18.5.11

Le lucciole di Pasolini, uomo insorto (di Jean-Paul Curnier)

 “Il manifesto” del 6 maggio 2011 pubblica in anteprima stralci da un testo contenuto nell'ultimo numero della rivista «Communitas», di Jean-Paul Curnier, su Pier Paolo Pasolini. Rifacendosi alla celebre formula di Camus sull’uomo in rivolta, Curnier definisce Pasolini un  uomo insorto e lega la sua materialistica insurrezione all’avvento di un tempo nuovo, orribile, che rende impossibile la bellezza e l’amore. Qui ho “postato” l’incipit del saggio. Vi si riprende una lettera di Pasolini giovane che non ricordavo: ha al centro i “boschetti di fuoco” delle lucciole, cui poi si contrappone la luce meccanica di riflettori “lontanissimi e feroci”. Di questa sorta di realistica allegoria (dantescamente figurale) si nota la potenza e la durata.
Il saggio di Curnier è solo uno dei nuovi sguardi che l’ultimo numero di “Communitas”, il mensile diretto da Aldo Bonomi, rivolge a Pasolini. Il numero monografico, curato da Marco Dotti ha al centro quel processo di profonda trasformazione sociale che, nel volgere di poco, avrebbe portato la società italiana sulla soglia di una vera e propria «apocalisse culturale». Composito il sommario del numero, che comprende - oltre al saggio di Jean-Paul Curnier  - testi di psicoanalisti, storici, scrittori italiani e francesi, pedagogisti, sociologi, filosofi. (S.L.L.)
 Siamo nel gennaio-febbraio 1941, Pasolini non ha ancora 19 anni quando scrive in una lettera all'amico Franco Farolfi: «Tre giorni fa io e Paria siamo scesi alle latebre di un allegro meretricio, dove grasse mamme e aliti di nude quarantenni ci hanno fatto pensare con nostalgia ai lidi dell'innocente infanzia. Abbiamo poi minto sconsolatamente. L'amicizia è una assai bella cosa. Nella notte di cui ti ho parlato, abbiamo cenato a Paderno, e poi nel buio illune siamo saliti verso Pieve del Pino, abbiamo visto una quantità immensa di lucciole, che facevano boschetti di fuoco dentro i boschetti di cespugli, e le invidiavamo perché si amavano, perché si cercavano con amorosi voli e luci, mentre noi eravamo aridi e tutti maschi in artificiale errabondaggio. Allora ho pensato come sia bella l'amicizia, e le comitive di giovani ventenni che ridono con le loro maschie voci innocenti, e non si curano del mondo intorno a loro, continuando per la loro vita, riempiendo la notte delle loro grida. La loro maschilità è potenziale. Tutto in loro si trasforma in risa, in risata. Mai la loro foga virile tanto chiara e sconvolgente appare come quando sembrano ridiventati fanciulli innocenti, perché nel loro corpo è sempre presente la loro completa e ilare giovinezza».
Poi, quasi immediatamente dopo: «Così eravamo noi quella notte; ci siamo poi inerpicati sui fianchi delle colline, tra gli sterpi che erano morti e la loro morte pareva viva, abbiamo varcato frutteti ed alberi carichi di amarene, e siamo giunti sopra un'alta cima. Di là chiaramente si videro due riflettori lontanissimi e feroci, occhi meccanici a cui non era dato sfuggire, e allora un terrore d'essere scoperti ci prese, mentre abbaiavano cani, e ci parve d'esser colpevoli, e fuggivamo sul dorso, cresta della collina».


Intransigenza senza riserve
Il primo gennaio 1975, nove mesi prima della morte, Pasolini scrive sul «Corriere della Sera» un articolo politico abbastanza lungo e polemico a proposito dell'eredità del fascismo, intitolato Il vuoto del potere in Italia: «Il confronto reale tra "fascismi" non può essere dunque "cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma tra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che è successo una decina di anni fa. Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche meglio). Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta.). Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque "scomparsa delle lucciole"».
Qual è dunque il momento che designa la «scomparsa delle lucciole»? Quello dell'insediamento di un sistema avvelenato di dittatura consumistica e capitalistica moderna, del mercantilismo a oltranza, della tolleranza in ogni modo dell'edonismo forsennato che conduce alla morte certa di ciò che, nel mondo e nell'umanità, poteva ancora essere amato. Tutta l'opera di Pasolini è costruita su questa protesta, su questa esecrazione, su questa condanna multiforme dell'edonismo commerciale che definirà un giorno - a rischio di scatenare un'ostilità astiosa che lo tormenterà fino alla fine - un fascismo peggiore del precedente perché riuscirà senza il minimo impedimento là dove l'altro si era arenato, vale a dire nell'assoggettamento di tutto e di tutti.
La «scomparsa delle lucciole» non parla solamente del rimpianto di un tempo in cui il mondo aveva una realtà propria prima che il commercio gliene conferisse un giorno un'altra, quando la realtà del mondo era anche il suo fascino; essa è, per Pasolini, l'allegoria della scomparsa della bellezza nel mondo e della bellezza dei corpi in particolare, più precisamente della possibilità dell'amore. E ciò non può essere attribuito a un qualunque pessimismo. Che la bellezza sia scomparsa, non presuppone che tutto ciò che esiste d'ora innanzi è obiettivamente brutto, ma che la progressiva trasformazione di tutta l'esistenza vivente in oggetto (...) è un orrore dinnanzi al quale è normale provare paura e avvertire del disgusto.
È nell'Europa intera, e praticamente nel medesimo momento, che le lucciole sono scomparse. Esse erano una sorpresa notturna, affascinante e insieme un'esperienza di immersione in un tempo continuo che noi colleghiamo all'alba dell'umanità per via di una comune emozione in presenza di quelle stelle danzanti scese all'altezza del viso, quelle luci amorose che si inseguono nella notte come degli esseri soprannaturali.
Questo rigetto/rifiuto dell'epoca - intransigente e senza riserve - che percorre tutta la sua opera, non è, come si sente dire talvolta con una leggerezza mondana e da scriteriati, l'aspetto engagé di Pasolini, come se l'impegno/engagement fosse una cosa separata e identificabile; è l'opera stessa, è la sua potenza, la sua necessità interna, la sua ragion d'essere: «Le azioni della vita saranno solo comunicate e saranno, esse, la poesia, poiché, ti ripeto, non c'è altra poesia che l'azione reale», scrive nel 1966 a New York in Who is me, autoritratto in forma di poema. È dir poco o non dir nulla provare a classificare Pasolini come cineasta, o poeta, o drammaturgo o, infine, scrittore engagé. Ciò non ha alcun senso in verità. Pasolini è un uomo insorto e senza la minima intenzione di riconciliarsi con il suo tempo o con i poteri esistenti né di negoziare che cosa sia ciò; esso è, in se stesso un artista, ancor più esattamente, il poeta di questa insurrezione in tutto ciò che lui ha potuto fare e intraprendere. 

1 commento:

Angela Molteni ha detto...

Bell'articolo del "manifesto"! Sai indicarmi dove posso trovare la rivista di cui tu pubblichi qui la copertina? Ti ringrazio in anticipo.
Un saluto da Angela

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