6.2.12

Il caso "Zanzara": magistratura e politica negli anni 60 (Leonardo Sciascia)

Milano 1965. Studenti davanti al Liceo Parini.
A volte mi accade di vedere taluni giovani amici e compagni di “Libera” inalberarsi e intravedere un crimine di “lesa maestà”, quando affermo che la magistratura fu uno dei poteri più retrivi dello Stato italiano, perfino più del potere politico con cui faceva in molti casi comunella, non disdegnando legami stretti con generali e colonnelli, con cardinali e vescovi e assolvendo senza vergogna boss e picciotti di Cosa Nostra. Così fu in effetti, seppure con qualche eccezione, fino ai primi anni Settanta, ma quei cari amici sono troppo giovani per ricordare e la scuola non ha insegnato loro niente a proposito degli anni del regime democristiano.
In verità a quel tempo certe volte il ruolo dei magistrati assumeva un carattere eversivo rispetto allo stesso dettato costituzionale: già negli anni 60 il Parlamento come il governo, sebbene ancora dominati dalla Democrazia Cristiana, erano mediamente più progressisti e più attenti alla Costituzione dei giudici e dei procuratori, quasi sempre ottusamente conservatori. Del resto non c’era ancora stato il Sessantotto, non era ancora nata “Magistratura democratica” e molti Procuratori Generali, come molti giudici, avevano iniziato la carriera al tempo del Fascio.
Questo carattere retrogrado emerse nella vicenda giudiziaria relativa alla “Zanzara”, che era il giornalino scolastico di un prestigioso Liceo Classico milanese, il “Parini”, frequentato soprattutto da figli della buona borghesia. Su quel giornale tre studenti nel 1966 osarono pubblicarono un’inchiesta sul sesso tra i loro coetanei. Dall’articolo emergeva che la “verginità” non era tabù infrangibile, che i ragazzi della sessualità parlavano tanto, ma facevano poco e che in compenso le ragazze …
Spinti da genitori tradizionalisti e dalla stampa clericale i magistrati milanesi per l’articolo sul giornalino non solo misero sotto accusa come osceni e corruttori dei loro coetanei minorenni (la maggiore età era allora a 21 anni) gli autori (due ragazzi e una ragazza), ma decretarono , rispolverando una vecchia norma fascista, che i tre venissero sottoposti a “ispezione corporale”.
La reazione fu dura e in Parlamento l’intera sinistra, di governo (Partito socialista unificato e  repubblicani) e d’opposizione (comunisti, socialproletari, radicali), insieme agli esponenti liberali e democristiani, con una opportuna ingerenza, condannò l’operato della Procura milanese. Il testo che segue, di Leonardo Sciascia, dai suoi “Quaderni” (la rubrica che teneva sul quotidiano palermitano “L’Ora”), commenta l’avvenimento e le reazioni politiche. (S.L.L.)


La zanzara e l’elefante
Molto probabilmente gli storici scopriranno domani che negli anni Sessanta è insorto una specie di conflitto tra i poteri, per dirla approssimativamente, politici dello Stato italiano e il potere giudiziario; e che in tale conflitto molte istanze di rinnovamento sono state ritardate se non bruciate. E non sarà difficile analizzarne le cause, identificabili anche oggi nella continuità dello Stato ambiguamente mantenuta attraverso quei rivolgimenti politici che avrebbero invece dovuto fare una specie di tabula rasa.
In pratica succede questo: che davanti alle leggi dello Stato prefascista la Costituzione della Repubblica è come uno schermo trasparente, una pagina non scritta. Di tanto in tanto, e più frequentemente in questi ultimi tempi, qualche caso viene a esplodere su questo schermo: e la coscienza degli italiani se ne inquieta. Poi tutto torna come prima. Non più una puntura di zanzara sul corpo dell’elefante: quale, appunto, il caso della Zanzara del liceo Parini. Un elefante che ha in corpo non soltanto le leggi dello Stato prefascista e fascista, ma anche il Concilio di Trento, il Sillabo, il Santo Uffizio e l’Indice dei libri proibiti (cosa di cui, peraltro, la Chiesa stessa va liberandosi). Non basta infatti la legge fascista del 1933 (che non è poi nemmeno una legge, a quanto pare, ma soltanto una circolare) a giustificare l’ispezione corporale che un magistrato ha fatto eseguire sui ragazzi che redigendo il giornale scolastico “La Zanzara”, sono tutt’al più incorsi in un reato d’opinione: bisogna ricorrere al Concilio di Trento e all’Inquisizione per spiegare una simile procedura. Che cosa si aspettava di trovare il magistrato, sul corpo di due ragazzi e di una ragazza di diciassette anni? Il segno del diavolo, la “marque des sorcières” (Viene davanti il quadro di Clovis Trouille: degli inquisitori che cercano sul corpo della ragazza il marchio delle streghe; e, si capisce, lo trovano).
Fatti come questo, in un paese che si dice moderno e libero sono incredibili. E intollerabili. Bisogna una volta per tutte mettere fine a questa ambivalenza e ambiguità dello Stato, a questa interna contraddizione, a questo dissidio tra la Costituzione e le leggi, i regolamenti, le circolari; tra le aspirazioni della nazione e le tenaci sopravvivenze illiberali; tra le conquiste di verità e di libertà cui il mondo si avvia e le pesanti remore e ipoteche reazionarie, quando non addirittura da “braccio secolare” che continuamente insorgono.
E non diremo di più: perché è di uso, di obbligante e rigoroso uso, lasciare la parola alla magistratura giudicante.

"L'Ora" 26 marzo 1966

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