3.4.14

Tutto minchia. Le disavventure del dio Priapo (Maurice Olender)

Il culto più antico di Priapo ebbe sede a Lampsaco, la città in cui, secondo il mito, il dio sarebbe nato da Afrodite, ma era caratteristico di tutto il territorio dell'Ellesponto (l'odierno stretto dei Dardanelli su cui Lampsaco insisteva). Da quest'area il culto del dio si sarebbe diffuso prima in alcune città di Libia, quindi in tutto il mondo greco, che ne mostra diverse tracce fin dal VI sec. a. C.. Fiorì soprattutto in epoca ellenistica, e a Roma solo a partire dall'epoca di Augusto. Il testo che qui “posto”, di uno studioso francese, documenta il modificarsi nel tempo di questo culto, cercando di individuarne, sulla base della simbologia, le significazioni di fondo. (S.L.L.)
Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Decorazione di un vaso attico del VI sec. a. C.
Io ero una volta un tronco di fico,
legno senza valore, quando un artigiano,
non sapendo cosa fare di me, uno sgabello
o un Priapo, si decise per il dio.
Orazio, Satire, I, 8

Alla sua nascita, Priapo fu rifiutato da sua madre Afrodite, a causa di una deformazione oscena che avrebbe segnato tutto il suo curriculum mitico. A differenza dei suoi compagni fallici del tiaso (associazione di carattere religioso) dionisiaco, i Pan e i Satiri (che, come essere ibridi, mescolano l'uomo alla bestia), Priapo era perfettamente umano. Non aveva né corna, né zoccoli, né coda. In effetti, la sua sola anomalia, la sua unica infermità, era questo fallo esorbitante che lo definisce, dalla nascita, come àmorphos, laido e deforme, e che convinse Afrodite a rinnegare questo fanciullo che le era nato sulle rive dell'Ellesponto, a Lampsaco. Così, quando uno scolio del monaco siriaco Nonnos precisa che l'effigie di Priapo somiglia a un bambino la cui appendice fallica risulterebbe sproporzionata, il doppio difetto d'un fallo troppo grande e di una statura troppo piccola del dio appare in tutta la sua dimensione ellenica. Per i greci essere troppo piccolo era indice di bruttezza e Priapo, divus minor, non soltanto era spesso raffigurato come un nano ma era definito anche «il più vile e l'ultimo degli dei».

L'ESPULSIONE DA LAMPSACO
Un mitografo racconta che Priapo, divenuto adolescente, aveva un «grande strumento» (ingens instrumentum), che piaceva molto alle donne di Lampsaco e che era disposto a generare cittadini. Essendosi attirato l'odio di tutti gli altri uomini della città, fu promulgato un decreto e il dio fu esiliato. Ma, prosegue il mitografo, questa fu una grande disgrazia per le donne che lo rimpiangevano molto e pregavano gli dei di venire loro in aiuto.
Dopo un certo tempo in cui nulla accadde, una malattia colpì il sesso di tutti gli uomini. Allora, per rimediare a questa epidemia, si interrogò l'oracolo di Dodona (nell'Epiro), che assicurò che il flagello non sarebbe terminato se Priapo non fosse stato richiamato in patria. Ciò fu fatto immediatamente e, in seguito, la città di Lampsaco elevò templi e offrì sacrifici a Priapo, che fu allora chiamato dio dei giardini. L'esclusione di Priapo, il cui ingens instrumentum turbava i cittadini di Lampsaco, l'aveva ridotto al rango di dio itifallico (col fallo in erezione) dei giardini. Diretto ora contro i malintenzionati o il malocchio e divenuto, in qualche modo, il guardiano dell'ordine stabilito, il membro smisurato identifica Priapo dandogli la configurazione necessaria a una delle sue funzioni maggiori: quella di essere un dio che protegge le piccole colture minacciando, con il suo fallo aggressivo, quelli che passano, invidiosi, ai bordi del recinto del suo giardino. È il guardiano campestre, la cui autorità fallica irrisoria fa ridere, e che, dall'epoca ellenistica, si trova istallato nei giardinetti dei priapei greci e latini. Ma là non cresce nulla. A malapena resta a Priapo qualche legume o una vigna rinsecchita da sorvegliare. E i passanti deridono questo dio che, a forza di minacce oscene, impiega tanta energia per proteggere così poca cosa. Infine, che resta a Priapo? Nulla o quasi.

