11.10.17

Castiglione di Sicilia, estate 43. Il primo eccidio compiuto dai tedeschi in Italia (Alfio Caruso)

Castiglione di Sicilia, Panorama, 2007
In quell’estate del 43, densa di mosche, di sofferenze, di morti, gli abitanti di Castiglione di Sicilia spiavano con occhi ansiosi i due accampamenti italiani e tedeschi impiantati alla periferia del paese. A Passo Pisciaro, già il nome pareva un programma, il generale Guzzoni, responsabile della 6a armata, aveva trasferito da Enna a metà luglio il proprio comando; a Picciolo Rovittello, dove oggi sorge un campo da golf, il generale Hube, a capo del XIV corpo d’armata, si era installato nella villa all’interno del noccioleto. Ai pochi compaesani, che frequentavano i due accampamenti per vendere uova, latte, verdure, frutta, conigli selvatici, quelli di Castiglione rivolgevano di continuo la solita domanda: se ne vanno?
A fine luglio le scarne notizie, che viaggiavano a dorso di mulo, avevano raccontato che gli americani di Patton si erano già insediati a Palermo, mentre giù nella piana di Catania l’8a armata di Montgomery non riusciva a sfondare la linea del Simeto. Attorno a questo fiumiciattolo compassato e sinuoso i paracadutisti tedeschi della Prima divisione e un pugno di raccogliticci reparti del regio esercito facevano muro da giorni. Nei notiziari di radio Londra era entrato di prepotenza il fosso Buttaceto, la trincea più avanzata da dove gli arditi del maggior Nino Bolla uscivano la notte per temerarie incursioni. Anche a Castiglione, via di transito fra Catania e Messina, sapevano che era una semplice questione di giorni, che tedeschi e italiani stavano sul punto di ritirarsi, che sarebbero giunti gli inglesi e la guerra avrebbe finalmente avuto termine. L'istinto però suggeriva di non fidarsi: malgrado i piccoli baratti, i crucchi incutevano paura.
Il loro generale, infatti, non amava l'alleato con le pezze al culo. Hans Valentine Hube era considerato uno dei più brillanti strateghi delle truppe corazzate. Nonostante l'età avanzata, sprizzava energia: soleva far seguire i propri ragionamenti da vigorosi pugni sul tavolo tirati con l'unico braccio rimastogli. A Stalingrado gli era stata affidata la guida dei 70 residui carri armati incaricati di rompere l'accerchiamento. Dopo il no di Hitler alla sortita, Paulus, il comandante in capo dell'armata inchiodata, aveva confidato nel suo ascendente sul Führer per convincerlo a predisporre la ritirata. Recatosi a Rastenburg per ricevere una decorazione, Hube era rientrato dentro la sacca con l'ordine perentorio di Hitler: nessuno si muova in attesa della spedizione di salvataggio. I rinforzi non erano giunti, era invece giunta la disposizione di mandare via Hube con uno degli ultimi aerei alzatosi in volo da Stalingrado. Sfuggito in gennaio all'inferno, il 15 luglio Hube aveva assunto la responsabilità del XIV corpo d'armata in Sicilia. Da subito aveva preso a esautorare Guzzoni e i suoi collaboratori. La sera del 1° agosto aveva invitato a cena in villa il collega italiano e il capo di stato maggiore, Faldella. A Guzzoni l'invito puzzava e aveva piazzato attorno al noccioleto un battaglione di guastatori pronto a intervenire. In effetti si trattava di una trappola. In quelle ore Kesserling avrebbe dovuto occupare Roma e arrestare la famiglia reale. Al termine di estenuanti discussioni il maresciallo aveva però convinto Hitler a soprassedere e anche Hube era stato costretto a comportarsi allo stesso modo con gli ospiti. Aveva tuttavia ordinato a Guzzoni di non trasportare oltre lo Stretto l'armamento pesante e i veicoli: una precauzione in vista del futuro scontro già previsto dai vertici della Wehrmacht.
Il 10 agosto Hube e i reparti del quartier generale s'avviarono verso Messina: l'evacuazione della Sicilia era fissata per il 16. L'11 un cingolato e quaranta granatieri entrarono a Castiglione: dovevano prendere prigionieri più civili possibile. Quanti tentarono di sottrarsi vennero abbattuti dalla mitraglia. Alcune donne accorse a difendere figli e mariti furono buttate giù dai balconi. In meno di un'ora una ventina di persone giacevano uccise sul selciato. Nino Lomonaco, attento custode di questa memoria, ricorda, però, che un soldato non denunciò un poveraccio nascosto nel soffitto e un altro mostrò la medaglietta del battesimo e ripetè diverse volte «cattolic», «cattolic» alle madri e figlie terrorizzate. Poi si accontentò di un bicchier d'acqua e uscì.
Nella stalla comunale furono rinchiusi oltre 300 uomini. I tedeschi annunciarono che sarebbero stati fucilati. Ma il parroco, padre Giosuè Russo, coadiuvato da suor Amelia Casini avviò una drammatica trattativa con gli ufficiali. L'esecuzione era stata annunciata per la mattina del 13. Trascorsero quarantott'ore di spaventosa tensione. All'alba del 13 i tedeschi abbandonarono Castiglione. Mai si è saputo se sia intervenuto un ordine superiore o il timore di essere raggiunti dalle avanguardie di Montgomery. I 300 erano salvi, ma delle 20 vittime della prima strage nazista in Italia, quando eravamo ancora alleati, nessuno si sarebbe più curato. Meno ancora dei responsabili.


“La Stampa”, 7 agosto 2007

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