20.12.16

“Franco Fortini, un testimone della classicità oltre il '900”. Intervista a Giovanni Giudici (M. Massari)

Franco Fortini
LA SPEZIA. C'era un ufficio, alla Olivetti a Milano, con due scrivanie: quando nel 1958 Giovanni Giudici prese il suo posto in quella stanza si trovò di fronte Franco Fortini. Prima timidamente poi intensamente i due intellettuali scoprirono l'amicizia. A Milano li univa la poesia, alla Spezia la visione del mare. Franco Fortini e Giovanni Giùdici per anni si sono scambiati fogli e impressioni, là nelle nebbia lombarda. Poi si sono sistemati in questi promontori di profumi: Fortini con la finestra rivolta alla Bocca di Magra di Vittorio Sereni e Elio Vittorini. Giudici con lo sguardo teso agli anfratti di Byron e Shelley (Un poeta del golfo è il titolo del suo ultimo libro di versi e prose che Longanesi manda in libreria in questi giorni).
Giovanni Giudici
Giovanni Giudici, lei si è trovato gomito a gomito con Fortini In un periodo cruciale, dopo la pubblicazione della raccolta di saggi «Dieci Inverni» - del 1957 e prima dell’uscita del versi «Poesia e errore» del 1959. Che ha rapporto ha avuto in quel momento con Fortini?
A quell'epoca ho avuto con Fortini una frequentazione quasi quotidiana, dovuta in parte a questioni lavorative, in parte ad una nostra scelta. Al tempo in cui andai a lavorare alla Olivetti in via Baracchini, lui era già diventato consulente ma quasi ogni giorni ci incontravamo. Fortini ha avuto una grande vocazione pedagogica. Confesso che gli devo molto in termini di formazione personale, sentendomi al suo cospetto quasi come un ripetente; ho imparato da lui a studiare molte cose e soprattutto a lavorare sui testi poetici. È stato Fortini a introdurmi negli studi di Hegel e di Lukacs, è stato lui a farmi conoscere Giacomo Noventa, la sua spiritualità aristocratica e la sua vena popolare. Per due-tre anni la nostra è stata una consuetudine importante, prima privata e poi sostanziale. Col tempo i nostri rapporti si sono allentati, come spesso avviene nella vita delle persone e nelle storie di amicizia. Negli ultimi venti anni, la nostra è stata una frequentazione saltuaria e sporadica anche se il confronto si è mantenuto a distanza.
L'ultima volta che l'ho visto, due anni fa, è stato a Bocca di Magra, dove si pensava di fare qualche iniziativa per ricordare Vittorio Sereni. La sua malattia è stata devastante, molto crudele con lui. Leggevo i suoi articoli su «L’Espresso» e capivo che stava dosando le forze per continuare a esprimere il suo pensiero sino alla fine. '

C’è stato uno scambio di informazioni anche sul piano più strettamente poetico tra voi?
C’era una sorta di complicità non dichiarata, direi quasi cauta. Io gli facevo leggere molte delle mie poesie, alcune delle quali furono poi pubblicate su «Menabò». Anche lui mi fece leggere delle poesie: ricordo «Poesia delle rose», che ritrovo oggi in un vecchio dattiloscritto con molte sue varianti autografe, e ricordo una poesia intitolata «Una risposta», un testo dedicato all’amico Valentino Bucchi. Conservo ancora un biglietto scritto a mano da Fortini, accluso alla rivista che all’epoca pubblicò la poesia: «Leggi, lettore buono: ma, ti scongiuro, non leggere quasi dovessi tu scrivere: vizio a noi due comune...». Quello era il periodo a cavallo del libro «Poesia e errore», con chiaro riferimento a un famoso titolo di Goethe che era «Poesia e verità».
Ho sentito la sua vicinanza come un privilegio perché lui ha contribuito a cambiare o meglio a far diventare se stessa la mia poesia. Mi ha stimolato a superare la dimensione del Novecento, a rileggere i classici delle letteratura europea. .

L’avversione di Fortini verso la politica come mezzo per conquistare il potere, lo colloca in una dimensione fortemente critica dell'esperienza italiana. Come lo definirebbe in termini politici?
Un compagno scomodo. Nonostante le apparenti spigolosità delle sue posizioni, Fortini è stato un punto di riferimento costante di tutta la sinistra. Il suo procedimento era dialettico, le sue aperture e il suo lucido intellettualismo invitavano a capire più a fondo i processi politici. In questo senso Fortini ha mostrato una grande versatilità, sia nei suoi saggi che nelle sue poesie.

Qual è stato il periodo che vi siete frequentati con maggiore assiduità?

Quello della elaborazione dei «Quaderni pacentini». Ricordo un inverno, quello tra il 1962 e il '63, quando ci riunivamo in una biblioteca di Corso Venezia a Milano. Per tutto quel lungo inverno abbiamo letto Teoria del romanzo di Lukacs. Fortini dirigeva questa lettura, a cui partecipava una decina di persone, tra cui Bellocchio, Bologna, Scabia e Grazia Cherchi. Ognuno di questi, a ogni tornata, a ogni seduta, era incaricato di fare una relazione e di verbalizzare la discussione. È un fatto che, a ripensarci, mi commuove. Oggi non lo farebbe più nessuno.

Gli autori preferiti di Fortini erano quelli che tradusse?
Fortini aveva molti interessi. Certamente Paul Éluard. Studiò sempre a fondo Goethe sino ad elaborare la traduzione integrale di «Faust». Il suo punto di riferimento politico era Bertold Brecht. Ma più in generale Fortini possedeva un senso di curiosità per la cultura umana. Basta leggere la voce «Classico» da lui scritta per l’Enciclopedia Einaudi. Puntualità e rigore si accompagnano ad una alta capacità di scrittura. E la sua costante citazione di classici non va intesa come un vezzo intellettuale ma come una materia dalla quale trarre spunti per il presente.

Come va interpretata la religiosità di Franco Fortini?
Era una persone piena di rigore e di fede nella trasformazione. Uno spirito fortemente religioso, dissipando ogni equivoco sul termine, con una sua precisa escatologia e uno specifico regno dei fini. Non so se ha fatto professione di ateismo, so che il suo essere religioso gli veniva dal periodo passato a Firenze, quando lui si era avvicinato al mondo evangelico. Il suo spirito religioso non va inteso come culto ma come richiamo alla legge, a qualcosa che sta sopra di noi.

E il Fortini insegnante, com'è stato?
Ha svolto con precisione e diligenza il suo ufficio di insegnante, prima nelle scuole medie, poi negli istituti tecnici e quindi all'Università di Siena. Spetta dunque ai suoi alunni un giudizio. Ma, ripeto, conoscendo le sue capacità pedagogiche, credo che lo abbia svolto nella maniera più confacente.

Qual è l’ultimo messaggio che Fortini ci lascia?
È racchiuso nel libro di poesie dal titolo profetico, «Composita solvantur», da poco uscito da Einaudi,- che segna il momento più alto della sua lirica e un momento altissimo della poesia di questi anni. Per uno strano gioco del destino domenica prossima avrebbe dovuto ricevere a Empoli il premio Pozzale. Forse sarebbe stata quella l'occasione per il suo ultimo messaggio. Ma basta un verso soltanto di quel libro per ricordarcelo: «Proteggete le nostre verità», un verso che rimanda a «Poesia e errore»: «Lasciateci la nostra verità/ imperfetta, umiliata:/ tra la rivoluzione che è passata/ e quella che verrà».


l'Unità, martedì 29 novembre 1994

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