La storia di Edmondo
Peluso è stata raccontata da Didi Gnocchi in un bel libro (Odissea
Rossa, Einaudi, 2001).
Napoletano di nascita, socialista internazionalista (si proclamava
“cittadino del mondo”), già vicino a Lenin e a Trotzky alla
conferenza contro la guerra di Zimmerwald, era stato nel 1921 tra i
fondatori del Pci. Uomo dai molti mestieri, stimato personalmente da
Lenin come giornalista, fu collaboratore dell'“Ordine Nuovo”,
redattore e per qualche mese direttore de “l'Unità”.
Un
suo articolo di denuncia della condizione in carcere di Antonio
Gramsci e di Umberto Terracini comparve nel 1930 nella stampa
comunista tedesca e mise in allarme la polizia fascista su una sua
presenza in Italia, che molti ritengono probabile in quel periodo.
Viaggiò comunque molto in Europa e in Asia in collegamento con
l'Internazionale Comunista, finché alla metà degli anni Trenta non
si stabilì a Mosca. Scomparve nel buco nero delle purghe staliniane
fino alla sua fucilazione senza processo, nel 1942. La data della sua
morte fu resa nota solo negli anni del “disgelo”, dopo il XX
Congresso del Pcus, quando anche la magistratura sovietica gli
concesse una piena riabilitazione.
Ciò
nonostante la sua vicenda fu rimossa e il suo nome fu
sistematicamente taciuto dalla stampa comunista italiana, come quello
di altre numerose vittime dello stalinismo tra gli italiani
antifascisti emigrati in Russia, ma in maniera ancora più grave
giacché Peluso era stato dirigente di alto livello del Pci. Franco
Fortini che di questa tragedia scrisse più volte era convinto, non
senza ragione, che questa rimozione, divenuta nel tempo oblio
generalizzato, esprimesse la difficoltà del partito a fare fino in
fondo i conti con lo stalinismo anche dopo lo “strappo” di
Berlinguer e negli anni di Natta e di Gorbaciov.
Ne
è riprova secondo me emblematica l'inserto monografico (“Il
Contemporaneo” era la testata di questa sezione relativamente
autonoma) inserito nel numero 8 del settimanale del Pci, “Rinascita”,
di sabato 28 febbraio 1987. Il tema era Gramsci nel mondo,
collegato al cinquantenario
dalla morte del fondatore del Partito, e lo speciale conteneva
contributi di eccellente livello come quelli di Glotz, Hobsbawm e
Buttgieg. C'era nella copertina un disegno che rappresenta Antonio
Gramsci di spalle, un disegno a china che probabilmente accompagna
una lettera, sotto il quale si legge il titolo (Antonio
scrivendo), seguito dai saluti e
dalla data, 15 agosto senza indicazione di anno.
La
didascalia a stampa è sorprendente: “Anni 30. Antonio Gramsci
visto dal pittore E. Peluso”.
Orbene, Edmondo Peluso disegnava piuttosto bene e dipinse anche qualche quadro, ma denominarlo “pittore” è davvero troppo. Non so dire se i responsabili della pubblicazione, nessuno dei quali con nostalgie staliniane o brezhneviane (Ledda e Ottolenghi erano direttore e vicedirettore e Chiarante, ex direttore, curatore dell'inserto), ignorassero chi era Peluso o volessero (ancora?) glissare sul passato stalinista del partito e non so dire quale delle due cose sarebbe più grave. Certo è che, ancora una volta, il diavolo si nasconde nei dettagli.
Orbene, Edmondo Peluso disegnava piuttosto bene e dipinse anche qualche quadro, ma denominarlo “pittore” è davvero troppo. Non so dire se i responsabili della pubblicazione, nessuno dei quali con nostalgie staliniane o brezhneviane (Ledda e Ottolenghi erano direttore e vicedirettore e Chiarante, ex direttore, curatore dell'inserto), ignorassero chi era Peluso o volessero (ancora?) glissare sul passato stalinista del partito e non so dire quale delle due cose sarebbe più grave. Certo è che, ancora una volta, il diavolo si nasconde nei dettagli.
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