22.3.13

Faust 67. Un capolavoro sconosciuto di Tommaso Landolfi (Franco Cordelli)

Tommaso Landolfi
Quando Guido Almansi osserva che gli scrittori italiani sono sprovvisti dell'umorismo di cui sono ricchi gli inglesi confonde, mi pare, antropologia culturale e letteratura. Gli inglesi hanno humour, si sa (e il fatto di averne non promuove a grande scrittrice Elizabeth Bowen). Per gli italiani, l'umorismo è una conquista - ciò che rende a volte grande chi ne abbia: Pirandello e Svevo, Bontempelli e Savinio, Delfini e Flaiano (per non parlare di Campanile, il cui umorismo è però una qualità naturale).
Su questi scrittori circolano molti equivoci. Per un Roberto Pazzi che si considera erede di Landolfi e Bontempelli in quanto «scrittori fantastici», lo stesso Almansi giudica con sufficienza Bontempelli: il suo meglio non è, come è, nell'umorismo impenetrabile, marmoreo, quello neoclassico degli anni Trenta, ma quello futurista e avanguardistico della Vita intensa. Peraltro in quel libro stilisticamente sgradevole (poiché l'umorismo vi è ostentato), Bontempelli anticipò lo stesso suo amico Pirandello; e in altri luoghi lo «batté sul campo», per esempio in Minnie la candida, dove il teorema della follia risulta non solo posto ma dimostrato (dimostrato cioè sul piano del linguaggio, come si vede nel modo di parlare strabiliante della protagonista). Tutto ciò considerando, vorrei aggiungere un'altra osservazione, sempre in rapporto a Pirandello.
Ma questa osservazione concerne Landolfi. Io credo che se i Sei personaggi sono la pietra angolare della prima metà del secolo, il Faust 67 di Landolfi, dal punto di vista della drammaturgia rimarrà il testo capitale della seconda metà. Ciò che in Pirandello è ovviamente ottocentesco e connesso ad un fondo naturalistico (i personaggi cercano un «autore» ed hanno le loro storie già pronte, che dunque «donano» - un dono dell'apriori kantiano), in Landolfi il protagonista, il signor Nessuno, non ha nessuna storia bella e pronta, nessuna storia da donare.
A tale scopo - poiché è su un teatro che si sta affacciando e non già su una qualsivoglia scena romanzesca - egli sa che non è un «autore» (uno scrittore) che deve cercare ma un regista, vale a dire il vero autore teatrale, il personaggio più eminente dell'arte del ventesimo secolo. Di fronte al Regista (di teatro e di cinema), lo scrittore batte in ritirata; egli è un signor «nessuno», egli non ha più storie da dare poiché, in lui, tutto è ormai consumato.
Non basta. Ciò che distingue Landolfi (e lo rende «materialistico» e d'avanguardia rispetto a Pirandello) è che il suo umorismo è strutturale e non già nello stile soltanto, dove si vede anche quando è invisibile (è l'umorismo che piace ad Almansi, o l'unico che ama vedere). Mille trame vengono tentate, mille piste; e puntualmente tutte vengono abbandonate. È quanto fece anche Calvino dieci anni più tardi - e si gridò al miracolo. Ma solo perché ciò che in Calvino era soffice, morbido, e alla fine un raffinato gioco letterario, in Landolfi fu vera grandezza, vero dolore e imbarazzante umorismo: ciò che ci spinge a scrivere nonostante la vita sia impossibile o proprio perché impossibile e che alla fine ci induce ad una sprezzatura («le storie sono impossibili»!) come unica conclusione degna o, se si preferisce, proporzionata alla causa, qualunque essa sia.

L'Europeo, 7 marzo 1987

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