29.3.18

Filippo Turati e noi (Carlo Rosselli)


Dopo la morte di Filippo Turati (marzo 1832) Carlo Rosselli pubblicò sul n.3 di “Giustizia e Libertà” (giugno 1932) un saggio dal titolo Filippo Turati e il socialismo italiano, da cui è tratto il brano che segue. (S.L.L.)
Filippo Turati

Dopo le critiche, un po’ di autocritica.
La nuova generazione intellettuale, la nostra generazione, volle l’intervento dell’Italia in guerra o vi aderì fiduciosa; lo volle per una serie di motivi che non è possibile qui riassumere, nella convinzione profonda che si servisse in tal modo la causa della libertà e della pace e magari la causa della rivoluzione.
La generazione di Turati si oppose.
Per quanto sia ozioso disputare sul passato, per sapere come le cose sarebbero andate se si fosse seguito un diverso avviso, si può, si deve ben riconoscere che non noi eravamo nel giusto, non noi interpretavamo la volontà delle masse, ma piuttosto Turati. Il quale vide, previde, e misurò presto l'abisso nel quale stavamo precipitandoci. Non a torto da parecchi scrittori - il Salvatorelli in specie - si è insistito sul rapporto psicologico e storico tra le “radiose giornate" del maggio 1915, e il fascismo; vi era più freschezza, più ingenuità, più reale volontà di sacrificio nei giovani che correvano le strade gridando "guerra” e devastando negozi ed appartamenti tedeschi, che nei reduci che nel 1922 daranno l’assalto allo Stato, stipendiati dalla reazione. Ma nell'un caso come nell’altro complicità di governi, montatura di stampa, violazione della maggioranza legale.
Perché la nuova generazione non seguì Turati? Altro problema. Non lo seguì, perché egli parlava un linguaggio che non poteva capire, un linguaggio che lo faceva apparire fuori del suo tempo. Pareva che la sua opposizione, anziché derivare da un granitico convincimento, da una fede profonda, derivasse da uno scetticismo fondamentale, pregiudiziale, da un calcolo troppo materiale, meschino e attuale degli interessi generali e di classe. L'agnosticismo, come il neutralismo, non ha mai conquistato nessuno; e il pacifismo in tanto può sollevare entusiasmi in opposizione a una guerra esistente in quanto si trasformi in una guerra alla guerra, in guerra civile.

Citato in Mario Isnenghi Ritorni di fiamma, Feltrinelli 2014

1 commento:

Giuseppe Carlo Marino ha detto...

E' un brano ben scelto. Un brano di grande attualità sul quale, oggi, le generazioni che rischiano di essere definitivamente travolte dovrebbeo riflettere.

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