8.6.12

Sottoprodotti. Storia di P.

Abita vicino a casa mia, nel centro storico di Perugia, dove credo che abbia acquisito un palazzo storico. Lo incontro di tanto in tanto, specialmente la domenica, gentile e sorridente.
Chi lo conobbe in gioventù ricorda una sua simpatia per la socialdemocrazia: per quella scandinava e tedesca certo, ma anche per il malfamato partito di Tanassi e Nicolazzi. Ma non è detto che ricordi bene.
Certo è che, dagli ultimi anni settanta, senza perdere gli ancoraggi con il lago Trasimeno e le lacustri colline donde proveniva, divenne perugino di città e dimostrò inattese capacità di rapporto con il complicato mondo dell’imprenditoria edile piccola e grande, specie nel ruolo di assessore al Comune, non ricordo bene se all’urbanistica o ai lavori pubblici.
Si era negli anni ottanta e la politica della sinistra perugina e umbra gradualmente abbandonava i ritegni del passato e sposava il mito della crescita che - per gli amministratori locali - perfettamente coincideva con il ciclo del cemento. Cominciava l’urbanistica contrattata e la moltiplicazione delle varianti. Forse tra comunisti e socialisti c’era ancora qualche presunzione di governare lo “sviluppo”, ma ben presto, tra gli uni e tra gli altri, si sarebbe affermata la tendenza ad assecondarlo, quale che esso fosse.
In questo P. era un vero precursore: non si limitava a “sgamare” i progetti dei costruttori locali su questa o quell’area del vastissimo territorio cittadino, ma talora  ne anticipava addirittura i pensieri.
Nel Pci del tempo, che aveva ancora tratti chiesastici, disturbava un po’ l’eccesso di intraprendenza: dal Comune lo rimossero e lo promossero presidente, alla Provincia. Promoveatur… con quel che segue.
Fu a quel tempo che ne feci diretta conoscenza. Era entrato nel ruolo degli insegnanti, ope legis, senza aver esercitato l’arte se non nei ritagli, per via delle cariche occupate. Ma non poteva più rinviare l’anno di straordinariato, quello attraverso il quale si otteneva la conferma. Prestò dunque la sua opera alle magistrali, ove anch’io insegnavo, e faceva i salti mortali per stare a scuola il meno possibile, pur risultando in servizio a tutti gli effetti. Immagino che fosse una sofferenza per lui e una pacchia per le allieve più pigre, tranne che per quelle dell’ultimo anno che temevano gli esami di stato.
Era cortese ed umile, senza nessuna arroganza  o spocchia da seconda repubblica, in questo assai lontano dai presidenti della Provincia attuali, vanesii fino al ridicolo; alle riunioni di insegnanti veniva, ma appena poteva scappava verso il suo ufficio, nel vicinissimo palazzo della Prefettura e della Provincia, quello che aveva sottomesso la storica Rocca di papa Farnese.
P., da assessore e da presidente, aveva sempre partecipato con impegno alle attività dell’associazionismo tra amministratori locali. Quando cessò dalla carica, ebbe un incarico in quelle associazioni e nel 95-96, tentò di ottenere una candidatura alla Regione o in Parlamento.
Invano. Nel nuovo partito che sostituiva il vecchio Pci, il Pds, per la sua capacità di sviluppare relazioni pubbliche era simpatico ai tesorieri come già nel Pci, ma non altrettanto ai segretari. Nel 96, però, a sorpresa, lo si ritrovò capo di gabinetto del ministro Burlando e conservò il ruolo con il successore di costui, un veneziano se non ricordo male. In quella strategica postazione si trovò ad affrontare la ricostruzione post-terremoto, mentre Rita, l’amica folignate del Baffino, addirittura presiedeva la commissione Lavori Pubblici della Camera.
Finita l’esperienza paragovernativa il nostro tornò a Perugia. Gli diedero da presiedere la società dei trasporti e poi quella del costruendo Minimetrò. Era diventato uno specialista in joint-venture  e si dimostrava un vero comunellista, cioè uno di quegli ex comunisti che ottimamente e volentieri facevano comunella con costruttori, capitani coraggiosi e banchieri, condividendo cene, feste, viaggi, eccetera.
Mentre s’occupava di Perugia, otteneva anche altrove  ruoli da manager (come si dice in italiano, maneggioni?), uno dei quali di grande prestigio e remunerazione, alla guida della società che gestiva tutto il trasporto pubblico a Venezia e dintorni.
Da dieci anni e più il mio interesse per gli incarichi di questi sottoprodotti del Pci è andato scemando e non mi interesso punto di seguirne le carriere. P. lo vedo la domenica, ci salutiamo, ma non conosco i suoi impegni dirigenziali in Italia e nel mondo. Eppure ho l’impressione che abbia tuttora le mani in pasta. 

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