26.8.15

Dilettevole e utile. L'instancabile Camilla Cederna (Natalia Aspesi)

Camilla Cederna
“De gustibus!”. Lo dicevano le signore di Milano, scuotendo la testa, per manifestare, elegantemente, la loro disapprovazione; lo diceva Franca Valeri, manicure avida di raffinatezze, in un suo famoso sketch; lo diceva Totò, torcendo il collo, in un film, ad un amico che delirava per una ragazza poco seducente. De gustibus adesso è diventato il titolo del nuovo libro di Camilla Cederna (Mondadori, 1986: il suo quindicesimo, dopo quelli dell'impegno politico e civile, come Pinelli, una finestra sulla strage e Leone, la carriera di un presidente, e quelli di impegno mondano e di costume, come Il lato debole e Il mondo di Camilla. De gustibus intreccia i due generi, con la stessa lievità e consapevolezza con cui nella vita Camilla fa convivere la capacità di indignazione e il coraggio, con l'affettuosa osservazione dei tic, delle manie, delle piccole disperazioni e delle modeste gioie della quotidianità che la circonda. Una sera va a parlare a un dibattito del circolo Società Civile, senza essersi dimenticata di passare dal parrucchiere; e la sua immagine accurata, insieme al suo sdegno civile, le procureranno numerose telefonate di persone che le chiedono di rivederla; la sera dopo corre da un pranzo all'altro, in casa del celebre economista e del noto antiquario, vestita di abiti firmati e il giorno dopo si fa intervistare da Nando Dalla Chiesa su Milano attaccata dalla mafia.
La prima parte del libro è composta da articoli pubblicati dal 79 all'86, ritoccati e aggiornati; la seconda da cinque pezzi inediti in cui, dice Cederna, spero si avverta sempre quanto scriveva Giacomo Leopardi: “La nostra privata opinione è che il dilettevole sia più utile che l' utile”. Bravissima nel raccontare senza acrimonia la nuova volgarità, nel raccogliere i segnali della mutevole ma inestirpabile stupidità, nel notare con simpatia svarioni, eccessi, idiozie, ignoranze nei giornali e nei discorsi, Camilla racconta i piccoli eventi con la stessa determinazione, ricchezza di notizie e capacità di scrittura con cui si occupa delle tragedie mondiali, delle prevaricazioni politiche, della corruzione delle istituzioni, dei grandi delitti. C'è la cavalla puro sangue, nutrita dai suoi adoranti padroni con i bignè del Bindi, risotto giallo e champagne millésimé (se non lo è, l'animale lo sputa) nella flute dove riesce a infilare il suo avido linguone; c'è il black-out giornalistico a Padova, imposto da un procuratore della Repubblica che proibisce di pubblicare nomi di scippatori di vecchiette, seviziatori di bambini e mafiosi; ci sono le signore che adattano la pelliccia al cane che portano a spasso, zibellino per il levriero russo, montone rivoltato per il dalmata, visone per il doberman. Ci sono i volumi sulla responsabilità disciplinare dei magistrati che, da Camilla attentamente letti, elencano gli illeciti che un giudice deve evitare: per esempio avere una relazione con l' amanuense dell'ufficio, fidanzarsi con una donna troppo giovane, accusare la propria moglie di adulterio, insidiare la moglie di un collega.
Cederna ha le doti essenziali, ma non poi tanto diffuse, per essere un buon giornalista: prima di tutto non si stanca mai, tanto che, come racconta nel libro, resta fresca e allegra mentre i suoi più giovani accompagnatori si sfaldano e si decompongono dalla fatica.(Tanto che una delle vittime del suo podismo professionale, da Mantova, le ha poi inviato un sonetto in dialetto, che in un punto, tradotto, dice così: “Il mal di gambe, non avevo più speranza. / I poveri piedi distrutti, ero mezzo morto. / Lei invece niente: eh sì me ne sono accorto, / Lei camminava spedita, e non ne aveva mai a sufficienza: / E a me serviva invece un' ambulanza”).
Poi è di una curiosità senza limiti: tutto le interessa, va dovunque, parla con tutti. E' così che ha scovato, in Porta Romana, l'etiope signora Zagai, che pettina con estrema destrezza le teste a treccioline delle cuoche e cameriere di colore che lavorano nelle case milanesi. O si è fatta raccontare come si fa a rendere appetitoso un piatto da teletrasmettere: spaghetti quasi crudi e in olio abbondante, albume d'uovo per simulare un'attendibile schiuma della birra, crema da barba per simulare gustosi dessert. O è entrata in quelle case della buona borghesia milanese, dove il fidanzato di papà è accettato affettuosamente sia dalla moglie che dai figli. Infine, con quella sua aria soave, sempre perfettamente a posto, pronta ad ascoltare e ad aiutare, Cederna riceve le confidenze delle persone più sospettose e ritrose. Le maniache, in là con gli anni, che le raccontano i mitici assalti di troppi uomini scatenati (e Camilla annota che i suoi occhi affondano nelle guance che hanno un certo che di natiche); i tassisti che l'adorano e la portano a spasso per Milano, gratis, per mostrarle i più bei travestiti, oppure le raccontano di come si sta bene separati dalla moglie e da due figlie noiose.
Tra gli inediti c'è un breve e sapiente ritratto del presidente Francesco Cossiga che aveva bisogno di vacanze, era di un pallore opalino un po' maculato, e gli occhi mi sembrarono color ostrica; un pezzo sulla catastrofe di Chernobyl, con tutte le scemenze dette allora, per ignoranza, calcolo, malafede. E c'è soprattutto una divertita, maliziosa, telegrafica biografia di Gaetano Afeltra, che, arrivato da Amalfi a Milano alla fine degli anni Trenta, è stato un grande e discusso protagonista della stampa milanese, diventando vicedirettore del “Corriere”, poi direttore del “Giorno”, e che oggi collabora al “Corriere” e scrive libri di successo. Afeltra, un tempo buon amico della Cederna (ma ci divise la politica, dice lei) non ha gradito quella sua immagine avvilita; così ha querelato l'autrice, che gli ha attribuito una collaborazione, in epoca fascista, alla rivista “Libro e moschetto” (firmata invece, secondo Afeltra, da un suo omonimo). Il piccolo mondo del giornalismo milanese, che mentre si diletta delle battute e delle gaffes di Afeltra ne teme l' inimicizia, parla di questo ritratto con godimento, schierandosi ora dalla parte della coraggiosa iconoclasta, ora da quella dell'esacerbato gentiluomo. E ne cita, sussurrando i punti più divertenti: Afeltra che mangia con la testa nel piatto, la saponaria o il talco accanto al sale, tanto continuava a macchiarsi; che a tutti i nomi mette la finale e, Camille (Cederna), Indre (Montanelli), Dine (Buzzati); che fa perdere sempre i treni ai suoi giornali con grande rabbia degli amministratori; che non riesce a leggere un libro fino in fondo; che, privo in quel momento di un giornale da dirigere, il giorno della morte di John Kennedy si rammarica di non poter fare il bel titolo che immagina: Stasera Jacqueline dorme sola. E che, contemporaneamente, ha un grande fiuto per la notizia popolare, riesce ad attirare nelle sue redazioni le firme migliori, subito dopo la guerra dà una mano ad alcuni giornalisti molto bravi, ma che si trovano in una situazione politica difficile. Oggi Afeltra ha 75 anni e Cederna si chiede con ironia se non sia arrivato per lui il momento di vincere il premio Nobel.
E la vittima non perdona.


“la Repubblica” 10 dicembre 1986  

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