9.7.19

“In viaggio annoto i pensieri per non perderli”. Dacia Maraini, un'anima con la valigia pronta (Antonella Filippi)


Un destino di famiglia, un dna segnato dalla curiosità geografica. Forse anche dall'inquietudine personale. Con un padre come Fosco Maraini e una madre come Topazia Al-liata, Dacia non poteva che «essere nata viaggiando», come lei stessa afferma. I suoi primi ricordi sono memorie di viaggio: un mare in tempesta, gli odori dei dolci di soia giapponesi, le bombe che si staccavano dagli aerei/uccelli sul cielo del Giappone. Fin da bambina è stata una inarrestabile globetrotter: come dimenticare il sonno tra le braccia della mamma mentre fuori dal finestrino della macchina i lampioni si susseguivano, un, due tre, cento, mille? Da adulta ecco le esplorazioni dell'Africa nera delle savane e delle baraccopoli offuscate dai fiumi della diossina, della povertà di Addis Ababa e Nairobi, dell'Oriente alle prese con la distruzione delle proprie origini, delle città del Sudamerica con il loro passato prezioso; all'opposto i ricchi campus americani.
Prende appunti, Dacia, quando è in viaggio. «Quando parto sento il bisogno di annotare pensieri per non farli scappare». E questi pensieri sono diventati dei reportage dalle descrizioni suggestive e dalle attente analisi delle società e delle culture con cui, viaggiando, si è confrontata. I più interessanti li ha racchiusi in un libro dal titolo La seduzione dell'altrove (Rizzoli ed., 17.50 euro). In fondo un viaggio, nel suo scorrere, somiglia alla narrazione, sono due dimensioni che qui si muovono in parallelo, lasciando sbirciare altre esistenze, altri significati, altri sentimenti: così diversi, così uguali.
Aggiunge la Maraini: «Anche mia nonna Yoi nei primi anni del secolo scorso, è stata una grande viaggiatrice, ha girato il mondo da sola: un atto di grande coraggio, a quei tempi». I luoghi sono nomi, tappe, lei li connette alla gente: un viaggio nasce, cresce, invecchia e poi muore: come una persona. La Maraini ha viaggiato con Moravia, Pasolini, la Callas. Spiega: «I compagni contano molto, da soli è un po' triste. Sono indimenticabili gli spostamenti con Pierpaolo che cercava luoghi per i set dei suoi film in Africa, nel libro racconto anche l'esperienza sul lago Turkana con Alberto Moravia. Era un'Africa diversa, più tranquilla e senza lo spettro dell'Aids e delle guerre civili».

Il viaggio è anche dolore?
«È separazione, è il dolore di lasciare qualcuno che sia ama. Ma in trasferta si fanno pure i conti con le scomodità diurne e notturne, la possibilità di patire il freddo, il caldo, l'attesa, la noia, la nausea, il sapore di cibi che lo stomaco rifiuta, la vicinanza di persone estranee. E, come in ogni processo di conoscenza, ci si avvicina ad abitudini insolite, difficili da conciliare con i propri bisogni. I pacchetti tutto incluso annullano questo rischio, ma il viaggio che intendo io è quello zeppo di imprevisti, quello che ti fa muovere in macchina su strade che sono un inferno».

E come si supera l'impasse?
«Se si è veramente innamorati dell'ignoto, scatta la seduzione. C'è qualcosa di insensato nella smania di cambiare Paese, lingua, moneta, inseguendo sogni di bellezza, con la presunzione di voler violare segreti che non si fanno violare, di voler scavare in misteri che non vogliono accoglierti. Ma sono comportamenti propri dell'amore, della sua insensatezza, della sua gratuità, del suo disinteresse».

E poi c'è il fascino dell'esotico...
«Il vocabolario riferisce che il sentimento dell'esotico “è una predilezione per tutto ciò che è straniero”, un desiderio sognato che amplifica e abbellisce una civiltà lontana e sfuggente. L'esotico per un giapponese è l'Italia, ma è vero anche il contrario, perché il Giappone è fuori mano, è avvolto da un alone di mito e mistero. Flaubert detestava l'esotismo perché, secondo lui, falsificava la realtà, infatti non approvava le fantasticherie esotiche di Emma Bovary».

Il fascino, per alcuni il problema, di ogni viaggio è sempre là: la presenza dell'altro, la sua implacabile, irriducibile diversità, declinata in forme diverse ma tutte quasi impermeabili allo sguardo. In un mondo che ha paura dell'altro, scatta anche la paura dell'altrove?
«La conoscenza fa superare tutto, paure e inquietudini. È necessario creare e coltivare rapporti con l'altro: se ci chiudiamo nel nostro giardinetto dai muri alti, rifiutando ogni contatto, si va incontro alla fossilizzazione, alla morte».

Perché si viaggia?
«Per il piacere di viaggiare. E basta».

“asud'europa” - settimanale on line del Centro Studi Pio La Torre – 31 gennaio 2011

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