UNA DIVINITÀ MISERABILE
Per meglio accordarsi a un tale ambiente, Priapo è generalmente mal confezionato, da volgari artigiani, nel «legno senza valore» di cui diceva Orazio; e Columella, nel suo De re rustica, consiglia gli orticultori di onorare Priapo in un «tronco di vecchio albero sbozzato a caso». D'altronde, se si guarda alle offerte che gli antichi facevano a Priapo, le si scoprono mediocri come la sua effigie o come le colture che egli era chiamato a proteggere: qualche fico rattrappito e rari frutti. Oppure si consola questa divinità miserabile che, a guisa di sacrifici, riceve versi dei poeti piuttosto che frutti. Infine è al Priapo giardiniere che si offrono frutti di cera, simulacri in cambio dei quali si domandano al dio frutti veri. I giardini di Priapo si situano all'altro polo di quei fertili recinti di Afrodite, dei quali Dioniso sognava di diventare il giardiniere e, mentre quest'ultimo ha diritto al titolo di eukàrpos (il dio dei bei frutti), Priapo è per sua natura, come si è detto, àmorphos, cioè laido e deforme. In un angolo di un paesaggio alessandrino si può vedere l'immagine di Priapo, ricavata da legno di fico, che sta a guardia di un piccolo frutteto in cui maturano alcuni fichi. Il dio, messo in scena in queste priapee (componimenti poetici in suo onore), in cui prende spesso la parola, proferisce allora minacce di violenze sessuali, dove i significati del «fico» si associano in giochi di parole osceni. Gli antichi attribuivano a Priapo, oltre alle sue funzioni apotropaiche miranti ad allontanare i malfattori o il malocchio, un'altra missione ancora. Spesso infatti raffiguravano Priapo in posizione di anàsurma, con il gesto di alzare oscenamente la veste, dovendoli dio contaminare il suolo, per magia simpatica, grazie all'immagine fecondante della sua sessualità iperbolica offerta alla luce del sole.

PRIAPO E L'ASINO
Partecipando a questo universo ipersessuato e significando, nello stesso tempo, anche le miserie della vita quotidiana, l'asino, il cavallo del povero, intrattiene rapporti privilegiati con Priapo.
Illustrando la somiglianzà tra il dio e la bestia, Lattanzio, uno dei Padri della Chiesa, racconta che essi fecero una gara per sapere quale dei due, Priapo o l'asino, avesse il pene più grande. Vinto e in preda alla collera, il dio uccide l'asino. Questo racconto viene anche usato per spiegare l'origine del sacrificio di un asino a Priapo nella città di Lampsaco. Ma questa strana identificazione tra Priapo e l'animale si legge, ugualmente, in quei versi di Afranio in cui, quando si pretende che il dio sia figlio di un asino, Priapo prende la parola per protestare contro questa origine insostenibile. Altre analogie tra le raffigurazioni dell'asino e quelle di Priapo sono messe in scena quando l'uno e l'altro rappresentano modelli di goffaggine. Come per Priapo, ci si burla dell'asino non appena se ne presenta l'occasione, e un mito ricorda come questo animale, zoticone e privo di ogni furbizia, fu causa, per l'umanità, della perdita dell'eterna giovinezza, smarrendo il prezioso phàrmakon che Zeus gli aveva affidato. O ancora quando, in uno dei Dialoghi delle cortigiane, Luciano paragona un asino che suona la lira a un amante vecchio, sdentato e goffo. È la stessa goffaggine che illustra Ovidio quando Priapo tenta di sedurre la bella Lotis, o quando Vesta, come un'ombra, si sottrae al suo desiderio e il dio subisce uno scacco bruciante, ritrovandosi a mani vuote, con il sesso all'aria, impotente e oggetto dello scherno di tutti. Ma il contesto etnografico racconta altre disgrazie ancora, biologiche, che confermano le corrispondenze mitiche proposte dai testi antichi. Così Aristotele ci informa che il seme degli asini è freddo per natura e che ci vuole poco perché «il corpo degli asini sia sterile».
È lo stesso autore ad affermare che gli animali che possiedono un grande membro sono «meno fecondi di quelli che lo hanno di taglia media, perché lo sperma freddo non è fecondo e si raffredda percorrendo un cammino troppo lungo». Aristotele precisa ancora che la natura ha dotato il membro virile della capacità di essere, o non, in erezione e che «se questo organo fosse sempre nello stesso stato, costituirebbe un disturbo». Ora, tale è precisamente il caso di Priapo che, sempre itifallico, non conosce il minimo rilassamento sessuale.

