10.4.10

Carlo Betocchi. Il nostro nuovo maggiore (da "L'anno di Caporetto" - 1967)

L'uomo alto, magro, allampanato che ha aspettato stasera per farsi conoscere; è il nostro nuovo maggiore, come ci avverte alla svelta il capitano, e si chiama maggiore Carbone; è paziente come un soldato ma sembra provvido come un padre. Fa e dice delle cose necessarie, utili, proprie al caso: quando ci chiama a rapporto è come se ci mettesse le mani sopra le spalle, uno per uno e tutti insieme; abbiamo capito che c'è qualcosa di intensamente vero, di profondamente utile da fare. Quest'uomo che ci è capitato stanotte non pensa a nient'altro che a noi e all'autorità che ha sopra di noi, la quale forse sta per diventare il solo pane che ci deve nutrire.
Se non avessimo di quel pane, che cosa faremmo in tanti che ci urtiamo gomito contro gomito e abbiamo già fame di qualche certezza nella notte che ci ha disossati tutti? E lui si fa pane: anche così muto e semplice davanti a noi, con le mani affondate nel suo cappottone sudicio da soldato, lontano le mille miglia da tutti i nostri pensieri disparati e vani, così profondamente solo; non sai se pensa alla sua famiglia, macché, sta con le sopracciglia aggrottate sopra una pena sua, e non ha altra pena che quella sola che lo fa grande.
Egli lavora in sè profondamente, e vuol ravvivare e approfondire noi: a lenti passi si muove e si perde nel buio, e il mio plotone non lo vede più: ecco lo vede il plotone di fianco e lo perde, l'altro e lo perde, uno dopo l'altro lo vedono gli altri plotoni, a dieci passi di distanza egli li scorre tutti, e tutti lo perdono; è un'ombra grigia, alta e ferma, che ha una sostanza capace di fare ammutolire trenta uomini preoccupati di diverse ansie dietro le sue spalle. Quando egli è passato per molto tempo si tace; si rassettano gli zaini, si riguarda al fucile, che non abbia la bocca sporca di terra.

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