: in dialetto dicevamo 'n toletta, visto che toletta era lo specchio collocato sul lavamano, sul comò o sulla “pettiniera” per fare appunto la toilette (anch'essa toletta, nel nostro siciliano).
Stabilita una classifica precisa (ricorrendo al tuoccu nel caso di pari merito), la distribuzione della posta avveniva facendo a testa e cruna (il “testa e croce” del continente) come se i bottoni fossero monete: si considerava testa il lato convesso e cruna (corona) l'altro, piano o concavo che fosse. Il primo agitava (sbattuliava) i bottoni nel vuoto che si creava tra le mani intrecciate, per poi lasciarli cadere a terra. Guadagnava tutti quelli in posizione di testa. Il secondo ripeteva l'operazione con i bottoni rimanenti. E così avanti fino al loro esaurimento.
Una variante del gioco, quando non era disponibile un muro, era la chianté-sima. Si tracciava sulla via una riga diritta (sima, appunto, dal greco semainein, segnalare), col gesso se era bitumata o ammattonata, altrimenti con un bastoncello o un sasso puntuto. Il bottone lanciato doveva arrivare il più vicino possibile alla riga, non importa se prima o dopo di essa. Il risultato migliore possibile era che vi si ponesse a cavallo: veniva chiamato, appunto, sima ed era l'equivalente della 'n toletta della chianté; è implicito che chi poteva utilizzava bottoni più grandi per coprire uno spazio maggiore. La distribuzione della posta in palio avveniva a testa e cruna, con la stessa procedura del gioco da muro.
Assomigliava alla chianté-sima il gioco chiamato lu munti. La variazione riguardava i bottoni che superavano la sima, o perché lanciati troppo in avanti o perché spinti oltre la riga dagli avversari: venivano messi fuori gioco, andavano “a monte”, a lu munti. Immagino che l'espressione, in Sicilia e in continente, abbia la sua origine nei “Monti di Pietà”, ove la maggior parte dei pegni lasciati in garanzia andavano in realtà perduti e venduti all'asta. Il “monte”, cioè l'insieme dei bottoni messi fuori gioco, veniva attribuito al giocatore risultato primo. Il testa e cruna si faceva solo con i bottoni rimasti in gioco.
Attraverso questi giochi si costruivano collezioni di pumetta importanti per quantità e qualità. C'erano ragazzini che arrivavano a possedere mille o duemila caconci, ma era fonte di prestigio possedere anche bottoni inconsueti, di materiale, forma o colore rari o strani, fossero o non fossero palanguna.

Quando arrivarono le prime avvisaglie del miracolo economico, tra il 57 e 59, anziché bottoni si cominciarono a giocare soldini: l'unità di misura, equivalente del caconci, erano le cinque lire col pesciolino, ma era permesso utilizzare le dieci o, quando furono introdotte, le 20. Il gioco preferito era lu munti, ma si praticava sempre meno lungo le strade, ove le automobili, le vespe e le lambrette s'erano fatte più numerose, e sempre più sui sedili di granito della piazza principale (Piazza XX Settembre) o della piazzetta della vasca (Piazza Costanzo Ciano). Andavano a monte le monetine che cadevano giù dal sedile, anche lateralmente. Rigorosamente con le cinque lire si giocava anche lo spaccamaduni o spaccamattuni. Bisognava che le monetine lanciate in alto, ricadendo sulla pavimentazione, si trovassero il più lontano possibile dalle righe divisorie, verso il centro dei mattoni di bitume, di formato 10 per 20. Per la misurazione della distanza dal margine nascevano non di rado contenziosi che richiedevano l'intervento di un arbitro estraneo al gioco.

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