7.2.12

Il nonno Cordone e i minareti di Kairouan

Tra le leggende di famiglia brilla quella di mio bisnonno Calogero, ma i pronipoti in grado di ricordarlo (io, mio fratello Vittorio e mia cugina Giovannella) lo chiamavamo per cognome, “il nonno Cordone”. Affabulatore eccezionale, alternava il racconto delle proprie storie di vita e di avventure a quello di fiabe popolari (Masciu Nischisi e Don Sarvaturi figliu di lu re di Spagna erano le più richieste), narrazioni eroiche (Fioravanti e Rizzieri), romanzi d’appendice (Il conte di Montecristo o L’Ebreo errante). Che favoleggiasse di sé o di altri personaggi, molto inventava sul momento, leggendo nei nostri occhi bambini la meraviglia. Tante volte dimenticava la variante e dovevamo ricordargliela noi ad ogni replica dello stesso racconto. 
Ero il più assiduo nella stanza, ove spesso sostava a letto per la gotta (che forse m’ha lasciato in eredità) o qualche altro malanno; ascoltavo le sue storie per ore, sopportando l’odore di urina che a poco a poco s’accumulava nel vaso, finché la moglie, la nonna Rosa non lo portava via per svuotarlo. La sua autobiografia era affascinante, anche a prescindere dalle sue fantasie, perché si svolgeva in scenari lontani e favolosi. Il nonno Cordone, infatti, dopo una prima infanzia di carusu in una solfatara, in una barca carica di fave raggiunse la Tunisia, ove i suoi genitori erano emigrati. Lì visse fino ai 18 anni; poi, da muratore specializzato in grandi opere (dighe, ponti e gallerie), fu in Francia, in Australia e nelle due Americhe.
Del suo giovanile temperamento di avventuroso viaggiatore ebbi conferma della nonna Rosa, che gli sopravvisse e che usò la mia curiosità come antidoto alla solitudine. Ascoltandone le memorie appresi che, per attendere “questo Cordone”, aveva rifiutato non so quanti buoni partiti, aveva dovuto sopportare la segregazione da parte dei familiari e attendere per anni. Convinse i familiari ad accettare il matrimonio con il giramondo, solo quando era una zitella, vecchia di 26 anni, mentre lui ne aveva soltanto 23. Le fu necessario attendere qualche anno ancora per obbligarlo a fermarsi.
Al nonno Cordone dedicò un libretto di “care memorie”, in una prosa che mi pare tanto semplice quanto elegante, mio zio Cesare Genovese, che nella famiglia di mia madre era stato il più intimo con il nonno. Di quel libro, I minareti di Kairouan, riporto qui la chiusa che racconta del Cordone poeta, delle sue visioni, della sua morte. (S.L.L.) 
Col tempo la salute e l’efficienza mentale del nonno cominciarono ad avviarsi verso il declino. Non c’era tra noi l’intesa che tanto ci aveva dato in termini di accrescimento delle nostre potenzialità e che, il nonno, aveva cercato come momento tranquillizzante, capace di sconfiggere l’angoscia che lo tormentava. Il tempo che potevo trascorrere a casa era minimo ed il nonno s’alzava sempre più raramente. Passava la giornata rimescolando le carte e giocando contro un avversario immaginario. I suoi occhi continuavano a brillare, ma di una luce diversa. Mi sembrava che il suo “io” non cercasse più di espandersi, di confrontare le sue esperienze con le esperienze psicologiche degli altri. Il suo interesse per il mondo esteriore aveva perso ogni importanza: non aspettava più niente. Forse sognava e rivedeva gli avvenimenti della propria vita e fantasticava su ciò che avrebbe potuto essere se le sue decisioni fossero state diverse. Il sogno era ricorrente: scorgeva, a Kairouan, la casa dei miei genitori. Sua madre, sull’uscio, lo aspettava a braccia aperte, ma lui capiva di non poter fermarsi, salutava con un cenno di mano la donna delusa e piangente, e si ritrovava sulla sabbia del deserto.
- Bene, concludeva il nonno, so che ti piace viaggiare, ma ho il timore che non vedrai mai Kairouan, forse perché non esiste più. In ogni caso dovresti attraversare il mare sopra una barchetta carica di fave.
Cesare Genovese

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