6.4.18

Le donne di Messina. Come lavorava Vittorini (m.r.)


Le donne di Messina è il titolo di un romanzo di Elio Vittorini, non giudicato tra i più riusciti, neppure dallo stesso autore. Ne uscì una prima edizione per Bompiani nel 1949, una seconda, modificata anche in aspetti essenziali, vide la luce per lo stesso editore sul finire del 1964. Su “l'Unità”, in ottobre, sotto il titolo Allegoria e realtà nelle “Donne di Messina”, un breve articolo e una breve intervista all'autore danno conto dell'imminente arrivo in libreria della nuova edizione del romanzo. Mi è parso utile riprenderlo, perché mi pare che – parlando di sé – Vittorini racconti molto del suo modo di fare i libri (editing si direbbe oggi), anche quelli degli altri.
La sigla m.r. quasi certamente rimanda a Michele Rago, che al tempo era uno delle firme più presenti nelle pagine culturali del quotidiano del Pci. (S.L.L.)

A giorni i lettori troveranno in libreria la nuova edizione del libro di Elio Vittorini, Le donne di Messina. Il romanzo apparve per la prima volta in volume nel 1949, dopo essere stato pubblicato a puntate successive su «La Rassegna d'Italia», diretta da Francesco Flora. Spesso Bompiani aveva manifestato l'intenzione di ristamparlo, incontrando ogni volta l'opposizione dell’autore. Finalmente Vittorini è tornato sulla propria opera, ma ha dovuto rielaborarla ampiamente e riscriverne alcune parti. Più che una riedizione è, quindi, una versione nuova, la quale susciterà interesse anche in chi vorrà capire cosa s’è mosso - sotto l'apparente silenzio - nella storia letteraria personale dello scrittore. Le donne di Messina è, infatti, un libro scritto subito dopo la Liberazione. Di un gruppo di gente raccogliticcia, fermatosi a ricostruire dalle macerie un villaggio abbandonato sull'altipiano appenninico e a riscattare la terra, si distingueva la storia di «Faccia cattiva», un personaggio che più degli altri aveva, come fascista, un passato da dimenticare. Nato in quel clima, il libro era allegorico sin dal titolo: le donne di Messina abituate dai terremoti a «portar pietre e calcina» per rifare le proprie case. L'affresco era svolto sopra un movimento musicale di coro e di singole voci che echeggiavano motivi e conflitti del tempo e, anzitutto, la contraddizione fra interessi della vecchia società proprietaria e l'atmosfera di rinnovamento di quei mesi immediatamente successivi alla fine della guerra. Fra i libri di Vittorini i questo il tentativo più accentuato di costruire un romanzo secondo precise strutture senza abbandonare le risorse di un linguaggio lirico, nel quale confluivano tuttavia recuperi della tradizione narrativa italiana, a partire dal filone manzoniano. Durante un incontro con lo scrittore abbiamo avuto occasione di rivolgergli alcune domande sui motivi e sui modi di questo suo lavoro. 
“Le ragioni per le quali sono tornato su questo libro — ha detto Vittorini — sono molto semplici. Il libro non mi soddisfaceva sin dal principio. Non è che volessi cambiare la struttura, ma ci sentivo sbagli nel suo stesso genere. Non ho voluto annullare o cambiare un genere con un altro, un tipo con un altro, una struttura con un’altra. Semplicemente ho voluto correggere quelli che mi sembravano gli errori commessi all’interno della sua stessa prospettiva, della stessa struttura.

D. Questa mancanza di rigore interno riguarda anche i riflessi del clima postresistenziale nel quale il libro fu concepito?
R. No, il clima è la parte della prospettiva ch’è rimasta intatta. Solo che mi dava noia nel mio stesso lavoro di ricerca, nello sforzo di rinnovamento, avere alle spalle questa cosa non riuscita. In un primo tempo, cioè nel 1952, quando ci sono tornato una prima volta, ho lavorato sempre sulle vecchie copie del libro. Erano correzioni a margine, tagli, rimpasti. Nel 1957 ci sono tornato di nuovo. E anche allora ho riveduto e tagliato. Restava insolubile il problema della terza parte, giacché la terza parte, così com’era, la trovavo assolutamente falsa, assolutamente mancata. Mancata non solo rispetto a se stessa, nel rigore strutturale interno; mancata rispetto alla storia, rispetto al clima di quel momento. Potevo accettare l’esperimento di un gruppo umano che per caso fa così perché c'è un'atmosfera in quel particolare senso e c’è quella determinata spinta. Ma non potevo accettare la soluzione e la durata. Da quei momento il libro diventava astratto, fuori da quello che mi pare sia stata allora la realtà italiana.
Di qui il bisogno di riscrivere l’ultima parte. Il centro del libro si sposta. Non è più il personaggio principale, l’uomo colpevole che vuole riscattarsi volontaristicamente e non può che riscattarsi partecipando al lavoro comune. Verificando il rigore interno della vicenda rispetto alle storia del momento, mi son dovuto convincere che il personaggio è secondario. Il centro mi si è spostato allora verso il rapporto, l’effettivo rapporto fra il gruppo e il resto del paese. A un certo punto quelli del gruppo si accorgono d'essere isolati. Sono proprio i partigiani che glielo vanno a dire. Quelli del gruppo sono respinti, decaduti alla condizione di contadini, mentre i contadini isolati perdono mordente nella vita sociale del paese.

D. In quale senso allora risulta modificata internamente la struttura narrativa?
R. Scrissi Le donne di Messina all’epoca del “Politecnico”. In quel periodo io polemizzavo molto contro certe interpretazioni costrittive del realismo socialista. Polemizzavo, e non m’ero accorto che, narrando, mi trovavo dentro il realismo socialista. Anzi, proprio dentro gli errori e gli aspetti di velleitarismo che polemicamente rimproveravo al realismo socialista. Gli atteggiamenti assunti nella parte saggistica del mio lavoro erano contro. Nelle Donne di Messina c'era non solo una prova, ma una prova mal riuscita di realismo socialista. E il mal riuscito mi pare che venisse dal fatto di assumere quanto della vecchia tradizione naturalistica il realismo accettava senza bisogno. Di lì la necessità di centrare il libro sopra un personaggio che è cattivo a priori e che però è anche buono a priori, secondo una particolare concezione del mondo. Perciò questa lotta interna veniva presentata nel singolo uomo, cosa che ho trovato poi insoddisfacente. In pratica, mi pare di aver compiuto un’operazione antiallegorica. Il gruppo che finiva per essere quasi un’allegoria nella società è ridimensionato nella sua misura con la società. Naturalmente ho dovuto rispettare la condizione del romanzo, anche nella scelta linguistica. Ho eliminato molte cose vecchie, evidenti; ho dovuto tagliare anche pagine che si potevano giudicare «riuscite». Ma senza rifiutare l’insieme, il contesto del libro, che appartiene a un momento della mia storia. Questo ho dovuto rispettarlo.

“l'Unità”, 25 ottobre 1964

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