27.3.18

Derrida, un trapezista sulla corda del pensiero (Beppe Sebaste)


Penso che Jacques Derrida (1930-2004) non sia stato solo un grande filosofo, ma in un certo senso l'ultimo dei filosofi, in un'epoca, la nostra, distante come poche da questa pratica, questo modo di stare nel mondo.
Si ama Derrida (o lo si detesta) anche per questo, per come ha preso sul serio, molto sul serio la filosofia. Non c'è dubbio quindi che chi condivida anche solo un po’ questa serietà, questo uso del tempo - una serietà e un uso del tempo che abbracciano il destino di tutte le pratiche dell'intelligenza non sottomesse a scopi e profitti a breve termine - abbia sentito come una solitudine il suo sparire dalla scena dei viventi.
L'importanza di Derrida non è solo nell'avere creato un linguaggio e un «sistema» di pensiero così nuovi e spiazzanti che l'americano Hilary Putnam esclamò che «discutere con lui era come fare a pugni con la nebbia», e un altro, Richard Rorty, quando non sapeva che pesci prendere, poneva Derrida nell'ambito della letteratura, come una specie di Joyce da imbalsamare in un limbo e proteggersi così dal coinvolgimento perturbante del suo pensiero.
Sì, nella sua opera c'è una «eccedenza» della filosofia, come ebbe a dire lo stesso Derrida a proposito di uno dei suoi maestri, Emmanuel Levinas; eppure tutta la sua opera è dedicata, e quindi legata (nel senso dell'eredità e del legame), alla rilettura della tradizione filosofica. In questo legame, in quella dedica, c'è onestà, rigore, coerenza, sobrietà, e anche un'intrinseca, dissimulata umiltà, che la si sappia o no vedere dietro il lussureggiante, magistrale, a volte frastornante virtuosismo dei suoi testi e lezioni.
Infine, lui che ha ingaggiato - in nome della scrittura e della traccia, e quindi dell'assenza - un definitivo conflitto contro il mito della presenza, cuore della metafisica, ha saputo impegnarsi fino in fondo in una riflessione sul presente, come mostrava l'ultima sua intervista a “Le Monde”. Dove parlava della propria morte imminente, ma anche di politica, dell'Europa, di diritti, della pace, di disarmo.
Del resto, negli ultimi vent'anni Derrida volse il suo pensiero all'esame di atti e oggetti «sociali»: il dono, il perdono, il segreto, la promessa, la religione, l'ospitalità, ecc. aprendo la filosofia alla necessità dell'etica.
Ora, l'annunciata e già avviata pubblicazione presso Galilée dei corsi e seminari di Jacques Derrida, che si protrarrà per una quarantina d'anni, non è solo un evento editoriale iperbolico e controcorrente, ma un evento filosofico. Prolunga senza di lui (in assenza del mittente e destinatore) la pratica di una gigantesca riflessione che il filosofo nato ad Algeri ha dedicato ai temi della sopravvivenza, della filiazione e trasmissione, dell'eredità, del debito, dell'assenza, e soprattutto della scrittura come pratica della disseminazione - la cui essenza testamentaria è ribadita in tutta la sua opera come contestazione del mito della voce e dello «spirito» (della presenza, come dicevamo).
Se l'evento editoriale ha dunque un'analogia con la forma e gli esiti del suo pensiero, esso è anche l'occasione di ripercorrerne la struttura sinuosa, quasi labirintica, soprattutto nei suoi atti di parola.
Derrida, di cui posso testimoniare una sostanziale equivalenza tra lo stile orale e quello scritto, era celebre per smontare ogni volta il tema o l'occasione di ogni sua conferenza o intervento pubblico, per ricomporli poi richiamando e incorporando nel discorso il «qui e ora» della circostanza in cui prendevano forma. I suoi corsi e seminari presentano lo stesso metodo: cucire, tessere in un pensiero vivo e in movimento, di cui si mostrano trama e tessuto, la rilettura dei testi della filosofia occidentale (è questa la sua famosa «decostruzione», quasi una psicanalisi della tradizione filosofica) e insieme la loro «attualità».
Decostruzione, parola nota e abusata, significa in fondo la pratica della filosofia stessa: esaminare qualsiasi oggetto disincrostandolo dalle abitudini di senso accumulatesi fino alla nostra cecità e assuefazione, ma al tempo stesso rendere conto di quelle attribuzioni di senso che costituiscono la storia della filosofia, il suo corpus testuale interattivo. La pratica dell'interpretazione portata all'estremo dei margini, allude forse a una sorta di «semiosi illimitata» (per dirla col Peirce caro al nostro Umberto Eco). O, detto con una celebre formula di Derrida, la cui radicalità non è stata ancora veramente accolta e prolungata dai suoi pretesi discepoli, il n'y a pas de hors texte («non c'è un fuori (del) testo»).
I suoi corsi e seminari in boulevard Raspail (sede dell'École des Hautes Etudes, celebre grande École parigina, dove Derrida insegnava le «Istituzioni della Filosofia») erano più che affollati: nel grande anfiteatro erano molti quelli che occupavano i posti a sedere in anticipo. Spesso anche cameraman e operatori di qualche televisione d'Europa o del mondo venivano a riprendere l'evento del mercoledì. Le tre ore di seminario non erano come un sottofondo di musica su cui ritagliare pensieri propri. L'argomentazione serrata, paziente e spesso imprevedibile di Derrida era godibile come un «teatro della teoria» (due parole che non a caso hanno la stessa origine), ma con un suspense del pensiero non minore di quello del trapezista che danza su una corda tesa. Esiste infatti un brivido della filosofia, quando essa viene praticata col coraggio della sua radicalità). Poteva capitare che il boato di una risata scaturisse da un'osservazione «teorica».
Nel mensile seminario «ristretto» (quasi altrettanto affollato) si svolgevano anche relazioni di «studenti» (spesso a loro volta docenti altrove). A qualcuno che ripetè più volte l'aggettivo «fallico» nell'analisi di un racconto di Henry James (The figure in the Carpet, molto caro al filosofo), Derrida sbottò contro l'inflazione del termine chiedendo a voce alta: «Ma dove comincia il fallico?». Questione non banale, coerente con un insegnamento che invita a ripensare i margini e i dualismi del pensiero e delle istituzioni.

Tuttolibri La Stampa, 7 marzo 2009

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