L’orgoglio di Saverio
Vertone era immenso e bellissimo, un peccato che gli guadagnerà
diecimila paradisi. Spuntava ruvido, abrasivo come il suo carattere
di carta vetrata, e a tratti suonava come un Leitmotiv wagneriano,
sempre esprimeva una geniale dissonanza, regolarmente pagata come un
pegno per la dignità del suo modo di vivere. Il padre era un
colonnello dell’esercito italiano morto in Russia. “Che cosa ne
pensi”, aveva scritto nell’ultima lettera alla moglie, una
Grimaldi di Venezia chiamata Tilin e molto amata, “del possibile
ritorno del tuo terribile marito?”. Per amore orgoglioso del padre,
il giovanissimo Saverio, che era nato a Mondovì e studiava nel liceo
di Cuneo da cui la meglio gioventù si precipitò a riempire le file
di una fulgida resistenza di montagna all’occupante tedesco,
alleato divenuto nemico, si arruolò senza tentennamenti nella
Repubblica sociale e fu ferito. Visse i giorni della Liberazione di
Cuneo nascosto e protetto dagli amici vincitori, perdente lui, e che
perdente, nel segno dell’infinita precarietà e dell’ostracismo
obliquo a cui si sottoporrà, con dolore ma tutto sommato volentieri,
negli anni della Repubblica democratica.
Fu magazziniere alla Fiat
poco più che ragazzo, si trasferì a Torino dove è morto in casa
assistito da quell’incanto di giovane moglie, Rosalba Bertolini, e
studiò irregolarmente, prima medicina e poi lettere classiche. Non
si laureò mai perché ebbe in prestito dal grande glottologo
Benvenuto Terracini un libro raro, che abbandonò sulla panchina di
un parco e non poté mai restituire al suo relatore di laurea. Il suo
orgoglio era puro e severo, ma sempre equilibrato dalla distrazione,
dalla passione, dall’incuranza di sé, da una generosità abissale.
Si forgiò un’alta e rigorosa cultura di germanista, nutrita e
speziata da letture onnivore, dalla politica, che amò mai veramente
ricambiato, e dall’ideologia. Torino e la seconda metà del
Novecento, l’amicizia e l’inimicizia, il combattimento senza
pace: queste le sue patrie, e non è facile pensare a un senso della
nazione, a un’italianità fervorosa, cosmopolita dal di dentro di
confini certi, paragonabile alla sua.
Fu straordinario causeur,
intellettuale versatile che amava teatro e musica senza
ostentazioni, fu scrittore e saggista e giornalista di eccezionale
valore e a un certo punto, traguardo cercato con sovrana sprezzatura,
perfino di successo. Come tutti gli orgogliosi di talento, fu spesso
umiliato e offeso. Ma era di ferro, se ne andava per la città con
passo militare, deglutiva e risputava l’insolenza del mondo, e la
sua stessa insolenza, restituendo i colpi e uscendo sempre blasonato
da atroci sconfitte mondane. Come fascista adolescente, visse la
festa della Repubblica in clandestinità. Comunista del Pci, visse
gli anni Cinquanta e il boom al margine degli apparati, e compatito
dalla nuova classe dirigente liberale che intanto gli si faceva ricca
intorno e non capiva le sue abitudini austere, le sue passeggiate
solitarie, la sua eccellente disintegrazione sociale. Loro giocavano
a tennis, lui giocava a bastonga con il suo amico Luciano Pistoi, il
grande mercante d’arte. Il gioco da samurai consisteva in un grido
e nell’aggressiva rotazione aerea di un bastone, Saverio lo prese
nei denti e gli si ruppero precocemente tutti. Ma restò grande e
dolce il suo sorriso, felice rimase la sua risata, unico il suo
charme di maledetto beniamino della vita che chiamava amore
soprattutto quando litigava di brutto, interrompeva relazioni
speciali, si licenziava o veniva cacciato dalla Rai e da ogni dove si
intuisse una prospettiva di stabilità, affrontava la tempesta futile
e violenta del 1968 con sensibilità coriacea, da vero duro. A
Milano, faceva l’editor presso l’editore De Donato, fu visitato
dai contestatori culturali, giovinastri che lo appesero al muro e
spensero le cicche delle sigarette sui divani in segno di sfregio: è
un suo racconto, terrorizzato ma spiritoso e allegro, con il quale
allietava gli amici negli anni Settanta.
Se ne andò dal Pci
quando il Pci se ne andò da sé stesso, e il nuovo partito era
troppo corpulento e integrato per uno come lui, e al tempo del primo
ribaltone passò a sorpresa nel partito dei professori, addirittura
con Berlusconi. Durò poco. Berlusconi aveva capito il suo valore e
gli chiedeva immagini per i discorsi, come più tardi farà il
professor Tremonti, ma una volta gli contestò amabilmente piccato di
non avere applaudito un suo discorso in non so più quale riunione di
partito. Ripassò a sinistra, dove fu eletto a sorpresa e a scorno
dei competitori per una seconda legislatura da senatore, la sua unica
vera vittoria in una lunga vita incoronata dall’assenza di
prestigio sociale e da un’autorevolezza molto torinese e molto
segreta. Era stato corrierista e aveva scritto per qualche anno
puttanate vagamente forcaiole (in cui non credeva) contro la
Repubblica dei partiti. Amava così tanto sbagliare, pentirsi, pagare
per i suoi errori, rinascere alle sue vere idee con freschezza e
innocenza di cuore. Un amico meraviglioso, anche di questo giornale,
un rasoio di intelligenza, un gentiluomo sempre scorretto, un
italiano di cui vantarsi.
"Il foglio", 1 luglio 2011
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