UNA MALATTIA TERRIBILE
Dunque è la nosologia antica che permette di meglio comprendere questo aspetto di un dio ipersessuato, il cui potere, sempre e unicamente fallico, in fondo sembra secernere solo una forma di impotenza. In effetti, i medici del mondo antico hanno ben colto l'immagine inquietante che veicolava Piperfallicità di Priapo. Essi l'hanno espresso, nella loro nosografia, scegliendo il nome del dio Priapo per una malattia terribile, il priapismo, che da una erezione infiammatoria, costante e dolorosa, senza la minima distensione, conduce il paziente a una morte sterile, in cui il suo sesso, ancora e sempre, resta eretto. Galieno definisce il priapismo come «un aumento costante di volume del membro virile, che si gonfia sia nel senso della lunghezza sia nel senso della circonferenza, senza che vi sia eccitazione al contatto sessuale». Questo stesso medico, dopo aver indicato come si può alleviare, se è ancora possibile, questa affezione, che procede ineluttabilmente verso la morte, stabilisce una distinzione importante tra questa malattia e un'altra che le assomiglia: la satiriasi. Mentre accade che quest'ultima possa produrre un'emissione seminale accompagnata da piacere (hedoné), il priapismo è un malessere senza sfogo che esclude la minima distensione. Questa ultima differenza rischia di essere importante.
Se Galieno segnalava che il termine priapismo era stato scelto in relazione al dio Priapo, si può agevolmente supporre che la satiriasi derivi dal Satiro dionisiaco. Allora sembra evidente che l'erezione di natura satirica, anche nei suoi eccessi, non inibisce né il desiderio né il piacere, mentre l'erezione contro natura non sfocia che nella morte. Questa distinzione tra l'itifallismo di Priapo e quello del Satiro potrebbe mettere in evidenza un'altra divisione: quella che allinea i Satiri nell'ambito dei demoni della natura, degli essere ibridi, e Priapo, la cui rappresentazione è sempre antropomorfa, in quello dei cittadini di Lampsaco. I medici dell'antichità hanno, dunque, in qualche modo, colpito semanticamente Priapo di priapismo e, nello stesso tempo, dato da leggere, in questo percorso obliquo, la doppia impossibilità che non poteva che rinchiudere Priapo nel recinto del suo giardino: anzitutto, l'impossibilità di una sessualità smisurata per un umano — Priapo — , di questa sessualità a polo unico, di cui Aristotele denunciava i pericoli. E, mentre una sessualità eccessiva sarebbe vivibile per le bestie o i semi-umani, non condurrebbe gli uomini che all'impotenza, all'erezione dolorosa e mortifera in cui consiste il priapismo.

L'OSCENITÀ POTERE SOCIALE
Ma questo ultimo aspetto enuncia ancora uno scacco. Quello di un dio che, in fin dei conti, si integra male nell'universo dionisiaco. Qui, accanto ai Pan e ai Satiri, il cui itifallismo sembrerebbe naturale, Priapo soffre d'una erezione patologica. Così è fuori di questo spazio dionisiaco che bisogna comprendere la sessualità sfrenata di Priapo che, lungi dall'avere intenti sovversivi, significa piuttosto un richiamo all'ordine.
Nessuna messa in discussione dell'ordine stabilito connota la sua oscenità che funziona come un potere sociale. Allorché Priapo, mai attirato verso qualcosa di marginale, caccia le streghe Canidia e Sagana, è proprio lui il dio designato da Orazio a rappresentare lo spirito razionalista che, in quella epoca, si opponeva a ciò che le maghe potevano evocare di potere parallelo. Priapo sembra avere dunque avuto una doppia carriera: l'una silenziosa ed efficace, quella degli oggetti magici senza storia; l'altra, iscritta nei miti che raccontano il rovescio, inedito, di questo dio fallocrate. Dapprima, oggetto apotropaico destinato a eludere il malocchio e i malfattori e, nello stesso tempo, profilattico, contaminante il suolo per simpatia, l'effige itifallica di Priapo, l'osceno spauracchio imbrattato di rosso, è di una efficacia tutta magica.
Qui, contrariamente ad altre divinità che intervengono nel settore agricolo inventando uno strumento, Priapo non fabbrica mai niente. Partecipa a questo universo di pratiche silenziose del quotidiano dove il dio si fa amuleto. All'altro polo di questa divinità apotropaica, un Priapo che parla molto ma non agisce affatto. Un dio assunto dai galanti poeti alessandrini e romani, Teocrito, Leonida di Tarante, Virgilio, Grazio e tanti altri, che scrivono i loro carmi priapei, opere minori offerte a derisione del dio.

Storia e dossier, anno III n.18, marzo 1988

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