2.10.11

La mafia a tavola. Pecora nostra (Ignazio De Francisci, "alias" - luglio 2005)

Quando il cibo è ritualità e gerarchia.
Racconti dall’interno di “schiticchi” piuttosto impegnativi.
Oggi gli uomini d’onore mangiano sempre meno in compagnia.
Il boss Michele Greco, il Papa.
Una analisi della tavola di Cosa Nostra consente interessanti considerazioni sulla natura di questa organizzazione criminosa. La mafia nasce nelle campagne della Sicilia ed è lì che costruisce la sua struttura segreta, gerarchicamente ordinata, capillarmente diffusa sul territorio. Il dna dell’uomo d’onore si forma in campagna e anche ciò che mangia arriva dalla campagna, dal mondo contadino siciliano.
Egli è perfettamente mimetizzato nel mondo in cui vive, non ostenta la sua appartenenza a Cosa Nostra, né rivela ad alcuno tale status, ad eccezione degli altri uomini d’onore ai quali viene ritualmente presentato da un terzo facente parte dell’organizzazione. L’uomo d’onore, quindi, appartiene in tutto e per tutto al territorio nel quale vive e consuma le stesse vivande delle persone per bene. Segue l’austera dieta dei contadini: molta verdura (con tante minestre), ortaggi (le fave e i carciofi, arrostiti alla brace), poca carne, con preferenza per ovini e caprini. Sulla sua tavola non manca mai la pasta, quasi sempre con il pomodoro.
Quello che cambia, in parte, è il modo di vivere il rapporto con il cibo, in particolare le ritualità degli incontri conviviali tra appartenenti all’organizzazione. Questi sono stati in passato per Cosa Nostra una importante occasione di crescita,utilizzati per rinsaldare i vincoli tra diverse “famiglie”, organizzare nuove illecite attività, preparare strategie di attacco o riflettere su attacchi ricevuti.
Le “mangiate” o “schiticchi”avvenivano in campagna, possibilmente nel baglio di qualche amico, a porte chiuse. Lo “schiticchio” era piuttosto impegnativo, sia per la durata, sia per le cibarie che si dovevano consumare, e ancor di più lo era per chi lo organizzava e si faceva carico di trovare la materia prima e di cucinare.
Famosi banchetti sono stati organizzati nei primi anni Ottanta alla tenuta Favarella di Michele Greco, con parecchie decine di partecipanti. Oggi, un simile avvenimento non è più concepibile. La nuova struttura di Cosa Nostra, tesa a evitare il ripetersi del cosiddetto pentitismo, mira a compartimentale l’organizzazione, a ridurre le conoscenze tra uomini d’onore di base, limitando ai vertici assoluti i rapporti tra diverse famiglie o diverse province. Cosa Nostra si è “inabissata”per sfuggire alle investigazioni e quindi mangia meno, o comunque non mangia più in compagnia. Ma negli anni passati ci sono stati episodi significativi rispetto all’importanza delle occasioni conviviali
per Cosa Nostra.
Salvatore Riina all’inizio del 1992 partecipa a un pranzo con le famiglie mafiose di Marsala e Mazara del Vallo per organizzare la reazione contro una organizzazione criminale rivale, la cosiddetta “Stidda” marsalese guidata da Carlo Zichittella e Leonardo Canino. Un collaboratore che è tra i commensali racconta di un Riina come sempre parco, misurato, equilibrato nelle parole, affatto amante della buona tavola. I risultati di quel pranzo saranno condensati in una decina di omicidi, alcuni commessi con fucile mitragliatore, usato in pieno giorno nel centro di Marsala.
Dalle indagini antimafia in provincia di Trapani è stata messo in luce il ruolo della pecora bollita, un antico piatto dei contadini-pastori che lo consumavano con rituali precisi. Dalle dichiarazioni dei collaboratori di Giustizia emerge spesso la cerimonia legata a questo piatto dalla lunga preparazione, fatto apposta per socializzare, per prolungati incontri in aperta campagna attorno al fuoco. L’allestimento è lungo perché prevede che l’acqua di cottura della pecora, adeguatamente aromatizzata, sia cambiata tre volte; la terza sarà utilizzata per la minestra che precederà in tavola la carne lessa. Mangiare la pecora bollita è come mangiare uno degli elementi fondanti di Cosa Nostra e serve a capire le logiche dell’organizzazione criminale, spietata e dura come la vita del pastore siciliano, anarchico per vocazione, contro ogni forma di legge per istinto naturale, pronto ad affrontare le più inaudite violenze con un fatalistico senso della vita.
