9.2.16

Le mafie straniere secondo la Dia (Piero Ferrante)

Le mafie straniere hanno “abbandonato il ruolo di manovalanza subordinata” per diventare, in accordo con quelle italiane, delle consorterie a sé stanti. Questa, (molto) in breve, è l’analisi racchiusa nella Relazione della Dia riguardo l’azione delle criminalità organizzate estere. Strutture sempre più organizzate, secondo gli inquirenti, con i piedi (e talora le menti) ben saldi nei paesi d’origine ma anche capaci di organizzarsi in Italia, stringendo accordi in nome dell’affare.

Albania. Paese mediterraneo, l’Albania, con alle spalle l’Oriente e di fronte, al di là dell’Adriatico, le coste pugliesi. Ed è proprio via mare, che in Puglia sono arrivati e continuano ad arrivare i carichi di droga. Le consorterie albanesi – si legge nella Relazione – si sono tramutate “da organizzazioni elementari ad altre ramificate sul territorio, con forte legame con la terra d’origine”. Una mala, quella albanese, ben dotata di armi e che si contraddistingue per la “marcata inclinazione verso metodiche violente e intimidazione nella risoluzione di situazioni conflittuali”. Attività primarie sono il traffico internazionale e lo spaccio di sostanze stupefacenti, con specifica su marijuana ed eroina. In questo senso, la saldatura collaborativa con le mafie autoctone è pressoché totale. A giugno 2015, con l’operazione Vrima, la Dia di Bari scoprì nel capoluogo pugliese un organizzatissimo laboratorio specializzato nella raffineria e nel confezionamento dell’eroina.

Romania. Sfruttamento della prostituzione (anche minorile) e di manodopera, traffico di droga e frodi informatiche. La criminalità organizzata rumena ha tratti familistici, che la rendono molto simile, strutturalmente, a quella albanese. In crescita in tutto il Paese.

Nord Africa. Marocco, Tunisia e Algeria: sono questi i tre Stati citati nella Relazione della Dia. In realtà, non esistono “ancora” vere e proprie “associazioni strutturate”, quanto piuttosto dei gruppi liquidi coinvolti in attività illecite di varia natura. Gli inquirenti focalizzano l’attenzione soprattutto sulla tratta di esseri umani, sul controllo dell’immigrazione clandestina (il controllo dei viaggi dei barconi e l’arruolamento degli scafisti sono nelle loro mani) e sullo sfruttamento della prostituzione. Passi in avanti anche per quel che concerne il controllo delle piazze della droga, specie nel centronord.

Nigeria e Africa centrale. Forte, ricca e spietata. La mafia nigeriana detiene nelle proprie mani una buona fetta del controllo delle attività di prostituzione su strada del nostro Paese. Non è una novità, quanto piuttosto la conferma di un fenomeno evidente che si coniuga con un’evoluzione evidente per quel che riguarda il traffico internazionale di stupefacenti. Evoluzione che la Dia legge alla luce di una “spiccata vocazione internazionale” che deriva dai rapporti che hanno in Asia, America ed Europa. In Italia, in particolare, “la saldatura (con le organizzazioni autoctone, ndR) è funzionale soprattutto alla realizzazione di traffici di sostanze stupefacenti che dalle aree di produzione (Sud America e Sud Est asiatico), attraverso una fitta rete di articolazioni, vengono dirottate verso la penisola”. In quest’ottica, le mafie centroafricane hanno stretto “”una vera e propria alleanza con i casalesi”. Con tanto di affari reciproci.

Sud America. La coca, il grande business delle comunità mafiose latinoamericane, per un traffico internazionale che segue oggi due rotte: quella atlantica (via mare che parte dal Venezuela o dal Brasile) e quella Santo Domingo-Amsterdam (aerea). La criminalità sudamericana, che ha legami tanto con le mafie autoctone quanto con quelle nigeriana e albanese, sta lanciandosi, nelle aree di Genova e Milano, anche nelle attività usuraie.

Cina. Una mafia a tutto tondo, quella cinese. Potente e influente. Aperta ma con riserva verso l’esterno, si contraddistingue per le sue “molteplici manifestazioni criminali”. Florido il mercato del contrabbando o della contraffazione, con pellami e vestiari che giocano la parte del leone, generando un circuito di denaro impressionante. Funziona prevalentemente così: la merce viene, a basso o bassissimo costo, realizzata in stabilimenti clandestini del Sud Est Asiatico e da qui importati in Italia per rifornire quello che può considerarsi un vero e proprio mercato parallelo.
Ma grandi ricavi li genera anche il trinomio falsificazione di documenti-immigrazione clandestina-sfruttamento. I cinesi giungono in Italia spesso con documenti falsi o di altri componenti della comunità per alimentare il grande mercato della manodopera, anche di “meretricio”. Giovani donne, controllate dalla struttura criminale cinese, esercitano in casa o in luoghi chiusi. Una volta affrancate, a loro volta entrano nel mercato, gestendo appartamenti o locali (mascherati da attività lecite, come i centri massaggi) e procacciando altre ragazze, per un sistema pressoché infinito.
La criminalità cinese si sta specializzando, col tempo, anche nel riciclaggio (tramite acquisto di immobili, attività commerciali e aziende), nel gioco d’azzardo (le nuove leve criminali gestiscono molte bische clandestine), nell’usura ai danni di connazionali e nello spaccio di sostanze stupefacenti (in primis shaboo e ketamina).


Narcomafie, 4 Feb 2016

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