27.6.17

Birichine di celluloide. Le donne nel cinema fascista (Enzo Rava)

«Fate figli, molti figli: il numero è potenza »: dato che questa era la mansione che il regime fascista affidava alle donne, di partorire soldati, si capisce come, nel cinema di quegli anni, i «tipi» femminili dominanti fossero pochini: l'ingenua, cioè la fidanzata destinata al talamo per la intensa riproduzione della specie; la grande peccatrice, contraltare del matrimonio sacro e indissolubile; la sana massaia meglio se contadina, garanzia della sanità della stirpe; la ricca ereditiera offerta ai sogni di evasione da una penosa realtà. A Venezia, al primo festival del 1932, mentre la Germania (prenazista) presentava un drammatico film sulla condizione femminile come Ragazze in uniforme, l’Italia, già fascista, applaudiva per Gli uomini che mascalzoni, il film restato invero graditissimo dato che, per quanto frivolmente amabile e nulla più, era pur sempre meglio delle pellicole di propaganda e d’eroismo a comando che sempre più dilagavano sugli schermi. Un filmetto dove l’eroina era, appunto, la commessa graziosa punto e basta, affascinata da un bel giovanotto che s’era spacciato per riccone, senza orizzonti, senza ambiente, senza storia.
L’ingenua venne da allora condita in tutte le salse, era Scampolo da una commedia già affermatasi a teatro, o Teresa Venerdì, ma restava comunque e sempre la ragazzina talvolta un po’ sciocchina talvolta furbetta, che riusciva infine a pilotare all’altare il farfallone; cosi, negli anni de L'angelo azzurro (la straordinaria figura femminile di Lola Lola, interpretata da Marlene Dietrich), di Estasi (dove la femminilità non era certo soltanto quel primo nudo integrale della storia del cinema), de La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, o, sia pure, anche di Accadde una notte, con quel clamoroso amore extramatrimoniale fra Claudette Colbert e Clark Gable e magari di Via col vento (l’indimenticabile ribelle Rossella O’ Hara) nella nostra neonata Cinecittà si confezionavano filmetti come Ore 9 lezione di chimica, tante ragazzine belline e sciocche, impegnate a imbrogliare i professori e a catturarsi un fidanzato.
Quello stesso fascismo che aveva drasticamente limitato l’accesso delle donne agli studi in particolare quelli superiori, che del resto aveva loro interdetto i pubblici impieghi e che — quando lavoravano — pagava loro salari e stipendi dimezzati rispetto a quelli dei maschi, amava idealizzarle, nel cinema come studentesse benestanti, impiegatine dalla permanente sempre in ordine, contadinelle dai grandi cappelli di paglia con il mazzolin dei fiori. Ma, consapevole che oltre alla preparazione verginale al parto multiplo l’amore era anche sesso e peccato, il cinema fascista parallelamente sfornava pellicole dove la donna era presentata come torta per consumi di lusso, budino alla crema per i riposi del guerriero: Luisa Ferida, Clara Calamai, chi ancora ?, erano le prosperose peccatrici di polpettoni storici che consentivano (riprendendo un filone magniloquente dell’Italia prebellica) di esibire orge, letti sfatti, violenze carnali.
Tuttavia, l’epoca restò caratterizzata come quella «dei telefoni bianchi»: alla ammirazione delle platee, la Cinecittà mussoliniana proponeva con ostinata frequenza, dive dai movimenti fataleggianti che, all’interno di lussuosi appartamenti, facevano uso intenso di quel mezzo di comunicazione che, appunto bianco, appariva fascinoso ed elegantissimo; si trattava di solito di commediole del tutto insignificanti (nessuno ne ricorda neppure i titoli) ma il cui fine evidente era quello di garantire alle donne — restituite alle mansioni domestiche per far posto alla crescente massa dei disoccupati maschili — che l’angelo del focolare poteva anche essere bello, ricco e indaffaratissimo in faccende di cuore. Ma peggio andò quando il già tanto lodato angelo dovette esser riportato alla svelta in fabbrica, perché i maschi venivano spediti alla conquista del mondo: nel cinema fascista di eroismo e di guerra, alla donna, ovviamente, non restava molto posto, Scipione l’Africano aveva troppo da fare a conquistare la «quarta sponda», per perdere tempo con le femminelle. Nei meno infami film del tempo, comunque, come Un pilota ritorna o Uomini sul fondo, alle donne era consentito far le crocerossine, le madri dei caduti e le spose in fedele attesa. Per quanti disperati sforzi di memoria si possano fare, non una figura femminile del tempo può essere ritrovata nel ricordo; avviata a diventare una caserma, l’Italia non aveva posto per le donne.
Se non nei sogni «romantici»: ecco infatti un altro filone del tempo, quello de La romantica avventura, abiti bianchi e violini, baci lievi sotto grandi alberi e happy end. In realtà, tagliata fuori dai problemi reali del Paese, e privata d’ogni libertà, quella cinematografia era insieme falsa ed impotente; erano gli anni, nel mondo, di film come Alessander Newskii, Ombre rosse, Tempi moderni, Alba tragica, e da noi per sfuggire a film come L'assedio dell’Alcazar, non restavano che gli idilli canori tipo Fuga a due voci: e ancora e sempre la donna come delicata sciocchina, ricca borghese, prostituta di lusso.
Poi, di colpo, una figura di donna vera, vibrante, appassionata, in un ambiente allucinante, disperata e tragica, la donna di Ossessione, la prima artigliata del neorealismo contro l’ipocrisia, il conformismo e la falsità dell’orpello del regime. Il fascismo entrava in agonia, di lì a poco proprio una figura di donna — in Roma città aperta — l’indimenticabile Magnani, sarebbe diventata il simbolo dell’amore e della libertà.


“Noi donne”, 23 aprile 1974

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