6.1.13

Le prove di Cesare Segre (di Loris Magro - da "asterischi.it")

Nel sito letterario “asterischi.it”, sezione Interviste con uomini impossibili, ritrovo questa intervista del 2011 con il filologo e critico Cesare Segre, a proposito di una sua raccolta narrativa che era da qualche mese in libreria. L’autore dell’intervista è un agrigentino, che sospetto figlio di un mio diletto amico che non vedo da almeno dieci anni. Figlio o non figlio a me sembra bravo e preparato. (S.L.L.)
Cesare Segre nel suo studio a Milano. Foto di Rino Bianchi.
Cesare Segre non ha bisogno di presentazioni.
La redazione di asterischi.it ha avuto il piacere di intervistare l’illustre critico italiano per parlare di letteratura e del suo ultimo libro, stavolta di narrativa, che è stato anche fonte di ispirazione per il nostro sito.  

Cosa si prova, dopo aver vestito per tanti anni il ruolo di critico letterario, a passare dall’altro lato della barricata, diventando autore di narrativa e vedendo recensito il proprio lavoro?
L’impressione generale è piacevole. Mi sono divertito a scrivere, senza troppo impegno e senza patemi; il libro ha avuto un certo successo, e moltissimi lettori mi dicono di essersi divertiti anche loro. Che poi alcuni recensori, in complesso molto generosi, incorrano in qualche errore d’interpretazione, si può capire: non sono obbligati a fare ricerche specialistiche per decifrare particolari dei racconti. Quanto a me, conosco bene la fatica e la durata delle ricerche per scrivere un articolo filologico; e la serietà dello scavo ermeneutico nella stesura di un contributo di critica letteraria. Ancora maggiore l’investimento intellettuale per scritti di carattere teorico. Qui, una volta deciso l’argomento di un racconto, ci sono state solo le incertezze iniziali sull’impianto narrativo (prima o terza persona; dialogo, ecc.) e sul registro linguistico; risolte queste, tutto è marciato speditamente, mentre i problemi di struttura si sistemavano con lo svolgersi del lavoro. Insomma, provo un senso piacevole di leggerezza. Certo, se avessi scritto un romanzo avrei avuto più problemi. E ancora di più se avessi davvero deciso di “fare il romanziere”. In parte, si avvicinava al lavoro di romanziere quello di “narratore di me stesso” in Per curiosità. Una specie di autobiografia (1999). Ma lì risolvere problemi di comunicazione significava anche affrontare problemi di etica collettiva e individuale.

Nella nota conclusiva ha ringraziato Sua moglie, Maria Luisa Meneghetti, per l’aiuto e i consigli che le ha dato durante la stesura di queste dieci prove, ma mi piacerebbe sapere quanto sia stato facile per Lei giudicare il proprio lavoro similmente a quanto fa solitamente con gli altri autori.
Il mio atteggiamento non puntava a un risolvere ma ad uno sperimentare. Quando sentivo che una narrazione correva bene, non cercavo altro. Credo che questa “leggerezza” sia uno degli elementi del divertimento.

I personaggi, sia quelli storici che quelli letterari, che sono diventati protagonisti delle Sue Dieci prove di fantasia, sono evidentemente scelti tra i tanti di cui si è occupato nel corso degli anni. Come mai ha scelto proprio questi? Si è lasciato guidare più da ragioni affettive o da un interesse critico?
Senza dubbio tutti i personaggi di cui parlo fanno parte della mia biblioteca mentale. Per alcuni poi ho un particolare affetto: Tristano e Isotta, Alfieri, Machado, Pavese. Ma alcune volte ho dato forma narrativa a riflessioni fatte nella mia attività di critico o di filologo, e magari non portate alle estreme conseguenze. Ecco qualche esempio. Quando nel 2000 scrissi la prefazione a una ristampa del Mestiere di vivere di Pavese, notai un particolare che mi pare piuttosto trascurato dai critici. Quest’opera, elaborata sino agli ultimi giorni di vita, fu lasciata da Pavese in un cassetto completa di numerazione delle pagine e di frontispizio. Dunque lo scrittore, prima di uccidersi, si preoccupò della perfezione redazionale del suo libro. In queste Dieci prove, rievocando le sue ultime ore di vita, ho sottolineato (ed esagerato) questo particolare, facendo portare a Pavese il suo autografo sin nella sua stanza d’albergo.  E ancora. Il racconto del giuramento menzognero di Isotta al “Mal pas” risente di mie osservazioni, fatte in un congresso del 2004, sull’elemento comico di un episodio considerato tragico dalla maggioranza dei critici. E infine: ho inventato l’intervista a Marie le Jars de Gournay  per dar voce a sospetti sull’attendibilità di quella scrittrice amata da Montaigne, sospetti che ho maturato studiando la recente edizione Balsamo degli Essais. Alcuni critici insinuano (credo a ragione) che le pagine degli Essais in lode della stessa Marie siano state inventate e inserite dalla signora nel pubblicare una ristampa degli Essais. E molti editori le credono autentiche.

Ci sono delle altre opere di narrativa pronte nel cassetto?
Pronte, no. Certo, durante le mie letture appunto mentalmente i casi in cui qualche episodio di opere narrative o no potrebbe essere elaborato in forma novellistica. Così, un altro volumetto di racconti potrebbe un giorno prendere forma.

Può dirci che tempi sta vivendo la letteratura? Secondo alcuni narratori contemporanei, penso, ad esempio, a Raymond Federman, la letteratura contemporanea sta perdendo la sua battaglia per lo studio e l’interpretazione del reale. Davvero siamo messi così male?
Che l’Italia (con la Francia) sia messa piuttosto male, mi pare evidente; e del resto il clima etico-politico in cui viviamo non aiuta certo gli scrittori. Però quando si pensa a García Márquez, a McEwan e a Marías, a Roth, a Yehoshua, a Oz, a Grossman, a Coetzee, il pessimismo si attenua.

12 aprile 2011 By asterischi
(lm) (loris magro, agrigento 1990)

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