Ho voluto provare la pecora bollita e, non potendo ovviamente rivolgermi a Cosa Nostra,mi sono rivolto… ai carabinieri. Nel baglio del mio amico carabiniere ho trovato il pentolone di alluminio che già conteneva la pecora quasi al termine della cottura, iniziata qualche ora prima. Il banchetto è
cominciato nel tardo pomeriggio ed è finito a notte fonda. Confesso la mia iniziale titubanza di fronte a quel pentolone e a quella pecora; presto però il profumo del brodo fece breccia e trovai la minestra davvero delicata, sapida, armoniosa. La pecora, bollita lentamente, con gli aromi giusti, si rivelò poi un lesso di finezza e qualità ragguardevoli.
Ma il mafioso non sempre riesce a evitare il carcere e la carcerazione fa cambiare prospettiva al rapporto dell’uomo d’onore col cibo. Uscito dal suo ambiente, viene ufficialmente qualificato come appartenente all’organizzazione e, pur negando assolutamente qualsiasi responsabilità personale, deve recitare una parte, dimostrando con il suo comportamento di essere quello che tutti sanno, ma che nessuno dice. Anche il cibo entra in questa commedia.
Il mafioso non mangia nulla di quello che passa l’Amministrazione (disprezza profondamente tutto ciò che viene dallo Stato), ma unicamente quello che gli porta la moglie o la famiglia. Le vettovaglie (nei limiti del regolamento del singolo istituto penitenziario) sono talmente abbondanti che numerosi detenuti ne beneficiano. In tal modo il mafioso acquisisce meriti e consensi.
Il cibo distribuito, oggi un po’meno lussuoso che in passato, diventa così ostentazione di ricchezza e strumento per acquisire potere. Il detenuto elargisce gran parte di quello che riceve, offre ai compagni di cella o di reparto cibi prelibati e, si sa, quando c’è miseria (e in carcere ce n’è, di quella vera) non si va tanto per il sottile circa la provenienza di quello che si mangia.
Alcuni collaboratori di Giustizia della provincia di Trapani hanno raccontato che, verso la metà degli anni Ottanta, molti uomini d’onore delle famiglie di Marsala e Mazara del Vallo si trovavano insieme nel carcere di Marsala: secondo il racconto dei collaboratori, in quell’istituto un intero frigorifero era destinato alla conservazione del pesce che i mafiosi ricevevano dall’esterno. La stessa fonte ha precisato che in quel frigorifero c’era il meglio del pescato nel canale di Sicilia (e forse in mare tunisino…). L’applicazione del regime ex art.41 bis del regolamento penitenziario ha limitato questo improprio uso del cibo, ma sono molti i mafiosi che sfuggono all’applicazione di quell’articolo.
Nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, anni addietro, si organizzavano schiticchi in occasione delle feste ed essere ammessi in certe celle era segno di potere, mentre l’esserne esclusi poteva significare che si era stati “posati”, cioè emarginati dall’organizzazione.
Altre volte il mafioso era “filato”, che in gergo significa più o meno ingannato. Il “filamento” consisteva nel far credere all’uomo d’onore in procinto di essere ucciso che verso di lui si nutriva la massima stima e dunque lo si invitava nella cella dei capi per pranzare. Se il soggetto cadeva nel tranello, andava, mangiava, si convinceva che verso di lui non vi era nulla di ostile: così abbassava la guardia (non comportandosi più da “guardigno”, sospettoso) e lo si uccideva facilmente, in carcere o fuori. In questo caso il banchetto serviva per “filarsi” qualcuno ed eliminarlo. Nello stesso tempo, rifiutare l’invito significava lasciare intendere che si era capito. E il discorso si complicava, per tutti.

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