8.3.16

Aldo Capitini. Un maestro fuori dalle Chiese (S.L.L.)


“Il Ponte”, la prestigiosa rivista fondata da Piero Calamandrei, ha oggi la sua casa in via Manara a Firenze, all'interno di un edificio un po' malandato sede di una casa del popolo, un ambiente di gusto retrò tra una bandiera della Fiorentina e la falce e martello di un piccolo partito comunista. Prima della breve chiacchierata sull'edizione fresca di stampa degli Scritti politici di Capitini, consumiamo in piedi un pranzo frugalissimo nel baretto: una piadina, in verità eccellente, innaffiata dalla spuma. La ragazza al banco segue attenta i nostri conversari e chiede spiegazioni sulla “religione aperta”: noi le raccontiamo dello “sbattezzo” di Capitini.
Dieci minuti dopo, in redazione, tra scaffali zeppi di libri e riviste, davanti a una grande scrivania Marcello Rossi racconta: “Fino al 43 l'antifascismo di Calamandrei conservava un fondo piccolo-borghese. È dopo il soggiorno ad Amelia, dove si è rifugiato, che la sua visione comincia a cambiare, specie da quando ha notizia del figlio Franco comunista e gappista. Ancora di più cambia nella Firenze liberata del 1945 dove un gruppo di giovani intellettuali – primo fra tutti Tristano Codignola - ha combattuto nella Resistenza e spinge per un impegno politico pieno e diretto, in cui cultura e moralità si mettano al servizio di un'Italia nuova. Vengono dalla cospirazione antifascista e simpatizzano per il “liberalsocialismo” di Capitini, integralmente socialista, più che per quello di Calogero. Più d'uno sceglie di militare nel partito d'Azione, ma sono lontani sia dal socialismo liberale degli eredi torinesi di Carlo Rosselli sia dalla liberaldemocrazia di La Malfa. L'humus è certamente capitiniano”.
Rossi, direttore de “Il Ponte”, è orgoglioso di questa storia, che spiega l'impegnativa riproposizione in questo 2016 da parte della rivista e della casa editrice collegata del pensiero di Capitini. Non c'è solo la ponderosa raccolta degli scritti politici del pensatore perugino tra il 1935 e il il 1968, ma anche un volumetto della collana di Classici, distribuito con il numero di gennaio della rivista, che comprende due scritti del 1968, l'anno in cui la morte stroncò un'attività resa più febbrile dai grandi movimenti collettivi che attraversavano il mondo: Attraverso due terzi di secolo e Omnicrazia: il potere di tutti.
Lanfranco Binni è un po' infastidito dall'uso del termine “antologia” per la raccolta pubblicata dal “Ponte”: “Antologia pone l'attenzione soprattutto sulla scelta e su chi sceglie. Qui l'autore è Capitini e l'itinerario tracciato è autorizzato dalle sue stesse riflessioni”. Alla mia provocazione sull'inattualità del filosofo della nonviolenza in questo tempo di intolleranze, di chiusure, di guerra globale, reagisce dicendo che è giunto il tempo di recuperare in tutta la sua complessità Capitini contro le immagini stereotipate e riduttive. Rossi ricorda anche l'interpretazione di Bobbio, a suo avviso fuorviante, mentre Binni giudica una vera e propria falsificazione la trasformazione di Capitini in una icona “pacifista” e “buonista”:“La figura complessiva di Capitini è quella di un rivoluzionario e la sua intransigenza come i suoi pensieri lunghi sono una risposta concreta alla crisi del nostro tempo. Credo che sia esemplare il suo tenere strettamente collegate l'elaborazione teorica e la pratica politica nella dimensione dell'esperienza. L'esperienza dei Cos che richiama e perfeziona le forme novecentesche di democrazia diretta, di potere dal basso è esempio di costruzione di una nuova socialità fondata su soggettività fortemente autonome. Il prendere la parola è un autoformarsi, un farsi centro anche da parte di chi è più povero di reddito e di risorse. Punto di partenza è una dichiarazione di estraneità alla realtà data dell'oppressione, è la noncollaborazione e la nonmenzogna. Marcello Rossi, dal canto suo, appare convinto che nel “potere di tutti” di Capitini si possano trovare indicazioni feconde per rispondere ai drammatici dilemmi che il Novecento ha lasciato irrisolti e il millennio nuovo ci ripone intatti, le questioni della pace e della guerra, del socialismo, della libertà.
Da Perugia – secondo Binni - può venire un aiuto perché il rivoluzionario della “compresenza” e della “nonviolenza” possa incontrare le nuove generazioni: “Bisogna mettere a disposizione le sue opere, i suoi archivi, i suoi luoghi”. Parla della casa natale di Capitini, della parte della sua biblioteca allocata a San Matteo degli Armeni e ci dà una bella notizia: all'archivio di Stato si sta costruendo un portale telematico dedicato a Capitini: sarà possibile accedere a una gran mole di testi la cui pubblicazione integrale è quasi impossibile, appunti, lettere, verbali dei Centri di Orientamento Sociale(COS), una esperienza di democrazia di base che si sviluppò tra Umbria e Toscana.
Il tempo stringe. Si va via, alla stazione, e intanto si parla di persone che hanno hanno avuto rapporti con la rivista, talora ricordate in numeri speciali in bella evidenza nella sede della redazione. Marcello Rossi racconta: dei tic di Sebastiano Timpanaro, della parsimonia di Tristano Codignola, dei contatti con Mario Mineo. Saranno di questo genere, maestri fuori dalle Chiese, le risorse su cui dovrà fare affidamento questo tempo sbandato, le “compresenze” su cui le nuove generazioni conteranno per fondare il tempo dell'uguaglianza e della libertà? Non so dirlo, ma come dice Binni, c'è materia per una Quinta Internazionale; forse per una Sesta e una Settima.

"micropolis", febbraio 2016

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